Partito Comunista Internazionale

Voi non servite Ruffo ma siete contro Lenin

Categorie: Agrarian Question, Italy, PCI

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Non c’è dubbio ormai che il socialcomunismo si prepari a rivoltare l’agricoltura italiana come si rivolta un guanto! Il 19 ottobre c.a. il sen. Emilio sereni, prendendo possesso della carica di Presidente dell’Alleanza Nazionale dei contadini, carica detenuta da Grieco fino alla sua morte, si alzava a tessere, davanti «ai più autorevoli rappresentanti del movimento democratico contadino italiano» (Unità del giorno successivo), il necrologio del suo predecessore.

Giungendo al punto in cui il «movimento contadino» è venuto a trovarsi alla scomparsa di Grieco, il cui sperticato elogio postumo gli appassionati di tale ramo della retorica possono leggere sul giornale diretto dall’on. Ingrao, il neo eletto presidente Sereni se ne usciva nella seguente preziosa frase: «Oggi i contadini italiani non servono più il cardinale Ruffo».

Richiamando dalle ombre dell’oltretomba simile personaggio storico, il sen. Sereni non poteva esprimere con immagine più azzeccata il carattere e le finalità controrivoluzionarie dell’organizzazione che prendeva a dirigere. Qualcuno potrà obiettare: «Il cardinale Ruffo non fu dunque il campione della reazione borbonica nel 1799, nella guerra civile scoppiata nel Regno delle due Sicilie? Di conseguenza, una organizzazione che, per bocca del suo presidente, dichiara di «non servire più il cardinale Ruffo», con ciò stesso non si impegna, sia pure con una terminologia immaginosa, a lottare per l’anti-Ruffo, cioè per la rivoluzione?». A tale ragionamento, formalmente impeccabile, il meno provveduto dei marxisti può opporne un altro, che va riassunto così: «Le forze politiche che si opposero, purtroppo invano, alle orde «sanfediste» che, sotto la guida di Ruffo, assalirono e distrussero efferatamente la Repubblica partenopea, lottavano indubbiamente per la Rivoluzione.

Ma un particolare che ai teorici del calibro del sen. Sereni piace trascurare consiste nel fatto che tale rivoluzione, non ancora socialista ma soltanto borghese-democratica, è un fatto storico che si è compiuto da un bel pezzo. Oggi, mentre il sen. Sereni si asside sulla poltrona del defunto Grieco, nelle campagne italiane non dominano più le classi sociali che furono rappresentate politicamente dai Borboni e da Ruffo, ma, al contrario, spadroneggiano i discendenti del Terzo Stato che si illuse, combattendo contro gli ordini feudali del Clero e della Nobiltà, di aprire l’èra dell’«eguaglianza sociale» mentre spalancava inconsapevolmente le porte alla più mostruosa delle dominazioni di classe: il capitalismo».

I capi del «movimento democratico contadino italiano» stimano, invece, che nelle campagne italiane, e specialmente in quelle del Mezzogiorno, la rivoluzione democratico-borghese sia ancora da completarsi, perché sussisterebbero «residui feudali» da debellare. Forse che la stampa social-comunista non chiama «feudi» le terre dei grandi proprietari terrieri italiani?, e non chiamano «feudatari» costoro, malgrado diano in affitto le loro terre ad affittuari e mezzadri i quali conducono capitalisticamente le loro aziende, in quanto ingaggiano manodopera salariata? La frase a sensazione pronunciata dal sen. Sereni non ha affatto il valore di una figura retorica. Egli e, quel che conta di più, il suo partito concepiscono la lotta nelle campagne come diretta ad integrare la rivoluzione democratica che — a loro dire — la borghesia dominante avrebbe lasciata incompiuta.

Un ignorante di problemi sociali potrebbe pensare che il torto dei socialcomunisti si riduca a un errore di interpretazione storica. E magari lo fosse! In realtà, la pretesa di combattere i «residui feudali» nelle campagne italiane serve, nelle mani di capi opportunisti e traditori, a giustificare le «alleanze democratiche» tra il proletariato agricolo (braccianti) e gli strati piccolo-borghesi o addirittura capitalisti delle campagne. I «feudatari» in Italia esistono soltanto nelle cripte funerarie delle antiche basiliche della penisola,

ma la formula della lotta democratica antifeudale viene applicata dai dirigenti del P.C.I. e del P.SI come se veramente il cardinale Ruffo battesse le campagne del Meridione, e il risultato pratico innegabile è che il forte e numeroso proletariato agricolo, che nel passato fece tremare le basi della fetente società borghese e dello Stato di Roma, viene immobilizzato dalle pastoie di una losca politica inter-classista che gli impedisce di imboccare là via della rivoluzione socialista. E di ciò si avvantaggia la conservazione capitalista.

I capi dell’Alleanza Nazionale dei Contadini e della Confederterra agiscono come chi, mentre i banditi assaltano una casa, cerca di convincere gli abitanti che conviene difendersi innanzitutto contro gli spettri che si suppone stiano nascosti nella cappa del camino.

Mobilitando i proletari agricoli per la lotta contro i fantasmi del medioevo feudale — lotta da condurre a lato della piccola borghesia agraria — i socialcomunisti facilitano le ladrerie dei banditi capitalisti non solo delle campagne, ma delle campagne e delle città.

Nonostante le loro sparate comiziesche, il defunto cardinale Ruffo, se potesse alzarsi dalla tomba, non riconoscerebbe di certo in Sereni e compari i suoi «lazzaroni», ma li identificherebbe per quegli astuti e ipocriti difensori dell’ordine costituito sociale e per quegli inguaribili controrivoluzionari che essi sono e, con tutta probabilità, perdonerebbe di buon grado a Sereni le ingiurie che questi ama indirizzargli, quale ex capo della teppaglia «sanfedista»…

Già la semplice osservazione della struttura sociale dell’Alleanza Nazionale dei Contadini ci avverte che le sue finalità politiche non hanno carattere anticapitalista. Infatti essa raggruppa — pur mantenendo la loro completa autonomia organizzativa — le organizzazioni dei coltivatori diretti, dei contadini del Mezzogiorno (sic!) e gli assegnatari (Unità, 20-10-1955). Un partito che si dice comunista, e quindi sì autoproclama strumento della classe operaia, ha già dato prove. bastevoli di tradimento e di irreversibile degenerazione mettendosi: ad organizzare, su un piede di concorrenza con i partiti tradizionali borghesi, elementi sociali, quali sono i soci dell’Alleanza dei contadini, che ruotano nell’orbita economica e politica della borghesia capitalista. I coltivatori diretti che seguono Sereni sono pochi o nulli, [illeggibile] … la stragrande maggioranza di costoro milita, con gran [illeggibile] … negli uffici elettorali social-comunisti, nella Confederazione dei Coltivatori diretti presieduta dal democristiano on. Bonomi. Ma è proprio il fatto inoppugnabile che i coltivatori diretti costituiscono una roccaforte elettorale del partito democristiano, cioè del massimo partito borghese, che sta a dimostrare la natura sociale e le finalità politiche di questa importante sezione della piccola borghesia agricola. Evidentemente, tra i coltivatori diretti e il partito democristiano esistono rapporti di reciproca dipendenza. Se i coltivatori diretti votano compatti per il partito democristiano che ricompensa i voti ricevuti assicurando la conservazione dei rapporti sociali nelle campagne, e non solo in quelle, ne deriva che un partito concorrente potrebbe sperare di togliere l’importante clientela elettorale ai democristiani alla condizione indispensabile di fare propria la politica conservatrice ed antirivoluzionaria dei rivali democristiani. Non diversamente si comportano i pretesi riformatori socialcomunisti.

L’interesse fondamentale dei coltivatori diretti e, in genere, di tutti coloro che gestiscono un’azienda agraria, di qualsiasi dimensione, impiegando mano d’opera salariata o integrando con questa la insufficiente massa di forza lavoro che la famiglia colonica può erogare in proprio, è la conservazione dei rapporti sociali vigenti. L’imprenditore agrario, grande o piccolo che sia, tende a salire nella scala sociale, non a spezzarla e a distruggere, così facendo, la struttura economica e sociale delle campagne. Bene, andiamo a leggere quanto Sereni ebbe a dichiarare nel suo discorso da presidente neo-eletto dell’Alleanza contadina, sui compiti della stessa: «La nascita dell’Alleanza contadina — egli tuonava — sta a significare che di fronte al blocco agrario-industriale si va formando oggi un movimento autonomo dei contadini deciso a rompere gli antichi rapporti». Sembra di avere a che fare con una dichiarazione di guerra all’ordine costituito, con una sfida rivoluzionaria alla conservazione sociale. Disilludetevi! Subito dopo Sereni-Ruffo esclamava: «Con le forze che già organizziamo opereremo per far sì che la «Bonomiana», i Consorzi Agrari, le Mutue, che sono strumenti dei contadini, siano diretti da contadini negli interessi dei contadini. Questo è il compito principale che dobbiamo assolvere». Tutto qui!

Dal che si vede come «gli antichi rapporti» che Sereni invasato dallo spirito di Ruffo si dichiara deciso a rompere, non siano affatto «rapporti tra classi», ma, al contrario, rapporti tra opposte parti politiche. Tendendo a strappare i coltivatori diretti dalle mani dei democristiani, come pure a impossessarsi dei Consorzi Agrari e delle Mutue, o — per essere più realistici — a spartirsene il controllo con i democristiani, gli strateghi agrari di via Botteghe Oscure non pensano affatto a demolire le istituzioni che sovraintendono alla conservazione dei vigenti ordinamenti sociali nelle campagne. Solo chiedono di modificare la situazione politica esistente, per la quale un solo partito — quello democristiano — monopolizza il controllo della Federconsorzi, delle Mutue, degli Enti Riforma, ecc. «La fine della discriminazione politica»: ecco quello che chiedono! Esigono, cioè, di venire investiti degli stessi diritti e — quel che conta di più delle stesse cariche dei democristiani. Ma come può essere considerato comunista, cioè rivoluzionario proletario, un partito che rimpiange di non godere gli stessi diritti del massimo partito borghese?

Già il fatto che il P.C.I. e il P.S.I. corteggino assiduamente i coltivatori diretti, ai quali cercano di dare ad intendere che Sereni è più idoneo che il democristiano Bonomi a proteggere i loro interessi di categoria, già tale fatto prova da solo la natura e il ruolo controrivoluzionario del trasformismo socialcomunista. Ma se ci fosse qualcuno che ancora non si ritenesse convinto di ciò, questi non potrebbe più dubitarne vedendo in che maniera e verso quali fini viene utilizzata la fiducia cieca che i braccianti agricoli ripongono nei capi della Confederterra. Costoro non considerano i braccianti salariati, che sono i genuini proletari delle campagne, come una classe a sé, avente interessi sociali autonomi e contrastanti con tutto il resto dell’edificio sociale rurale, ma, tracciando un’arbitraria linea di separazione tra i grandi proprietari terrieri e il composito mondo dell’imprenditorato agrario, pretendono che i braccianti agricoli abbiano interessi comuni con i conduttori di aziende agricole. Avviene, pertanto, che la Confederterra accolga nel suo seno, da una parte, la Federbraccianti e, dall’altra parte, la Federmezzadri, lo stesso che dire le organizzazioni sindacali rispettive dei datori di lavoro e dei prestatori d’opera, degli assuntori di manodopera e dei salariati agricoli.

Secondo i capoccioni della Confederterra, i braccianti agricoli avrebbero il dovere di appoggiare i mezzadri, gli affittuari, i coloni nei confronti del proprietario fondiario, per ottenere di costringere quest’ultimo ad usare un migliore trattamento circa il canone di affitto o la quota di mezzadria, a favore dei primi. Ma, ammesso che la lotta antipadronale riesca vittoriosa, e i mezzadri e gli affittuari ottengano di accrescere i loro utili di azienda, come si indurrebbe costoro a pagare un salario maggiore ai braccianti agricoli? Forse con una serie di discorsi di Sereni sulle malefatte del cardinale Ruffo…

Capitale e salario agrario possono intendersi? 

 Nella stessa riunione solenne fu proprio il segretario della Federbraccianti a lanciare una proposta, naturalmente ‘approvata all’istante dall’assemblea, che viene a provare lampantemente, se ce ne fosse ancora bisogno, la totale assenza di criteri classisti e di concezioni marxiste nei dirigenti raccatta-voti del P.C.I. e del P.S.I. Si tratta di «un patto di intesa tra tutte le categorie lavoratrici delle compagne», Il relativo progetto è tuttora «sottoposto al dibattito e alla approvazione delle organizzazioni di base», come informa l’Unità.

Quando tale «patto di intesa» sarà stato approvato, e sicuramente lo sarà ,dato il funzionamento burocratico delle organizzazioni sindacali socialcomuniste, la marcia dei dirigenti del P.C.I. verso lo snaturamento di ogni carattere e finalità classista del partito comunista, che fu intrapresa al Congresso di Lione del 1926, e che fin dal corso della seconda guerra mondiale ha raggiunto tutte le mete della degenerazione e del tradimento, riceverà la definitiva sanzione formale.

A che mira, dunque, la proposta avanzata dal segretario della Federbraccianti? Costui (vedi Unità del 20-10-1955) tra l’altro «affermava la necessità di stabilire più stretti legami tra le organizzazioni dei lavoratori della terra confederate nella C.G.I.L. e quelle dei contadini aderenti all’Alleanza».

Perciò: proponeva l’immediato inizio di contatti tra gli organismi direttivi interessati, allo scopo di giungere al più presto ad un solenne patto di intesa che sancisca l’unità di azione di tutti gli uomini che vivono del lavoro della terra, dai braccianti e salariati ai mezzadri, ai contadini, ai piccoli e medi proprietari».

Avete letto con attenzione? La Federbraccianti mica è settario al punto da rifiutare di appoggiare persino i piccoli e medi proprietari.

A proposito, a quando assisteremo, signori della C.G.I.L., alla fondazione della Federproprietari? Perché proprio costoro non debbono godere di un’organizzazione autonoma, debitamente confederata, si intende, nella «grande C.G.I.L.»?

Dieci giorni dopo il lancio della proposta dell’«embrassons nous» agrario, gli «organismi direttivi interessati» che il segretario della Federbraccianti aveva invitato a prender contatti, si erano bell’e accordati, sicchè sull’Unità del 29 ottobre c.a. poteva fare bella mostra di sé il «progetto del patto d’intesa » firmato dall’Alleanza Nazionale dei contadini con le organizzazioni ad essa aderenti e dalla Confederterra Nazionale con la Federbraccianti e la Federmezzadri in essa confederate. Il gioco era fatto! Al blocco «agrario-industriale» denunciato da Sereni si opponeva ormai il «blocco» (ci sia concesso di usare provvisoriamente tale termine forcaiolo) tra i braccianti, i mezzadri, i coltivatori diretti di Sereni, gli assegnatari, i contadini del Mezzogiorno (chi sono costoro?) e, dulcis in fundo, i piccoli e medi proprietari amici della C.G.I.L. Ma è chiaro che, mentre il «blocco» tra i capitalisti industriali e ì capitalisti e i grandi proprietari fondiari è un dato di fatto, giacché unica è la natura sociale di lor signori, lo sciagurato coacervo sociale prefabbricato da Di Vittorio e Sereni funziona soltanto sulla carta e nelle tiritere comiziesche, perché, come si vede, in esso sono fatte entrare a viva forza classi sociali che hanno opposti interessi immediati e opposte tendenze di sviluppo storico. Anzi, il grande capitale e la grande proprietà agraria da una parte, e le varie forme dell’imprenditorato agricolo (affittanza, mezzadria, colonia, ecc.) dall’altra hanno in comune interessi fondamentali, giacché ciascuno di essi mangia il plusvalore strappato al bracciantato salariato, anche se per gli uni acquista la forma di rendita e per gli altri quella di profitto capitalista. Viceversa con nessuna delle altre stratificazioni sociali delle campagne — tranne i semi-proletari — i braccianti (proletariato agricolo) hanno interessi in comune, perché essi sono da tutti sfruttati, in quanto salariati, e non sfruttano nessuno.

Le classi sociali che i firmatari del «patto d’intesa» agrario pretendono di affastellare insieme con una misura burocratica, non sono fatte per «intendersi». Se lo facessero, se il capitale e il salario agrario potessero trovare un’«unità d’azione», allora tutto quanto il materialismo marxista sarebbe da buttar via. In realtà, da buttare nella concimaia sono i capi alla Sereni e alla Di Vittorio, i quali pretendono di conciliare classi sociali che tendono ad imprimere, in condizioni sociali normali, un diverso e opposto movimento, al rialzo o al ribasso, di una stessa variabile economica: il salario.

Lo schieramento che il socialcomunismo predica nelle campagne non ha nulla a che vedere con la rivoluzione socialista. Al contrario, esso ricalca lo schema della rivoluzione democratico-borghese. L’alleanza proletario-piccolo-borghese non è, alla scala storica, un’astrazione: nei casi in cui la società è squassata dalla lotta rivoluzionaria contro il feudalismo dominante e, quindi, nell’unico caso storico in cui la piccola borghesia svolge un compito rivoluzionario, tale alleanza, prima che dai teorici, viene impostata dal reale sviluppo dei contrasti sociali: proletari e borghesia giacobina si trovano necessariamente a sparare insieme contro il potere feudale che opprime tutto il resto della società. Allora lo schema anti-Ruffo è valido e funziona. Ma chi detiene in Italia nell’anno 1955 il potere politico?

Quali classi hanno nelle mani lo Stato di Roma? Uno di questi giorni dovremo fare, come abbiamo fatto per l’IRI, l’ENI ed altri organismi burocratico-aziendali del genere, la carta di identità sociale della Federconsorzi, di questa gigantesca impresa capitalista che, a dire della stessa stampa socialcomunista, squaderna ogni anno un bilancio di 900 miliardi di lire e detiene partecipazioni azionarie in più di 80 società industriali. Per ora basti dire che la Federconsorzi è la prova fisica dell’estremo grado di borghesizzazione dell’agricoltura italiana, perché essa assicura l’intima fusione del capitale industriale e bancario da una parte, e del capitale agrario dall’altra parte. Collegata con grossi monopoli dell’industria meccanica e chimica, quali la Fiat e la Montecatini, e fungendo da intermediaria delle quattro grandi banche controllate dal’IRI, cioè dallo Stato, la Federconsorzi anticipa, ricavandone un utile, tutte le voci del capitale di esercizio delle aziende agricole: sementi, concimi, anticrittogamici, insetticidi, macchine agricole e denaro. Necessariamente in regime di assoluto monopolio, tale enorme organismo assoggetta a sé, in maniera totale, gli imprenditori agricoli di tutte le forme e gradazioni. Chi tra questi potrebbe scavalcarla e acquistare altrove, ammesso che possedesse denaro liquido, le sementi e i concimi, l’antiparassitario e le macchine?

Di contro a tale formidabile potenza economico-politica del sereniano «blocco agrario-industriale», le forze sociali coalizzate (sulla carta) nell’assurdo «patto di intesa» tra il proletariato bracciantile e la piccola produzione agricola non possono opporre, ammesso che il truffaldino patto funzionasse davvero in pratica, una potenza finanziaria e politica, non diciamo uguale, ma in qualche modo paragonabile. Con tale bastione reazionario, le forze antiborghesi e socialiste non possono gareggiare, ma soltanto condurre una lotta mortale. Ora domandiamo: è disposta la piccola borghesia agricola italiana ad appoggiare questa gigantesca opera di demolizione sociale che soltanto il proletariato delle città e delle campagne può storicamente intraprendere? Finché si tratta di rendere la vita difficile a Ruffo, intendendo con tale nome la proprietà terriera, finché si tratta di costringere, quando è possibile, i proprietari dei fondi ad accontentarsi di bassi canoni di affitto e di concedere un’alta quota mezzadrile, gli affittuari e i mezzadri, bontà loro, accettano volentieri che i braccianti agricoli di Di Vittorio diano una mano. In tale caso, e solo in tale caso, la formula anti-Ruffo messa in vendita (elettorale) da Sereni, viene da loro, ma non da tutti e non sempre, accettata. È un fatto che, nonostante le contorsioni dell’Ufficio agrario della direzione del P.C.I., i coltivatori diretti che in Italia assommano a sei milioni seguono Bonomi e la Democrazia Cristiana.

Ma che sentimenti la piccola e media borghesia agricola nutre per i braccianti allorché questi premono per ottenere aumenti salariali e il miglioramento delle loro bestiali condizioni di lavoro e di vita?

Che sentiranno per il proletariato agricolo allorché questi si drizzerà alfine in piedi e, respingendo le ideologie forcaiole dello spezzettamento della terra e le parole «tutti proprietari» che democristiani e stalinisti vanno diffondendo insieme, provocherà il crollo delle impalcature sociali che il capitalismo e lo Stato di Roma perpetuano nelle campagne? In quanti minutissimi pezzi volerà il vergognoso «patto d’intesa» stipulato da Sereni e Di Vittorio allorché il proletariato delle città e delle campagne si volgerà alla «formula Lenin» ?

È per evitare, o meglio, per allontanare il momento terribile della resa dei conti, che il P.C.I. e il P.S.I., tesi nel libidinoso sforzo di arraffare voti da tutte le parti e cariche in tutte le pubbliche mangiatoie di questa lurida società che ci circonda, lavorano accanitamente a confondere le idee dei proletari.

L’IRI, l’ENI, la RAI-TV, la Federconsorzi, le Mutue contadine, i mille Enti dello zucchero, del riso, della carta: quali grossi bocconi per i parlamentari arrivisti e lo stuolo infinito di carrieristi e di cacciatori di impieghi lucrosi che gonfiano le file del P.C.I. e del P.S.I! Pur di mettere le mani su tali tesori, così gelosamente posseduti dagli odiati rivali democristiani, i capi socialcomunisti sarebbero disposti, se dipendesse da loro, a ritardare, non di venti e neppure di duecento anni, ma di duecento migliaia di anni la rivoluzione proletaria. Ma questa verrà e polverizzerà i suoi nemici.

Non basterà allora per scampare al disastro produrre le prove di «non aver servito il cardinale Ruffo», egregio signor Sereni. D’accordo, voi e i vostri degni compari non siete per Ruffo — che è solo una morta reminiscenza storica —: ma neppure siete per Lenin. Anzi, siete contro Lenin.