Dittatura proletaria e partito di classe Pt.2
Categorie: Party Doctrine, Union Question
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IV.
Molte differenze fondamentali si presentano nel ruolo dello Stato in rapporto alle classi sociali ed alle organizzazioni collettive, così come si presenta nella storia dei regimi sorti dalla rivoluzione borghese e come si presenterà dopo la vittoria proletaria.
a) L’ideologia borghese rivoluzionaria, prima della lotta e della vittoria finale, presentò il suo futuro Stato post-feudale non come uno Stato di classe, ma come lo Stato popolare, fondato sulla soppressione di ogni ineguaglianza davanti alla legge, ciò che si pretende corrisponda alla libertà ed alla uguaglianza di tutti i membri della società.
La teoria proletaria proclama apertamente che il suo Stato avvenire sarà uno Stato di classe, cioè uno strumento maneggiato, finché le classi esisteranno, da una classe unica. Le altre saranno, in principio non meno che di fatto, messe fuor dello Stato e “fuori legge”. La classe operaia, pervenuta al potere, “non lo dividerà con nessuno” (Lenin).
b) Dopo la vittoria politica borghese, sulla tradizione di una campagna ideologica tenace, si proclamarono solennemente nei diversi paesi come base e fondamento dello Stato delle carte costituzionali, o dichiarazioni di principio, considerate come immutabili nel tempo, come espressione definitiva delle regole immanenti, infine scoperte, della vita sociale. Da quel momento, tutto il gioco delle forze politiche avrebbe dovuto svolgersi nel quadro invalicabile di questi statuti.
Lo Stato proletario non è affatto annunciato, durante la lotta contro il regime attuale, come una realizzazione stabile e fissa di un insieme di regole dei rapporti sociali dedotte da una ricerca ideale sulla natura dell’uomo e della società. Nel corso della sua vita, lo Stato operaio evolverà incessantemente fino a disperdersi: la natura dell’organizzazione sociale, dell’associazione umana, cambierà in modo radicale secondo le modificazioni della tecnica e delle forze di produzione, e la natura dell’uomo si modificherà altrettanto profondamente, allontanandosi sempre più da quelle del bue da lavoro e dello schiavo. Una costituzione codificata e permanente da proclamare dopo la rivoluzione operaia è un assurdo, non può figurare nel programma comunista; tecnicamente converrà adottare regole scritte che non avranno però nulla di intangibile e manterranno un carattere “strumentale” e transitorio, facendo a meno delle facezie sull’etica sociale ed il diritto naturale.
c) La classe capitalista vittoriosa, conquistato e perfino spezzato l’apparato feudale di potere, non esitò a impiegare la forza dello Stato per reprimere i tentativi controrivoluzionari e di restaurazione. Tuttavia, le misure più risolutamente terroristiche furono giustificate come dirette non contro i nemici di classe del capitalismo, ma contro i traditori del popolo, della nazione, della patria, della società civile, identificando tutti questi concetti vuoti con lo Stato medesimo, ed in fondo col governo e col partito al potere.
Il proletariato vincitore, servendosi del suo Stato “per schiacciare la resistenza inevitabile e disperata della borghesia” (Lenin), colpirà gli antichi dominatori ed i loro ultimi partigiani ogni volta che si opporranno, nella logica difesa dei loro interessi di classe, ai provvedimenti destinati a sradicare il privilegio economico. Questi elementi sociali manterranno, di fronte all’apparato di potere, una posizione estranea e passiva: quando cercheranno di uscire dalla passività loro imposta, la forza materiale li piegherà. Non saranno partecipi di alcun “contratto sociale”, non avranno alcun “dovere legale o patriottico”. Veri e propri prigionieri sociali di guerra (come del resto furono, per la borghesia giacobina, in linea di fatto, gli ex-aristocratici ed ecclesiastici) non avranno nulla da tradire, perché non si sarà chiesto loro alcun ridicolo giuramento di lealtà.
d) Appena dissimulati dal bagliore storico delle assemblee popolari e delle convenzioni democratiche, lo Stato borghese ebbe subito dei corpi armati ed una guardia di polizia per la lotta interna ed esterna contro le forze dell’antico regime; si affrettò a sostituire la forca con la ghigliottina. Questo apparato esecutivo incaricato di amministrare la forza legale, sul grande piano storico come contro le violazioni isolate delle regole di attribuzione e di scambio proprie dell’economia privatista, agisce in modo perfettamente naturale contro i primi movimenti proletari che minacciano, anche solo per istinto, le forme di produzione borghese. La realtà imponente del nuovo dualismo sociale fu coperta dal gioco dell’apparato “legislativo” che pretendeva di realizzare la partecipazione di tutti i cittadini e di tutte le opinioni di partito allo Stato e alla sua direzione in un equilibrio perfetto di pace sociale.
Lo Stato proletario, dotato dei caratteri manifesti di dittatura di classe, non conterrà questa distinzione fra i due stadi, esecutivo e legislativo del potere, che saranno esercitati dagli stessi organi, poiché tale distinzione è propria del regime che dissimula la dittatura di una classe e la protegge sotto una struttura esterna policlassista e polipartitista. “La Comune non fu una corporazione parlamentare, fu un organismo di lavoro” (Marx).
e) Nella sua forma classica, lo Stato borghese, coerente a una ideologia individualista che la finzione teorica estende nella stessa misura a tutti i cittadini, riflesso mentale della realtà dell’economia di proprietà privata monopolio di una classe, non volle ammettere fra il suddito isolato ed il centro statale legale altre organizzazioni intermedie che le assemblee elettive costituzionali. Tollerò i club e i partiti politici, necessari nella fase insurrezionale, in forza dell’affermazione demagogica del libero pensiero e come puri raggruppamenti confessionali ed agenzie elettorali. In una seconda fase la realtà della repressione di classe costrinse lo Stato a tollerare le organizzazioni degli interessi economici, i sindacati operai, di cui diffidava come di uno “Stato nello Stato”. Infine, il sindacato da una parte divenne una forma di solidarietà adottata dai capitalisti per i loro fini di classe e dall’altra lo Stato intraprese, sotto il pretesto di riconoscerli legalmente, l’assorbimento e la sterilizzazione dei sindacati operai, privandoli di ogni autonomia per impedirne la direzione ad opera del partito rivoluzionario.
Nello Stato proletario – dato che sussistano in quanto sopravvivono datori di lavoro, o almeno esistono aziende impersonali i cui operai sono sempre dei salariati pagati in danaro – i sindacati di lavoratori vivranno per proteggere il livello di vita della classe lavoratrice, la loro azione essendo, in questo, parallela all’azione del partito e dello Stato. I sindacati delle categorie non operaie saranno proibiti. In realtà, sul terreno della distribuzione dei redditi con le classi non proletarie o semiproletarie, il trattamento dell’operaio potrebbe essere minacciato da considerazioni diverse dalle esigenze superiori della lotta generale rivoluzionaria contro il capitalismo internazionale. Ma questa possibilità, che sarà a lungo presente, giustifica il ruolo di second’ordine del sindacato in rapporto al partito politico comunista, avanguardia rivoluzionaria, internazionale, formante un tutto unitario coi partiti che lottano nei paesi ancora capitalisti ed avente come tale la direzione dello Stato operaio.
Lo Stato proletario non può essere animato che da un solo partito, e non ha alcun senso che vada oltre la congiuntura concreta la condizione ch’esso organizzi nei suoi ranghi e riceva nelle “consultazioni popolari”, vecchia trappola borghese, l’appoggio di una maggioranza statistica. Fra le possibilità storiche c’è l’esistenza di partiti politici che sembrano composti di proletari ma che subiscono l’influenza delle tradizioni controrivoluzionarie o dei capitalismi esterni. Non si può ridurre la soluzione di questo contrasto, il più pericoloso di tutti, a diritti formali od a consultazioni in seno ad una astratta “democrazia nella classe”. Sarà anche questa una crisi da liquidare sul terreno del rapporto di forza. Non v’è gioco statistico che possa assicurare la buona soluzione rivoluzionaria; questa dipenderà unicamente dal grado di solidità e chiarezza del movimento rivoluzionario comunista nel mondo. Ai democratici ingenui di un secolo fa in occidente e di mezzo secolo fa nell’impero zarista, i marxisti ebbero ragione di contestare che i capitalisti ed i proprietari sono la minoranza e quindi il solo vero regime di maggioranza è quello dei lavoratori. Se la parola democrazia significa potere dei più, i democratici dovrebbero mettersi dalla nostra parte di classe. Ma la parola democrazia, sia in senso letterale (“potere del popolo”) che per lo sporco uso che sempre più se ne fa, significa “potere non appartenente a una classe ma a tutte”. Per questo motivo storico, come respingiamo con Lenin la “democrazia borghese” e “la democrazia in generale”, dobbiamo escludere politicamente e teoricamente la contraddizione in termini di una “democrazia di classe” e di una “democrazia operaia”.
La dittatura preconizzata dal marxismo non rischierà d’essere confusa con le dittature di uomini e gruppi di uomini che abbiano assunto il controllo governativo e si sostituiscono alla classe proletaria, appunto perché proclamerà apertamente di essere necessaria in quanto l’unanimità della sua accettazione è impossibile, e che la maggioranza dei suffragi, se fosse seriamente constatabile, non sarebbe una condizione in mancanza della quale la dittatura avrebbe l’ingenuità di abdicare. Alla rivoluzione occorre la dittatura, perché sarebbe ridicolo subordinarla al 100% o al 51%. Dove si esibiscono queste cifre, la rivoluzione è stata tradita.
Si conclude che il partito comunista governerà solo, e non abbandonerà mai il potere senza combattere materialmente. Questa dichiarazione coraggiosa di non cedere all’inganno delle cifre e di non farne uso aiuterà a lottare contro la degenerazione rivoluzionaria.
I sindacati si svuoteranno della loro ragione d’essere nello stadio superiore del comunismo, non mercantile, non monetario, non uni-nazionale, stadio che vedrà d’altronde la morte dello Stato. Il partito come organizzazione di combattimento sarà necessario finché esisteranno nel mondo resti di capitalismo. Potrà, inoltre, aver sempre il compito di depositario e propulsore della dottrina sociale, visione generale dello sviluppo dei rapporti fra la società umana e la natura materiale.