Il partito intelligenza della classe
Categorie: Party Doctrine
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Traduzioni disponibili:
- Francese: Le parti, intelligence de la classe
- Italiano: Il partito intelligenza della classe
Lo sfasciamento e la “dégringolade” (il francese si addice) delle organizzazioni terroristiche in Italia ne avrebbero dispersi i seguaci, di cui alcuni sembra che si stiano dedicando all’”autocritica” ed altri che si siano ritirati a vita privata. La funzione del partito non è di stampo educazionista, né dedita al salvataggio delle anime “pentite”, per cui in questo testo, come in quelli che hanno seguito in questi anni le vicende del brigatismo, ci siamo occupati soltanto di posizioni politiche, di ideologismi, di azioni pratiche in quanto manifestazioni reali del terrorismo, e non siamo andati alla ricerca di “motivazioni sociologiche”, come si usa dire oggi, tanto più di carattere individuale; restando per fermo che il partito mobilita forze in ogni angolo della presente società, dalle quali pretende il rigetto dell’anagrafe personale e la cieca fede nel comunismo marxista, non chiudendo ai “transfughi” dalle classi nemiche.
Il lettore attento ed interessato pensiamo che intenderà, leggendo questo breve testo di partito, e, per suo influsso, i testi ben più potenti vergati dai rivoluzionari comunisti nell’arco di oltre un secolo, come sia necessario possedere dottrina e programma che travalichino secoli e generazioni per affrontare con chiarezza e coerenza anche questo fenomeno sociale, come, quindi, ogni esame e soluzione debbano scaturire dal partito, inteso come “scuola di pensiero e metodo di azione”, come forza sociale e impersonale. Si potranno non condividere le posizioni illustrate e svolte, ma è certo che non potrà essere ritenuta più adatta e risolutiva quella posizione, diversa dalla nostra, che pretende di imprimere maggiore forza e lucidità mescolando indirizzi e ideologie di diverse scuole e tradizioni, dimentichi che così facendo non si fa una mera operazione letteraria e filosofica, ma in realtà si confondono tra loro principi, finalità e mezzi di altre classi sociali.
La riprova pratica di quanto affermiamo la si ritrova negli avvenimenti storici. Mentre il crollo organizzativo e politico del terrorismo non sedimenta alcuna dottrina e posizione storica degne di questo nome; al contrario, il crollo della rivoluzione d’Ottobre e dell’Internazionale comunista, le sanguinose sconfitte del proletariato internazionale in questi ultimi decenni, hanno consentito al proletariato rivoluzionario di trarre delle lezioni feconde, utili per il prossimo assalto al potere capitalistico mondiale.
Abbiamo svolto un esame generale del terrorismo, non di fatti terroristici specifici, né abbiamo voluto emettere sentenze di condanna o di assoluzione per avvenimenti che, piaccia o non piaccia, scaturiscono dagli scontri sociali, immancabili in una società divisa in classi e gruppi sociali antagonisti.
Abbiamo dovuto respingere, invece, e con forza impietosa, il tentativo di mettere nel conto della nostra tradizione comunista rivoluzionaria le pratiche terroristiche, non per repulsa di ordine etico, ma per i riflessi pratici che simili azioni hanno sul proletariato, negativi per quanto attiene alla pretesa che stimolino nella classe operaia sentimenti di odio verso il capitalismo e illuminino i proletari sulla necessità di impugnare la violenza di classe. A differenza di moti storici del primo dopoguerra, nei quali il proletariato fu costretto ad impugnare le armi raccogliendo la sfida e la provocazione delle classi nemiche, in questo decennio terroristico le armi non sono state impugnate da proletari, i quali, peraltro, non hanno subito sfide e provocazioni eccezionali da indurli alla ribellione.
Il proletariato si leverà in armi quando vi sarà costretto dai fatti materiali, non quando glielo ordinerà qualcuno, sia esso il partito politico di classe, perché pretende di sapere nella sua coscienza individuale che “la violenza è levatrice di storia”. Anche l’avventurismo è un attributo della disperazione piccolo-borghese, che non ci ha mai commossi, nemmeno quando scaturiva da studenti farneticanti una abominevole “alleanza operai-studenti”.
Certo, la guerra civile culminante nell’insurrezione proletaria non segue schemi estetici e razionali, ma il partito, il vero partito rivoluzionario comunista, deve essere all’altezza di dominare gli eventi, dopo averli i saputi prevedere e decifrare, se non vuol decadere dal suo ruolo di organo della classe operaia.
Il primo passo per dominare gli eventi e non farsi relegare a rimorchio dei fatti, il partito lo compie con la sua corretta interpretazione dei rapporti sociali, politici ed economici, non facendosi condizionare dai falsi segnali che provengono da classi di cui non è il rappresentante, né l’organo storico e politico. Nella fattispecie il partito, e quindi la classe, devono diffidare per principio di ordini d’attacco provenienti da altre classi e da altri partiti, sapendo che non è l’uso della violenza che distingue le classi e i partiti politici. Le distinzioni nel campo pratico, che formano materia di tattica rivoluzionaria, dovranno essere fatte, per la migliore utilizzazione di ogni avvenimento, quando il partito e la classe potranno dominare la scena storica. La situazione storica odierna non vede il proletariato e il suo partito rivoluzionario comunista come protagonisti. Il ruolo non muterà per effetto di artifici, come la Sinistra Comunista sempre sostenne nell’Internazionale comunista contro le dottrine che accreditavano classi e partiti non nostri utili e necessari alleati per potenziare l’azione di classe.
Il proletariato è solo e sarà solo soprattutto quando saranno le armi a decretare le sorti del potere politico.