Rosso contro tricolore
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Dalle forze della democrazia, il Primo Maggio è stato celebrato il 25 aprile. Bisognava riconfermare davanti a tutti, ma specialmente di fronte ai proletari, che destra e sinistra, governo ed opposizione, si riconoscono figli della stessa madre – la guerra cosiddetta liberatrice -, e madri della stessa figlia – la democrazia costituzionale borghese. Bisognava rivendicare, soprattutto dai partiti che all’interesse superiore della patria conviene chiamare operai, i «valori della resistenza», cioè riconoscersi e farsi riconoscere come le forze operanti del massacro mondiale, della riedificazione dello Stato nella varietà aggiornata e rafforzata dei suoi ingranaggi, dell’inserimento dei sindacati tradizionali nel meccanismo statale; rivendicare il merito di una vittoria sui fascisti che ha moltiplicato per mille, su scala mondiale, i fasti e i nefasti del fascismo e di una pace che non è se non che la continuazione, con forme sempre diverse, del secondo macello imperialistico. Era, per i partiti della sinistra borghese, ricordare ai proletari, nell’imminenza del Primo maggio, che la loro bandiera non è rossa ma tricolore, che il loro fine non è la rivoluzione proletaria ma la ricostruzione patriottica, che i loro schieramenti si saldano non alla tradizione del marxismo ma alla continuità delle conquiste borghesi del risorgimento. Non a caso, poco prima del Primo Maggio, Togliatti commemorava Giolitti: non si ritorna al risorgimento senza ricollegarsi idealmente e nei fatti al ministro della malavita. al grande corruttore del movimento operaio, al geniale e pacifico liquidatore dell’occupazione delle fabbriche.
Ma riconoscersi ed affermarsi come partiti solidali della democrazia, richiamarsi alle radici del proprio albero ideologico per ricongiungersi alla battaglia mondiale della seconda guerra, voleva anche dire ripresentare dietro l’unità del tricolore, il contrasto che oppone le forze imperialistiche delle stelle e strisce alle forze imperialistiche della stella a cinque punte. Il Primo Maggio è stato perciò la riconferma di queste due facce divise e congiunte dei partiti della democrazia: Primo Maggio di solidarietà politica nel nome della democrazia e della patria, Primo Maggio di preparazione alla guerra imperialistica; Primo Maggio dei piani per la ripresa dell’economia nazionale e delle campagne di orchestrazione della pace per l’arruolamento delle masse nelle legioni volontarie del nuovo massacro. Non per nulla, i sindacati dei partiti di affiliazione americana hanno atteso quella data per fondersi in un organismo solo da contrapporre all’unico organismo di affiliazione russa; non per nulla, nella Berlino simboleggiante la tragicommedia della guerra e della pace liberatrici, il Primo Maggio è stato celebrato da forze operaie contrapposte, divise da una barricata di guerra.
Per noi, il Primo Maggio non poteva essere che la violenta contrapposizione a questo tricolore (che è uno e trino, perché porta dentro di sé, come sua realtà profonda, i colori dei due centri mondiali dell’imperialismo) del rosso delle forze proletarie legate alla continuità di un secolo di battaglie di classe. La separazione anche fisica che da quattro anni contraddistingue i nostri Primi Maggi, doveva tradursi in un atteggiamento che non si limita ad essi, ma è norma costante della nostra battaglia: c’è invero una frattura che va al di là delle divisioni di Partito, perché è una frattura di classe, fra noi e lo stalinismo come fra noi e i partiti ufficiali di governo, ed è l’abisso che da un secolo oppone il proletariato al suo sfruttatore, al suo aguzzino, al suo capociurma. Non è più questione di riconquistare alla battaglia di classe degli organismi sindacali guastati dall’opportunismo: si tratta di prepararsi a distruggerli come qualunque organismo dello Stato borghese. Non è più questione di abbattere il diaframma che fra l’avanguardia rivoluzionaria e le masse avevano elevato i riformisti: si tratta di strappare i proletari alla morsa e alla prigione degli schieramenti politici e di guerra dell’imperialismo. Celebrare soli il Primo Maggio è stato per noi richiamare i proletari alla coscienza di un abisso, invitarli a rifiutarsi di servir di massa di manovra, sotto qualunque pretesto, alle esercitazioni tattiche e strategiche della controrivoluzione. Come nel corso della seconda guerra mondiale, in questo interludio di pace calda o di freddo macello, la nostra parola d’ordine è la diserzione dalle file dei partiti dell’imperialismo, la ribellione alla mobilitazione di guerra che sotto le parole della pace russa o americana, della democrazia parlamentare o popolare, della giustizia sociale predicata dalle confederazioni di destra e di sinistra, incolonna i proletari verso i fronti insanguinati del conflitto mondiale. Sia il nostro rifiuto di marciare dietro i partiti del tricolore, il NO dei proletari agli aguzzini di destra e di sinistra.