Partito Comunista Internazionale

Tre modi di intendere la politica colchosiana

Categorie: Agrarian Question, Stalinism, USSR

Questo articolo è stato pubblicato in:

L’unità politica della classe dominante è data dalla unicità di reazioni che essa oppone, sul piano della discussione e della repressione violenta, alle rivendicazioni sovvertitrici della classe rivoluzionaria. Non cuò coincidere con l’unanimità dei consensi alle soluzioni possibili di determinate questioni poste dal complesso divenire delle situazioni. Ciò appare chiaramente nei regimi politici a tipo parlamentare, ove assistiamo al gioco contrastante dei vari partiti, esprimenti talora diverse soluzioni dei problemi del potere e della amministrazione economica, sebbene siano tutti d’accordo nel combattere ogni decisione che possa indebolire lo Stato di fronte alle minacce delle contraddizioni sociali. Ma nemmeno la ferrea prassi dei regimi di polizia, basati sul rigido monopartitismo, può evitare che gruppi della classe dominante si trovino in disaccordo su determinate questioni. E’ quanto avviene in Russia, tra l’altro, circa la politica dello Stato nei confronti dei kolkhos.

Nel suo recente saggio «Problemi economici del socialismo nell’U.R.S.S. » di cui il nostro « Filo del tempo » continua a discutere i punti essenziali, Stalin dedica l’ultima parte a rispondere a scritti di tali Sanina e Vengser concernenti appunto talune proposte circa la revisione della polititca ufficiale nei riguardi dei kolkhos. Nella « giornata seconda » del dialogato con Stalin, lo autore coglieva l’essenziale della questione. Sia concesso a noi fornire i particolari e i dettagli.

Sulla questione dei kolkhos, come su altre del resto, Stalin, il che equivale a dire la parte dominante che detiene il controllo dello Stato e del partito russo, si batte contro due posizioni ben definite: l’una che sostiene la nazionalizzazione dei kolkhos, l’altra che propende per l’allargamento della proprietà privata dei kolkhosiani singoli e collettivi.

Che significa la nazionalizzazione integrale dei kolkhos? La terra coltivabile e le macchine agricole, tranne il piccolo attrezzaggio, sono a norma di costituzione proprietà dello Stato, che cede gratuitamente la terra in usufrutto perpetuo alla ccoperativa kolkhosiana e fornisce, altrettano gratuitamente, le macchine agricole (trattori, mietotrebbiatrici, seminatrici, ecc.) le quali essendo prodotte nelle officine nazionalizzate appartengono allo Stato. Però, i prodotti della terra appartengono, a titolo di proprietà privata, ai contadini che se ne disfanno alla maniera classica, immettendoli cioè sul mercato o vendendoli allo Stato. Succede così che i kolkhos si servono gratuitamente delle macchine prodotte dagli operai industriali delle città, i quali sono costretti, se non vogliono morire di fame, a comprare, poco importa se tramite lo spaccio statale (simile ai nostri « Sali e Tabacchi ») o per privati intermediari commerciali, i prodotti della terra. La nazionalizzazione integrale dei kolkhos, proposta da « alcuni compagni» mirerebbe in sostanza a trasformare anche la proprietà dei prodotti attribuendola allo Stato.

Che oppone Stalin, cioè il nucleo dominante nello Stato? Poche parole di stroncatura, più che di motivata critica. In tale occasione, Stalin se la cava riprendendo la dottrina della estinzione dello Stato, che in altre occasioni fa comodo ai dirigenti russi prendere in giro, alla maniera borghese. Attribuire tutto in proprietà allo Stato? Ma non sapete, esclama Baffone sogghignando, che lo Stato non è eterno, che è destinato a scomparire? La verità è che nazionalizzare integralmente i kolkhos significherebbe espropriare i contadini con la violenza statale ed abolire il commercio dei prodotti agricoli. Il che secondo Stalin rappresenta un’utopia. Nè egli ha torto. La economia russa si basa sulla indefinita espansione del mercantilismo, anzi, progredisce e si abilita a conquistare zone arretrate appunto perchè marcia su tale direttrice. Invertire la marcia, ha l’aria di dire Stalin, significa voler l’impossibile. Infatti ci abbisogna uno sconvolgimento rivoluzionario, e non circoscritto alla Russia, ma di raggio mondiale.

Altra opposizione, ben più consistente, propone tout court la privatizzazione del macchinario statale ceduto gratuitamente in uso al kolkhos. Tale posizione Stalin non la giudica una fastidiosa manifestazione di utopismo, siccome fa con quella ora detta. Gli dedica invece un’ampia risposta: evidentemente la ritiene espressione di quella che nel linguaggio dei governi si chiama « critica costruttiva ».

« Che cosa si deve fare per elevare la proprietà kolkhosiana al livello di proprietà di tutto il popolo? » si chiede Stalin. Egli infatti riconosce più sopra che « la proprietà kolkhosiana non è proprietà di tutto il popolo », salvo ad appiopparle ciononostante l’etichetta di « proprietà socialista ». Esiste una proprietà socialista dunque, secondo Stalin e il Presidium del P.C. russo! Secondo Marx il socialismo consiste nell’abolizione di ogni proprietà, sia privata che statale. Chi dice balle allora? Ma andiamo avanti. Il testo così prosegue: « Come misura principale per elevare a questo livello la proprietà kolkhosiana, i compagni Sanina e Vengser propongono di vendere in proprietà ai kolkhos i principali strumenti di produzione concentrati nelle stazioni di macchine e trattori, sgravare così lo Stato degli investimenti di capitali nell’agricoltura e ottenere che i kolkhos stessi si assumano la. responsabilità di provvedere al mantenimento e allo sviluppo delle stazioni di macchine e trattori ».

Stalin prende in tale considerazione la proposta di Sanina e Vengser che si incarica addirittura di ripeterne gli argomenti da loro portati a sostegno, e che sono:

1) Lo Stato vende ai kolkhos l’attrezzamento agricolo minore che comprende i vari tipi di falci, i piccoli motori, ecc.

2) Tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930, il’ Comitato Centrale del P.C. russo, sosteneva la necessità di trasferire le stazioni di macchine e trattori in proprietà ai kolkhos, chiedendo ai kolkhos di compensare il valore di esse entro un termine di tre anni.

A tali argomenti risponde Stalin nell’ordine:

1) Non si può mettere sullo stesso piano il piccolo attrezzaggio agricolo e i « mezzi essenziali in agricoltura », quali sono le macchine e i trattori.

2) L’esperimento della vendita delle macchine ai kolkhos si rivelò un fallimento, sicchè alla fine del 1930, la decisione del C.C. del P.C. russo fu abrogata.

Ma l’argomento capitale nelle mani di Stalin e ben diverso dalla non convincente discriminazione tra i mezzi di produzione agricoli, come dalla risorsa del riferimento storico. Egli, prendendo le mosse dal concetto esatto che la fonte dell’ascesa della produzione kolkhosiana sta nella tecnica moderna, e che la tecnica evolve continuamente esigendo la sostituzione dei mezzi vecchi con i nuovi, sostiene che, se si dessero i mezzi di produzione in proprietà ai kolkhos, questi non sarebbero in grado di sopportare le enormi spese del rinnovo dei mezzi tecnici. «Che significa -egli esclama – togliere dalla circolazione centinaia di migliaia di trattori a ruote e sostituirli con trattori a cingoli, sostituire diecine di migliaia di mietotrebbiatrici invecchiate cen mietotrebbiatrici nuove, creare nuove macchine, poniamo, per le culture tecniche? Significa sopportare spese di miliardi, che possono essere recuperati solo entro 0-8 anni. Possono sopportare queste spese i kolkhos, anche se sono milionari?». A tale quesito, Stalin risponde: No, non possono. E aggiunge che solo lo Stato può prendere su di sè queste spese. L’altra alternativa sarebbe la rovina dei kolkhos.

Chiunque ragioni nei termini dell’economia classica non può dare torto a Stalin, ma è proprio ciò che dimostra come l’economia russa giri nell’ambito del mercantilismo e non ne possa uscire in forza di interventi interni ad essa. Allora appare evidente quali cause siano all’origine del kolkhos. Il fallimento del tentativo di far comprare ai kolkhos le macchine agricole, fallimento dovuto all’enorme arretratezza dell’agricoltura russa, non poteva, nel 1930, che imporre la cessione gratuita ai kolkhos delle macchine e trattori. Ma poichè i prodotti agricoli non perdevano, perchè non potevano perdere nelle condizioni storiche attuali, il loro carattere di merci, acquistabili dagli operai contro denaro, è chiaro che gli odierni privilegi dei kolkhos si traducevano e si traducono in un equivalente espropriazione e sfruttamento delle masse lavoratrici delle città.

Ma ciò non’ significa che il Governo di Mosca, facciamo una ipotesi non astratta visto che di essa si discute negli ambienti dirigenti, cambierebbe la sorte del proletariato urbano, se accettasse la proposta dei controdittori di Stalin. Accadrebbe quello che tutti i governi, primo fra tutti quello degli Stati Uniti, si preoccupano di evitare concedendo sussidi e prezzi politici agli agricoltori, e cioè si assisterebbe all’inasprimento della concorrenza che il regime dello scambio impone ai kolkhos. Perchè in tale caso le macchine e i trattori andrebbero in maggiore. quantità ai kolkhos finanziariamente più forti, ai kolkhos milionari, come si compiace di dire lo stesso Stalin, il che apporterebbe gravi sconvolgimenti nelle campagne. In fondo, l’esonero dalle spese di manutenzione e di ammortamento del macchinario agricolo, di cui godono i kolkhos, ammesso che siano tutti a goderne, altro non è che una imposta che lo Stato di Mosca fa pagere alla « Nazione », leggi al proletariato delle città. Ma ciò torna a vantaggio della stabilità sociale. Già sappiamo da un secolo che la stabilità sociale che frega il proletariato viene fatta pagare a lui stesso.

Concludendo la disputa, Stalin dichiara che la questione non si risolve nè con la nazionalizzazione dei prodotti dei kolkhos, nè con la privatizzazione dei mezzi di produzione agricoli, e neppure, vedi caso, con la linea intermedia seguita dal Governo. Già, perchè Stalin si ricorda che il comunismo è incompatibile con la circolazione mercantile e monetaria, e profetizza che i kolkhos dovranno avviarsi (quando?) verso la soppressione dello scambio.

Di reale ci sono solo fatti del genere di quelli emersi, ad esempio, dal rapporto del Ministro Mikoian al XIX Congresso del P.C. russo. Mentre ammetteva che la produzione di pane di segale dovrà continuare a tempo indeterminato, e doveva riconoscere che la produzione della carne, dello zucchero, del latte, rimane inferiore alla domanda (economica, si badi!) della popolazione, Mikoian annunciava giulivo e festoso che nel 1952 i risparmi depositati nelle banche russe sono complessivamente 4 volte superiori a quelli del 1940. Maresciallo Stalin, è questa la via che mena al comunismo?