27 Maggio 1925 – 27 Maggio 1928: Marco Friedman
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La mattina del 27 maggio 1925 nel cimitero di Sofia, veniva impiccato il comunista Marco Friedman. Tre anni sono passati ormai da questo tremendo epilogo di uno dei più grandiosi episodi della guerra di classe, senza che la stampa ufficiale comunista abbia rievocato anche con brevi linee la magnifica figura di questo rivoluzionario che seppe morire da eroe.
Prima di rievocare questo episodio è necessario dare uno sguardo alla situazione bulgara di allora.
Nel periodo critico del dopo guerra, il potere era passato nelle mani di una coalizione social-agraria con a capo politicanti di vecchia data. Detto governo si manteneva con una politica piccolo-borghese-pacifista, politica che se pur lasciava una certa libertà alle associazioni proletarie, incanalava ed accresceva il malcontento tra la classe operaia e contadina povera, in quanto il problema economico del dopo guerra, non solo non poteva essere e non veniva risolto ma si acutizzava sempre più ponendo il problema sul terreno della ormai irriducibile antitesi della lotta di classe e faceva sì che il proletariato si spostasse sempre più nettamente sotto la guida del partito comunista, mentre dalla parte della borghesia si elaborava un piano reazionario tendente a rovesciare il regime democratico-pacifista per instaurare una dittatura necessaria al mantenimento del regime borghese.
Nel Giugno 1923 la situazione si era aggravata al punto da richiedere una immediata soluzione. I sussulti rivoluzionari che avvenivano nella vecchia Europa preoccupavano fortemente la borghesia internazionale. Era una questione di vita o di morte. La giovane borghesia bulgara, feroce e avida, tentò il colpo e vi riuscì: il governo social democratico fu rovesciato colla violenza, i suoi capi uccisi, fra i quali lo stesso Stambulinski capo del governo e del Partito Agrario.
Salì al potere il famigerato Znkoff, rappresentante di una accozzaglia di avvocati senza clienti, generali ed ufficiali di riserva, professori privi di scienza, esportatori (di tabacco e grano) seguiti da mercenari macedoni e banditi di Wrangel colà rifugiati.
Le masse disilluse ed ingannate si spostavano quasi totalmente verso il Partito Comunista.
Il regime di Zankoff iniziò una feroce repressione; i militanti più attivi erano imprigionati a migliaia nella notte dal 12 al 13 Settembre; più di duemila comunisti furono arrestati. Nelle città e nelle provincie la massa insorse contro la repressione e la lotta prese il carattere insurrezionale. La Centrale del Partito restò indecisa di fronte a gravi avvenimenti e fu solo il 17 Settembre che essa emanò l’ordine della insurrezione per la presa del potere, cioè quando già la lotta cominciava e spezzettarsi sotto la pressione delle forze reazionarie.
La battaglia riprese violenta, per quanto poco coordinata; dei rivoltosi, innumerevoli furono gli atti di sacrificio, di abnegazione e di coraggio; ma dopo una settimana di lotta disperata, le forze reazionarie rimasero padrone della piazza. La repressione fu feroce, selvaggia, le bande di Wrangel si distinsero in questa carneficina, interi villaggi furono rasi al suolo, decine di migliaia furono i fucilati; i massacrati, le donne ed i bambini non furono risparmiati. Nelle famiglie proletarie decimate, nei cuori delle madri orbate dei figli, dei figli orbati dei padri, ora però sempre viva la volontà di lotta e di rivincita.
E la lotta continuò, sorda, impari, ma tenace; ogni nuovo arresto era un commissario di polizia che cadeva, ogni spedizione punitiva, era un generale che pagava, e le orride galere si riempivano…. specialmente di eroiche donne, e molte fra esse venivano sommariamente impiccate. Il martirio di tutto un popolo continuava, di un popolo che ogni giorno lasciava lembi delle proprie carni strappate dai suoi carnefici detentori del potere. Il grido straziante dei martoriati nelle galere, arrivava alle orecchie del popolo bulgaro. Non era possibile soffrire di più.
Fu verso la metà del mese di Aprile 1925 che uno dei boia più feroci, un generale, fu colpito a morte in una strada di Sofia, da una rivolverata di un proletario giustiziere.
Il 16 Aprile vi furono i funerali, essi si svolsero nella chiesa di Santa Nedelia, nessuno della banda assassina mancava, dal re Boris e i suoi generali, a Zankoff e i suoi ministri; nello svolgersi della cerimonia uno scoppio formidabile avvenne, la cupola della volta saltò seppellendo fra le macerie più di duecento cortigiani, ma i responsabili del massacro di un popolo rimasero incolumi.
Quello scoppio fu l’urlo di dolore di tutto un popolo affamato, oppresso, straziat, che si ripercuoteva sui carnefici non ancora sazi di sangue. E la reazione si scatenò ancora una volta in tutta la sua rabbia bestiale, i massacri in massa ripresero.
Gli operai e i contadini guidati dai comunisti in un supremo e disperato atto di ribellione e di difesa, insorgevano nuovamente. Poche erano le possibilità di vittoria, ma meglio valeva cadere con le armi alla mano davanti al nemico che essere presi vivi per essere impiccati e torturati.
«Il proletariato nulla ha da perdere nella lotta contro la borghesia, all’infuori delle proprie catene», ed essi, forti di questo insegnamento, preferirono cadere in una lotta impari, insegnando ai propri avversari come sanno morire i rivoluzionari. Operai, contadini e intellettuali, dopo una settimana di lotta, ridotti a piccoli gruppi, si battevano ancora.
I dirigenti comunisti asseragliati nelle proprie case si difesero fino all’ultimo e non ne uscirono che cadaveri, come Mirkof, Jankof, Grantciarof, Petrini, Abatief, Kamburof ecc. La lista potrebbe essere infinita. Tra i pochi viventi caduti nelle mani dei mercenari vi era il compagno Marco Friedman, anima nobile e fiera, tempra meravigliosa di combattente. Avvocato, disertore della propria classe, si era intieramente votato alla causa proletaria e per le sue qualità era tra i più stimati fra il proletariato bulgaro.
Le rivolta era domata, il paese calmo come un cimitero. La borghesia insoddisfatta aveva bisogno ancora di sangue, ancora di vittime, ma era necessario dopo tanta carneficina dare una parvenza di legalità al nuovo misfatto. Non si erano toccati i colpevoli dell’«attentato di S. Nedelia» si trovarono i «responsabili» e si presero tra i pochi sopravvissuti.
Il campanaro della chiesa, Zadgoski, il colonello Koeff, accusato di aver nascosto in casa un ribelle ferito, ed il compagno Marco Friedman furono tradotti davanti ad una corte marziale. La difesa del compagno Friedman fu una vibrante affermazione che fece impallidire i gallonati di Zankoff, essa fu un violento atto di accusa contro la borghesia assassina. Ritto davanti ai suoi accusatori, per quanto ferito ad una gamba (ferita riportata all’atto del suo arresto) padronissimo dei suoi nervi, parlò con la sua foga abituale. Le sue parole furono lame taglienti contro tutto un regime.
«Io non vi chiedo nessuna grazia: so che volete la mia testa perché sono comunista. Sia! Non ho paura della morte, domando solo di essere fucilato al petto, quale soldato dell’I.C.». Ma Zankoff, rotto ad ogni misfatto, decretò la sua impiccagione. Si cercò di nascondere iul testo della magnifica difesa, ma essa potette essere conosciuta da tutto il proletariato che l’accolse con commozione profonda.
E’ la mattina del 27 maggio, tre forche furono erette nel vecchio cimitero di Sofia, e davanti ad una folla di dame imbellettate ed di borghesi avidi di sangue, i tre condannati furono impiccati.
Impossibile rievocare la scena dell’esecuzione senza fremere. Prima furono impiccati il Koef e Zodngorski, mentre il compagno Friedman lo si faceva assistere alla esecuzione, e siccome il Koef continuava a dibattersi, un boia gli si attaccò alle gambe dandogli così il colpo di grazia. «A questo punto scriveva l’inviato della «Stampa» – mi voltai a guardare il comunsita Friedman e lo vidi dritto davanti alla sua forca colle mani legate dietro il dorso: calmo, esso guardava l’orribile scena. Quell’uomo doveva avere i nervi di acciaio e nel guardarlo mi accorsi che noi eravamo più pallidi di lui».
A sua volta salì sul patibolo con passo sicuro: gli si domandò quale fossero le sue ultime volontà, esso rispose che fossero lasciate tranquille sua moglie e la piccina, poi egli stesso passò la testa dentro il nodo scorsoio: dopo pochi secondi, Marco Friedman non era più.
Con questo episodio si chiudeva momentaneamente una lotta tremenda che aveva durato circa due anni fra il proletariato sfruttato ed oppresso, e la borghesia avida di ricchezze e di sangue.
Tre anni sono passati e i dirigenti attuali dell’Internazionale non ricordano quasi più i combattenti che morirono e muoiono: essi sono stroppo preoccupati in inutili manovre di Fronte Unico con i complici della borghesia.
Ma noi vi ricordiamo, il proletariato rivoluzionario vi ricorda con noi.
Al compagno Marco Friedman, ai contadini, operai e intellettuali bulgari che, afratellati nella lotta, caddero, vada il nostro commosso saluto.
Il vostro sacrificio non fu vano come non furono e non sono vani tutti i martiri ed i caduti della causa proletaria.
La borghesia internazionale non ha per nulla risolto la sua disastrosa crisi economica, che si è aggravata ed essa si mantiene al potere con espedienti di corta durata, e ricorre ai metodi estremi per mantenere il proletariato oppresso. Il successo momentaneo della borghesia, dovuto agli errori commessi dall’organizzazione del proletariato stesso non hanno cambiato per nulla i rapporti fra le classi: essi si sono inaspriti.
Nel tormentoso dibattito delle idee, la classe proletaria saprà ritrovare la sua giusta via e la lotta riprenderà implacabile, per la soppressione di ogni privilegio di classe.
Altri cadranno, assassinati o combattendo; altri lasceranno brandelli della propria carne e la schiera dei martiri crescerà ed aumenterà ogni giorno.
Ma la vittoria non potrà mancare. Oggi noi subiamo la legge del vincitore, che colpisce per difendersi. Sia! Domani, guai ai vinti.
E solo domani la innumerevole schiera dei nostri morti sarà degnamente commemorata.