Partito Comunista Internazionale

Battaglia Comunista 1952/II/11

Vorrebbero l’Europa in una botte di ferro

Gli strascichi della cagnara elettorale italiana (lasciamo agli aspiranti sindaci e assessori le grida di trionfo o di lutto di queste ore di attesa del destino, giacché andiamo in macchina quando ancora i risultati definitivi del totovoto non sono giunti, né ci scalmaneremmo a trarne oroscopi se li avessimo, bastandoci a tempo debito di commentarli) hanno probabilmente velato gli occhi del lettore comune su quanto intanto avveniva in Germania e nel quartiere generale dell’organizzazione atlantica. E tuttavia, non in fondo alle urne, ma lì si foggiavano i destini dell’Europa.

Che cosa dunque è avvenuto? È avvenuto che si sollevasse un altro po’ di sipario sulla commedia della libertà democratica. A Bonn, i quattro ministri degli esteri – americano, inglese, francese, tedesco – «hanno firmato la pace» fra Occidente e Germania. Firmare la pace significa restituire al vinto «la sua completa sovranità» (come dice l’articolo uno del Patto) con tutto il codazzo di «libertà» sul piano interno ed internazionale. Naturalmente, in nome della completa indipendenza, il governo tedesco s’impegna ad ispirare la sua politica ai principii sanciti nello statuto delle Nazioni Unite, e, soprattutto, le tre potenze occidentali si riservano il diritto di proclamare lo stato di emergenza in Germania e di prendere tutte le misure politiche e militari rese necessarie da un simile stato di emergenza: a) nel caso di un attacco contro il territorio della repubblica federale e contro Berlino; b) nel caso di una insurrezione armata contro le autorità costituite; c) nel caso di gravi disordini o di minaccia alla sicurezza politica (ad esempio, sciopero generale). (art. 6) Come si vede, i legislatori sono stati precisi nella elencazione dei «casi» che giustificheranno l’intervento militare degli angeli custodi della libertà una e quadrupla; ed è chiaro che i soli casi davvero contemplati, nella situazione odierna, sono i due ultimi, la minaccia di sovvolgimenti o anche solo di disordini a sfondo sociale. La democrazia internazionale butta un’altra volta la maschera: le truppe liberatrici sono chiamate, in tutto il mondo, a montare la guardia all’ordine costituito della proprietà e del capitale. Certo, per non venir meno alle buone tradizioni di ipocrisia proprie del capitalismo, in particolare di quello democratico (il quale si dice laico solo perché ha ereditato le migliori arti del gesuitismo), il trattato aggiunge che questo intervento esterno avverrà solo se il governo tedesco non sarà in grado di padroneggiare da solo la situazione; ma è ben chiaro che, per i vigili e preoccupatissimi reggitori mondiali, nessun governo minore avrà mai, da solo, questa possibilità. Né, a tutela dell’ordine sacrosanto, saranno solo le truppe di occupazione (che un protocollo aggiunto a soddisfazione delle ansie francesi pare dichiarerà che rimarranno in Europa «finché la situazione lo esiga» – e si può star tranquilli che la situazione, fino alla morte del capitalismo, lo esigerà sempre), giacché un’altra delle traduzioni in pratica della «completa sovranità tedesca» sarà l’offerta del governo di Bonn all’organizzazione atlantica di 400.000 tedeschi in armi.

E poiché in questi giorni si firma anche l’accordo per la «comunità europea di difesa», l’Europa è, o almeno vorrebbe essere, in una botte di ferro a protezione dai disordini sociali. Il vecchio sogno, comune a russi e americani, di una «polizia internazionale» è, almeno a metà, raggiunto. Gli avvenimenti che seguiranno potranno solo servire a rafforzarlo. La conseguenza immediata è già prevista, e i giornali ne parlano fin d’ora: una ripresa della guerra fredda, un rincrudire dei conflitti sulla linea confinaria fra i due monconi della «Germania liberata», un dilagare del partigianismo filo-russo o filo-americano, che offriranno alle potenze occidentali ed orientali il pretesto giuridico – se mai ce ne fosse bisogno – per dichiarare lo stato di emergenza o, anche senza arrivare a questo, per prolungare ad anni e lustri l’occupazione militare. Azioni e reazioni sono calcolate e dosate per portar acqua al mulino della bardatura bellica e poliziesca dell’Europa.

Dentro la botte di ferro, i capitalisti si sentiranno al sicuro, benedetti dai liberatori di occidente e di oriente. Ma la storia del movimento operaio non conosce da oggi reticolati e casematte: formidabili, certo, e per qualche anno imprendibili, ma pronte a sfasciarsi al primo colpo di piccone della riscossa proletaria. Le botti di ferro del capitalismo non prevengono l’esplosione sociale, come la linea Maginot non ha prevenuto l’invasione militare della Francia: sono non una garanzia contro esplosioni avvenire, ma il risultato di un soffocamento già avvenuto. Quando dovranno servire, nulla potrà impedire che le barriere di cemento armato s’infrangano: oggi, stanno in piedi solo perché l’avversario di classe è prostrato, perché, anzi, ha, sotto la frusta del padrone e dei suoi servi, lavorato a ricostruire le fortificazioni.

La democrazia ha le sue zecche

Personalmente, pur potendo scorazzare, come tanti che hanno angosciosi interrogativi da risolvere, sulle piazze accalcate del Sud invase dai sicofanti elettorali a caccia di voti, non abbiamo assistito a nessun comizio. Sono andati in massa coloro che negli ultimi quindici giorni della gazzarra elettorale debbono lasciarsi informare degli avvenimenti del quadriennio trascorso, avendo osservato nel frattempo lo sprezzante atteggiamento verso la «politica» che è proprio di tutti gli asini registrati sui certificati elettorali, destinati a correre trafelati ed emozionati nelle cabine. Noi che ci pregiamo di conoscere da un secolo le rogne della democrazia elettiva, non abbiamo sentito affatto il bisogno di fare nel nostro laboratorio mentale i processi di sintesi e di analisi di tutte le vomitature rovesciate dai pulcinella oratori sulle attonite masse. Però, portato dall’eco, è arrivato alle nostre narici un puzzo non nuovo né sorprendente: il rancido lezzo delle camicie nere.

Non è venuto a caso che il fascismo abbia tentato di rialzare il capo nel pieno dell’orgia schedaiola. La retorica fascista è figliata naturalmente da quella sconcia megera mercenaria che è la democrazia borghese. Che faceva il nuovo regime mussoliniano se non allungare, moltiplicandolo per quattro, il periodo che la democrazia stabilisce tra le convocazioni dei comizi elettorali? Per venti anni, invece che quattro o cinque, è durato il mandato dato «dal popolo» al governo di Benito Gagnasciuga. Sola differenza quantitativa. In sostanza nulla cambiava sul piano dell’inganno e della sopraffazione su cui si fonda la dominazione della borghesia. Da quando la democrazia ha preso dal fascismo la misura tattica di farsi consegnare le redini del governo dall’azione simultanea delle forze tradizionali dello Stato (esercito e polizia) e di formazioni irregolari arruolate per la guerra civile ad obiettivi controrivoluzionari e conservatori, nulla più permette di discriminarla dal fascismo. Nel 21-22 i quattro fetenti in camicia nera, razzolati nei «bassi» della più pidocchiosa piccola-borghesia, riuscirono ad averla vinta sulle avanguardie rivoluzionarie, che il riformismo aveva isolato addormentando e tradendo le masse, solo con l’aiuto dell’ Esercito regio e della polizia, prontissimi a dare una mano ai manigoldo squadristi come a massacrare o a seppellire sotto decenni di galera i combattenti proletari. Un movimento che va al potere portato dalle forze dello Stato borghese è rivoluzionario? Lo stesso dicemmo nei riguardi della rigurgitata democrazia post-fascista insediata al potere degli eserciti dell’imperialismo anglo-americano. Un regime che lascia inalterate le basi dello Stato borghese fondato sulla dominazione della borghesia capitalistica che sancisce, nella Costituzione della Repubblica, il principio della intoccabilità degli ordinamenti sociali capitalistici, non distrugge il fascismo, sibbene lo sostituisce.

Avemmo il coraggio rivoluzionario di dirlo apertamente, allorché sulla carogna ingloriosa di qualche gerarca si volle redigere l’atto di morte del fascismo, e sostenemmo chiaramente la tesi classista che la democrazia clerico-stalinista continuava la dominazione sociale della borghesia. Continuiamo a dirlo oggi, resistendo fermamente alla sirena antifascista che torna a cantare. Se sulla cagna impudica della democrazia parlamentare sono cresciute le zecche fasciste, ciò sta a dimostrare ancora una volta che le due forme di governo borghese sono fatte l’una per l’altra, vivono in simbiosi. I prossimi giorni ci diranno come la classe dominante riuscirà a trarre vantaggio dalla contrapposizione democrazia-fascismo, in nome della quale, gli operai non debbono dimenticarlo, fu combattuta la seconda guerra mondiale. Toccherà agli operai rivoluzionari svelare il gioco.

Il partito rivoluzionario del proletariato non ha una politica per lottare contro la democrazia, e un’altra per combattere contro il fascismo. Ciò per il fatto che democratici e fascisti sono forze al servizio della unitaria classe borghese. Ha una sola lotta, una sola politica, quella della lotta di classe contro la borghesia , che nega la possibilità della conciliazione degli interessi dei capitalisti e dei proletari, e tende al supremo obiettivo dell’abbattimento rivoluzionario del potere statale borghese, tenendo presente in ogni momento che la condizione per arrivarvi sta nella spietata delimitazione e contrapposizione all’opportunismo, che si acconcia perfettamente e al regime democratico e a quello  fascista, mai alla fatica di percorrere la via dura e tormentosa della Rivoluzione.

Le strane guerre

Poiché in Corea continuano le trattative d’armistizio, si è aperto un nuovo e legale teatro di guerra: i campi d’internamento dei prigionieri. È qui, infatti, che, in mancanza di operazioni sul fronte, si è trovato il più recente impiego alle armi, ai fantaccini e ai generali dei due eserciti contendenti.

L’ipocrisia dell’imperialismo voleva, un tempo, che il prigioniero, al pari della popolazione civile, fosse «sacro»: oggi anche questo velo di menzogna è caduto, e la guerra, davvero «totale», si svolge con spiccata predilezione per il retrofronte e per il perimetro dei campi cintati. Così i benefici della «liberazione» non sono negati a nessuno: soldati, civili, prigionieri, vedono piovere senza distinzione sul proprio capo la manna delle quattro libertà, sotto forma di guerra, stato d’assedio, fame, decimazione.

Prigionieri nelle maglie dell’imperialismo siamo tutti: il sogno gemello di Wall Street e del Cremlino è che il mondo sia un unico, enorme campo d’internamento, aperto alle esercitazioni ultramoderne dei suoi comandanti militari.

Largo agli specialisti

Meritatamente Ridgway è stato chiamato a reggere le sorti militari dell’Europa. Egli viene fresco fresco di Corea, dove si è distinto sia nell’arte di scorazzare in carro armato su e giù per la penisola, sia – e soprattutto – in quella di rendere infinito lo stato di occupazione militare in regime di trattative di armistizio.

L’ideale del modernissimo imperialismo è quello (e ne sanno qualcosa Germania e Giappone, ma qualcosina ne sappiamo tutti): guerra, armistizio, pace, ridotti al minimo comun denominatore del dominio dei carri armati e degli aerei a reazione. È la pratica in vigore di qua e di là della «cortina di ferro»: ma la Corea ne ha dato la sintesi più efficace nel tempo e nello spazio. Ridgway è ben piazzato per recarne i frutti nell’Europa liberata.

Gli scomunicati ricorrono in appello

Se assiduamente denunciamo gli atti di aperta prostituzione dei pretesi comunisti di Togliatti alla Chiesa Cattolica e alla superstizione religiosa, se ci teniamo a provare coi fatti della cronaca quotidiana che il gregge del chiericume sacrestano trova i suoi cani da guardia proprio nei partiti che pretendono di essere portatori di interessi proletari, ciò serve a corroborare di prove la tesi da noi sempre sostenuta, che non si può tradire e fare gettito dei fondamenti dottrinari del marxismo senza tradire e barattare gli interessi proletari a favore della canaglia borghese. Il P.C.I. se ne ride, con fare spregiudicato, delle posizioni teoriche del materialismo storico, pretendendo che è da ingenui combattere il capitalismo senza mascherature e infingimenti in funzione di diversivi tattici. Ma i fatti, gli incamuffabili fatti materiali stanno a provare innegabilmente che i pretesi furbi di  Via Botteghe Oscure non solo non hanno spostato di un  millimetro i rapporti di forza a favore della classe operaia, ma che le loro pretese manovre tattiche, a cui tanto le masse hanno creduto e credono, sono egregiamente servite al gioco delle forze politiche borghesi. E non staremo a ripetere qui come l’approvazione del famoso articolo 7 della Costituzione con cui si ratificavano i patti Lateranensi conclusi nel 1929 da Mussolini col Vaticano, è valsa a rafforzare la Democrazia Cristiana e l’influenza religiosa sulle masse.

Il più clamoroso gesto di prono ossequio e di servile soggezione alla Chiesa cattolica e al Vaticano, commesso dalla Direzione del P.C.I., dal tempo dell’approvazione, insieme con democristiani, repubblicani, qualunquisti, ecc. dell’articolo 7, si è manifestato recentemente con le dichiarazioni di Nitti, il vecchio boia antiproletario creatore della Guardia Regia, a nome della  Lista Cittadina di Roma, che, come è noto, comprendeva candidati comunisti,  socialisti, nittiani e via dicendo. Acqua passata? Certamente, ma non bastano quindici giorni a cancellare quanto detto da Ciccio Nitti e pubblicato su l’ Unità. Quando il capolista Nitti rendeva la dichiarazione che riportiamo si trattava di accalappiare i voti dei poveri fessi, e allora tutto era permesso dire, perfino la verità. Non crediamo affatto, come le mandrie ignoranti del medio ceto, che una volta al potere il P.C.I. farebbe fuori la pretaglia cattolica e scaccerebbe il Papa dal Vaticano. Seppure Palmiro non va a messa e non prende l’ostia consacrata, il P.C.I. è oggi, checché ne pensino le bizzocche, una colonna della Chiesa Cattolica: anzi, in quanto controlla le masse e impedisce che imbocchino la via rivoluzionaria, è il massimo garante della conservazione del Vaticano.

Trascriviamo testualmente da l’ Unità (17 maggio ’52) le untuose frasi di don Ciccio: «Nessuno minaccia la Chiesa Cattolica, nella sua altissima missione, che è anche di pace (alla faccia di  Joliot Curie!) di affratellamento e di elevazione degli umili; nessuno ne minaccia la libertà e il pieno potere spirituale garantito dai patti Lateranensi, dalla Costituzione, dalla coscienza degli italiani. I candidati della «Lista Cittadina» ne hanno fatto dichiarazione solenne».

Così diceva Nitti alla vigilia delle elezioni. Ma non era una sua posizione personale. Per bocca sua parlava anche la Direzione del P.C.I. e la massa enorme di borghesucci che esso inquadra. Non è da parlare qui degli effetti immediati che dallo strisciare servile della leccatura devota delle pantofole di Pio XII sono scaturiti. In ogni caso, sono i meno interessanti. Quel che importa è la ennesima constatazione che il P.C.I., giorno per giorno, e proprio per dimostrare falsa l’accusa che più gli brucia, di passare per un partito proletario rivoluzionario marxista, disvela il contenuto reale della sua politica. Il P.C.I.  deve mostrare ai fanatici della proprietà che non è espropriatore, ai nazionalisti che non è senza patria, ai militaristi che non è rivoluzionario, agli statolatri  che non condivide la teoria marxista del deperimento dello Stato, ai superstiziosi religiosi che non è ateo. Il contenuto della sua polemica sta tutto qui: nel provare che esso è tutto il contrario di quello che sembrano attribuirgli la bandiera e il nome. L’apparentamento con le clientele di Nitti, Molè e altra robaccia di purissima marca borghese, sta a dimostrare che gli sforzi volti a questo scopo non falliscono del tutto. Altro, naturalmente, è il linguaggio che i bonzetti parlano agli operai, ai quali si dà ad intendere che la conclusione e la pastetta con le forze dichiaratamente borghesi sia un trucco per ingannare il nemico e sorprendere la sua buona fede.

Trucco? Manovra tattica per addormentare le sentinelle dello Stato borghese? Se fosse vero, se la Direzione del P.C.I. veramente mirasse ad abbattere il millenario potere del Vaticano attraverso la politica del ruffianesimo e dell’adulazione, sarebbe impossibile spiegare la politica che i partiti stalinisti al potere perseguono nei confronti della organizzazione chiesastica e della religione.

L’ Unità pubblicava il giorno 14 maggio ’52, tre giorni prima della dichiarazione di Nitti, notizie dell’avvenuta conferenza di tutte le Chiese dell’ U.R.S.S. Il… trust delle Chiese russe, comprendente la Chiesa Ortodossa, la Chiesa Evangelica russa, la sinagoga centrale di Mosca, la Chiesa Cattolica della Lettonia  ecc., era stato chiamato a discutere una relazione del Metropolita Nikolai, membro del Consiglio Mondiale della Pace. Poco ci interessa quanto hanno predicato sulla pace i preti multicolori di Stalin, cui spetta come ai loro degni compari esteri di benedire la carne di cannone proletaria destinata al macello. Senza contare che proviamo invincibile ripugnanza per il puzzo da morto che emana dalla retorica ecclesiastica specie se osannante al socialismo. Quel che interessa è mostrare quante parte attiva prende il clero delle varie chiese russe, finanziate e protette dallo Stato, nella vita pubblica e politica del paese che si spaccia del socialismo trionfante.

Quante chiese in Russia! Quanti papi! Quanti baciapile parassiti! Che ci fanno? In Italia, i dirigenti stalinisti, mentre lavorano a conquistarsi la fiducia della borghesia lasciano credere che la politica di asservimento alla Chiesa Cattolica tende… a distruggerla. In Russia il partito stalinista tiene fermamente il potere ma ciononostante le Chiese russe sussistono e prosperano.

La funzione secolare della pretaglia è sempre stata quella di aiutante del boia. Dovunque si tengono nello sfruttamento e si mandano al macello le masse, il prete è immancabile. La suprema trinità dell’imbroglio e della corruzione Nitti-Nenni-Togliatti aspira a sostituire democristiani e fascisti nel posto di boia del capitalismo italiano. Perciò, è obbligata a farsi la chierica.

La democrazia italiana aveva bisogno dello spettro fascista

Lo spettro fascista è ricomparso. La democrazia italiana ne aveva bisogno, così urgente bisogno che essa stessa si è imposta di concepirlo e partorirlo. Una democrazia bloccarda, cioè fondata sull’abbraccio della cosiddetta sinistra borghese e dei partiti includenti in sé l’opportunismo riformista, può esistere e giustificare la propria esistenza solo alla condizione di enucleare e contrapporre a se stessa una cosiddetta estrema destra reazionaria.

Bene è sgombrare subito il terreno dalle ridicole responsabilità personali. Tutti i partiti della democrazia sorta dai C.L.N., nessuno escluso, fondano le loro accuse sulle responsabilità dei resuscitati gerarchi del disciolto partito fascista. Non staremo certamente ad imitarli, sebbene siamo nella unica ed esclusiva posizione di potere dimostrare che nessuno dei furiosi antifascisti della repubblica papalina può rinfacciarci una sola parola di indulgenza per i lanzichenecchi mussoliniani, che tutti, nessuno escluso, i partiti del C.L.N. lavorarono a sottrarre al piombo o al carcere mediante amnistie e condoni vari. Non perché i partiti della democrazia antifascista collaborarono insieme, nel quadro del salvataggio di tutti gli istituti e le tradizioni della sporca borghesia italiana, a contendere ai vermi le pellacce dei gerarchi littorî, diciamo che il fascismo di ieri e di oggi è creatura carnale della democrazia. Dottrinariamente neghiamo ogni importanza alla persona umana, ai «grandi uomini» nella spiegazione dello svolgimento dei fatti storici e, sul più basso gradino, della dinamica dei partiti. Non si saprebbe perché fare una eccezione per i ceffi fascisti del M.S.I. Fossero crepati tutti gli «uomini della provvidenza» che ora ricompaiono nelle piazze, dopo la laboriosa digestione della paura; avessero tirato le cuoia su Piazzale Loreto o stessero rinchiusi in galera, non per questo ora ci sarebbe risparmiato lo spettacolo nauseante della cosiddetta rinascita fascista e della seconda crociata democratica contro il fascismo. Il ricostituirsi in partito del fascismo non è questione di uomini, non è legato alle determinazioni personali, tantomeno allo spirito di vendetta dei gerarchi scampati al crollo ignominioso della infame repubblica di Salò. Se non fossero stati pronti sul mercato i marescialloni codardi e pennivendoli corrotti, prima epurati poi reintegrati nei posti con gli arretrati, ora non ci sarebbe la reincarnazione fascista nel M.S.I.? Ingenuo chi lo pensa.

Pur mantenendo immutato, nonostante gli appelli ciellenistici all’unità antifascista non meno sporchi del vittimismo degli sciacalli fascisti, il giudizio di inappellabile condanna contro i partiti antifascisti firmatari delle pagliaccesche leggi sull’epurazione e dei decreti di amnistia pro-fascisti, noi sappiamo benissimo che una ipotetica politica, improntata a criteri di effettiva repressione, non avrebbe sortito effetti diversi dagli attuali. La bizzarra teoria del «rigurgito del passato» può essere appannaggio e giustificazione solo dei partiti democratici. Per conto nostro abbiamo sempre sostenuto, ed è la realtà innegabile a dirlo, che le forche di Piazzale Loreto non valevano a troncare il processo di formazione del fascismo, connaturato alla dominazione sociale della borghesia. I cronisti delle redazioni borghesi faranno coincidere il ringalluzzirsi dei fascisti con la campagna elettorale per le amministrative nel Sud? Nella migliore delle ipotesi, commetteranno lo stesso sproposito storiografico dei mussoliniani che pretesero di stabilire una data al sorgere della camorra fascista, che era invece il prodotto organico di tutta quanta l’evoluzione storica della borghesia dominante italiana. La verità è che, come la democrazia prefascista dei Crispi, dei Giolitti, dei Nitti, la putrescente democrazia antifascista dei Comitati di Liberazione Nazionale ha portato nel suo incestuoso grembo il canagliume fascista in quanto assicurava la continuità del potere tirannico della classe dominante borghese. Il fascismo del M.S.I. è il figlio legittimo della democrazia parlamentare dei De Gasperi, Pacciardi, Bellavista, Nitti, Orlando, unita in matrimonio al riformismo stalinista dei Togliatti e dei Nenni. Non serve agli uni apportare gli argomenti dei venti anni di cospirazione all’estero, della guerriglia partigiana contro la repubblica di Salò, della insurrezione antitedesca del 25 aprile 1945; né serve agli altri elevare a stendardo di martirologio (loro, i massacratori di operai indifesi e immobilizzati dal tradimento socialdemocratico nel 1919-20) la carogna di Mussolini appesa ai piedi, i posti alla mangiatoia perduti, gli arretrati non pagati. Se nel dare e avere delle perdite sanguinose e degli atti di vendetta dei due opposti campi di partiti esistono sbilanci, essi si annullano nel bilancio generale della classe dominante, della borghesia sfruttatrice, il cui privilegio non ha subito scosse, anzi ha tratto nuove garanzie di continuità nel trapasso dalla Repubblica di Salò all’attuale regime democratico, e altre si appresta a trarne dal ripristino dell’antica immancabile contrapposizione tra Sinistra e Destra. Ai propositi di vendetta della cosiddetta estrema destra monarco-fascista, i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale minacciano il ricorso alle armi e alla guerra civile che se dovesse verificarsi ricalcherebbe il modello della guerra di Spagna del 1936-38, dove contro il fronte nazifascista si vide schierato non il fronte della rivoluzione proletaria ma il blocco dei partiti democratici e di quelli pseudo-proletari, prefigurando così lo schieramento politico della seconda carneficina mondiale. E che significa lo schierarsi delle masse proletarie negli opposti campi in cui la stessa classe dominante si divide, se non che la borghesia riesce, sia pure attraverso convulsioni violente, a stringere le masse sfruttate nel quadro di ferro del suo apparato di influenza e di dominazione politica? La democrazia clerico-stalinista ha finora assolto al compito di mantenere il movimento operaio entro il filo spinato della legalità, del rispetto delle leggi borghesi. Svolgerà più agevolmente la sua funzione conservatrice e controrivoluzionaria agitando davanti agli occhi delle masse lo scettro del fascismo, che gioverà al M.S.I., gioverà al socialstalinismo, gioverà al partito democristiano. E a che equivale la somma dei programmi e dell’azione politica di costoro? Alla politica di conservazione dell’unitaria classe borghese di fronte al nemico proletario.

Vorremmo forse confrontare le rivendicazioni del binomio Democrazia-Fascismo? Nei mesi che verranno certamente la classe dominante punterà sul conflitto tra i partiti democratici e stalinisti da una parte, e le forze monarco-fasciste dall’altra, per spostare ancora una volta le masse dalla polemica sociale sul terreno della contrapposizione di vuote ideologie. Non è difficile prevedere che le masse soggiaceranno alla strategia, non nuova ma sempre abile e tempestiva, della borghesia dominante. Su noi non avrà presa l’inganno perché abbiamo vagliato da tempo i programmi e le rivendicazioni reali degli uni e degli altri, e abbiamo provato che la loro realizzazione non fa avanzare di un passo la lotta tra le classi sociali, tra la borghesia e il proletariato. Quale punto dei democratici e degli stalinisti è rigettato dai fascisti? L’ideologia patriottica, no. La superstizione nello Stato al di sopra delle classi, no. La coesistenza pacifica e concorde delle classi per il bene supremo della nazione, no. Neppure misure di organizzazione della produzione, che sono etichettate come socialistiche e che sono solo nazionalizzazioni delle aziende e dirigismo statale, sono rigettabili da alcuno dei blocchi, essendo retaggio dell’intera classe borghese. Leggete la stampa fascista e quella staliniana: sono zeppe di invocazioni alla gestione operaia delle aziende. Guardate a Tito e a Perón, a Bevan e Mossadeq: nazionalizzano a tutto spiano, il loro motto è quello mussoliniano: «tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato». Ognuno dice di attuare… il socialismo. L’uno è il sosia dell’altro.

A coloro che obietteranno che la «situazione» è cambiata, non risponderemo negando. Anzi, accetteremo che essa si presenta, se noi sapremo lavorar bene, meno sfavorevole al nostro compito diretto a mostrare agli operai la sostanziale convergenza controrivoluzionaria, al di sopra delle varie retoriche e mitologie, dello schieramento fascista e di quello demo-staliniano. Ciò non significa che ci nascondiamo le formidabili difficoltà e l’asprezza politica delle reazioni alla nostra fatica di chiarificazione e di delimitazione politica, che il raddoppiato furore partigianista degli uni e degli altri renderà quanto mai ardua. Non cambierà nonostante il «cambiamento» della situazione, la nostra linea di incondizionato rifiuto a qualsiasi sorta di iniziative, non nuove ma mai deposte, di bloccardismo, di fronteunismo, di unione sacra popolare contro il fascismo. Il fascismo non si combatte alleandosi con i suoi complici e manutengoli, quali sono tutti i partiti e le forze politiche che lavorano a mantenere il proletariato nel rispetto della legge borghese. Il fascismo si seppellisce solo seppellendo la legalità borghese.

Le « spese sociali » dello stalinismo

Uno dei clichés della propaganda staliniana è che, se anche è vero che in Russia e Paesi satelliti lo Stato preleva sotto forma d’imposte una quota del reddito personale non inferiore (e spesso superiore) a quella degli Stati democratici occidentali, la spende però in opere di assistenza sociale, per cui i soldi tolti da una delle tasche di Pantalone gli rientrano dall’altra. Lasciamo stare che lo stesso argomento usano i propagandisti dell’Occidente, giacché non v’è Stato per quanto « reazionario » che non si diletti di spese in opere pubbliche e in istituzioni « sociali »: guardiamo un po’ alla sostanza di queste spese.

L’Unità di Genova, del 23-5, annuncia con sommo compiacimento che in Cecoslovacchia, cioè in una delle gemme del diadema democratico-popolare, il bilancio statale contempla stanziamenti a favore delle chiese per un « miliardo e mezzo di corone, pari a circa 18 miliardi di lire italiane », e specifica che un miliardo di corone vanno per l’amministrazione e i bisogni delle chiese, mezzo per gli stipendi dei sacerdoti, 66 milioni per le « assicurazioni sociali dei reverendi parroci e dei padri appartenenti ai diversi ordini », (benedetta la democrazia popolare! i preti, non contenti dell’assicurazione in cielo, ne ottengono l’assicurazione in terra!) 70 per le « istituzioni sociali delle chiese », 51 per « garantire l’insegnamento religioso nelle chiese » e via di questo graziosissimo passo.

L’articolo non si ferma qui, ma vanta l’opera di ricostruzione delle chiese e dei luoghi di culto in genere, e conclude – con grande gioia dei lettori proletari – che « gli stanziamenti di quest’anno, che superano quelli dello scorso esercizio di circa 30 milioni di corone, sono i più importanti che le chiese si siano viste devolvere da qualsiasi governo » – né, aggiungiamo noi, poteva essere diverso, visto che le democrazie popolari sono all’avanguardia del progresso…

Allegri, dunque, il bilancio dello « Stato socialista » contempla un aiuto ai preti che neppure lo Stato tradizionale si sognava di concedere. Sono le « spese sociali » che, secondo la propaganda staliniana, compenserebbero in regime demopopolare l’alta quota di reddito assorbita dalle tasse. E poi le pinzocchere si spaventano del… comunismo!

Borghesi senza proletari? Pt.1

«Noi qui negli Stati Uniti dobbiamo ancora percorrere molta strada per far divenire i dirigenti e gli operai delle fabbriche dei veri e propri soci, ma siamo già sulla buona strada».  E sia lodato il cielo. Tale consolante notizia ce l’ha data mister Clinton S. Golden, ex consulente sindacale dell’ECA, in un discorso tenuto in occasione della visita degli industriali europei negli Stati Uniti. Egli ha continuato così: «Tale sviluppo favorevole (cioè la trasformazione degli operai in soci azionisti delle aziende) non avverrebbe su vasta scala se non esistesse un movimento sindacale forte ben disciplinato ed organizzato che ha già saldamente stabilito, con la maniera forte (mamma mia, come sono terribili i sindacalisti USA!) i suoi diritti circa i contratti collettivi».

Grazie mister Golden. Voi ci date ancora l’ennesima conferma di quanto attuale e completa sia la teoria marxista. Il vostro modo di fare il ciarlatano dalla faccia di bronzo, Marx lo conosceva fin dal lontano 1848, data del Manifesto dei Comunisti. Ma da quel tempo è passato un secolo intero di dominazione capitalistica e, a scorno della concretezza degli ideologi pari vostri, non abbiamo assistito ad uno, diciamo uno solo, esempio di realizzazione di quello che Marx ed Engels definivano col termine di «socialismo conservatore e borghese». Da quel tempo, qualunque operaio è divenuto per il gioco tirannico delle leggi sociali vigenti un socio, un padrone di aziende, ha dovuto spogliarsi della sua primitiva natura sociale, e divenire esso stesso uno sfruttatore, ha dovuto cioè passare nella classe dei borghesi.

 L’impossibilità che la classe dei proletari, dei prestatori di opera possa comunque divenire socia di affari della classe borghese sfruttatrice è dimostrabile dai vostri stessi ragionamenti. Gonfiando le gote, voi dite: «Non credo che il capitalismo possa a lungo sopravvivere in qualsiasi paese in questi giorni calamitosi, se il capitalismo e i lavoratori non accettano con fede il principio che una economia possa espandersi in profondità, e se non fanno quanto deve essere fatto per espandere l’economia in tal senso». Ma che significato pratico hanno i vostri ragionamenti sulla espansione dell’economia? In sostanza si tratterebbe, nientepopodimeno, di questo: «Importante per una economia che si espande sono la suddivisione e la distribuzione dei benefici derivanti dalla produzione e dalla produttività in aumento. E’ assolutamente essenziale che di tali benefici ne vengano a godere gli operai sotto forma di salari più alti; gli altri consumatori, sotto forma di prezzi più bassi; ed i proprietari sotto forma di profitti, che dovrebbero essere reinvestiti nel processo produttivo in un ciclo ininterrotto».

Il fatto inoppugnabile, e solo questo, che il vostro discorso è pubblicato sulle splendide pagine de «Nel mondo del lavoro», stampato con i dollari U.S.A. e gratuitamente distribuito, ci rassicura, egregio mister Golden, che non stiamo leggendo un discorso di Di Vittorio. Infatti l’argomento è identico. Due gocce d’acqua, d’acqua marcia, si intende. Ma lasciamo correre… Salari alti, prezzi bassi, reinvestimento dei profitti: ecco riassunto in sintesi la vostra teoria (vostra nel senso sociale, non personale giacché voi siete solo uno scimmiottatore maldestro) della «profondità del mercato». A dimostrazione della vostra idiozia tipicamente americana, tenete ad aggiungere: «Se queste cose (vedi sopra) non vengono fatte accuratamente, saggiamente, prudentemente ed in modo continuativo, i mezzi della tecnica moderna diventano una dannazione piuttosto che una benedizione perché allora la capacità di produzione sorpassa la capacità di consumo».

Benissimo. Avete messo il dito sulla piaga. la quadratura del cerchio capitalista è rappresentato appunto dall’insolubile problema sociale che è determinato dalla fondamentale esigenza dell’equilibrio tra salari e prezzi. Rifuggendo da errate interpretazioni lassalliane del rapporto salario-profitto, non abbiamo difficoltà ad accettare che il capitalismo riesca, nel campo della grande industria, ad ottenere e gli uni e gli altri. e i salari relativamente alti e i prezzi bassi. Ma ciò si ottiene in un solo modo: innalzando forzosamente il livello della produttività del lavoro, il che significa aumentando percentualmente gli sforzi produttivi dei lavoratori, affinché un accresciuto montante della produzione compensi il lecco elargito agli operai occupati. Esempio pratico di un aumento di produttività: la massa di prodotto realizzabile occupando 1.000.000  di operai, viene ottenuta mediante la meccanizzazione ad oltranza dei mezzi di produzione e mediante l’accresciuto sforzo lavorativo degli operai il che consentirà la riduzione della massa impiegabile dei lavoratori, poniamo a 250 mila unità. Ovviamente il tasso del profitto salirà in proporzione, e agli imprenditori riuscirà possibile aumentare relativamente i salari degli operai occupati. Ma, e gli altri 750.000 operai che sono stati sacrificati sull’altare del Dio Produttività e gettati sul lastrico, ad ingrossamento della armata industriale di riserva? Si gioveranno anch’essi degli aumenti di salari concessi agli operai occupati?

Grandi ritorni

Cara Battaglia,
il deputato socialista di Firenze, on.le Garosi, in un discorso tenuto a Tempio Pausania (Sassari) il 1º maggio del 1920, alle ore 10 precise sulla Piazza Nino di Gallura, davanti a circa quattromila operai e operaie, dopo aver esaltato la rivoluzione di Ottobre capeggiata da Lenin e dal partito bolscevico, concludeva additando al ludibrio dei proletari il «Nitti delle guardie regie, Nitti della signora dalla pelliccia di 300.000 franchi, la signora che colla sua lussuosa macchina trascorre le giornate più belle della sua non ancora tramontata giovinezza vagolando da una capitale all’altra d’Europa a godere le gioie del mondo col sudore tratto dalle vostre fatiche, mentre voi, lavoratori e lavoratrici, godete la polvere e respirate la puzza della benzina». Tra gli applausi scroscianti, un solo fischio anonimo.
Che ne penseranno l’interruttore del 1920 e le masse che assistevano al comizio e che ora avrebbero dovuto eleggere in nome degli «interessi popolari» il Nitti della signora dalla pelliccia da 300.000 lire non svalutate? Per i lavoratori l’imbroglio continua; e le guardie e le pellicce circolano tranquille.
Saluti.
Uno di Arenzano presente al discorso

Consigli di gestione e azionariato operaio

L’accusa più ricorrente che viene mossa a noi, anche da operai scarsamente informati del nostro lavoro politico, è che tendiamo ad applicare a tutte le forze dello schieramento politico uno schema mentale di intransigente ostilità. Ciò succede perché gli operai influenzati da falsi partiti proletari non riescono a riferire realisticamente le rivendicazioni programmatiche e l’azione politica di codesti partiti alle esigenze della lotta di classe tra borghesia e proletariato. Ora non occorre proprio partire da una preconcetta ostilità contro i partiti in cui si divide la classe dominante italiana, per concludere che nulla di sostanziale li divide sul piano delle «soluzioni» da essi rispettivamente proposte in relazione alla lotta di classe. Prendiamo ad esempio la politica seguita dai principali partiti in vista della cosiddetta partecipazione degli operai alla gestione delle aziende.

La dominazione della classe borghese si effettua nell’esercizio del diritto di proprietà privata sui mezzi di produzione e sui prodotti del lavoro sociale. Dove esiste la proprietà statale, lo sfruttamento del lavoro sociale si perpetua, nonostante il camuffamento della classe dominante, nelle forme di distribuzione mercantile e monetaria, per cui i produttori restano nella condizione di operai salariati non aventi diritto di possesso sui beni prodotti. Che la questione del controllo sui mezzi di produzione e sulla massa totale dei beni prodotti sia al centro della lotta di classe tra operai e capitalisti è ammesso ormai non solo dai marxisti, ma da tutti i partiti politici in cui la classe dominante si scompone. Le prove sono fornite dalla enorme letteratura (che ogni partito pseudo-proletario o borghese, non esclusi i fascisti, attivamente collabora a ingrossare) e che specula, sproloquiando, sul tema della cosiddetta ammissione degli operai alla gestione delle imprese e alla spartizione degli utili. Siamo disposti a farci harakiri, se qualcuno riuscirà a provarci che uno solo dei partiti, che oggi tengono il cartellone in Italia e fuori, non includa nel suo programma la rivendicazione della gestione interclassista delle aziende…

Per comodità di esposizione, dobbiamo interessarci dei partiti principali, lasciando i minori, quelli che non hanno vasta influenza politica e una estesa macchina sindacale alle dipendenze. Consideriamo la «politica sociale» dei massimi partiti italiani: il P.C.I. e il partito democristiano, lasciando subito da parte la ipocrita e vana pretesa della C.G.I.L. e dalla C.I.S.L. di svolgere attività autonoma dalla lotta politica. Entrambi discutono quotidianamente, tirando in ballo la Costituzione, sul principio dell’inserimento degli operai nella gestione delle aziende. Divergenti, ma solo apparentemente, sono le soluzioni pratiche che ognuna delle due grandi organizzazioni politiche e sindacali propugna. L’abbiamo detto nel titolo: Consigli di Gestione e azionariato operaio.

Ogni operaio che lavora in una grande azienda industriale ha sufficienti nozioni della natura e delle funzioni del Consiglio di Gestione ideato, proposto e in molti casi attuato dalle forze sindacali legate alla C.G.I.L…. e per essa al P.C.I. Il Consiglio di Gestione è un organo composto di rappresentanti del salariato e degli impiegati di una data impresa, cui è affidato il compito di collaborare con la Direzione nella gestione dell’impresa, interessandosi di migliorare le attrezzature, razionalizzare i processi produttivi, incrementare le vendite dei prodotti, procurare, magari con azioni di massa, ordinativi, commesse, finanziamenti governativi ecc. Clamoroso il caso del Consiglio di Gestione della FIAT che recentemente contrapponeva un modello di auto utilitaria al progetto approvato dalla Direzione stessa della FIAT, dimostrando che quest’ultimo comportava più alti costi di produzione. Meglio di mille ragionamenti, il caso della FIAT vale ad illustrare la funzione del Consiglio di Gestione propugnato dal P.C.I. È chiaro che un simile organismo, nonostante abbia finora solo un voto consultivo e sia stato ridotto dai capitalisti a mera formalità burocratica, tende a fare meglio… dei capitalisti gli affari del Capitale. Esso, se accettato dalla borghesia industriale, lavorerebbe sicuramente a snellire i processi produttivi e a ridurre i costi di produzione delle automobili, delle sigarette, delle navi e via dicendo. Ma risolverebbe il problema storico del controllo sui prodotti del lavoro sociale, che è il fondo della lotta di classe? No, evidentemente. Il Consiglio di Gestione ammette la partecipazione dei rappresentanti operai alla conduzione degli affari economici e produttivi delle aziende, ma non scalfisce affatto il principio fondamentale su cui vigila la forza armata dello Stato borghese: il diritto di proprietà del capitalista sulla massa dei prodotti.

Subodorando che l’interesse di classe delle masse lavoratrici le porta istintivamente a porsi la questione del possesso dei prodotti del loro lavoro, altri nemici della classe operaia puntano sul cosiddetto azionariato operaio. Si tratta della pretesa di trasformare i lavoratori in proprietari. Un esempio pratico dell’applicazione di tale furfantesco principio, errato teoricamente e truffaldino in pratica, è stato dato recentemente dalla Montecatini la quale decideva di distribuire a ciascuno dei suoi dipendenti, operai e impiegati, un certo numero di azioni. Siccome abbiamo considerato le funzioni del Consiglio di Gestione, supponendo cioè che tale misura fosse felicemente realizzata, facciamo l’ipotesi che i dividendi spartiti a fine d’anno dal Consiglio di Amministrazione delle varie società industriali fossero veramente distribuiti agli operai in misura non irrisoria, come accade in pratica, quando agli operai vengono assegnate, come nel caso della Montecatini, una mezza dozzina di azioni a testa. In tale caso, ipotetico ed astratto, si realizzerebbe la demagogica parola d’ordine propria dei cattolici: «Tutti proprietari», che dovrebbe allontanare definitivamente lo spettro della messa in comune dei mezzi di produzione e dei beni di consumo, che il comunismo rivendica. È chiaro che in tale ipotetico caso non si verificherebbe nessuna novità sostanziale, ma bensì un più stretto assoggettamento delle masse alle leggi economiche che reggono il sistema capitalista, una più trascinante spinta del salariato a seguire il capitalismo nelle convulsioni che sono inseparabili dalla sua propria dinamica che si esprime nella concorrenza, nelle crisi commerciali, nelle guerre imperialiste. Esempio: se fosse possibile che gli operai della Montecatini partecipassero in misura notevole alla spartizione degli utili e lo stesso avvenisse, poniamo, per la I.G. Farben tedesca, la partecipazione agli utili delle masse lavorative concesse dai due colossi monopolistici non cancellerebbe affatto le cause di concorrenza e di rivalità che sono inseparabili dall’esistenza stessa delle ditte capitalistiche.

È chiaro che né la effettiva partecipazione del salariato alla gestione delle aziende, sbandierata dagli autori dei Consigli di Gestione, né la concessione agli operai di un pacchetto azionario tale da assicurare agli «azionisti operai» il potere di influenzare le deliberazioni dei Consigli di Amministrazione delle Società, sono rivendicazioni suscettibili di pratica realizzazione. Esse sono solo formule propagandistiche che il capitalismo sa di non poter mai realizzare, a meno che non si accetti che la borghesia possa rinunciare volontariamente ai propri privilegi, il che è per lo meno ingenuo come credere al Paradiso. Ma appunto per dimostrarne la falsità e le finalità reazionarie, abbiamo supposto la piena realizzazione del principio stalinista del Consiglio di Gestione e di quello democristiano dell’azionariato operaio. In conclusione, le famose riforme di struttura, proclamate da stalinisti, democristiani, socialdemocratici, fascisti, ecc… ecc… (altra trovata sono i Comitati aziendali di produzione fondati sul piratesco principio che maggiore produttività equivale a migliore tenore di vita della classe operaia) tendono a legare gli operai alle imprese capitalistiche, facendoli partecipi non già degli utili né della direzione tecnica e amministrativa, ma solo della loro politica di conservazione e di incessante accumulazione. È chiaro che tali riforme possono essere accettate solo da coloro che illudono gli operai con mirabolanti piani di distruzione pacifica e progressiva del capitalismo, che insegnano alle masse la falsa dottrina della eliminazione del capitalismo mediante i mezzi legali offerti dalla stessa classe dominante. Gli operai rivoluzionari che hanno afferrato l’incontrovertibile verità che il capitalismo si distrugge in una lotta violenta, extralegale, insurrezionale, non possono accettare né la rivendicazione dei Consigli di Gestione né quella dell’azionariato operaio, attorno alle quali ruotano, a parte le differenze verbali e formali, i programmi «sociali» di tutti quanti i partiti politici italiani.

Le Gambe ai Cani

Alla fine della seconda guerra mondiale era facile stabilire che poche settimane sarebbero bastate a disperdere la illusione generosa ma inutile e vana di grandi movimenti rivoluzionari armati della classe lavoratrice, corrispondenti a quelli della fine della prima guerra.

Nella complessità dello sviluppo, due erano gli aspetti principali che ancora una volta accenniamo. Gli eserciti vincitori invece di contentarsi della resa a discrezione dello Stato Maggiore avversario e del potere politico governante, sopprimevano la funzione di entrambi totalmente, e occupavano ovunque il territorio dei paesi vinti stabilendovi uno stato di assedio militare indefinito. Da ciò la inutilità pratica del rapporto di forze favorevole tra classe proletaria e Stato sconfitto in guerra, e la impossibilità di un rapido passaggio dall’adesione o dalla sopportazione della guerra al disfattismo. L’altro aspetto era la decomposizione del movimento rivoluzionario della III Internazionale, che avendo preso le mosse da una serie di deviazioni a destra nella tattica fin dal 1922, all’incirca alla costituzione del Partito Comunista d’Italia, aveva con successive tappe disertate tutte le posizioni rivoluzionarie fino a ricollocarsi sul terreno dei movimenti traditori della II Internazionale e della prima guerra mondiale, e peggio.

D’altra parte questi due fattori del rapporto di forze del dopoguerra erano visibili non solo dal principio della guerra, ma fin dal formarsi dei partiti borghesi totalitari di governo in vari paesi di Europa. Stabilitasi con questo fatto storico la prospettiva sicura di una nuova edizione di “guerra ideologica” in campo europeo e di “blocco interclassista” nei campi nazionali, i disertori del comunismo facenti capo a Mosca si erano tuffati in tale prospettiva politica nel modo più schifoso e crasso. Non era che un’aggravante il fatto che cessando di essere classisti e comunisti restassero totalitari, e che per manovra di politica militare ed estera avessero una fase di amori coi borghesi totalitari nazisti.

Tirate le somme di queste premesse la fase di ripresa del movimento proletario, tale da star lontano dalle antiche rogne opportunistiche e dalla nuova e più paralizzante lue, si delineava misurabile non ad anni ma a decenni, ed il compito dei gruppi che avevano tenuta e difesa la posizione disertata dal novantanove per cento dei comunisti 1919 risultava lungo e difficile, e cominciava con un laborioso bilancio del disastro controrivoluzionario da esaminare, intendere ed utilizzare ad un totale riordinamento.

A ciò le forze limitate disponibili hanno lavorato in Italia – e forse ancor minori erano fuori d’Italia – già per un sette anni, ristabilendo i dati storici ed informativi e svolgendo il lavoro di analisi, che si è posto risolutamente di fronte e contro ogni pessimismo facile a concludere che, se le cose sono andate tanto al rovescio, i principi di partenza vanno se non in tutto in larga parte abbandonati e sostituiti. La rivista Prometeo e il giornale Battaglia Comunista hanno lavorato a tenere in piedi questo caposaldo della continuità della teoria e del metodo di azione dei comunisti.

Dato il compito ed i mezzi era non meno chiaro che una chiassosa ripercussione nella “politica italiana”, come la capiscono quelli della radio e della stampa o degli altoparlanti elettorali, sarebbe mancata. Bisognava anzi decisamente augurarselo; ogni impazienza grossolana non ha fatto che rendere più lunga l’aspra via. Del resto i sensibili a queste emozioncelle il marxismo da un secolo lavora a toglierseli dai piedi. E quando, anche nel vento contrario, tanto avviene, è un buon risultato.

Base di un tale lavoro è stato il richiamo di opere e tesi fondamentali del movimento, della esperienza e della storia di esso da quando è sorto, ed il confronto dei recenti fatti storici con la visione originaria dei marxisti: quanto è stato elaborato trovasi distribuito in luoghi e studii diversi, con costante, instancabile riferimento alle citazioni necessarie.

I nuovi fatti, tale la nostra posizione recisa, non conducono a correggere le posizioni antiche né ad aggiungere ad esse complementi e rettifiche. La lettura dei testi di principio la facciamo oggi come nel 1921 e prima, la lettura dei fatti successivi nello stesso modo, le proposte sul metodo di organizzazione e di azione restano confermate.

Questo lavoro non è affidato né ad una persona né ad un comitato e tantomeno ad un ufficio, esso è un momento e un settore di un lavoro unitario che si svolge da oltre un secolo, e molto al di fuori dell’aprirsi e chiudersi di generazioni, e non si iscrive nel curriculum vitae di nessuno, nemmeno di quelli che abbiano avuto lunghissimi tempi di coerente elaborazione e maturazione dei risultati. Il movimento vieta e deve vietare iniziative estemporanee e personali o contingenti in tale opera elaborativa di testi di indirizzo ed anche di studii interpretativi del procedere storico che ci circonda.

L’idea che con un’oretta di tempo, con la penna e con il calamaio, qualche buon figliolo si metta a freddo a rediger testi, o anche che lo faccia la cirenea “base” per l’invito di una circolare, o una effimera riunione accademica chiassosa o clandestina, è un’idea bambocciale. I risultati sono da diffidare e squalificare in partenza. Soprattutto quando una tale disposizione di dettami viene dai maniaci dell’opera e dell’intervento umano sulla storia. Intervengono uomini, dati uomini, o un dato Uomo con la maiuscola? Vecchia questione. La storia la fanno gli uomini, soltanto che sanno assai poco perché la fanno e come la fanno. Ma in genere tutti i “patiti” dell’azione umana, e i dileggiatori di un preteso automatismo fatalista, da una parte sono quelli che accarezzano – nel proprio foro interiore – l’idea di avere nel corpicciuolo quel tale Uomo predestinato, dall’altra sono proprio quelli che nulla hanno capito e nulla possono nemmeno intendere che la storia non guadagna o perde un decimo di secondo, sia che essi dormano come ghiri, sia che realizzino il sogno generoso di dimenarsi come ossessi.

Con gelido cinismo e senza il minimo rimorso ad ogni esemplare superattivista più o meno autoconvinto di serissime funzioni, e ad ogni sinedrio di novatori e pilotatori del domani ripetiamo: “jateve a cuccà”! Siete impotenti anche a caricare la sveglia.

Il compito di mettere a posto le tesi e raddrizzare le gambe ai cani che deviano da tutte le bande, compito che si riapre sempre dove meno te l’aspettavi, vuole ben altro che la breve ora del congressino o del discorsetto.

Non è facile tentare un indice dei posti dove si è dovuto accorrere a turare falle, opera evidentemente ritenuta ingloriosa da quelli nati per “passare alla storia”, con stile non tamponante ma sfondante. Pensiamo possa servire un piccolo indice, che ovviamente non è perfetto ed avrà ripetizioni ed inversioni. Indichiamo le tesi corrette a fronte di quelle errate: non chiamiamo queste antitèsi, pronunziato piano, che si confonde collo sdrucciolo antìtesi, ovvero contrapposta presenza di due diverse tesi. Diremo: controtesi.

Anche per pure ragioni espositive dividiamo i punti in tre settori, di evidente intercomunicazione: Storia, Economia, Filosofia (considerate il vocabolo tra virgolette). Trascuriamo di massima quelle vere e proprie tesi avversarie e borghesi che si oppongono diametralmente alle nostre, e di cui ben nota è la confutazione, e talvolta prendiamo come controtesi quelle che sono più che altro formulazioni scorrette, prevalse per cattivo vezzo da tempo e generatrici di equivoci non lievi.

Controtesi e tesi storiche 

CONTROTESI 1.
    All’incirca dall’inizio del diciannovesimo secolo, la società è divisa in due classi in lotta: i borghesi detentori degli strumenti di produzione e i proletari salariati.

TESI 1.
    Secondo Marx le classi nei paesi pienamente industriali sono tre:
1 – Capitalisti dell’industria commercio e banca,
2 – Proprietari  fondiari, ben  vero  nel modo  borghese,  col  libero  mercato della terra agraria,
3 – Lavoratori salariati.
    In tutti i paesi, ma soprattutto in quelli ad industria poco sviluppata, e nel periodo in cui la borghesia non ha ancora preso il potere politico, sono presenti in diversa misura ancora altra classi, come: aristocrazia feudale; artigiani; contadini proprietari.
    La borghesia prima, e in seguito i salariati, cominciano ad avere peso storico in varii tempi nei vari paesi: Italia, sec. XV – Paesi Bassi, sec. XVI – Inghilterra, sec. XVII – Francia, sec. XVIII – Europa centrale, America, Australia, ecc., sec. XIX – Russia, sec. XX – Asia, oggi.
    Ne seguono diversissime aree, e schieramenti, di lotte di classe.

CONTROTESI 2.
    I proletari sono e si mostrano indifferenti nelle lotte rivoluzionarie della borghesia contro i poteri feudali.

TESI 2.
    Le masse dei proletari lottano ovunque sul terreno della insurrezione per rovesciare i privilegi feudali e i poteri assoluti. Nei vari paesi e tempi, una parte centrale della classe operaia ingenuamente vide nelle rivendicazioni borghesi democratiche una conquista effettiva anche dei cittadini poveri. Un altro strato vede che anche i borghesi che vanno al potere sono sfruttatori, ma è influenzato dalle dottrine del “socialismo reazionario” che vorrebbe allearsi, in odio ai padroni, colla controrivoluzione feudale. La parte più avanzata si porta sulla posizione corretta: tra padroni ed operai da essi sfruttati non vi sono rivendicazioni ideologiche e “civili” comuni, ma la rivoluzione borghese è necessaria, sia per aprire la via all’impiego a grande scala della produzione in masse collaboranti, che permette nuovo tenore di vita, e maggiori consumi e soddisfazioni alla parte misera della società, sia per rendere poi possibile una gestione sociale, ossia proletaria in primo tempo, delle nuove forze. I lavoratori si battono quindi con la grande borghesia contro la nobiltà e il clero, ed anche (Manifesto) contro la piccola borghesia reazionaria.

CONTROTESI 3.
    Dove avvennero controrivoluzioni dopo la vittoria borghese (restaurazioni feudali e dinastiche) la lotta non interessò i lavoratori, perché si svolgeva tra due loro nemici.

TESI 3.
    In ogni lotta armata per la restaurazione (sono esempi di questa le coalizioni antifrancesi) e contro di essa (esempi le rivoluzioni repubblicane francesi nel 1831 e 1848) il proletariato lottò e doveva lottare nelle trincee o sulle barricate coi borghesi radicali. La dialettica delle lotte di classe e delle guerre civili mostrò che tale aiuto era necessario alla borghesia proprietaria e industriale per vincere; ma appena dopo la vittoria la stessa si gettò ferocemente contro il proletariato che voleva vantaggi sociali e potere. Tale è l’unica via del succedersi inevitabile delle rivoluzioni e controrivoluzioni: quell’aiuto storico insurrezionale alle borghesie è la condizione per poterla un giorno sconfiggere, dopo una serie di tentativi.

CONTROTESI 4.
    Ogni guerra tra Stati feudali e borghesi, o insurrezione per la indipendenza nazionale dallo straniero, fu indifferente alla classe operaia.

TESI 4.
    La formazione di Stati nazionali con razza e lingua in massima uniforme è la condizione ottima per sostituire la produzione capitalistica a quella medievale, e ogni borghesia lotta a tale scopo anche prima che la nobiltà reazionaria sia rovesciata. Tale sistemazione, soprattutto dell’Europa, in Stati nazionali è per i lavoratori un trapasso necessario, poiché all’internazionalismo, subito affermato dai primissimi movimenti operai, non si perviene senza superare il localismo di produzione di consumo e di rivendicazioni proprio del tempo feudale. Quindi il proletariato nel suo interesse di classe lotta per la libertà della Francia, della Germania, dell’Italia, degli staterelli balcanici, fino al 1870, epoca in cui questo assestamento può dirsi compiuto. Mentre dura l’alleanza nella azione armata, si sviluppa la differenziazione delle ideologie di classe, e i lavoratori si sottraggono a quelle nazionali e patriottiche. Soprattutto interessavano l’avvenire del movimento proletario le vittorie contro la Santa Alleanza, contro l’Austria nel 1859 e 1866, e in ultimo contro Napoleone III stesso, nel 1870; sempre contro la Turchia e la Russia; o per converso erano condizioni negative le sconfitte (Marx, Engels, in tutte le opere, tesi di Lenin sulla guerra 1914). Tutti questi criteri si applicano al moderno “Oriente”.

CONTROTESI 5.
    Dal momento che in tutto il continente o i continenti di razza bianca sono al potere i borghesi, le guerre sono di rivalità imperialistica, non solo nessun movimento operaio ha interessi solidali col governo in guerra, e continua la lotta di classe fino al disfattismo, ma lo stesso esito della guerra in una o nell’altra direzione è privo di influenze sugli sviluppi futuri della lotta di classe e della rivoluzione proletaria.

TESI 5.
    Giusta Lenin le guerre dal 1871 e dopo il periodo di capitalismo “pacifico” sono imperialistiche, la loro accettazione ideologica è tradimento, e nel 1914, sia nei paesi della Intesa che in quelli tedeschi, ogni partito operaio rivoluzionario doveva fare opera contro la guerra e per trasformarla in guerra civile, soprattutto sfruttando la sconfitta militare.
    Esclusa quindi ogni alleanza in azioni armate regolari o irregolari con i borghesi, non cessa di essere considerato il problema dei diversi effetti delle soluzioni militari, ed è vano sostenere che siano indifferenti le conseguenze di inversioni in così immense forze di urto. In linea generale può dirsi che è più sfavorevole al proletariato e alla sua rivoluzione la vittoria militare degli Stati borghesi più antichi, ricchi, e stabili socialmente e politicamente. Esiste un diretto legame tra lo sfavorevole decorso della lotta proletaria in 150 anni, che ha almeno triplicato il tempo calcolato dal marxismo, e la costante vittoria della Gran Bretagna nelle guerre contro Napoleone, e poi contro la Germania. Il potere borghese inglese è stabile ormai da tre secoli. Marx fece largo affidamento sulla guerra civile americana, ma la stessa non ebbe per risultato il formarsi di una forza capace di battere l’Europa, bensì di un contrafforte alla potenza inglese, che è divenuto gradualmente il centro, attraverso guerre condotte in comune e non con un conflitto diretto.
    Nel  1914 Lenin chiaramente indicò la soluzione più favorevole in una sconfitta militare delle forze armate dello Zar, che avrebbe reso possibile lo scoppio dell’urto di classe in Russia; e lottò con ogni forza contro la considerazione che l’ipotesi deteriore fosse la vittoria tedesca sugli anglo-francesi, pur bollando con ugual forza i socialsciovinisti germanici.

CONTROTESI 6.
    La rivoluzione russa non ebbe altro carattere che quello dello scoppio della rivoluzione proletaria nel punto ove i borghesi sono più deboli, e dal quale la lotta può estendersi agli altri paesi.

TESI 6.
    È ovvio che la rivoluzione proletaria non può vincere che internazionalmente, e che si può e si deve iniziare ovunque il rapporto di forze è più favorevole, essendo puramente disfattista la tesi che la rivoluzione si debba cominciare nel paese di più sviluppato capitalismo, e poi negli altri. Ma per battere la posizione opportunista ben altra è l’impostazione marxista del punto storico.
    Nel 1848 Marx considera che malgrado le violente lotte cartiste la rivoluzione di classe non esploderà partendo dalla industriale Inghilterra. Conta che il proletariato francese possa dare battaglia innestandosi alla rivoluzione repubblicana. Soprattutto considera come punto di appoggio la doppia rivoluzione in Germania, dove sono ancora al potere le istituzioni feudali, e tratteggia anche in precise disposizioni politiche la manovra del proletariato germanico; prima con liberali e borghesi, subito dopo addosso ad essi.
    Per venti anni almeno e soprattutto dopo il 1905, in cui il proletariato russo appare in campo come classe, i bolscevichi preparano una simile prospettiva in Russia. Essa poggia su due elementi: decrepitezza delle istituzioni feudali che (per vile che sia la borghesia russa) saranno assalite – necessità della sconfitta che, come quella contro il Giappone, dia la seconda occasione.
    Il proletariato e il suo partito, ben collegati in dottrina ed organizzazione coi partiti dei paesi da tempo borghesi, si tracciano questo compito: addossarsi la lotta per la rivoluzione liberale contro lo zarismo e per l’emancipazione contadina contro i boiardi, e quindi la presa del potere da parte della classe operaia russa.
    Molte rivoluzioni nella storia furono sconfitte: alcune per non essere riuscite a prendere il potere, altre per una repressione armata che lo ritolse (Comune di Parigi), altre senza repressione militare ma per distruzione della trama sociale (Comuni borghesi italiani). In Germania l’attesa doppia rivoluzione vinse militarmente (più socialmente) il primo trapasso, fallì al secondo. In Russia la doppia rivoluzione vinse tutti e due i trapassi militari di guerra civile, vinse il primo trapasso economico sociale, perdette il secondo ossia quello da capitalismo a socialismo, benché non vi sia stata una invasione dall’esterno, ma come effetto della sconfitta proletaria internazionale fuori di Russia (1918-1923). Lo sforzo del potere russo è oggi non verso il socialismo, ma verso il capitalismo, in rivoluzionaria marcia sull’Asia.
    Lo svolto storico che poteva avere al centro la Germania 1848 o la Russia 1917 non si può ripresentare, probabilmente, come rivolgimento interno nazionale, non essendo pensabile che analoga influenza mondiale possa avere ad esempio la Cina, d’altronde già in via di passaggio da feudalismo a borghesismo.
    Il punto debole per iniziare localmente la nuova fase rivoluzionaria internazionale poteva, da allora in poi, venire solo da una guerra perduta in un paese capitalistico.

CONTROTESI 7.
    Sebbene sia chiaro che il formarsi di sistemi totalitari di governo in paesi capitalistici nulla abbia a che vedere con le controrivoluzioni restauratrici di cui le tesi 2 e 3, e sia una attesa conseguenza della concentrazione economica e sociale delle forze, e quindi sia una ricaduta nel tradimento il ravvisare la necessità di un blocco proletario borghese per ripristinare in economia e politica il liberalismo, e adottare il metodo della lotta partigiana – e sebbene sia anche posizione sbagliata quella di appoggiare in caso di scontro tra Stati borghesi il gruppo avverso a quello che si prefigge di attaccare la Russia, per difendere un regime che deriva comunque da vittoria proletaria – alle soluzioni della seconda guerra mondiale imperialistica non si doveva attribuire alcuna influenza sulle prospettive proletarie di classe e di ripresa rivoluzionaria.

TESI 7.
    Non esaurisce il problema storico che ogni valutazione crociatista della guerra, come conflitto di “ideologie” tra democrazia e fascismo, era tanto deteriore come quelle del 1914 a motivi di libertà, civiltà e nazionalità. Tali scopi di propaganda coprono da entrambi i lati lo scopo di conquista di mercati e di potenza economica e politica: ciò è giusto, ma non basta. La fine del capitalismo non avverrà che come una serie di esplosioni dei sistemi unitari che sono gli Stati territoriali di classe: questo è il processo da individuare e potendolo, da affrettare: dal tempo delle guerre imperialiste è escluso che lo si affretti con una solidarietà proletaria politica e militare. Ma non è meno importante decifrarlo, e adeguarvi la strategia della internazionale dei partiti rivoluzionari. A tale linea di principio la politica russa ha sostituito la cinica manovra statale di un nuovo sistema di potere, e ciò dimostra che esso fa parte della costellazione mondiale capitalistica. Di qui il movimento della classe proletaria dovrà duramente risalire. E la prima tappa è: intendere.
    Allo scoppio della guerra lo Stato di Mosca passa un accordo con quello di Berlino: non sarà mai abbastanza diffusa la critica di questo svolto storico, accompagnato dalla mobilitazione di argomenti marxisti sulla natura imperialistica ed aggressiva della guerra di Londra e Parigi, a cui sono invitati i partiti sedicenti comunisti nei paesi dei due blocchi.
    Due anni dopo lo Stato di Mosca si allea con quelli di Londra, Parigi e Washington, e svolge tutta la propaganda a dimostrare che la guerra contro l’Asse è non una campagna imperialistica ma una crociata ideologica per la libertà e la democrazia.
    Di grande importanza per il nuovo movimento proletario non è solo lo stabilire che in entrambe le fasi sono abbandonate le direttive rivoluzionarie, ma il valutare il fatto storico che col secondo movimento lo Stato russo, mentre ha guadagnato forze e risorse per il suo avanzare capitalistico interno, ha contribuito alla soluzione conservatrice della guerra evitando con un enorme apporto di forza militare una catastrofe almeno del centro statale di Londra, per l’ennesima volta indenne dalla bufera bellica. Tale catastrofe era una condizione estremamente favorevole per un crollo degli altri Stati borghesi, cominciando da Berlino, per un incendio dell’Europa.

CONTROTESI 8.
    Nel presente antagonismo tra America e Russia (coi satelliti rispettivi) non vi è altro da considerare che due imperialismi da avversare allo stesso titolo, escludendo che l’una o l’altra soluzione – ovvero quella di compromesso duraturo – determinino grandi diversità di condizioni per la ripresa del movimento comunista e per la rivoluzione mondiale.

TESI 8.
    Tale equivalenza e parallelo, quando non si limiti a condannare ogni appoggio agli Stati nella possibile terza guerra, ogni azione partigiana dai due lati, ed ogni rinunzia ad azioni disfattiste interne autonome del proletariato ove ve ne fossero le forze, è posizione non solo insufficiente, ma dissennata. Non si potrà mai avere una visione della via per cui giunge la rivoluzione mondiale (visione necessaria anche quando la storia delude poi le possibilità favorevoli, e senza la quale non vi è partito marxista) senza porsi il quesito della mancata presenza di una lotta di classe rivoluzionaria tra capitalisti e proletari americani, ed anche inglesi, laddove più potente è l’industrialismo. Non è possibile separare questa risposta dalla constatazione della riuscita di tutte le imprese imperialistiche e di sfruttamento del restante mondo.
    Mentre i sistemi di potere in America e Inghilterra non hanno altra esigenza che la conservazione del capitalismo mondiale, e vi sono preparati da una lunga forza viva storica di movimento nella stessa direzione, e procedono con passo misurato verso il totalitarismo sociale e politico (altra inevitabile premessa al finale urto antagonistico) e mentre negli stessi satelliti di questo blocco vi è una situazione di avanzato regime borghese, nell’altro blocco le condizioni sono opposte, si rinvengono i territori europei ed extraeuropei ove ancora socialmente e politicamente la borghesia più recente lotta contro i resti feudali, e le formazioni statali sono giovani e ad ossatura meno consolidata; d’altra parte questo blocco è ridotto ad usare l’inganno democratico e collaborazionista di classe solo esternamente, ed ha già bruciate tutte le risorse del governo unipartitico e totalitario, abbreviando il ciclo. Ovviamente esso cadrà in crisi se vi cade il formidabile sistema capitalistico con centro a Washington, che controlla i cinque sesti dell’economia matura al socialismo, e dei territori ove vi è proletariato salariato puro.
    La rivoluzione non potrà passare che da una lotta civile nell’interno degli Stati Uniti, che una vittoria nella guerra mondiale prorogherebbe di un tempo misurabile a mezzi secoli.
    Poiché il movimento marxista non tralignato è oggi minimo, il suo compito non può giungere a mandare maggiori forze a dirompere internamente l’uno o l’altro sistema, al che in principio tenderebbe: fondamentalmente si tratta di raccogliere i gruppi proletari (ancora tanto esigui) che intendono come a questo consolidamento della potenza capitalistica nei sistemi organizzati massimi ha in primo grado collaborato in trenta anni la politica di Mosca e dei partiti che sono con Mosca, creando prima con la falsa politica, e poi addirittura coll’apporto di milioni e milioni di caduti, il contributo primissimo al successo della criminale soggezione delle masse alla prospettiva di benessere e di libertà nel regime capitalistico e nella “civiltà occidentale e cristiana”.
    Il modo con cui il proletariato inquadrato da Mosca la combatte all’interno dei paesi atlantici, è per questa civiltà maledetta il migliore successo e la migliore assicurazione; e ciò purtroppo anche ai fini delle previsioni sulla sorte di un attacco militare che da Oriente potrebbe essere portato.

Controtesi e tesi economiche

CONTROTESI 1.
    Il ciclo di svolgimento dell’economia capitalistica va verso una continua depressione del tenore di vita dei lavoratori, cui viene lasciato solo quanto basta ad alimentare la vita.

TESI 1.
    Ferma restando la dottrina della concentrazione della ricchezza in unità sempre maggiori di volume e minori in numero, la teoria della crescente miseria non significa che il sistema di produzione capitalistico non abbia aumentato enormemente la produzione dei beni di consumo rompendo la produzione parcellare e il consumo entro isole chiuse, progressivamente aumentando la soddisfazione dei bisogni per tutte le classi. La teoria marxista significa che nel fare questo l’anarchia della produzione borghese disperde i nove decimi delle centuplicate energie, espropria spietatamente tutti i medi detentori di piccole riserve di beni utili, e quindi aumenta enormemente il numero dei senza-riserva che consumano giorno per giorno la remunerazione, in modo che la maggioranza della umanità è senza difesa contro le crisi economiche sociali e di spaventosa distruzione bellica al capitalismo inerenti, e contro la sua politica preveduta da oltre un secolo di esasperata dittatura di classe.

CONTROTESI 2.
    Il capitalismo è superato qualora si riesca ad attribuire al lavoratore la quota di plusvalore sottrattagli (frutto indiminuito del lavoro).

TESI 2.
    Il capitalismo è superato quando alla collettività lavoratrice si renda, non la quota di profitto sul dieci per cento consumato, ma il novanta per cento dilapidato dall’anarchia economica. Ciò non avviene con una diversa contabilità di valori scambiati, ma togliendo ai beni di consumo il carattere di merci, abolendo il salario in moneta, e organizzando centralmente l’attività produttiva generale.

CONTROTESI 3.
    Il capitalismo è superato da una economia in cui i gruppi di produttori abbiano il controllo e la gestione delle singole aziende e queste trattino liberamente tra loro.

TESI 3.
    Un sistema di scambio mercantile tra aziende libere autonome al loro interno, come può essere propugnato da cooperativisti, sindacalisti, libertari, non ha alcuna possibilità storica e non ha alcun carattere socialista. Esso è retrogrado anche rispetto a molti settori già organizzati alla scala generale in tempo borghese, come richiede il procedere della tecnica, e la complessità della vita sociale. Socialismo, o comunismo, vuol dire che la intera società e l’unica associazione di produttori e consumatori. Ogni sistema aziendale conserva il dispotismo interno di fabbrica e l’anarchia dello adeguamento al consumo dello sforzo di lavoro, oggi almeno decuplo del necessario.

CONTROTESI 4.
    Una direzione dell’economia da parte dello Stato e una gestione di Stato delle aziende produttive, anche se non è socialismo, tuttavia modifica il carattere del capitalismo quale Marx lo studiò, e quindi modifica la prospettiva del suo crollo, e determina una terza inattesa forma di post-capitalismo.

TESI 4.
    La neutralità economica dello Stato politico non è stata che una rivendicazione dei borghesi contro lo Stato feudale. Il marxismo ha dimostrato che lo Stato moderno non rappresenta la società intera, ma la classe dominante capitalistica; con ciò ha detto, dalla prima pagina, che lo Stato è una forza economica nelle mani del capitale, e della classe imprenditrice. Dirigismo e capitalismo di Stato sono ulteriori forme di soggezione dello Stato politico al capitale imprenditore. Esse delineano il previsto antagonismo finale esasperato delle classi, che non è un urto di numeri statistici, ma di forze fisiche: il proletario organizzato in partito rivoluzionario contro lo Stato costituito.

CONTROTESI 5.
    Data la inattesa forma dell’economia il marxismo, se vuol restare valido, deve cercare una terza classe che va al potere dopo la borghesia, gruppo umano dei titolari di capitale oggi scomparsi, e che non è il proletariato. Tale classe, che è quella che governa e ha privilegi in Russia, è la burocrazia. Ovvero, come si sostiene per l’America, tale classe è quella dei managers ossia dei dirigenti tecnici e amministrativi di aziende.

TESI 5.
    Ogni regime di classe ha avuto la sua burocrazia, amministrativa, giudiziaria, religiosa, militare, il cui insieme è uno strumento della classe al potere, ma i cui componenti non costituiscono una classe, poiché classe è l’insieme di quelli che stanno in una stessa relazione coi mezzi di produzione e consumo. La classe dei proprietari di schiavi aveva già cominciato a smobilitare non potendo nutrire i propri servi (Manifesto) quando la burocrazia imperiale regnava ancora, lottava contro la rivoluzione antischiavista e la reprimeva sanguinosamente. Gli aristocratici avevano conosciuta da tempo miseria e ghigliottina, che ancora le reti statali militari e clericali lottavano per l’antico regime. La burocrazia in Russia non è definibile senza un taglio arbitrario tra gli alti papaveri e il resto: in capitalismo di Stato tutti sono burocrati. Questa pretesa burocrazia russa, e dal canto suo la managerial class americana, sono strumenti senza vita e storia propria, al servizio del capitale mondiale contro la classe lavoratrice. I termini a cui tende l’antagonismo di classe rispondono alla prospettiva marxista dei fatti economici sociali e politici, e a nessun’altra antica; tanto meno a nuove costruzioni frutto della attuale ottenebrata atmosfera.

Controtesi e tesi “filosofiche”

TESI 1.
    In ogni epoca le dominanti opinioni, la cultura, l’arte, la religione, la filosofia, sono determinate dalla situazione degli uomini rispetto alla economia produttiva e dai rapporti sociali che ne derivano. Quindi ogni epoca, specie al suo culmine e nel centro del suo ciclo, vede tutti gli individui tendere ad opinioni, che non solo non discendono da eterne verità o luci dello spirito, ma che restano lontane dallo stesso interesse del singolo, della categoria o della classe, per essere in larga misura plasmate sugli interessi della classe dominante e delle istituzioni che le convengono.
    Solo dopo lungo e penoso contrasto di interessi e di bisogni, dopo lunghe lotte fisiche provocate dai contrasti di classe, si forma una nuova opinione e una dottrina propria della classe soggetta, che attacca i motivi di difesa dell’ordine costituito e ne prospetta una violenta demolizione. Fino a molto tempo dopo la vittoria fisica, preludio al lungo smantellamento delle influenze e menzogne tradizionali, solo una minoranza della classe interessata è in grado di porsi con sicurezza sulla via del nuovo corso.

CONTROTESI 1.
    Poiché gli interessi economici determinano le opinioni di ciascuno, nel seno della attuale società il partito borghese rappresenta l’interesse capitalistico e quello composto di operai il socialismo. Ogni problema si risolve dunque con una consultazione, non di tutti i cittadini il che è la menzogna democratica borghese, ma di tutti i lavoratori che sono in una stessa situazione di interessi, e la cui maggioranza vede bene il suo generale avvenire.

CONTROTESI 2.
    L’interesse di classe determina la coscienza di classe, e la coscienza determina l’azione rivoluzionaria. Si intende per rovesciamento della praxis il contrasto tra la dottrina borghese secondo cui ogni cittadino deve farsi per motivi ideali e culturali un’opinione politica, e secondo questa agire anche contro il suo interesse di gruppo, e quella marxista, secondo cui gli interessi di gruppo e di classe di ognuno gli dettano la sua personale opinione.

TESI 2.
    Il rovesciamento della prassi secondo la giusta visione del determinismo marxista significa che, mentre ogni singolo agisce secondo determinazioni ambientali (che non sono i soli suoi bisogni fisiologici ma anche tutte le innumeri influenze della tradizionali forme di produzione) e solo dopo avere agito tende ad avere una “coscienza”, in diversa misura imperfetta, e della sua azione, e dei motivi di essa; e mentre questo avviene anche per le azioni collettive, che sorgono spontanee e per effetto di condizioni materiali prima di divenire formulazioni ideologiche, il partito di classe raggruppa gli elementi avanzati della classe e della società che posseggono la dottrina del corso avvenire. È quindi il solo partito che, non ad arbitrio o per effetto di entusiasmi emotivi, ma procedendo razionalmente, è elemento di intervento attivo che nel linguaggio dei filosofi di professione si direbbe “cosciente” e “volontario”. Conquista del potere di classe, e dittatura, sono funzioni del partito.

CONTROTESI 3.
    Il partito di classe costruisce la dottrina della rivoluzione, e nei nuovi eventi e situazioni la trasforma secondo le nuove necessità e le esigenze della classe o le sue tendenze.

TESI 3.
    Una storica lotta di rivoluzione di classe, ed un partito che la rappresenta, sono fatti reali e non dottrinaria illusione, in quanto il corpo della nuova teoria (che altro non è che la discriminazione delle linee di eventi non ancora realizzati ma di cui si sono potute individuare le condizioni e le premesse nella precedente realtà) è stato formato quando storicamente la classe è apparsa in una nuova disposizione di forme di produzione sociale. La continuità, nel più ampio campo di tempo e di spazio, della dottrina e del partito della classe è la riprova della giustezza della previsione rivoluzionaria.
    Ad ogni sconfitta fisica delle forze della rivoluzione segue un periodo di smarrimento che prende la forma di revisioni di capitoli del corpo teorico, sotto il pretesto di nuovi dati ed eventi. Tutto il tracciato rivoluzionario sarà risultato valido soltanto quando e soltanto se, nel corso compiuto, si confermerà che dopo ogni scontro perduto le forze si ricostituiscono sulla stessa base e sullo stesso programma, che fu stabilito alla “dichiarazione di guerra di classe” (1848). Ogni accingersi a costruzioni nuove e diverse della teoria – come dimostra non una filosofica o scientifica elucubrazione ma una somma di esperienze storiche tratte dalla lotta secolare del proletariato moderno – vale per i marxisti una confessione di avere defezionato.

  * * *

      Le delucidazioni su questi sintetici cenni sono sparse in numerosi scritti di partito, e relazioni su convegni e riunioni.
    Il freno ad improvvisazioni pericolose non significa che di tale lavoro possa pensarsi un monopolio o una esclusiva in mano di chicchessia.
    Può con miglior cura darsi ordine agli argomenti, e può con maggiore chiarezza ed efficacia dettarsi l’esposizione. Con attività e studio può essere fatto meglio, in altri sette anni e in sette ore per settimana.
    Se poi avanzano bruciatori di tappe, ed a mazzetti, converrà dire (come ricordammo una volta del frigido Zinovief) che sono venuti uomini di quelli che appaiono ad ogni cinquecento anni; ed egli lo diceva di Lenin.
    Aspetteremo che siano imbalsamati. Noi non ci sentiamo da tanto.

Primati italici

Il Notiziario della Pesca, sotto il titolo «All’Italia il primato degli oneri sociali del lavoro» informa che in Italia detti oneri ammontano al 48,70% dei salari corrisposti, in Francia al 34,8, in Belgio al 22,76, in Germania Occidentale al 22, in Olanda al 19, in Grecia al 15, in Finlandia al 10,70, in Inghilterra all’8 e in Danimarca al 5,30. Da ciò conclude: «l’Italia è quindi all’avanguardia di tutte le nazioni europee nell’opera di previdenza e assistenza a favore delle classi lavoratrici».

Da questa conclusione, Il Timone del 5-12 aprile 1952 trae amare deduzioni sull’onere schiacciante che sopportano le nostre industrie per soddisfare le ingorde fauci dei vari I.N.P.S., I.N.A.I.L., I.N.A.M., I.N.A.-CASA ecc. ecc., perché infatti la «somma paurosa di contributi che opprime tutte le industrie, rendendo i nostri costi di produzione più alti di quelli stranieri, è destinata non già ad assicurare il benessere delle classi lavoratrici ma a garantire lauta e comoda vita a organizzazioni parassitarie le quali in Italia hanno assunto proporzioni enormemente superiori a quelle di altri paesi».

Dunque Il Timone «scopre» che è demagogia vantare certi primati di legislazione sociale, perché non è la classe operaia italiana a beneficiarne ma i parassiti burocrati di tutti gli istituti di previdenza. Il buon Timone va in bestia perché dalle povere tasche dell’industriale italiano (secondo lui è l’industriale e non l’operaio attivo che paga con una parte del suo salario) si fanno tirar fuori troppi quattrini e si provocano così gli alti prezzi dei prodotti che non troveranno perciò più acquirenti sul mercato internazionale.

Che cosa propone allora Il Timone per risolvere i due problemi che gli stanno a cuore, cioè quello economico della realizzazione del massimo profitto industriale e quello politico (tener meglio soggetta la classe operaia) dell’assistenza sociale? Una riforma.

Sempre gli stessi, questi borghesi. Quando vogliono la moglie ubriaca e la botte piena invocano sempre la stessa cosa: riforma. Perché allora, non affidate l’amministrazione dei vostri affari al partito di Togliatti che della riforma è il massimo propugnatore?

Questo partito si è assunto il grave compito di guidare la barca capitalista sul maremoto delle agitazioni operaie. Esso vuol riuscirci appunto con l’uso del solo timone: la riforma, pur sapendo che fa acqua da tutte le parti. Chiedete consiglio alle Botteghe Oscure!

Il marittimo

I cari ricordi di guerra

Nell’ottobre ’43 la guerra infuriava, milioni di proletari si scannavano sui fronti e dietro tutti i fronti. I dirigenti delle due sponde si preparavano a «liberare» i popoli: e brindavano allegramente.

Il capo della missione U.S.A., Magg. Deane, ricorda nella sua Strana Alleanza uno di questi brindisi in cui i «nemici» di oggi – americani e russi – si abbracciavano al coperto di montagne di cadaveri, e faticavano solo, i poveretti, a tagliare i monumenti di gelato.

Leggete, o votati all’austerità e alla liberazione di tutto il mondo:

«Io non avevo mai visto una tavola preparata con tanto lusso: in mezzo c’erano grandi vassoi di argento pieni di frutta fatta venire espressamente dal Caucaso; soltanto nei banchetti ufficiali si vedeva frutta fresca a Mosca. I bicchieri di cristallo, bellissimi, coprivano tutta la gamma dalle coppe per lo champagne ai bicchierini per la vodka. Lungo tutta la tavola correva una fila di bottiglie, ritmate da piatti d’argento pieni di zakouskàs russi, compreso il caviale fresco, grigio, a grana grossa, e quello pressato, nero, solido come catrame; c’erano anche cocomeri in conserva, salmone e storione crudo, fette di prosciutto, salumi, cioccolato avvolto in stagnola multicolore, e le altre leccornie di cui i russi hanno bisogno per stuzzicare l’appetito prima di cominciare il pasto. Le posate erano d’oro massiccio ed i piatti della più bella porcellana che sia mai stata incrostata d’oro. Lo spettacolo era straordinario, e faceva venire in mente la scena del banchetto nel film “Le sei mogli di Enrico VIII”. La colazione fu una sfilata interminabile di piatti, che cominciò con un borsch piuttosto pesante, continuò con un pesce delizioso in salsa olandese, un arrosto con l’insalata e vari altri piatti squisiti, e finì con un enorme monumento di gelato, che presentò problemi vari e difficili ai vari delegati che se ne dovettero servire».

Fuori, patetici appelli erano lanciati alla popolazione civile perché tirasse la cinghia e ai soldati perché offrissero la vita in nome della libertà altrui… di mangiare il gelato.

Vita del partito

A Messina, durante la campagna elettorale, un compagno ha proceduto ad una larga distribuzione del nostro giornale ed è intervenuto nei «comizi volanti» illustrando la nostra posizione nei riguardi della democrazia, dello stalinismo, delle elezioni, e denunciando l’ennesima truffa elettorale.

A Treviso, durante una conferenza tenuta da un gruppo anarchico, un compagno ha preso la parola illustrando la nostra posizione di lotta frontale contro tutte le manifestazioni politiche della dominazione borghese, contro i due blocchi imperialistici e contro i partiti del tradimento che sono a loro affiliati, e riaffermando il concetto che la guerra è radicata nel regime capitalista e da esso inestirpabile.

A Piombino, i compagni di Portoferraio e Piombino, con la partecipazione di compagni fiorentini, hanno discusso sulla situazione attuale e i compiti del Partito. Dopo aver constatato come l’alleanza capitalistico-opportunista soffochi in tutti i Paesi la ripresa proletaria, i compagni hanno riaffermato l’accettazione completa della «base per l’organizzazione», e la necessità di intensificare la preparazione seria e continua dei militanti del Partito, al di fuori di ogni pomposa pretesa volontaristica.