Zucchero sulla bomba atomica
Per non smentire le sue tradizioni guerriere, il capitalismo non può parlare di pace se non in termini di «offensiva»; ed ha ragione, perché dialetticamente la pace borghese non può essere che la copertura di un successivo scontro armato.
Non c’è quindi ironia nel fatto che Churchill abbia battezzato la sua iniziativa di incontro coi russi «La Locarno dell’est», giacché appunto Locarno è il simbolo di una sistemazione pacifica dell’Europa, in cui gli stessi Paesi che dal 1939 al 1945 dovevano scannarsi a vicenda firmarono l’impegno di non attaccarsi mai e si scambiarono mutue garanzie di non-aggressione. Non c’è neppure ironia nella proposta di Eisenhower di spolverare di zucchero la grande torta della bomba atomica, giacché le convenzioni di limitazione degli armamenti, care al periodo ginevrino, sono state la polvere gettata negli occhi dei gonzi per coprire l’accelerata preparazione militare di tutti i Paesi.
Questa volta, d’altronde, gli Stati Uniti non propongono neppure di disarmare, ma solo di mettere in comune gli… scampoli di materiale fissile da destinare a scopi pacifici. Come dire: 3/4 per la guerra, 1/4 per la pace, una percentuale per il mercato delle affettatrici umane, una percentuale per lo sviluppo delle aree depresse o di simili scopi filantropici. Proprio così: un po’ di dolce sopra, per coprire il molto amaro che sta sotto.
L’«offensiva pacifica» americana non si è tuttavia limitata al campo degli armamenti. Tanto Eisenhower quanto Foster Dulles hanno ribadito che gli S.U. si arrogano nel mondo una funzione di guida, non di dominio imperialistico; non dovranno dunque fare la faccia feroce, ma convincere gli amici ed i nemici, usare l’arma della persuasione, non del pugno sul tavolo. Imperialismo? Le tradizioni americane sono… anticoloniali e anti-imperiali. La loro arma è il dollaro, non il bastone; la loro potenza è quella dello strozzino, non del brigante di strada. La «funzione di guida» spetta, in regime capitalista, all’usuraio, che può portare il cilindro e il colletto duro ed è quasi sempre un’onoratissima persona. Non bastone ma carota; non fiele, ma zucchero.
Così a Parigi, Foster Dulles, trovatosi di fronte alle esitazioni di una Francia recalcitrante al riarmo tedesco, ha risposto con durezza, sì, ma durezza zuccherata. Non ha minacciato le sanzioni militari di un qualunque brigante imperialista, o la Gleichschaltung di un qualsiasi predone hitleriano: ha «soltanto» risposto che, se non si farà la C.E.D., l’America si ritirerà sulle sue posizioni strategiche periferiche e non passerà nessun aiuto agli Alleati europei. Convincente, no?, persuasivo: la «funzione di guida» non consente il tintinnar delle sciabole; le basta il tintinnar degli zecchini. Il primo metodo è rischioso ed antipatico; il secondo è di effetto sicuro e passa per conciliante. Il primo minaccia la morte; il secondo fa balenare «soltanto» la paralisi e la fame. Guida, in regime capitalista, chi ha più quattrini, più beni capitali, più spregiudicatezza. Nulla di contraddittorio, dunque, tra le professioni di pacifico anti-imperialismo e la brutalità degli ultimatum: le prime condizionano e integrano la seconda.
Ma, nel momento in cui i due blocchi si tendono la mano e, con la mano, il ramoscello di ulivo, nulla è più parlante del duplice spettacolo che offre Washington minacciando di tagliare i viveri ai suoi… alleati e fratelli in Santa Democrazia, e Mosca inscenando il processo per spionaggio e tradimento a Beria. Grattate sotto il velo di zucchero, e troverete la dura realtà di una permanente psicosi di guerra.
A loro i profitti, a noi le perdite
Seguendo l’orma delle pattuglie avanzate dei «servi di Dio», i deputati democristiani Cappugi e Angelini hanno presentato una proposta di legge che viene a coronare il missionarismo di La Pira e colleghi: gli stabilimenti totalmente o parzialmente inattivi saranno dichiarati – previo indennizzo – di pubblica utilità. Non quegli attivi, s’intende: no, no, quelli, siccome fruttano, resteranno ai proprietari; di pubblica utilità, cioè addossati alle spalle dei contribuenti, saranno quelli che non rendono nulla, anzi, sono in perdita.
Lo scopo è duplice: da un lato, creare una specie di assicurazione contro i «danni da crisi» a favore dei proprietari o azionisti delle imprese in peggior stato; dall’altro, fare della demagogia operaia, giacché il provvedimento tende gesuiticamente a mantenere al lavoro dei proletari che altrimenti finirebbero sul lastrico, e nascondere dietro il velo di un provvedimento di salvataggio la crisi insanabile del nostro apparato produttivo. Come abbiamo già osservato, già il fascismo si era fatto promotore di simili «nazionalizzazioni della miseria» (e l’I.R.I. era nato e continua a vivere per questo) a finalità conservatrici e apparenze progressiste: potevano essere da meno la democrazia e i partiti a caccia di voti?
L’immonda farsa dell’amnistia
Cerchiamo – dopo aver rinserrato nel più recondito ripostiglio del nostro cervello le parole ingiuriose che l’argomento pestifero irresistibilmente richiama – cerchiamo di descrivere quanto è successo nei giorni scorsi a Montecitorio in tema di discussione della legge sull’amnistia.
Quando gli anarchici ci attaccarono violentemente accusandoci di disumanità perché contrari a prendere parte al turpe affare dell’amnistia, obiettammo che lo scopo di tutti i partiti e gruppi parlamentari danzanti attorno al progetto di amnistia non era affatto quello di alleviare il «dolore umano» dei carcerati, ma solo di inscenare un’ennesima rivoltante commedia parlamentare. I fatti ai quali noialtri «asceti dell’utopia» non presteremmo ascolto, stanno lì a confermare la nostra tesi.
Il progetto di amnistia non sarebbe entrato in scena senza la catastrofe democristiana del 7 giugno e la costituzione del Governo Pella, cui lo schieramento democratico atlantico demanda il duro compito di riguadagnare il terreno perduto. Se a Trieste si domanda il pretesto di compiere attraenti acrobazie di politica estera, l’amnistia deve funzionare come espediente di politica interna volto a conquistare simpatie popolari al Governo. Ma ciò che riusciva estremamente facile al defunto governo fascista, all’indomani di ogni parto felice della signora Maria José di Savoia, doveva, e forse non senza soddisfazione del Governo, dare luogo ad una clamorosa battaglia parlamentare. Affare non facile, se nel corso della sconcia baraonda le «truppe» parlamentari dovevano cambiare varie volte il fronte, ora alleandosi ai nemici di sempre contro i nemici del momento, ora facendo comunella con questi, riappacificati contro il nemico dell’ultimissima ora. Non occorreva altro a provare che il parlamentarismo politicante, ponendo la questione dell’amnistia, poneva con ciò la questione della spartizione della torta governativa, strainfischiandosene dei carcerati.
Scottato dalla dura sconfitta, subita ad opera dell’estrema sinistra socialcomunista e dell’estrema destra monarco-missina, e bramoso di imporre la propria politica con un chiassoso battibecco parlamentare, il Governo democristiano, fino in sede di Commissione, si era opposto all’estensione dell’amnistia ai reati politici. La ragione è chiara, se si considera che gli imprigionati per reati politici appartengono ai partiti social-comunisti e fascista, essendo stati arrestati per delitti commessi in veste di brigatisti neri gli uni e di partigiani gli altri. Il primo colpo di scena atto a galvanizzare i tifosi politici per i quali un parlamentarismo senza momenti drammatici è insipido come un matrimonio senza amore, avvenne nello storico giorno 9 del corrente mese. Era in discussione il seguente emendamento alla legge governativa: «Il Presidente della Repubblica è delegato a concedere amnistia: per i reati politici ai sensi dell’art. 8 del Codice penale, e per i reati connessi e comunque riferibili in tutto o in parte alla situazione determinatasi nel paese per gli eventi bellici o per le loro successive ripercussioni, commessi non oltre il 18 giugno 1946». Particolare da ricordare: presentatore ed illustratore dell’emendamento surriportato era il deputato missino Madia. Da notare ancora che a salvaguardare gli interessi dei fascisti sarebbe bastato ottenere l’approvazione della prima parte dell’emendamento che prevede l’amnistia per i reati contemplati dal Codice penale, nei quali rientrano appunto solo quelli commessi dai fascisti (Vedi L’Unità del 10-12). Il fatto che i deputati del M.S.I. abbiano incluso nell’emendamento Madia, fin dalla sua presentazione, la seconda parte riferentesi ai reati commessi dai partigiani social-comunisti, vuol dire che fra M.S.I. da una parte e P.C.I. e P.S.I. dall’altra si era stabilito un tacito accordo.
Proseguiamo. L’alleanza segreta contro il Governo e i democristiani, stipulata nei corridoi montecitoriani tra fascisti e stalin-socialisti, e concretato nello emendamento Madia, diveniva palese in aula. Ma non senza una scema commedia destinata a far fessi i fessi. Fin dalle precedenti sedute, i missini avevano chiesto che l’emendamento fosse votato per divisione, prima la prima parte, poi la seconda. La richiesta era ripetuta in aula. Scopo apparente dei fascisti era di ottenere i voti dei social-comunisti per la prima parte dell’emendamento, procurando così l’amnistia ai camerati rinchiusi nelle galere della Repubblica, e di rifiutare i propri voti necessari all’approvazione della seconda parte dell’emendamento che, riferendosi ai reati dei partigiani, interessava i social-stalinisti. Costoro fingevano di salvarsi all’ultimo momento, denunciando il disegno diabolico dei missini; dichiaravano che acconsentivano a votare anche la prima parte (pro-fascista) dell’emendamento, purché questo fosse votato per intero.
L’allegra commedia alla faccia degli iscritti che pagano le quote al federale littorio o a quello staliniano, e si fanno ammazzare per i loro deputati! Fosse riuscito il tiro birbone missino, avrebbero soccorso i social-stalinisti mille risorse del regolamento. Un voto parlamentare non è irrimediabile come lo scoppio di una bomba. Seppellendo in blocco articolo 1 e relativi emendamenti nella seduta dell’11, i democristiani dovevano provarlo. Ma di ciò più avanti.
Esaurita la farsa dei reciproci sospetti, fascisti stalinisti e socialisti rafforzati dai veliti saragattiani si accordavano acconsentendo a votare per intero l’emendamento Madia che risultava approvato per 175 voti contro 149. Votavano a favore fascisti, stalinisti, socialisti, socialdemocratici e due monarchici. Votavano contro i democristiani. Si astenevano i monarchici favorendo la maggioranza stalinistico-fascista. Il Governo era in minoranza. Fin dall’epoca del patto russo-tedesco del 1939, per cui Mosca impose ai partiti comunisti di appoggiare il fascismo internazionale, non si era verificato in Italia un atto così clamoroso di collusione tra fascisti e stalinisti. La guerra di Liberazione, la pretesa epopea patriottica della Resistenza partigiana, il sangue versato, le furibonde polemiche del dopoguerra, avrebbero dovuto, nell’immaginazione degli ingenui, scavare un abisso incolmabile tra i due schieramenti. Che succedeva invece? Un volgare mercanteggiamento, una compravendita di voti. Roma e Cartagine si sedevano a tavolo a giocare lo zecchinetto. Ecco in campo i depositari degli immarcescibili destini del Littorio! Ecco i leggendari eroi rivoluzionari della guerra di classe! Si cercano nei fetidi corridoi di Montecitorio, si tastano le opinioni, concludono l’affare: tu mi aiuti a trarre dal carcere i miei, io faccio altrettanto con te. La cosiddetta Resistenza finiva nella burla.
La reazione dei democristiani all’improvviso colpo di mano non si faceva attendere. I monarchici che nella seduta del 9 si erano astenuti favorendo gli incestuosi amori tra fascisti e togliattiano-nenniani, nelle successive quarantotto ore si lasciavano divorare dai rimorsi e decidevano di fare penitenza mutando il fronte dell’alleanza: abbandonavano il M.S.I. nelle fraterne braccia dei siamesi PCI-PSI, e si gettavano al collo dei democristiani. In fin dei conti, Lauro i milioni li riceve dal Ministero della Marina mercantile. Nella seduta dell’11 si verificava il colpo di scena, stupefacente solo per i tonti: la coalizione in aula dei democristiani e dei monarchici, spalleggiati da alcuni transfughi socialdemocratici e liberali cancellava semplicemente e puramente l’intero articolo 1 della legge, con i relativi emendamenti. Tutto il lavorio di settimane, gli intrighi di gruppi, i ricatti e le reciproche seduzioni dell’onorevole consesso andavano in fumo. Il matrimonio tra fascisti e stalin-socialisti rimaneva sterile e inutile, visto che l’emendamento Madia passava agli archivi. Urli e strepiti da una parte e dall’altra.
Terzo ed ultimo atto. Nella situazione venutasi a creare, un irrigidimento delle posizioni reciproche avrebbe paralizzato, o almeno ritardato di molto la promulgazione della legge sull’amnistia. Ciò avrebbe potuto determinare conseguenze imprevedibili, se si considera che migliaia di persone attendono spasmodicamente nelle carceri il risultato del lavoro degli onorevoli. Urgeva la costituzione di una nuova maggioranza, la terza nello spazio di quattro giorni. Nel corso di una riunione dei rappresentanti dei gruppi parlamentari nell’ufficio del Presidente Gronchi, democristiani, stalinisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali, monarchici raggiungevano un accordo totale. I social-comunisti ripudiavano l’alleanza con i fascisti, i quali per pura demagogia rifiutavano di associarsi alla nuova maggioranza clerico-monarco-stalinista. L’Unità commentando l’avvenimento attribuiva naturalmente ai social-stalinisti tutto il merito dell’accordo; sull’emendamento Madia e della collusione con i fascisti non spendeva nemmeno una parola, come se non fosse mai avvenuto; anzi stigmatizzava i «legami tra clericali e monarchici» ed accusava i «partitini» di aver saputo solo fare «da reggimoccoli» dinanzi al connubio abominevole. Quasi che ad incontrarsi nell’ufficio di Gronchi con il monarchico Colitto, il democristiano Moro, il socialdemocratico Vigorelli, il repubblicano Macrelli, e a concordare l’intesa non ci fossero stati i social-comunisti Gullo, Pajetta, Pertini, D’Onofrio e Targetti!
L’amnistia Togliatti del 18 giugno 1946 cancellava le pene dei fascisti incarcerati per reati che non fossero la strage, l’omicidio, ecc. Il voto dell’11 dicembre sostituisce all’amnistia, l’indulto. Differenza: l’amnistia fa cessare l’esecuzione della condanna, ed estingue il reato; l’indulto invece non cancella la responsabilità dei colpevoli. Ma tale bizantinismo salvava la faccia del Governo, toglieva il fronte social-stalinista da un’incomoda posizione, facilitava il circospetto lavorio dei monarchici desiderosi di farsi la fama di partito governativo, alimentava il vittimismo nauseante dei fascisti del M.S.I. intenti dal 25 luglio 1943 a trasformare in purissimi eroi gli sgherri scellerati del regime littorio. Con o senza amnistia, tra qualche giorno costoro riavranno la libertà. Che sporco mestiere è quello del politicante parlamentare! L’Unità e l’Avanti quotidianamente ci rintronano la testa con fulminanti maledizioni alle autorità alleate che accusano di tirare fuori dalle carceri i peggiori scannatori del regime nazista: i Kesselring, i Manstein, i Manteuffel. Ma non avviene lo stesso in Italia, e proprio per iniziativa del blocco clerico-monarco-staliniano? Una curiosità che vale più di mille ragionamenti: Dumini, l’assassino di Matteotti, condannato a 30 anni di reclusione, vedrà ridotta, in virtù del nuovo indulto, la sua pena a 2 anni. Ne ha già scontati 6. Signori democratici antifascisti, rimborsate Dumini dei quattro anni che ha in credito verso la vostra Giustizia. Intanto, continuano i mercanteggiamenti per l’amnistia…
Beria e compagni
L’arcifedele di Stalin, liquidatore con lui del movimento comunista georgiano e, per suo ordine, gran falsificatore della storia, capo-giannizzero delle più spietate repressioni staliniane e terzo membro del governo di successione al gran Sacerdote defunto, è stato rinviato a processo sotto l’accusa di aver voluto restaurare il capitalismo, distruggere il potere sovietico e complottato fin dal 1920 con agenti dello spionaggio straniero. Seguono accuse di assassinio, macchinazione e tradimento.
Lasciamo stare la ridicolaggine dell’accusa di «tentato ristabilimento del capitalismo» svolta da un regime che non salva neppure più la faccia della sua natura capitalistica; prendiamo per buone le accuse, d’altronde identiche a quelle rivolte ai suoi predecessori, già alti papaveri dello stalinismo, successivamente decaduti, e anche loro confessi (come i medici del Cremlino, poi scarcerati per non… aver confessato un bel nulla). Che cosa dice l’accusa? Che una banda di criminali si alterna al potere della «patria del socialismo». Che cosa vieta, infatti, che domani si legga di Malenkov o di Molotov, tutt’oggi celebrati come, fino a ieri, Mister Beria, che dal 1917 complottavano contro il regime sovietico? A Oriente come a Occidente, il mondo capitalistico è mille volte peggio di una casa chiusa.
Scioperi
Non entreremo anche noi nella polemica sul risultato numerico più o meno positivo dello sciopero generale del 15 u.s. Non è questo che conta. Conta il fatto che uno sciopero «generale» in cui le organizzazioni dirigenti si preoccupano di non turbare il buon funzionamento dei servizi e delle lavorazioni essenziali (forni continui, ecc.) e agiscono sulla piazza solo per ripercuotere la pressione operaia nell’emiciclo parlamentare, uno sciopero di questo genere non preoccupa nessuno e meno che mai gli industriali. D’altronde, che cosa si potrebbe aspettare di diverso da un sindacato di ispirazione D.C., quindi governativa, e da un sindacato P.C.I., cioè diretto da quel Migliore che nel suo rapporto al C.C. del Partito di via delle Botteghe Oscure ha teso le mani a destra e a sinistra, proclamando (viva il dott. Costa!) «che nessuno oggi chiede che si rinunci alla libera iniziativa nel campo economico» e che «noi difendiamo non le posizioni nostre, difendiamo la democrazia e, in definitiva, anche la posizione dei piccoli partiti di centro-sinistra»? Non è neppure più il fronte popolare, quello che sogna don Palmiro, è il fronte nazionale. Lo sciopero è, per lui, un giorno di vacanza della nazione…
Un simbolo della società borghese
La RAF Flying Review ha dato notizia recentemente dell’ultimo tipo di aereo costruito in Gran Bretagna. L’aereo-razzo, signori. Si tratta di un aereo spinto da razzi che, contrariamente ai missili radiocomandati, è guidato da un pilota. Questi aerei saranno capaci di una velocità doppia di quella del suono (circa 2400 km/ora) e di levarsi in volo verticalmente. Per tali caratteristiche, un aereo razzo potrà raggiungere un bombardiere nemico che voli alla quota di 17 mila metri in meno di un minuto. L’aereo-razzo potrà disporre, per fare la pelle al bombardiere, di trentadue proiettili-razzo dotati di radar e capaci, perciò, di centrare automaticamente l’obiettivo. Il pilota potrà sparare i proiettili-razzo in due «salve», effettuando due soli attacchi, la cui durata massima non potrà superare un minuto. Infatti, i motori razzi del nuovo aereo si esauriranno due minuti dopo il decollo. Lanciato il suo attacco ed esauriti i motori-razzo, l’apparecchio, che è dotato di ali, dovrebbe ridiscendere planando. Ma in tale caso offrirebbe un comodo bersaglio al nemico passato al contrattacco. Per scongiurare un così grave pericolo i tecnici hanno escogitato un sorprendente espediente: il pilota può fare esplodere una carica avente l’effetto di staccare le parti anteriori dell’aereo, cioè la cabina del pilota, dalle ali e dalla coda. Automaticamente si apre un gigantesco doppio paracadute che sorregge la cabina, che per le alte quote in cui è destinata a volare è «pressurizzata». Allorché la cabina paracadutata raggiunge una quota dove la pressione atmosferica sia ridiventata normale, il pilota preme un bottone, il fondo della cabina si apre ed egli può gettarsi nel vuoto e discendere a terra servendosi del suo paracadute personale.
L’aereo-razzo sarà più veloce dei caccia a reazione supersonici e più preciso dei missili radiocomandati. Infatti è munito di radio-controllo per cui potrà essere radiocomandato da terra, ma avendo al tempo stesso un pilota, la sua guida potrà passare a costui, ove il nemico provochi interferenze nelle radio-onde.
Quanto costerà questo nuovo tremendo ordigno di guerra? Mancano notizie in merito. Ma quel che colpisce dolorosamente è il fantastico tempo massimo del suo uso in guerra: due minuti. Poiché sarà raro il pilota che per salvare la macchina tenterà il relativamente lento volo planato, esponendosi ai micidiali attacchi dei caccia a reazione nemici sfreccianti a velocità supersonica, è lecito prevedere che un aereo-razzo potrà essere impiegato in un numero ristretto di azioni di guerra. Nello spazio di due minuti una colossale ricchezza, una massa enorme di lavoro umano, andrà distrutta; se l’attacco dell’aereo-razzo avrà successo, e il bombardiere atomico nemico esploderà nel cielo la perdita di lavoro umano si moltiplicherà per decine di volte. Ma il ritrovato della cabina ad aria compressa «sparata» fuori dall’aereo garantirà la vita del pilota!…
L’aereo-razzo è davvero il simbolo della morale borghese. Masse immense di produttori sono costretti a sperperare il loro lavoro per conservare un’economia che produce per distruggere, e distrugge per riprodurre, che causa permanentemente crisi, disordini, fame, oppressione e guerre. Ma si pretende nello stesso tempo di curare scrupolosamente i «sacri diritti della personalità umana». Porci ipocriti! Il paracadute non è fatto per salvare, ma per far fesso il pilota.
Ricordando la Comune di Varsavia (Pt.1)
La quarta spartizione della Polonia (le precedenti avvennero ad opera della Russia, Austria e Prussia rispettivamente il 5 agosto del 1772, 4 aprile 1793, 24 ottobre 1795) fu sanzionata dalla Germania hitleriana e dalla Russia staliniana col patto di non aggressione russo-tedesco del 23 agosto 1939. Operando di conserva con le armate naziste, già padrone di metà del territorio polacco, le truppe sovietiche attaccarono ed invasero dall’ Est la Polonia il 17 settembre 1939. La spartizione diveniva così un fatto storico. Applicando altre clausole segrete del Patto Ribentrop-Molotov, le truppe russe occupavano altresì la Bucovina, la Bessarabia, gli Stati Baltici.
Il patto russo-tedesco che la storiografia aulica del Cremlino ha tentato, a partire dal giugno 1941, di presentare come un espediente machiavellico adoperato per guadagnare tempo, non fu limitato alla sistemazione territoriale della preda di guerra. In base ad esso furono concordati gli accordi commerciali, per cui la Russia fornì alla Germania forti quantitativi di petrolio, carbone, cotone grezzo e minerali necessari all’alimentazione della produzione di guerra nazista. Francia, Belgio, Olanda, Norvegia, Iugoslavia. Grecia, successivamente piegate e sommerse dall’invasione nazista, lo furono anche per gli aiuti materiali offerti dalla Russia al governo di Hitler. Ben vero è che oggi il governo di Mosca si presenta come il protettore paterno dell’indipendenza di questa nazioni contro l’imperialismo americano, e ogni volta che al parlamento francese è di scena il riarmo tedesco nell’ambito della C.E.D. , stalinisti e gollisti reclamano la rimessa in valore del Patto franco-russo firmato al Cremlino da Bidault e dal gen. De Gaulle nel Natale 1944. Ma il fatto inoppugnabile resta: dal settembre 1939 al giugno 1941, la coalizione Germania-Russia concordemente si spartì l’Europa, riservando solo a se stessa il diritto all’indipendenza nazionale.
Di questo avviso non furono le borghesie nazionali spodestate e le nazionalità proscritte e oppresse dagli invasori. La reazione all’occupazione doveva effettuarsi però nelle forme e nei modi tipici della classe borghese, imposti dalle esigenze della dominazione di classe. Da una parte si lavorò a costituire governi di paglia, i cosiddetti governi «quisling», volontariamente assoggettati al volere delle autorità militari occupanti; dall’altra si utilizzò scaltramente la disperazione e la rivolta degli strati inferiori delle popolazioni, delle classi lavoratrici affamate e dissanguate da una guerra feroce, ai fini della resistenza nazionale e nazionalista contro l’invasore. Le borghesie europee, calcolando che una pace dettata dalla coalizione russo-tedesca era un’eventualità improbabile, per cui urgeva predisporre le condizioni di un loro futuro inserimento nell’opposta coalizione Stati Uniti – Impero Britannico, impiantarono audacemente un pericoloso doppio gioco; ma si guardarono bene dall’addossarsi il ruolo più pesante e sanguinoso che fu riservato alle classi lavoratrici, intrappolate nelle insidie pseudo-popolari del partigianesimo. La repressione delle potenze occupanti si disfrenò con micidiale spietatezza. Alleati nella guerra, soci nello sfruttamento economico delle terre occupate, Germania e Russia, ad onta delle pretese differenze ideologiche, condussero con altrettanta concordia la spietata repressione della resistenza nazionale polacca e in seguito schiacciarono l’insurrezione proletaria di Varsavia.
Se gli stati Maggiori russo e tedesco avevano, nel settembre 1939, proceduto ad occupare e spartirsi la Polonia, secondo un piano preordinato, le polizie di Stato non funzionarono con minore accordo. Nel marzo del 1940, funzionari della Gestapo (la famigerata polizia politica nazista che in seguito Mosca doveva accusare dei peggiori delitti e fare giudicare severamente al processo di Norimberga) si incontrarono con una delegazione della N.K.V.D. (la polizia speciale di Beria) per concordare un piano di repressione comune diretto a schiacciare le organizzazioni clandestine polacche. Gli staliniani che dopo la rottura del patto russo-tedesco dovevano creare attorno a se stessi una meravigliosa mitologia partigiana stettero assolutamente tranquilli durante l’occupazione russo-tedesca della Polonia. Un libro sulla resistenza polacca, recentemente apparso «L’Histoire d’une armée secrete» di Bor-Komorowskj, ci apprende che su 168 pubblicazioni antinaziste in Polonia, solo nel novembre 1941, cioè a cinque mesi dallo scoppio della guerra tra gli ex alleati Russia e Germania e a venti mesi dall’occupazione tedesca apparve un foglietto clandestino staliniano. Lo scrittore del libro, un polacco rifugiato in Francia, deve essere nelle grazie dei Ministeri degli Esteri occidentali, ma ciò non toglie che quanto dice sull’atteggiamento degli staliniani polacchi all’epoca dell’occupazione russa della Polonia corrisponda alla verità. Accettando la occupazione russa della Polonia orientale gli staliniani non potevano opporsi all’annessione della parte occidentale di essa che i tedeschi avevano effettuato d’accordo con i russi.
I risultati della collaborazione tra Gestapo e N.K.V.D. si videro nella cruenta campagna antisemita che culminò nella distruzione del ghetto (quartiere ebraico) di Varsavia, commesso dai nazisti, e nel massacro di Katyn che costò la vita a migliaia di ufficiali polacchi, che i gendarmi della N.K.V.D. soppressero in una colossale esecuzione in massa. Ognuno nella sua zona di occupazione, e in vista di un obiettivo comune, gli occupanti russi e tedeschi provvidero a sbarazzarsi in tal modo del nemico interno: l’ebraismo e il nazionalismo militarista polacco. Nel 1944, nonostante lo stato di guerra, gli ex alleati dovevano condurre, al di sopra del fronte, una terribile sanguinosa operazione di polizia contro la Comune di Varsavia insorta contro l’occupante tedesco, ripetendo così i nefasti della politica dei Prussiani e dei Francesi federati contro la Comune di Parigi del 1871, nonostante l’armistizio, nonostante la vergogna di Sedan.
Il Cremlino, fin dall’aprile 1943, allorquando il governo nazista denunciò il ritrovamento di migliaia di cadaveri di ufficiali polacchi nelle fosse comuni scoperte nella foresta di Katyn, situata nella Polonia orientale occupata dai russi fino al giugno 1941, ed accusò la N.K.V.D di avere perpetrato il massacro orrendo, fin da allora il Cremlino rispose furiosamente respingendo la tremenda accusa. Ma come può negare che la soppressione in massa degli ebrei, almeno nei primi tempi, fu operata dalla Gestapo tedesca con la tacita complicità delle autorità militari russe? A quell’epoca, Russia e Germania erano alleate; dominavano insieme sulla Polonia; svolgevano sul piano internazionale una politica comune o convergente.
Se la strage du Katyn fu uno stomachevole macello di poveri cristi inermi e legati, condotti sull’orlo delle fosse comuni e fattivi precipitare con una pallottola alla nuca, la distruzione del ghetto di Varsavia che costò la vita di 400.000 ebrei d’ambo i sessi e di ogni età avvenne nel corso di una furibonda lotta nelle strade, nelle cantine, nelle fogne. Fu una guerra atroce fra gendarmi trasformati per rabbia in belve antropofaghe e combattenti votati per disperazione ad un suicidio assetato di sangue e di vendetta.
Il massacro sistematico degli ebrei cominciò fin dall’inizio della occupazione germanica. I nazisti procedettero anzitutto ad eliminare le comunità ebraiche delle città meno importanti trasferendole in massa nei grandi centri abitati. In conseguenza di ciò, al principio del 1942, il ghetto di Varsavia contava 400.000 persone, uomini, donne e bambini che vivevano in spaventevoli condizioni per la promiscuità e la miseria. Le autorità tedesche concedevano quattro libbre e mezzo di pane a persona per un mese. Si otteneva così di sopprimere per fame migliaia di persone tenendo le armi nei foderi. Centotrentamila ebrei prelevati nel ghetto di Lublino sparirono nel campo di concentramento di Belzec, uccisi nelle camere a gas. Durante i mesi di luglio e agosto le stragi continuarono: gli ebrei condotti nei campi di Belzec, Sobilar, Treblinka, ricevevano l’ordine di spogliarsi completamente, venivano introdotti nelle camere a gas, sepolti nelle fosse comuni scavate da mezzi meccanici nel folto delle foreste. Le notizie agghiaccianti delle stragi giungevano nel ghetto di Varsavia apprendendo agli abitanti la crudele sorte che gli attendeva. Erano presi in trappola; non esisteva altra possibilità tranne quella di scegliere tra la morte nelle camere a gas o l’uccisione in combattimento. La notte del 19 aprile 1943, una compagnia di S.S. penetrò nel ghetto, ma venne accolta da un nutrito fuoco di fucili e mitragliatrici. Certi di essere uccisi se presi prigionieri, gli ebrei avevano deciso di morire con le armi in pugno. Si difesero con furioso eroismo sfidando per sette giorni, dal lunedì di Pasqua al sabato, il fuoco micidiale dei cannoni puntati a distanza ravvicinata contro le case del ghetto, gli incendi appiccati da guastatori, le bombe lacrimogene. Alla fine di maggio l’ultima casa fu distrutta e l’ultimo ebreo ucciso.
La propaganda diretta da Mosca ha sollevato in occasione della esecuzione dei coniugi Rosenberg, di nazionalità israelita, fieri attacchi al governo americano accusandolo di fomentare l’antisemitismo. L’odio di razza specie contro i negri, macchia d’infamia la borghesia americana. Ma è altrettanto vero che la campagna di sterminio condotta dai nazisti contro gli ebrei polacchi fu iniziata fin dall’epoca in cui i Russi occupavano in condominio la Polonia e la Gestapo si consultava con la N.K.V.D.
La santa alleanza staliniano-nazista sperimentata contro gli ebrei e i nazionalisti rivoltosi, doveva ripristinarsi, malgrado lo stato di guerra tra Russia e Germania, contro il proletariato di Varsavia insorto eroicamente contro i carnefici hitleriani.
[RG-10] Imperialismo e lotte coloniali
Nei giorni 6 e 7 dicembre ha avuto luogo a Firenze nella sede del partito la nostra riunione interregionale divenuta ormai periodica, e successiva a quella di Trieste dell’agosto. I rappresentanti dei gruppi locali di tutta Italia ed di alcuni dell’estero sono convenuti numerosissimi tanto che la sala ha appena potuto contenere i convenuti, pure non essendo il nostro movimento solito a consentire invitati, più o meno simpatizzanti.
Erano presenti i compagni delle province di Trieste (2), Udine (1), Vicenza (1), Rovigo (1), Forlì (3), Ravenna (2), Bologna (1), Parma (1), Milano (9), Torino (1), Alessandria (1), Genova (2), Carrara (1), Roma (2), Napoli (6), Bari (2), Cosenza (1), Messina (1), oltre ai compagni fiorentini e due compagni francesi.
Nelle due sedute del pomeriggio del 6 e della mattina del 7 il relatore ha trattato il prestabilito tema dando un vasto quadro della sua impostazione, nel pomeriggio del 7 si è svolta altra interessante seduta, dedicata, oltre che all’abituale relazione organizzativa e sul lavoro del partito, svolta dall’esecutivo, ad una vibrata e entusiastica discussione sugli sviluppi della nostra azione, che a solo titolo di ironia chiameremo col diffamato termine di «veramente politici». Da essa è risultato che ad assoluta unanimità, espressa da molti intervenuti nella questione, il nostro movimento ha ributtato le nostalgie (anche se ispirate da generosa impazienza che le onde dell’opportunismo e dello smarrimento di classe siano superate in tempo non lontano) per colpi demagogici e per effetti di notorietà nel campo infido degli ambienti avversari e della stampa delle facce tagliate. Che questa razza di gente taccia di noi è ottima condizione del nostro lavoro e della nostra annosa ripulsa alle oblique vie per cui l’opportunismo avanza, spessissimo in veste di acceso attivismo, sempre col miraggio traditore dell’accorciato successo. L’esperimento del resto è stato fatto da alcuni, perduti per via, ed esso si è avviato tra le due alternative che in quaranta anni di lotta la sinistra comunista ha risolutamente evitate: finire nel ridicolo o finire nel fango. La riunione ebbe l’effetto di dare onorata sepoltura ad ogni impostazione di problemi del genere, e di ribadire il nostro meditato e provato metodo di lavoro, per quanto agli improvveduti possa parere sterile e freddo, e in genere a quelli, non rappresentati tra noi, che al lavoro marxista negano tempo e fatica.
Quanto alla esposizione del relatore essa non è per il momento organizzata in un testo scritto paragonabile al diffuso resoconto apparso su queste colonne per il rapporto di Trieste sui problemi razziali e nazionali, di cui ha costituito il logico svolgimento, per l’epoca successiva alle lotte rivoluzionarie di sistemazione nazionale dell’Europa vera e propria.
Il resoconto sarà preparato e conterrà il vasto materiale di citazioni e riferimenti cui si è fatto ricorso, ma non pubblicato immediatamente nei prossimi Fili del Tempo di questo quindicinale, dedicati ad una serie sulla questione agraria che non solo è bene non sia interrotta, ma che serve di necessario sfondo al problema relativo ai popoli extra-europei.
Esso verrà dato appena sarà possibile pubblicare altro fascicolo di rivista analogo all’ultimo, uscito appunto col titolo: «Sul filo del tempo».
Diamo ora soltanto un riassunto schematico.
L’imperialismo e il mondo non capitalista
Prima tesi impostata dal relatore è quella che ha per controtesi una banale credenza: il capitalismo presenta due tempi: quello della concorrenza e quello del monopolio; del primo soltanto Marx dette la descrizione e la critica deducendone il programma della classe operaia; del secondo la dette Lenin, cambiando il programma. Con una esegesi dell’Imperialismo di Lenin confrontato coi passi del Capitale sul profitto ed interesse e sulle rigorose definizioni del capitale commerciale, industriale, finanziario, e sugli effetti inevitabili del credito, fu dimostrato che Lenin si prefisse appunto di dimostrare che i fenomeni previsti dalla monolitica teoria sorta all’apparire del proletariato come classe (tema della nostra Riunione di Milano) sono stati tutti confermati dalla fase più recente, e che la teoria dell’accumulazione e della concentrazione contiene la diretta completa descrizione preventiva del monopolismo imperialista. Illustrando suggestivi passi di Marx il relatore mostrò che altrettanto deve assolutamente dirsi, ulteriormente, per l’economia diretta ed il capitalismo statale, sbaragliando la teoria cogliona dei «fatti nuovi».
Riferendosi alle discussioni tra marxisti sull’imperialismo (Luxemburg, Lenin, Bucharin, Pannekoek ed altri) fu mostrata la chiave del problema nel fatto che Marx non ha voluto, anche nella teoria della riproduzione semplice ed allargata del Capitale, dire che il processo avviene col gioco illimitato della concorrenza, ma ammettere questo per polemica ipotesi (siamo uomini di parte e non accademici studiosi) per dimostrare che anche se questo fosse verrebbero inevitabilmente le successive crisi e quella finale. Di contro, a noi infatti la economia borghese afferma che lasciando estendere il meccanismo capitalistico e mercantile in tutta la profondità sociale tra i bianchi, e in tutto il mondo dei colorati, saranno risolti i tremendi contrasti della storia e fondata una stabilità sociale.
Altra tesi del rapporto illustrata con copia di citazioni (non prese con il solito metodo di spiluzzicare qua e là, ma con quello da noi instaurato di spiegare interi capitoli organici della dottrina nella loro dialettica connessione) è stata quella che il marxismo disconosce il gioco della concorrenza: questa non spiega né il valore né il plusvalore né le sue partizioni, né il livello dell’interesse della rendita e del profitto, ma spiega solo i secondari scarti dalle grandi medie sociali, che solo la teoria di Marx seppe decifrare e calcolare. Il capitalismo MAI è stato concorrentistico e liberistico, essendo questa solo una finzione dei suoi fautori (cui in pieno smascherato monopolismo non han certo rinunziato), ma è l’insieme dei monopoli sociali e di classe sui prodotti del lavoro, e sulle quote di sopralavoro sociale, dal primo suo apparire.
La descrizione della fase imperialista del capitalismo in Lenin è anch’essa la constatazione del corso storico tracciato dal marxismo all’era capitalista. Ogni modo di produzione, e non solo quello capitalista, al suo inizio, introducendo nuove forme di sopralavoro, rende questo socialmente più efficiente: il capitalista classico, che unisce nella stessa persona il tecnico dirigente, il detentore del denaro da anticipare e il titolare della proprietà di stabilimento e macchinario è proprio del periodo in cui il lavoro dei salariati fa accantonare sopralavoro in forme socialmente più utili e in misura meno onerosa che nella prestazione personale del servo feudale (all’inizio del medio evo anche questa era in equilibrio con la prestazione di difesa del signore cui i servi si accomandavano per ottenere la sicurezza del lavoro agricolo). Con l’inoltrarsi del ciclo il capitale si scinde nella parte industriale e in quella finanziaria, l’opera direttiva si separa dalla persona del capitalista (il quale, dice Marx ad ogni pagina delle fondamentali citazioni che vennero lette, non conta come individuo ma solo come «capitale personificato») e il ruolo di accumulo del sopralavoro sociale da redditizio che era diviene oneroso e contrastante collo sviluppo delle forze produttive. Come nei rapporti di Milano e di Genova, va messo in evidenza che per Marx la libertà non sarà di individuo, ma di specie, e consisterà nell’abolizione del salariato in cui il tempo di lavoro pagato o necessario è quello che si deve tirannicamente prestare pena la fame, e che il comunismo abolirà. Resterà il sopralavoro sociale e resterà la necessità che esso sia dato, per la razionale lotta della specie contro le difficoltà dell’ambiente naturale.
Il penultimo capitolo del Terzo Volume, che precede quello interrotto che si lesse a Milano sulle classi, e che doveva sviluppare la base non personale o individuale del concetto di «classe», ha il preciso titolo: «L’apparenza della concorrenza». Dunque da sempre il capitalismo è monopolio sociale delle forze produttive, ma al suo avvento è un passo avanti nella resa del lavoro umano; con la sua evoluzione diviene antiredditizio e parassitario, e si pongono le condizioni del suo crollo e della rivoluzione sociale.
La tappa, non fase o epoca, imperialista è solo quella in cui il monopolismo e la sopraffazione sociale non possono più venire dissimulati ma si mostrano in piena luce.
Lenin annunziò questa strepitosa «vittoria teorica»; e per non invertirla in un rovescio di azione bisognava puntare sullo smascherato monopolio capitalista per opporgli il dittatoriale monopolio della rivoluzione proletaria, non darsi a vergognoso rinculo nella difesa di liberali tesi, e al melmoso slogan contro i grandi monopoli, che vediamo in Italia ciarlatanare.
Un accenno alla sporca gara di demagogia di burattini elettorali rossi neri e di altre tinte a proposito della questione «attuale» e «locale» delle officine del Pignone, mostrò la esatta verifica delle compulsate dottrine del marxismo. Il solo marxista in questo dibattito è il dott. Costa, presidente degli industriali italiani, le cui tesi sono state dall’asename parlamentarista prese per economia liberista e antistatale. Costa ha detto che i loro utili non scemano ma crescono col crescere i salari ed impiegare più operai: egli sa che il capitale variabile, il lavoro, è la sola fonte del plusvalore; egli sa che introducendo nuovi mezzi tecnici che riducono la maestranza il tasso di profitto scende. Giustamente deride la posizione fabiana della questione: lottiamo contro il licenziamento anche di una unità, come soluzione del problema dell’impiego, e imposta la questione dell’effetto della chiusura parziale o totale di aziende sul decorrere futuro del livello di impiego. Costa denuncia apertamente la impotenza della casta politicante a dirigere l’economia, che non si può non dirigere, la invita a fare fagotto e lasciare l’amministrazione a chi, pure essendo un lupo del plusvalore, almeno sa qualche cosa di tecnica di economia e di organizzazione.
È indiscutibile che la casta parlamentarista di tutti i colori dissesta l’economia anche «nazionale» e «contingente» (di cui noi ci fottiamo) assai più che non lo farebbe una dittatura di uomini dell’alto capitale, specie per il suo disgustoso pluripartitismo e per la subordinazione di ogni mossa al riflesso sulle stupide votazioni delle assemblee o dei comizi.
Due cose vanno dette al dottor Costa: il problema si risolve nel senso di lasciare stare il livello del salario reale, dimezzare le ore di lavoro, e impiegare tutti i disoccupati, disciplinando dal centro la distribuzione nei settori produttivi, e quindi i consumi. Egli dirà che col sistema mercantile questo non sarà mai possibile: ciò è esatto. Ed è per questo che vi sono due sole strade: il monopolio del grande capitale, o la dittatura della classe lavoratrice.
Le grandi lotte nelle Colonie e in Oriente
Il relatore anzitutto, con copia di citazioni del Capitale e con riferimento a tutti i testi di base della dottrina dal Manifesto in poi, mostrò che mai la deduzione della necessaria rivoluzione comunista è stata fondata sull’esame di un paese puramente capitalista (il che non è nemmeno l’Inghilterra) ma sulla veduta d’insieme di tutto il succedersi di storici modi di produzione nell’intero mondo abitato, e soprattutto sui rapporti tra l’industrialismo dei paesi sviluppati ed i più lontani mercati. Compito dell’epoca borghese è portare il mercato generale ai limiti del pianeta: mai gli si è accordato tanto tempo quanto ne occorrerà a portare agli stessi limiti la produzione industriale, e nemmeno quanto ne occorre, nelle sedi metropolitane, a industrializzare l’agricoltura e il resto.
La conclusione che la partecipazione proletaria alle lotte di indipendenza nazionale (inseparabile aspetto della sostituzione del modo borghese ai precedenti, al feudalesimo) trattata nella relazione a Trieste (inquadrata sulla natura insurrezionale della lotta, e sulla contemporanea denigrazione spietata degli ideologismi democratici e patriottici, cui ancora oggi e in occidente si prostra la degenerazione stalinista) si considera cessata dal 1871 per l’Europa centro-occidentale, non toglie che sia oggi in piedi il complesso problema dello appoggio alle lotte rivoluzionarie antifeudali e antimperiali di Oriente. Si intende bene che questo terzo termine, ossia l’imperialismo bianco, va considerato con la più grande attenzione nell’esaminare i «blocchi di classe» con cui ad esempio in Cina hanno lottato contro la monarchia feudale tradizionale, e al tempo stesso contro invasori giapponesi e europei, proletari, contadini, piccoli borghesi e borghesi.
In tutto lo studio della colonizzazione nelle sue forme (primo: sterminio di popoli già civili in America; secondo: sterminio e schiavizzazione di popoli primitivi in Africa; terzo: sfruttamento di nazioni autonome e di antichissima civiltà anche preeuropea in Asia) il marxismo batte sempre spietatamente in breccia le feroci bestiali imprese della borghesia, pure dialetticamente riconoscendone l’effetto nell’avanzata storica verso la rivoluzione sociale.
Oggi va riconosciuto che, mentre la lotta di classe nei paesi pienamente industriali non cessa certo ma si riduce a forme di goffa insufficienza e ritorna su postulati minimali, ferve in tutto il mondo la battaglia dei popoli colorati contro gli invasori e sfruttatori bianchi ed imperialisti.
Indubbiamente il successo di queste spontanee lotte è un elemento favorevole per condurre il capitalismo oramai decrepito alla sua crisi radicale.
Il rapporto svolse un esame degli stadi della rivoluzione cinese con utilizzazione dei dati contenuti nell’opera di Trotsky: Dopo Lenin e con riferimento alla serie di articoli apparsi in Prometeo sulla tattica del Comintern dopo il 1926 del compagno Vercesi, diffondendosi sul dissenso tra la sinistra e Trotsky sull’eccessivo «manovrismo» di questi, ponendo tuttavia in rilievo la sua storica condanna alla politica disfattista di Mosca: prima, entrata dei comunisti cinesi nel Kuomintang e poi troppo tardi quando Chiang-Kai-Chek si legò sfacciatamente agli imperialisti lotta inane contro costui che finì colle repressioni tremende di Canton, Shanghai e Hankeou nel 1927. Trotsky parla di tre rivoluzioni: nel 1911 quella borghese di Sun-Yat-Sen giustamente sostenuta dai lavoratori e contadini, nel 1927 quella proletaria fallita per errori di Mosca; sostiene che la terza deve essere condotta dai soli operai e contadini contro la repubblica borghese e gli imperialisti, e applica le parole della rivoluzione permanente e della dittatura. Tuttavia suggerisce lo slogan della convocazione dell’Assemblea Nazionale, su cui giustamente la sinistra italiana all’estero dissentì.
In sostanza non ha grande rilievo la tesi che se il Cremlino non avesse sbagliato manovra i rivoluzionari cinesi avrebbero vinto. Lo stalinismo oggi risponde che nel lungo successivo ciclo: lotta contro i giapponesi, poi lotta contro i nazionalisti, la rivoluzione ha vinto. In realtà, l’attuale repubblica di Mao è per il suo programma un «blocco di quattro classi» che include la borghesia.
Il risultato storico suggestivo (anche se è brillante la costruzione di Trotsky rafforzata da passi di Lenin: la rivoluzione russa come ponte tra la lotta proletaria occidentale e l’Oriente; la rivoluzione cinese come possibile fatto storico scatenante la rivoluzione mondiale) è nel senso di una grande analogia con gli sviluppi «europei» del secolo precedente, nel senso di una valida applicazione del nostro «schema», ingiuriatissimo, alla storia. In Francia ad esempio il proletariato crescente è costretto a combattere al fianco della borghesia, e nelle «quattro classi», nel 1793, nel 1831, nel 1848, nel 1871: ogni volta segue uno scontro, sempre più tremendo, e la borghesia si getta ferocemente contro i lavoratori con le più feroci repressioni.
La parte finale del rapporto consistente nell’esame delle tesi nazionali e coloniali di Mosca del II e IV congresso, accettate allora dalla sinistra, malgrado (vedi in Prometeo l’articolo Oriente) la repulsa di alcuni occidentali alla formula di sostegno dei movimenti nazional-rivoluzionari, detti in un primo testo democratici-borghesi! Ma la base e la condizione di tutta la strategia di Oriente è la posizione rivoluzionaria nella metropoli, la lotta in tutto il mondo bianco per la dittatura del proletariato. Quindi la nostra adesione alla prospettiva storica di lotta all’imperialismo cui partecipino gli insorti di colore anche per intenti indipendentisti e apparentemente non classisti, nulla ha a che fare con la politica orientale russa dal 1925 in poi. Non è possibile dire che si applica la strategia rivoluzionaria aiutando le insurrezioni, quando in decisive fasi storiche si aderisce ad alleanze con l’imperialismo, prima della Germania alleata al Giappone, poi dell’Inghilterra America e Francia, e secondo i casi si attua l’alt traditore alla lotta in casa contro gli imperialisti. La nostra valutazione della Cina «rossa» è quella di una conquista militare ed imperiale del capitalistico stato russo, che tuttavia ha portato avanti una situazione ricca di sviluppi, in tutto analoga alla invasione napoleonica della Francia borghese nella Germania feudale, contro la quale Marx considera reazionario l’indipendentismo del tempo. Allora la sviluppatissima Inghilterra capitalistica ributtò la invasione, oggi l’ultrimperialista America tenta di farlo almeno per la Corea.
La storia non esclude, anzi presenta come probabile, un patto tra la Cina di Mao e gli imperialisti di occidente, e non esclude nemmeno che a suo tempo la Cina sia tra i big in guerra con la Russia. Per ora viviamo i decenni del compromesso: ogni compromesso è ricatto.
Il materiale trattato è di mole e di portata immensa. Ma come Marx ed Engels giudicavano gli esiti delle guerre di Europa (vedi ogni dettaglio nel rapporto Trieste) tra il 1859 e il 1870, così noi marxisti integrali a buon diritto dobbiamo dire che, se le armate dell’organizzazione delle nazioni unite fossero state nel 1952 rovesciate in mare dalla penisola coreana, avremmo visto con gioia soccombere quelle forze, che corrispondono esattamente all’Alleanza che vinse a Waterloo.
Siamo lontani ancora dall’epoca in cui il problema poderoso della rivoluzione asiatica potrà ridursi ad un gioco dualistico di classe. Chi vorrebbe forzarlo oggi in tali linee, non ha una visione completa e quindi non ha visione rivoluzionaria.
Pelle nera
Alla Camera dei Comuni è stato annunciato che dall’1 gennaio al 29 novembre di questo anno, gli indigeni uccisi dalle truppe britanniche nel Kenya sono stati 2822 e i prigionieri 980, di cui 263 feriti. L’enorme sproporzione fra morti e feriti o prigionieri dimostra, come non si potrebbe meglio, il carattere violentemente repressivo delle razzie.
Nel museo delle glorie della società borghese e del suo imperialismo – anzi, della sua azione civilizzatrice – le tremila pelli nere faranno bella mostra di sé.
Lui, lei e l’altro (la terra, il danaro e il capitale)
Frutti e sfruttamento
Tutta la ricerca del comunismo critico è volta a stabilire la causa e le leggi dell’appropriazione di lavoro altrui, del rapporto sociale per cui determinati uomini e aggruppamenti di uomini nelle successive società storiche prestano la loro opera e lavorano, mentre vi sono altri uomini e altri gruppi che vivono non prestando lavoro e consumando in vari modi ciò che non hanno prodotto. A tanto si riducono le ricerche sulla rendita, sull’interesse e sul profitto che non sono che momenti e aspetti storici di quel lavoro prelevato da uomini a carico di altri uomini, ossia del sopralavoro, ed infine modernamente sono dimostrate parti in cui si suddivide il plusvalore. Tutto il marxismo è dunque teoria del plusvalore e in senso più generale del sopralavoro, estesa a tutte le epoche e non solo a quella capitalista e delle forme anche future di prestazione di sopralavoro per “tutta” la società umana (programma comunista, programma della rivoluzione proletaria). Si vede da ciò quale enormità sia dirsi marxisti e negare la dottrina del plusvalore, anche soltanto nella sua applicazione al modo capitalista di produzione.
Nella definizione sommaria di ricerca delle cause del sopralavoro si può, qualora si trascuri il metodo storico, incorrere in equivoco considerando che tutto il sistema derivi da una condanna dello “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”, quasi si trattasse di una posizione di ordine morale, che colpisse quel rapporto come un delitto, in ogni luogo e in ogni tempo, per la sua essenza qualificata e senza riguardo alla sua estensione in quantità, come senza riguardo al reale processo storico.
Come detto in altre sedi, l’errore è, con la formula di propaganda “contro lo sfruttamento”, di far credere che il comunismo voglia o possa sopprimere il sopralavoro, mentre invece lo vuole ordinare in un modo (che fu conosciuto solo dalle primitive gentes comuniste, in cui si mangiava indipendentemente dalla quantità, dal tempo, dalla misura del prestato lavoro individuale e tutto il lavoro era sopralavoro dato alla tribù, in quanto sopralavoro significa lavoro non pagato al suo prestatore) in un modo tale che il prelievo del sopralavoro non sia fatto per un solo individuo o per una sola parte della società. Il comunismo impedirà che un singolo o anche una parte della società o anche lo Stato possa dire al prestatore di opera: non potrai nutrirti se la parte di lavoro pagata al giusto prezzo (lavoro necessario) non la presti quando e dove ti sarà detto, per ivi cristallizzare il tuo sopralavoro.
La spiegazione quindi dei fenomeni della rendita, dell’interesse e del profitto, prima di essere tutta inquadrata nella dottrina comunista del pluslavoro, è da Marx illustrata nei tentativi che fecero per spiegare quelle forme le grandi scuole della scienza economica. Ma tale storia delle teorie, che Marx ha fatto prima di costruire la propria, la nostra, è esposta dopo di essa e passo per passo è costellata da luminose spiegazioni della nostra propria interpretazione di tutte le forme di sopralavoro e di più, come nelle altri parti del Capitale, da squarci potenti che illustrano il programma rivoluzionario e la forma sociale comunista.
Raccolto o saccheggio?
Il concetto più antico è quello della resa del suolo coltivato, in quanto i primi suoi teorici erano lontani dal poter vedere che anche in questa si utilizza, come abbiam visto, non “gratuita” forza naturale, ma sempre lavoro di uomini, che in tanto lo prestano in quanto vivono e in tanto vivono in quanto si alimentano. Il secondo problema è quello dell’interesse del denaro; il terzo storicamente sarà quello dell’utile di impresa.
Tutti sappiamo che si parla di denaro “messo a frutto” e di frutti di un capitale-denaro semplicemente prestato ad altro detentore, per indicare l’interesse pagato. E come annuo è il frutto della terra per motivi fisici, si è preso a considerare annuo l’interesse, sebbene nulla vieti di riferirlo ad un qualunque tempo di messa a disposizione del miracoloso cespite-moneta. Infatti la teoria degli interessi composti si impianta immaginando di cumulare a fine di ogni anno col capitale raggiunto l’interesse dell’ultimo anno decorso. I ragionieri delle banche si spingono col sistema dei “punti” a calcolare l’interesse delle frazioni di anno e fino ai giorni, ma solo a termine di anno e talvolta di trimestre lo segnano in attivo al cliente prestatore, o in passivo al debitore.
Quando si porti un tale concetto all’estremo, immaginando che il “dormiente” (per chi lo ha prestato ma non per chi lo ha preso in prestito) denaro ad ogni attimo figli un qualcosa di valore, sia pure impercettibile, si arriva all’interesse continuo. Occorre quella tale formuletta di calcolo integrale. Cosa curiosa è che mentre appare chiaro a tutti che l’accumulo finale trovato in tal modo è un poco più alto che con la teoria dell’interesse composto annuo, (o semestrale come nei mutui immobiliari) se cerchiamo quale sia il valore del capitale che ci dà un reddito annuo, poniamo del 5 per cento, perpetuo (come la servetta voleva) troveremmo nel caso dell’interesse continuo lo stesso capitale, immaginando la sua rendita “posticipata” ossia iniziata un anno dopo l’investimento. Ma se invece supponiamo che il gettito cominci nell’istante stesso del prestito, allora il valore diviene il capitale iniziale, più del suo interesse semplice. Praticamente, al 5 per cento 1 lira l’anno rappresenta 20 lire. ma con la formula continua, o “integrale”, rappresenta 1 lira di più. Forse per questo Petty introdusse 21 anni proprio, nella sua originale spiegazione della “rendita fondiaria capitalizzata”, prima celebrazione di nozze tra madamigella Terra e messer Denaro?
Mentre dunque la rendita che la terra dà al suo padrone prende la forma materiale di frutti e derrate cresciuti per fatto vegetativo e che sono gli stessi che gode quel tale lavoratore singolo che ha tanta terra quanta basta alla forza delle sue braccia, la parola frutto applicata all’interesse pecuniario e specie a quello primo conosciuto che fu l’usurario, prende sapore di metafora e sembra aver dato luogo al termine, piuttosto abusato, di sfruttamento. Si dice che si sfrutta la terra, si dice meglio che si sfrutta un giacimento minerario. Questo secondo costituisce una specie di ricchezza tesaurizzata da madre natura e non occorre calcolo integrale per stabilire il numero di anni in cui sarà esaurito: questo calcolo (una semplice divisione) suole farsi per il carbone fossile o il petrolio di tutto il sottosuolo terrestre… Ma la buona coltivazione della terra agraria è quella che la fa fruttare, non la sfrutta, ossia non ne intacca a fondo o distrugge la fertilità avvenire: cosa che riducendo mano mano la rendita toglierebbe a quella terra il suo valore “in comune commercio “o lo ridurrebbe di molto.
La nostra parola italiana sfruttamento, che in tempo moderno applichiamo al profitto dell’imprenditore a danno dei salariati, mostra che ogni teoria del sopralavoro parte dalla soluzione del problema della rendita fondiaria. Tuttavia la parola francese exploitation e quella tedesca Ausbeutung (di uso assai parco in Marx), vengono dai radicali plot e Beute che hanno il senso di preda, bottino, e sembrano contenere la nozione che i primi che accumularono ricchezze non lo fecero coi frutti sovrabbondanti di una terra generosa ma appropriandosi e predando prodotti sorti da altrui lavoro, comunque entrati in altrui possesso.
La terra nutrice?
Furono gli economisti fisiocratici, di quella scuola che sorse intorno al tempo della grande rivoluzione borghese, a stabilire la fonte della ricchezza nella natura, attribuendo solo alla terra la facoltà di dar vita alla umana specie: gli uomini sarebbero tanti poppanti alle mammelle infinite di questa ben rotonda balia dal latte inesauribile. Ma allora come spiegare che questi poppanti, lungi dal socchiudere gli occhi e mangiare dolcemente sonnecchiando, si debbano tanto maledettamente dibattere per sbarcare il lunario?
Marx distingue tra la formulazione banale di questo principio e l’avanzata analisi condotta dai grandi fisiocratici francesi, come Turgot e Quesnay, che non presentarono la terra come sola fonte di valore ma piuttosto il lavoro umano, bensì solo come
capitale. I successivi economisti classici della borghesia industriale trionfante attribuiranno giustamente la potenza di generare valore anche al lavoro manifatturiero e industriale, ma faranno ciò per sviluppare l’elogio del capitale e giustificarne il profitto: non è strano che Marx faccia propria la loro tesi di partenza, ma veda con simpatia la tesi fisiocratica in quanto mostra il “parassitismo” del capitale industriale. Egli deride invece la formulazione più bruta di questa scuola, che indica in un funzionario tedesco, lo Schmalz. Così egli generalizza la tesi fisiocratica, secondo cui il lavoro dell’operaio aggiunge al prodotto tutto quanto gli viene pagato in salario, non un soldo di più:
“Ogni salario (in media) è uguale a ciò che (sempre in media) è solito consumare un uomo appartenente alla classe operaia nel tempo (di nuovo in media) in cui viene eseguito il suo lavoro”.
Essendo dunque il lavoro sui manufatti in assoluto pareggio tra il ricevuto e il dato, ne segue che è la terra che fa vivere le nazioni:
“La rendita fondiaria continua ad essere l’unico reddito della nazione; la natura soltanto la nutrisce e Dio soltanto la crea. Salario e interessi non fanno che trasferire da una mano all’altra, sempre in altre mani, ciò che la natura ha dato sotto forma di rendita fondiaria (…) Il patrimonio della nazione è la capacità del suolo di fornire annualmente questa rendita fondiaria (…) Tutte le cose che hanno un valore, se si risale alle componenti e ai fondamenti del loro valore – intendiamo però parlare del valore di scambio – sono semplicemente prodotti della natura. Sebbene il lavoro abbia dato una nuova forma a queste cose, e abbia quindi accresciuto il loro valore, tuttavia questo valore consiste unicamente nella somma dei valori di tutti i prodotti della natura che sono stati distrutti per creare questo valore dalla nuova forma, cioè sono stati consumati dall’operaio o impiegati in un modo qualsiasi”.
Ed ancora:
“Questo lavoro [l’agricoltura vera e propria] è dunque reale ed esso solo è produttivo, perché crea corpi organici indipendenti. I lavori di trasformazione non fanno che modificare meccanicamente o chimicamente corpi esistenti”.
Marx si contenta di sorridere dell’ingenuità di questo consigliere aulico, che scrive indirizzandosi a “Vostra Altezza”. I1 grande filosofo inglese Locke, come Petty, riconosce due forme del plusvalore: rendita fondiaria e interesse, ma ammette già nettamente che fonte di entrambi è il lavoro che, fatto da altri, dati individui si appropriano in quanto – Marx dice con la sua propria formula – posseggono il suolo e il capitale, ossia le condizioni del lavoro. Questa corrente espressione marxista delle condizioni del lavoro che si oppongono al lavoro e al lavoratore non deve essere presa come una civetteria hegeliana con la antitesi opposta alla tesi da cui si arriva alla sintesi quando i lavoratori riconquistano le condizioni del loro lavoro, che stavano fuori e contro di essi. Si devono intendere per condizioni del lavoro non il generico ambiente in cui si lavora, l’esistenza o meno, poniamo, della luce nella fabbrica, o dell’ambulatorio o del refettorio, ma i dati indispensabili, ossia le condizioni necessarie senza di cui non si può lavorare: dunque il locale, le materie prime, gli impianti e macchine.
Non può lavorare chi non sia ammesso ad entrare nella fabbrica, o nel campo, a maneggiare attrezzi e materie, sementi, concimi, sostanze greggie da trasformare. A differenza dell’artigiano libero, il moderno salariato è separato da tutto questo da una barriera insormontabile: le condizioni del lavoro sono elementi materiali e fisici, e la opposizione di esse al lavoro non è simbolica, ma è espressa dalla coercizione statale e legale, dai rapporti del pubblico potere che quei divieti sancisce e tutela.
Locke giudica che sia inumana e da vietare ogni separazione tra il lavoro e le sue indispensabili “condizioni”. Secondo lui “la terra e tutti gli esseri inferiori appartengono in comune a tutti gli uomini”, tuttavia la proprietà egli la fonda sul fatto che a ciascun uomo appartiene sicuramente ed esclusivamente la propria persona. Quindi se con le sue forze materiali e personali l’uomo trasforma un prodotto qualunque della natura e vi aggiunge del lavoro suo, egli ne fa la sua proprietà. Ma Locke nello stabilire questa sua “legge naturale” della proprietà dice che essa ne dà anche il limite: nessuno si può appropriare più di quanto gli basta per vivere. Secondo Locke questa era la situazione nelle età antiche, e si deve impedire che la proprietà sia ripartita in modo che alcuni ne restino esclusi. A gran differenza di noi egli parte storicamente da una proprietà divisa individualmente e vuole arrivare ad una specie di lottizzazione egualitaria. Ma l’importante è che egli ammette che è il lavoro a dare valore ai prodotti della terra e alla terra stessa “per il 99 per cento”.
Rendita e usura
Abbiamo dunque già superata la teoria della nutrice e dei poppanti. Locke risolve poi il problema dell’interesse. Il denaro di per sé lo giudica sterile ed improduttivo; ma, essendovi ineguale ripartizione della terra, il denaro e l’interesse sono il mezzo che permette a chi non ha terra e non potrebbe lavorare di farsene “prestare” da un altro, ricambiandolo con denaro che ricaverà da una parte dei prodotti. Questa ineguaglianza nel possesso dei mezzi di
produzione fa passare nelle tasche di un terzo il guadagno che ricompenserebbe il lavoro di un dato individuo e Marx rileva quanto questo sia importante, dato che la concezione di Locke
“fu l’espressione classica delle idee giuridiche della società borghese in opposizione alla società feudale, e in quanto la sua filosofia servì inoltre di fondamento a tutte le teorie della successiva economia politica inglese”.
Agli albori del capitalismo (per l’Inghilterra l’epoca è dal 1650 al 1750) si svolge una lotta tra il capitale-denaro e la proprietà fondiaria, e ciò sebbene molte volte lo stesso proprietario di terra esercitasse l’usura. Stabilita la teoria del parallelismo tra rendita media della terra e tasso medio dell’interesse sui prestiti di denaro, i signori della terra anziché fare miglioramenti produttivi volevano che lo Stato frenasse gli interessi usurari: se il tasso scende (come in quei secoli fortemente scese), la terra, che dà la stessa rendita, cresce nel suo valore patrimoniale. Ma quando al primitivo capitale degli strozzini fa seguito il capitale industriale e commerciale, questo non tarda ad allearsi strettamente con la proprietà fondiaria, e tutti lottano contro la forma usuraria, dice qui Marx per conto suo. Ma egli cita un altro passo notevole del Dudley North circa la spiegazione dell’interesse:
“Come il proprietario fondiario affitta la sua terra, così questi (coloro che posseggono capitale per il commercio) affittano il loro capitale [notammo altra volta che nel dialetto napoletano u’ capitalista non è che il mutuante privato, lo strozzino, più elegantemente il contantista]: l’affitto di quest’ultimo si chiama interesse, ma non è altro che rendita del capitale, così come l’altra è rendita della terra (…). Essere un landlord [proprietario di terra in forma borghese] o uno stocklord [proprietario di denaro] è dunque la stessa cosa; il proprietario di terra ha questo unico vantaggio: che il suo fittavolo non può portarsi via la terra, mentre il fittavolo dell’altro può portarsi via il capitale [italice: piantare un chiodo, un buffo]; e perciò la terra deve fornire un profitto minore che non il capitale, il quale viene dato in prestito con un rischio maggiore”.
L’altro grande filosofo Hume andrà in economia più avanti di Locke, perché oltre la rendita terriera e l’interesse del denaro considera il profitto, ma solo commerciale, avvicinandosi così ai mercantilisti che vedono la ricchezza nazionale sorgere dai commerci con l’estero. Hume però non trova nello scambio la creazione di nuovo valore: in lui sono già in pieno due teorie: quella del valore e quella della discesa del tasso, esplicitamente espresse:
“Nel mondo tutto si compra col lavoro”. “L’interesse è il vero barometro dello Stato; se esso è basso è un segno quasi infallibile della prosperità di un popolo”.
Con Steuart, che scrive nel 1805, l’analisi raggiunge il terzo termine: il profitto industriale. Egli giunge ad analizzare il prezzo di una merce stabilendo tre fattori: le materie prime; il tempo che in quel dato paese un operaio impiega nell’elaborarle; il valore dei mezzi di sussistenza, delle spese per i bisogni indispensabili di quell’operaio, e la spesa per comprare i suoi arnesi. Secondo lui il profitto dell’industria sorge se, calcolato così il prezzo del prodotto, l’industriale vende al di sopra di tale cifra: l’industria è attiva solo quando vi è una forte domanda.
Non siamo ancora certo alla formula marxista del valore della merce. Marx nota come Steuart faccia sorgere il profitto da un gioco concorrentistico, laddove questo non fa che provocare variazioni intorno ad un livello del valore della merce, che di per sé contiene più della spesa materie prime e della spesa salario. Quindi Marx si occupa propriamente dei fisiocratici maggiori.
I fasci di luce
E’ veramente una posizione infelice confondere la trattazione marxista di un dato tema del passato, poniamo la tecnica produttiva di una razza preistorica, poniamo il pensiero di un certo scrittore di economia e di storia, con una ricerca culturale generica come quella che corrisponde alle domande di un professore universitario agli esami: parlatemi dunque della civiltà degli antichi Maya dell’America Centrale… o anche: esponete il pensiero sociale di Kant. Non si tratta mai per noi di riempire una pagina del quaderno o un ripiano della biblioteca, come fini a se stessi. Quando uno di questi paragrafi viene dettato da Marx, o viene richiamato con metodo marxista, ad ogni frase balza un vivo confronto coi problemi scottanti del tempo moderno, viene afferrata un’occasione di far dialetticamente intendere il segreto della società che ci circonda, di agitare nel modo più eversore il programma della società futura.
Chi per esempio non sia giunto all’altezza della teoria marxista del plusvalore troverà un veicolo possente nella esposizione che Marx fa di quella dei fisiocratici nel sesto capitolo: I caratteri generali del sistema dei fisiocratici.
Essi infatti per primi arrivano all’analisi del capitale coi suoi rapporti moderni: cosa strana, che non sveglia la distrazione del normale studentello, del compulsatore di mestiere: lo fanno svalutando l’industria e ponendo avanti in primo piano l’agricoltura: ogni fesso delle sezioni agrarie dei partiti stalinisti se ne verrebbe a concludere: sono dunque dei difensori dell’economia feudale contro la forma capitalista… Oh que nenni! (E’ una forma di sottolineata negazione dei francesi, che vale il partenopeo “manco p’a capa!”; non si riferisce con iniziale maiuscola a quel tipo di cui scrisse Stato Operaio del luglio-agosto 1931, per la penna certo del sozio d’oggi Palmiro: “Chi accusa i comunisti di essere alleati del fascismo? Sono i ministri di polizia di Prussia, fucilatori di operai, è il signor Pietro, fascista della prima ora”). Quel capitolo sarebbe utile stamparlo in fascicoli e farne mangiare cento copie a ogni rinnegato.
Il centro dell’analisi marxista a proposito della dinamica del sistema salariale, chiunque sia il salariante, consiste nello stabilire la radicale differenza tra il salario, o prezzo della forza lavoro, e la parte di valore che la forza lavoro di cui si tratta ha introdotto nella merce prodotta.
Orbene il fisiocratico si ostina a dire che l’operaio di fabbrica, che ad esempio fonde un blocco motore con un quintale di ghisa greggia, ha aggiunto al valore del manufatto solo la paga ricevuta. Ed infatti se ne convince pesando il blocco e vedendo che non pesa più della ghisa; quasi sempre pesa un poco di meno, per lo “sfroso” (orribile parola tecnica) che avviene in ogni lavorazione.
Per riconoscere il plusvalore nell’industria, il fisiocratico vorrebbe che fosse violata la legge della conservazione della materia. Avrebbe aspettato i vanti di Eisenhower di pochi giorni fa sulla trasformazione di miliardi di kilowatt-ore e di dollari in pochi etti di idrogeno pesante. Ma purché si tratti di produzione agricola, la scuola fisiocratica descrive per la prima la stregonesca fabbricazione del plusvalore.
“Il loro [dei fisiocratici] modo di esporre è necessariamente determinato dalla loro concezione generale della natura del valore, il quale, secondo il loro pensiero, non è [ed ecco una formula nostra di ventiquattro carati che il comune lettore e studioso sfiora senza sbarrare gli occhi!] un determinato modo sociale di esistenza dell’attività umana (lavoro), ma consta di materia, di terra, di natura e delle diverse modificazioni di questa materia”.
Noi – spiegammo tante volte – noi materialisti storici non valutiamo una merce secondo la materia che contiene – a seguito di analisi chimica, meccanica e nucleare! – ma secondo i rapporti sociali che corrono tra gli uomini che l’hanno prodotta e, meglio ancora, che siano chiamati a riprodurla. Ma l’economista ufficiale ancora oggi prende la merce in mano, la offre magari a destra e a sinistra e sui giornali commerciali, poi la giudica entro il suo poco di materia e ne costruisce il prezzo su banali formulette di appetibilità e rarità. E il testo prosegue:
“La differenza fra il valore della capacità lavorativa e la sua valorizzazione – cioè il plusvalore che l’acquisto della capacità lavorativa procura a chi la impiega – appare nel modo più tangibile e incontestabile, fra tutte le branche della produzione, nell’agricoltura, nella produzione primaria. La somma dei mezzi di sussistenza che l’operaio consuma annualmente, o la massa di materia che consuma, è minore della somma dei mezzi di sussistenza che egli produce”.
Poiché nell’industria questo non è evidente, non si può arrivare a scorgere tale differenza senza fare “l’analisi generale del valore” e scoprire la sua natura. I fisiocratici la videro nell’agricoltura, la negarono per l’industria: chiamarono lavoro produttivo il lavoro agrario, classe produttiva quella degli operai agricoli, classe sterile quella dei lavoratori di fabbrica.
Sussistenza e procreazione
Fermiamoci un momento al primo e più basso termine della differenza: quel valore che all’operaio viene attribuito per la sua prestazione di forza di lavoro, il prezzo dunque di questa, il salario. Per questo “il minimo del salario costituisce giustamente il pernio della dottrina dei fisiocratici”.
Evitiamo – con una digressione nella digressione – le confusioni solite. Per provare l’esistenza del plusvalore ed anche il suo crescere nella massa e nel saggio, non occorre che il salario resti a quel “minimo” a cui non lo lega nessuna “bronzea legge” come raccontava Lassalle. Il salario sta tra quel minimo ed un massimo che sarebbe tutto il valore aggiunto al prodotto finito. Ben può dunque superare il minimo; non può solo scendere più in basso, in quanto il sistema sociale esaminato non potrebbe ulteriormente continuare per esaurimento della forza di lavoro sociale disponibile.
Il minimo valore del salario è dunque quello che assicura la conservazione della forza lavoro dell’operaio. Ma ciò comprende la sua “riproduzione” non solo alimentare ma anche sessuale, e qui con alcune citazioni diamo conforto alle nostre trattazioni su razza ed economia, e riduzione del fatto sessuale al fatto economico come necessaria parte della “materiale base” di ogni società. Quel minimo valore
“è uguale al tempo di lavoro necessario per produrre i mezzi di sussistenza indispensabili alla riproduzione della capacità lavorativa, ossia è uguale al prezzo dei mezzi di sussistenza necessari all’esistenza dell’operaio in quanto tale”.
E nello stesso capitolo, più oltre:
“Il grado di sviluppo della produttività del lavoro” deve essere tale almeno da consentire che “il tempo di lavoro di un uomo” non “basti unicamente a mantenere lui stesso in vita, a produrre e riprodurre i suoi propri mezzi di sussistenza”; la forza di lavoro deve poter “riprodurre più del suo proprio valore, produrre in misura superiore alle esigenze del suo processo vitale”.
Poiché tutto è considerato alla scala sociale, si tratta del processo vitale non del lavoratore isolato, ma della classe lavoratrice. Un autore dei primi studiati da Marx disse: quanto occorre al mantenimento del lavoratore ed alla procreazione di altri lavoratori? Adamo Smith, citato molto più oltre, dirà, assai bene:
“Un uomo deve necessariamente vivere del proprio lavoro, e il suo salario deve essere almeno sufficiente alla sua sussistenza; nella maggior parte dei casi deve anche essere un po’ superiore, altrimenti egli non avrebbe la possibilità di allevare una famiglia, e allora la stirpe di questi operai non potrebbe durare oltre la prima generazione”
Smith naturalmente si allarmava del fatto che sarebbe in tal modo scomparsa nel generale compianto anche la classe dei non lavoratori. Dunque la “reazionaria” ostilità dei fisiocratici all’industria moderna non toglie che essi fossero all’avanguardia nel decifrare il processo produttivo agricolo, e avessero per primi dati i tre giusti termini del valore: capitale costante, capitale salari, sopravalore: tutti incorporati nel valore del prodotto.
Distribuzione e produzione
Il merito dei fisiocratici (di cui nel seguito daremo il “collocamento” storico esatto nel trapasso alla rivoluzione borghese, stabilito magistralmente nel testo di Marx) è di avere finalmente fissata l’origine dell’accumulazione di valore nel campo della produzione, superando la precedente scuola mercantilista, che vedeva l’arricchimento nazionale solo nei commerci:
“Nel sistema mercantilistico il plusvalore è soltanto relativo, ciò che è guadagnato dall’uno è perduto dall’altro. Profitto mediante l’alienazione, ossia oscillazione della ricchezza fra le varie parti interessate. All’interno di un paese, se si considera il capitale complessivo, non si verifica in effetti nessuna creazione di plusvalore [ossia la nazione consuma nell’anno, poniamo, quanto nell’anno ha prodotto]. Essa può aver luogo solo nel rapporto di una nazione con le altre nazioni (…). In contrasto con queste tesi – poiché in realtà il sistema mercantilistico nega la creazione di plusvalore assoluto la fisiocrazia vuole spiegare il plusvalore assoluto: il prodotto netto. E poiché essa rimane saldamente ancorata al valore d’uso, l’agricoltura (le appare) come l’unica creatrice di esso”.
Nella dottrina del sistema monetario e del sistema mercantile, sola fonte di arricchimento relativo è il denaro che il commerciante impiega, il capitale commerciale, che si investe in merci circolanti e ne ritrae un ricavo maggiorato. Una partenogenesi del denaro che figlia se stesso. Nella assai superiore dottrina fisiocratica abbiamo la combinazione della terra e del denaro: si riconosce, cosa fondamentale, che le remunerazioni dei due fattori sorgono non negli scambi ma nella produzione (prima apparizione della legge dell’equivalenza in qualunque scambio) e sorgono dal lavoro umano, ma dallo speciale lavoro che opera nel seno, per così dire, della natura, che produce frutti della terra. Questo lavoro in quanto reso merce e acquistato con denaro, e non più per personale soggezione del contadino, quindi in forma ormai borghese e non più feudale, genera un sopralavoro che si trasforma tutto in rendita fondiaria.
Dalla rendita dei proprietari fondiari sono distaccati dei compensi che danno l’interesse ai prestatori di denaro, e una specie di stipendio ai capi d’industria, che non è profitto, in quanto l’industria manifatturiera, per i fisiocratici, non genera plusvalori, ma compensa solo il denaro investito cambiando ai prodotti solo l’esterna forma.
Tuttavia nel campo della coltivazione della terra la formula capitalista ha già una piena applicazione, si è svelata una speciale merce, la forza lavoro, che (sola) ha questa magica capacità: allorché chi la ha comprata la utilizza, la impiega, salta fuori un valore d’uso assai superiore al prezzo pagato, al suo valore di scambio, al salario.
Mentre dunque i pacifici fisiocratici credono di mettere su questo sereno ménage della terra e del denaro, hanno scatenato senza vederlo il diabolico terzo elemento, il capitale industriale famelico di sopralavoro, che imporrà il suo potere adultero e assorbirà enormi differenze, tratte al sopralavoro di masse prima sconosciute di salariati, lasciandone semplici lecchi per la rendita fondiaria e per l’interesse dei risparmiatori di denaro.
“Per il fatto che il lavoro agricolo viene concepito come l’unico lavoro produttivo, quella forma di plusvalore che distingue il lavoro agricolo dal lavoro industriale, la rendita fondiaria, viene concepita come l’unica forma del plusvalore.
“Il vero e proprio profitto del capitale [attenzione: dalla critica si passa all’enunciazione nostra!], di cui la stessa rendita fondiaria non è che una diramazione, non esiste dunque per i fisiocratici. Il profitto appare ad essi solo come una specie di salario più elevato pagato dai proprietari fondiari, il quale viene consumato dai capitalisti come reddito (dunque entra nei costi della loro produzione al pari del minimo del salario degli operai comuni) poiché esso entra nei costi di consumo a cui va incontro il capitalista, l’industriale, mentre produce il prodotto, mentre trasforma la materia prima in nuovo prodotto”.
Tale prodotto compensa esattamente le sue varie spese di produzione, dunque non vi è nell’industria accumulo di nuovi valori, nulla si apporta al totale della “ricchezza nazionale” oltre il montante della rendita terriera.
“Il plusvalore nella forma di interesse del denaro – altra diramazione del profitto – viene quindi considerato da una parte dei fisiocratici, ad esempio da Mirabeau padre, come usura contraria alla natura. Il Turgot, al contrario, adduce a sua giustificazione il fatto che il capitalista monetario potrebbe comprare terra, dunque rendita fondiaria Essendo il lavoro agricolo l’unico lavoro produttivo, il profitto industriale e l’interesse del denaro non sono che differenti rubriche in cui la rendita fondiaria si ripartisce e passa, in determinate porzioni, dalle mani dei proprietari fondiari in quelle di altre classi”.
Siamo pervenuti ad una netta distinzione. Agli albori della produzione capitalistica viene in evidenza che il movimento sociale consiste in produzione di sopravalore. Per i fisiocratici questo viene tutto dalla rendita fondiaria, e se ne staccano date quote per gli industriali e i banchieri. A partire da Adamo Smith troveremo “tutto l’opposto”:
“Gli economisti successivi concepiscono giustamente [e quindi siamo all’enunciazione della corrispondente tesi marxista] il profitto industriale come la forma in cui il capitale si appropria originariamente del plusvalore, quindi come la forma generale originaria del plusvalore (…) Rappresentano l’interesse e la rendita fondiaria come semplici diramazioni del profitto industriale [diremmo per chiarezza profitto di impresa, in quanto anche l’agricoltura è qui impresa], distribuito da parte del capitalista industriale alle differenti classi comproprietarie del plusvalore”.
Per stabilire dunque i termini della questione agraria va affermato che nel tempo capitalista la rendita della terra è una parte prelevata sul sopralavoro sociale come compenso del monopolio della terra da parte dei suoi proprietari.
All’inizio del ciclo capitalista i proprietari fondiari pretendono porsi alla testa della società, alla sua fine ne possono venire, dopo essere stati posti in sottordine, anche eliminati, senza che la vita del modo capitalista e salariale di produzione sia ancora terminata
I massimi problemi
Piombino, dicembre
Per mezzo di manifesti murali e sulla cronaca dei giornali locali, una tremenda notizia si è divulgata stamani per la città: sull’affamato popolo piombinese sta per abbattersi una nuova, grave sciagura, Il Comitato Direttivo Comunale del P.C.I., riunitosi al gran completo, esaminata l’angosciosa situazione, ha diramato un appello alla cittadinanza formulando la speranza che questa si unisca per fronteggiare la nuova jattura: la squadra di calcio, il glorioso sodalizio piombinese, sta per essere retrocesso in serie C!
Mentre quattromila famiglie di licenziati sono in preda alla fame il partito togliattiano non ha altro di meglio da fare o da dire che chiedere denaro e aiuti per la squadra di calcio, e, come si legge sull’« Unità » del 3-12, un più profondo « contatto democratico » fra società e soci. In mancanza di pane, giochi da circo: questo il programma dei « difensori della classe operaia».
Il disoccupato
Dittatura proletaria e partito di classe Pt.2
IV.
Molte differenze fondamentali si presentano nel ruolo dello Stato in rapporto alle classi sociali ed alle organizzazioni collettive, così come si presenta nella storia dei regimi sorti dalla rivoluzione borghese e come si presenterà dopo la vittoria proletaria.
a) L’ideologia borghese rivoluzionaria, prima della lotta e della vittoria finale, presentò il suo futuro Stato post-feudale non come uno Stato di classe, ma come lo Stato popolare, fondato sulla soppressione di ogni ineguaglianza davanti alla legge, ciò che si pretende corrisponda alla libertà ed alla uguaglianza di tutti i membri della società.
La teoria proletaria proclama apertamente che il suo Stato avvenire sarà uno Stato di classe, cioè uno strumento maneggiato, finché le classi esisteranno, da una classe unica. Le altre saranno, in principio non meno che di fatto, messe fuor dello Stato e “fuori legge”. La classe operaia, pervenuta al potere, “non lo dividerà con nessuno” (Lenin).
b) Dopo la vittoria politica borghese, sulla tradizione di una campagna ideologica tenace, si proclamarono solennemente nei diversi paesi come base e fondamento dello Stato delle carte costituzionali, o dichiarazioni di principio, considerate come immutabili nel tempo, come espressione definitiva delle regole immanenti, infine scoperte, della vita sociale. Da quel momento, tutto il gioco delle forze politiche avrebbe dovuto svolgersi nel quadro invalicabile di questi statuti.
Lo Stato proletario non è affatto annunciato, durante la lotta contro il regime attuale, come una realizzazione stabile e fissa di un insieme di regole dei rapporti sociali dedotte da una ricerca ideale sulla natura dell’uomo e della società. Nel corso della sua vita, lo Stato operaio evolverà incessantemente fino a disperdersi: la natura dell’organizzazione sociale, dell’associazione umana, cambierà in modo radicale secondo le modificazioni della tecnica e delle forze di produzione, e la natura dell’uomo si modificherà altrettanto profondamente, allontanandosi sempre più da quelle del bue da lavoro e dello schiavo. Una costituzione codificata e permanente da proclamare dopo la rivoluzione operaia è un assurdo, non può figurare nel programma comunista; tecnicamente converrà adottare regole scritte che non avranno però nulla di intangibile e manterranno un carattere “strumentale” e transitorio, facendo a meno delle facezie sull’etica sociale ed il diritto naturale.
c) La classe capitalista vittoriosa, conquistato e perfino spezzato l’apparato feudale di potere, non esitò a impiegare la forza dello Stato per reprimere i tentativi controrivoluzionari e di restaurazione. Tuttavia, le misure più risolutamente terroristiche furono giustificate come dirette non contro i nemici di classe del capitalismo, ma contro i traditori del popolo, della nazione, della patria, della società civile, identificando tutti questi concetti vuoti con lo Stato medesimo, ed in fondo col governo e col partito al potere.
Il proletariato vincitore, servendosi del suo Stato “per schiacciare la resistenza inevitabile e disperata della borghesia” (Lenin), colpirà gli antichi dominatori ed i loro ultimi partigiani ogni volta che si opporranno, nella logica difesa dei loro interessi di classe, ai provvedimenti destinati a sradicare il privilegio economico. Questi elementi sociali manterranno, di fronte all’apparato di potere, una posizione estranea e passiva: quando cercheranno di uscire dalla passività loro imposta, la forza materiale li piegherà. Non saranno partecipi di alcun “contratto sociale”, non avranno alcun “dovere legale o patriottico”. Veri e propri prigionieri sociali di guerra (come del resto furono, per la borghesia giacobina, in linea di fatto, gli ex-aristocratici ed ecclesiastici) non avranno nulla da tradire, perché non si sarà chiesto loro alcun ridicolo giuramento di lealtà.
d) Appena dissimulati dal bagliore storico delle assemblee popolari e delle convenzioni democratiche, lo Stato borghese ebbe subito dei corpi armati ed una guardia di polizia per la lotta interna ed esterna contro le forze dell’antico regime; si affrettò a sostituire la forca con la ghigliottina. Questo apparato esecutivo incaricato di amministrare la forza legale, sul grande piano storico come contro le violazioni isolate delle regole di attribuzione e di scambio proprie dell’economia privatista, agisce in modo perfettamente naturale contro i primi movimenti proletari che minacciano, anche solo per istinto, le forme di produzione borghese. La realtà imponente del nuovo dualismo sociale fu coperta dal gioco dell’apparato “legislativo” che pretendeva di realizzare la partecipazione di tutti i cittadini e di tutte le opinioni di partito allo Stato e alla sua direzione in un equilibrio perfetto di pace sociale.
Lo Stato proletario, dotato dei caratteri manifesti di dittatura di classe, non conterrà questa distinzione fra i due stadi, esecutivo e legislativo del potere, che saranno esercitati dagli stessi organi, poiché tale distinzione è propria del regime che dissimula la dittatura di una classe e la protegge sotto una struttura esterna policlassista e polipartitista. “La Comune non fu una corporazione parlamentare, fu un organismo di lavoro” (Marx).
e) Nella sua forma classica, lo Stato borghese, coerente a una ideologia individualista che la finzione teorica estende nella stessa misura a tutti i cittadini, riflesso mentale della realtà dell’economia di proprietà privata monopolio di una classe, non volle ammettere fra il suddito isolato ed il centro statale legale altre organizzazioni intermedie che le assemblee elettive costituzionali. Tollerò i club e i partiti politici, necessari nella fase insurrezionale, in forza dell’affermazione demagogica del libero pensiero e come puri raggruppamenti confessionali ed agenzie elettorali. In una seconda fase la realtà della repressione di classe costrinse lo Stato a tollerare le organizzazioni degli interessi economici, i sindacati operai, di cui diffidava come di uno “Stato nello Stato”. Infine, il sindacato da una parte divenne una forma di solidarietà adottata dai capitalisti per i loro fini di classe e dall’altra lo Stato intraprese, sotto il pretesto di riconoscerli legalmente, l’assorbimento e la sterilizzazione dei sindacati operai, privandoli di ogni autonomia per impedirne la direzione ad opera del partito rivoluzionario.
Nello Stato proletario – dato che sussistano in quanto sopravvivono datori di lavoro, o almeno esistono aziende impersonali i cui operai sono sempre dei salariati pagati in danaro – i sindacati di lavoratori vivranno per proteggere il livello di vita della classe lavoratrice, la loro azione essendo, in questo, parallela all’azione del partito e dello Stato. I sindacati delle categorie non operaie saranno proibiti. In realtà, sul terreno della distribuzione dei redditi con le classi non proletarie o semiproletarie, il trattamento dell’operaio potrebbe essere minacciato da considerazioni diverse dalle esigenze superiori della lotta generale rivoluzionaria contro il capitalismo internazionale. Ma questa possibilità, che sarà a lungo presente, giustifica il ruolo di second’ordine del sindacato in rapporto al partito politico comunista, avanguardia rivoluzionaria, internazionale, formante un tutto unitario coi partiti che lottano nei paesi ancora capitalisti ed avente come tale la direzione dello Stato operaio.
Lo Stato proletario non può essere animato che da un solo partito, e non ha alcun senso che vada oltre la congiuntura concreta la condizione ch’esso organizzi nei suoi ranghi e riceva nelle “consultazioni popolari”, vecchia trappola borghese, l’appoggio di una maggioranza statistica. Fra le possibilità storiche c’è l’esistenza di partiti politici che sembrano composti di proletari ma che subiscono l’influenza delle tradizioni controrivoluzionarie o dei capitalismi esterni. Non si può ridurre la soluzione di questo contrasto, il più pericoloso di tutti, a diritti formali od a consultazioni in seno ad una astratta “democrazia nella classe”. Sarà anche questa una crisi da liquidare sul terreno del rapporto di forza. Non v’è gioco statistico che possa assicurare la buona soluzione rivoluzionaria; questa dipenderà unicamente dal grado di solidità e chiarezza del movimento rivoluzionario comunista nel mondo. Ai democratici ingenui di un secolo fa in occidente e di mezzo secolo fa nell’impero zarista, i marxisti ebbero ragione di contestare che i capitalisti ed i proprietari sono la minoranza e quindi il solo vero regime di maggioranza è quello dei lavoratori. Se la parola democrazia significa potere dei più, i democratici dovrebbero mettersi dalla nostra parte di classe. Ma la parola democrazia, sia in senso letterale (“potere del popolo”) che per lo sporco uso che sempre più se ne fa, significa “potere non appartenente a una classe ma a tutte”. Per questo motivo storico, come respingiamo con Lenin la “democrazia borghese” e “la democrazia in generale”, dobbiamo escludere politicamente e teoricamente la contraddizione in termini di una “democrazia di classe” e di una “democrazia operaia”.
La dittatura preconizzata dal marxismo non rischierà d’essere confusa con le dittature di uomini e gruppi di uomini che abbiano assunto il controllo governativo e si sostituiscono alla classe proletaria, appunto perché proclamerà apertamente di essere necessaria in quanto l’unanimità della sua accettazione è impossibile, e che la maggioranza dei suffragi, se fosse seriamente constatabile, non sarebbe una condizione in mancanza della quale la dittatura avrebbe l’ingenuità di abdicare. Alla rivoluzione occorre la dittatura, perché sarebbe ridicolo subordinarla al 100% o al 51%. Dove si esibiscono queste cifre, la rivoluzione è stata tradita.
Si conclude che il partito comunista governerà solo, e non abbandonerà mai il potere senza combattere materialmente. Questa dichiarazione coraggiosa di non cedere all’inganno delle cifre e di non farne uso aiuterà a lottare contro la degenerazione rivoluzionaria.
I sindacati si svuoteranno della loro ragione d’essere nello stadio superiore del comunismo, non mercantile, non monetario, non uni-nazionale, stadio che vedrà d’altronde la morte dello Stato. Il partito come organizzazione di combattimento sarà necessario finché esisteranno nel mondo resti di capitalismo. Potrà, inoltre, aver sempre il compito di depositario e propulsore della dottrina sociale, visione generale dello sviluppo dei rapporti fra la società umana e la natura materiale.
Dittatura proletaria e partito di classe Pt.3
V.
La nozione marxista di sostituzione dei corpi parlamentari con organi di lavoro non ci riconduce neppure ad una “democrazia economica” che adatti gli organi dello Stato ai luoghi di lavoro, alle unità produttive o commerciali ecc., eliminando da ogni funzione rappresentativa i padroni sopravvissuti e gli individui economici che ancora dispongono di una proprietà. La soppressione del padrone e del proprietario non definisce che la metà del socialismo; l’altra metà, e la più espressiva, consiste nell’eliminazione dell’anarchia economica capitalista (Marx). Quando la nuova organizzazione socialista sorgerà ed ingrandirà, il partito e lo Stato rivoluzionario essendo in primo piano, non ci si limiterà a colpire soltanto i padroni ed i loro contromastri di un tempo, ma soprattutto si ridistribuiranno in modo affatto originale e nuovo i compiti e gli oneri sociali degli individui.
La rete di imprese e di servizi, cosi come sarà ereditata dall’ambiente capitalista, non potrà quindi essere posta a base di un apparato di cosiddetta “sovranità”, di delegazione di poteri nello Stato e fino ai suoi organi centrali. È appunto la presenza dello stato uniclassista, e del partito solidamente e qualitativamente unitario ed omogeneo, ad offrire il massimo di condizioni favorevoli al riordinamento della macchina sociale, guidato il meno possibile dalla pressione degli interessi limitati dei piccoli gruppi ed il più possibile dai dati generali e dal loro studio scientifico applicato al benessere collettivo. I cambiamenti nell’ingranaggio produttivo saranno enormi; basti pensare al programma di reversione dei rapporti fra città e campagna sul quale Marx ed Engels hanno tanto insistito e che è in perfetta antitesi con la tendenza attuale in tutti i paesi conosciuti.
La rete aderente ai luoghi di lavoro è dunque un’espressione insufficiente che ricalca le antiche posizioni proudhoniane e lassalliane che il marxismo si è gettato da molto tempo alle spalle.
VI.
La definizione dei tipi di collegamento con la base degli organi dello Stato di classe dipende soprattutto dagli apporti della dialettica storica, e non può essere dedotta dai “principi eterni”, dal “diritto naturale” o da una carta costituzionale sacra e inviolabile. Ogni dettaglio in merito non sarebbe che utopistico. Non c’è un granello di utopia in Marx, dice Engels. La stessa idea della famosa delega di potere dell’individuo isolato (elettore) grazie a un atto platonico derivante dalla libera opinione, quando l’opinione è in realtà un riflesso delle condizioni materiali e delle forme sociali, quando il potere consiste in un intervento di forza fisica, deve essere abbandonata alle brume della metafisica.
La caratterizzazione negativa della dittatura operaia è stabilita nettamente: borghesi e semiborghesi non avranno più diritti politici, si impedirà loro con la forza di riunirsi in corpi di interessi comuni o di agitazione politica, non potranno mai alla luce del giorno votare, eleggere, delegare altri a non importa che “posto” e funzione. Ma neppure il rapporto fra lavoratore, membro riconosciuto ed attivo della classe che ha il potere, e l’apparato statale manterrà il carattere fittizio ed ingannatore di una delega ad essere rappresentato da un deputato, da una lista, da un partito. Delegare è, in effetti, rinunciare alla possibilità di azione diretta, la pretesa funzione “sovrana” del diritto democratico non è che un’abdicazione, per lo più a favore di un mariolo.
I membri lavoratori della società si raggrupperanno in organismi locali, territoriali, secondo la residenza, in certi casi secondo lo spostamento imposto dalla loro partecipazione all’ingranaggio produttivo in piena palingenesi. Grazie alla loro azione ininterrotta, senza intermittenze, si realizzerà la partecipazione di tutti gli elementi sociali attivi agli ingranaggi dell’apparato statale, e per ciò stesso alla gestione e all’esercizio del potere di classe. Disegnare questi ingranaggi prima che il rapporto di classe si sia concretamente determinato è impossibile.
VII.
La Comune stabilì come criteri della più alta importanza (Marx, Engels, Lenin) la revocabilità in ogni momento dei suoi membri e dei suoi funzionari, e la limitazione della mercede di questi al salario operaio medio. Ogni separazione fra produttori alla periferia e burocrati al centro è così soppressa mediante rotazioni sistematiche. Il servizio dello Stato dovrà cessare d’essere una carriera e perfino una professione. È certo che, in pratica, questi controlli creeranno difficoltà insormontabili. Lenin ha espresso da tempo il suo disprezzo per i progetti di rivoluzione senza difficoltà! I conflitti inevitabili non saranno completamente risolti redigendo scartoffie regolamentari, costituiranno un problema storico e politico, un rapporto reale di forza. La rivoluzione bolscevica non si è fermata davanti all’assemblea costituente, e l’ha dispersa. I consigli di operai contadini e soldati erano sorti. Dal villaggio a tutto il Paese la formazione di questo tipo originale, apparso già nel 1905, di organi di Stati per stadi sovrapposti di unità di territorio, nati nell’incendio della guerra sociale, non rispondeva a nessuno dei pregiudizi sul “diritto degli uomini” sul suffragio “universale, libero, diretto e segreto”! Il partito comunista scatena e vince la guerra civile, occupa le posizioni-chiave in senso militare e sociale, moltiplica per mille, in virtù della conquista di stabilimenti, edifici ecc., i suoi mezzi di propaganda e di agitazione, forma senza perder tempo e senza fisime procedurali i “corpi di operai armati” di Lenin, la guardia rossa, la polizia rivoluzionaria. Alle assemblee dei Soviet diventa maggioranza sulla parola d’ordine “tutto il potere ai Soviet!”. È, questa maggioranza, un fatto giuridico, un fatto freddamente e banalmente numerico? Niente affatto! Chiunque, spia o illuso in buona fede, voti che il Soviet deponga, o fornichi, il potere conquistato col sangue dei combattenti proletari, sarà buttato fuori a colpi di calcio del fucile dai suoi compagni di lotta. Ne ci si fermerà a calcolarlo nella “minoranza legale”, colpevole ipocrisia di cui la rivoluzione fa a meno, la controrivoluzione si pasce.
VIII.
Dati storici diversi da quelli russi del 1917 – caduta recentissima del dispotismo feudale, guerra disastrosa, ruolo dei capi opportunisti – potranno determinare, sulle stesse direttive fondamentali, altre configurazioni pratiche della rete di base dello Stato. Da quando si e buttato dietro le spalle l’utopismo, il movimento proletario assicura la propria via ed il proprio successo con l’esperienza esatta del modo attuale di produzione, della struttura dello Stato presente e degli errori della strategia della rivoluzione proletaria, sia sul campo della guerra sociale “calda”, sul quale i federati del 1871 caddero gloriosamente, che “fredda”, sul quale abbiamo perduto, dopo il 1917 e fino al 1926, la grande battaglia di Russia fra l’Internazionale di Lenin e il capitalismo del mondo intero, sostenuto in prima linea dalla complicità miserabile di tutti gli opportunisti.
I comunisti non hanno costituzioni codificate da proporre. Hanno un mondo di menzogne e di costituzioni cristallizzate nel diritto e nella forza dominante da abbattere. Sanno che, mediante un apparato rivoluzionario e totalitario di forza e di potere, senza esclusione di mezzi, si lotterà per impedire che i relitti infami di un’epoca di barbarie ritornino a galla, che il mostro del privilegio sociale risollevi la testa, affamato di vendetta e di servitù, lanciando per la millesima volta il mentitore grido di libertà.
Una delle tante riforme agrarie
Sta avvenendo in India come un po’ dovunque in Oriente quello che è avvenuto e avviene nei vecchi paesi capitalistici ogni volta che si è agitato davanti agli occhi dei contadini secolarmente sfruttati ed affamati il miraggio della « conquista della terra », cioè della loro accessione alla proprietà privata del suolo: la terra è resa disponibile, ma il contadino che aspira a prenderla in proprietà deve, se vuol realizzare il suo « sogno », indebitarsi fino ai capelli verso un usuraio o cedere la terra non ancora integralmente sua a creditori. Queste riforme agrarie hanno per lo più un risultato ben noto ai nostri contadini, soprattutto meridionali: far passare la terra dalle mani del vecchio proprietario assenteista in quelle ben più voraci del borghese prestatore di mezzi di pagamento e di beni capitali.
La riforma indiana fissa un limite alla proprietà terriera, combinando alla possibilità di una famiglia media di lavorarla: le terre eccedenti tale limite saranno cedute a contadini senza terra dietro indennizzo. Quello che succederà si legge in « Relazioni internazionali », non certo sospette di « progressismo »:
« Nell’Uttar Pradesh (le ex-Provincie Unite) l’indennizzo è stato fissato in ragione di 10 volte il canone di affittanza. I contadini che non possiedono questa somma – la quasi totalità – possono invece pagare una cifra pari al canone di affitto per 40 anni, il che però praticamente lascia le cose immutate e rende il trasferimento di proprietà puramente nominale. Altrove, per esempio nel Malabar, il divieto di sfratto all’affittuario è stato condizionato al pagamento anticipato di un’annualità come pegno, ed il ritardato pagamento del canone è considerato giusta causa per lo sfratto. Nella condizione di povertà dei contadini indiani ciò equivale a rendere illusorio il blocco ».
Comunicazioni di Partito
Il tesseramento 1954
Il tesseramento 1954 si svolgerà sulla stessa base dell’anno precedente. Le federazioni, sezioni o gruppi comunicheranno entro gennaio il numero di tessere che intendono ritirare: l’iscrizione comporta come sempre il versamento di L. 100, le quote rimangono fissate mensilmente a L. 100, di cui 30 destinate alla federazione, sezione o gruppo. Si provveda frattanto al saldo delle pendenze per le quote 1953.
Ricordiamo ai gruppi che l’iscrizione al Partito di simpatizzanti presuppone non solo l’acquisizione da parte di questi ultimi dell’integrale programma del movimento, ma lo sviluppo continuativo di un’attività coordinata con quella dell’organizzazione e da essa costantemente controllata. I gruppi informino la direzione su quanto intendono fare, eventualmente col suo appoggio ed intervento, per rafforzare i legami politici ed organizzativi coi simpatizzanti (riunioni, distribuzione di materiale teorico e politico, assegnazione di compiti particolari).
Stampa
Il giornale uscirà nel 1954 nel solito formato e con lo stesso ritmo di pubblicazione. I gruppi sono invitati a saldare le pendenze 1953 e a rinnovare e, se possibile, aumentare gli abbonamenti, il cui sviluppo è stato nel 1953 particolarmente favorevole.
Nei grandi centri, va curata, come già nell’anno che sta per chiudersi, anche la distribuzione per edicole.
La redazione raccomanda vivamente ai gruppi di tenerla informata sugli avvenimenti locali che più servano ad illuminare lo stato attuale dei rapporti fra le classi, dell’atteggiamento dei partiti e delle organizzazioni sindacali, e delle reazioni operaie ad esso. Questo contributo informativo non può essere limitato alla preziosa iniziativa di pochi gruppi soltanto; deve estendersi a tutta la rete organizzativa.
Riprenderà nel 1954 la pubblicazione di opuscoli: i pochi gruppi che non l’hanno ancora fatto procedano al saldo per le vendite del «Dialogato» e del «Filo del Tempo».
Il bilancio 1953 è, per quanto riguarda la diffusione della stampa (giornale ed opuscoli) e le sottoscrizioni, soddisfacente: abbiamo la certezza che altrettanto si potrà dire del bilancio finale 1954.
Bravi i simpatizzanti triestini
La sezione di Trieste rivolge un particolare ringraziamento ai simpatizzanti per la sottoscrizione di cui si sono fatti volontariamente promotori allo scopo di permettere ad uno dei nostri compagni di partecipare alla riunione di Firenze.