Partito Comunista Internazionale

A ciascuno le sue elezioni

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L’opposizione socialcomunista sta menando alla Camera e fuori vasto clamore sulla riforma elettorale predisposta dal Governo. Truffa elettorale! Con tale apprezzamento si vorrebbe bollare il governo degasperiano, quasi che i governi borghesi fossero accessibili alla vergogna, quasi che esistesse una legge elettorale che potesse definirsi non truffa, non inganno, non ciurmeria demagogica. Un governo borghese «onesto» sarebbe quello che promulgasse leggi utilizzabili dal proletariato per distruggere il suo nemico capitalista? Governi del genere mai se ne son visti, e giammai se ne vedranno, dato che la classe borghese di tutto può accusarsi tranne che di essere fessa.

La lotta tra governo ed opposizione social-stalinista non è affatto una manifestazione della lotta di classe tra proletariato e borghesia; le trascorse collaborazioni ministeriali dei deputati e senatori di Togliatti e Nenni al governo della borghesia italiana stanno li a dimostrare che la contrapposizione dei fronti non esce dal quadro della conservazione e dello schieramento politico borghese. Pure, la via del governo è sbarrata all’opposizione. Come? Con un atto di forza. La legge elettorale che il governo impone, chiamatela come volete, non deriva da inganno, raggiro, imbroglio, ma esprime brutalmente la posizione dominante delle forze governative, le quali, essendo padrone assolute delle forze armate dello Stato, impongono di votare secondo quanto a loro fa comodo. Allora è inutile prendersela con la lettera della legge: perde alle elezioni chi perde sul terreno della contrapposizione della forza materiale, della forza armata.

Esempi dall’estero non ne mancano.

Ai primi di ottobre si sono tenute in Giappone le elezioni politiche. Dalla battaglia di schede uscivano vincitori i liberali del partito di Yoshida, che detiene il governo, responsabile del trattato di pace e del Patto di alleanza con gli Stati Uniti stipulato a San Francisco. I seggi dei socialisti di sinistra, anti-comunisti ma contrari al riarmo e alla politica di alleanza con gli U.S.A. aumentavano da 16 a 54; socialisti di destra, favorevoli al riarmo a condizione, accrescevano anch’essi i seggi passando da 30 a 57. I comunisti incassavano una tremenda sconfitta. Nelle elezioni del 1949 lo stalinismo nipponico aveva totalizzato 22 seggi alla Camera, nella recente consultazione non riusciva ad acchiappare nemmeno un solo seggio. Seggi conquistati: zero.

Questi i risultati. L’Unità del 3- 10, commentandoli, rilevava che parte dei tre milioni di voti, andati al P.C. nelle elezioni del 1949, si sarebbero riversati sui candidati del socialismo di sinistra, e denunciava l’ondata di persecuzioni, di arresti che il governo di Yoshida aveva provocato ai danni dei candidati stalinisti. E’ proprio quello che dicevamo: il partito o la coalizione di partiti che dispone del controllo della forza armata dello Stato, vince le elezioni, ancor prima che le schede scendano nelle urne. Le oneste mammolette alla Concetto Marchesi definiscono ciò arbitrio, ingiustizia, ecc. Ma che succede là dove il potere politico e nelle mani dello stalinismo? Qui si da agli avversari del regime la facoltà legale di rovesciarlo?

Alla fine di ottobre, a meno di un mese dalle elezioni giapponesi, si sono svolte le elezioni politiche in Polonia. L’unica lista in lizza era quella del Fronte Nazionale, che raccoglieva candidati comunisti e paracomunisti. Al povero elettore nessuna possibilità di scelta: o votare la lista del governo o astenersi con tutte le conseguenze del caso. L’Unità annunziava trionfante che il 99 per cento dei voti erano andati ai candidati del Fronte Nazionale. Ci saremmo fatti frati, se fosse successo qualcosa di diverso. Lasciamo che della votazione monocolore si scandalizzino gli ipocriti imbroglioni delle redazioni borghesi. Per il fatto che in Giappone o in Italia si voti su due o cinquanta liste, nulla siamo autorizzati a togliere alla condanna del metodo elettorale come mezzo per impedire lo scontro violento delle classi. Quello che ripugna nelle elezioni-operetta montate dai cominformisti è che simili pagliacciate si fanno sotto il nome del marxismo. Che rivoluzionari sarebbero stati Marx e Lenin se avessero accettato di dare cittadinanza nello stato proletario alle ridicolaggini e alle furfanterie che rinfacciavano alla democrazia borghese?

Ognuno vince le elezioni che indice. Può accadere che il partito X autore della legge elettorale perda le elezioni, ma è provato che il potere passera al partito Y o Z, esponenti degli interessi della stessa classe dominante. E’ quello che è accaduto nelle elezioni americane, i cui risultati, noti mentre andavamo in macchina, ci riserviamo di commentare. Mai, comunque, accadrà che alle elezioni riuscirà perdente la classe dominante e vittoriosa la classe operaia, Ma non è raro che vincano i partiti che pretendono di essere del proletariato: come i laburisti inglesi o gli stalinisti di Polonia. Che è ciò, se non la conferma della legge?