Partito Comunista Internazionale

Genova, lunedì 17 febbraio, Per l’antimilitarismo e l’internazionalismo proletario

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A Genova, martedì 17 febbraio un gruppo di portuali da tempo denominatosi Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali ha promosso una iniziativa antimilitarista volta a impedire l’attracco di una nave saudita, recante un carico di materiale bellico.

L’iniziativa non era la prima di questo genere, già l’estate precedente si era svolta con lo stesso obiettivo. Come la volta precedente, azioni analoghe per impedire l’attracco e il carico della nave erano state intraprese in altri porti europei.

Questa volta però la Filt Cgil, di cui diversi membri del CALP sono delegati, non ha proclamato lo sciopero presso il terminal dove era previsto l’ormeggio. Questo con la ragione che il materiale caricato in questa occasione sarebbero stati veicoli civili. Sicché, a differenza della volta passata, la nave ha potuto ormeggiare, caricare e ripartire.

Al presidio presso uno dei varchi portuali i nostri compagni hanno diffuso il volantino qui di seguito. Erano presenti un centinaio fra lavoratori, militanti sindacali e politici.

Il gruppo sindacale più numeroso ed organizzato è stato quello del S.I. Cobas genovese, ben visibile con le sue bandiere. Poi vi erano alcuni militanti della opposizione Cgil, il cui esecutivo nazionale aveva pubblicato un comunicato di sostegno all’iniziativa, e pochissimi dell’Usb, nonostante la federazione genovese avesse invitato a parteciparvi. Assenti la Cub e la Confederazione Cobas.

L’iniziativa è positiva perché promossa da lavoratori, torna ad agitare fra gli operai l’antimilitarismo e, in una sorta di coordinamento con altri portuali europei, è un abbozzo di azione operaia internazionale.

Naturalmente i vari indirizzi politici non comunisti presenti nel movimento sindacale e anche all’interno del gruppo promotore dell’iniziativa ne compromettono in parte più o meno grande, a seconda delle circostanze, il carattere classista.

Si allontanano dagli interessi immediati e storici della classe lavoratrice quando cercano, e trovano, piuttosto l’appoggio di partiti e associazioni pacifiste che quello dei lavoratori e del sindacalismo conflittuale. Vi è poi lo “estremismo riformista”, che crede di poter “chiudere i porti alle armi” e riconvertire l’industria bellica, eludendo la questione del potere politico. Circolano infine le parole d’ordine falsamente rivoluzionarie ed internazionaliste, come quella di “uscire dalla NATO”, abbracciate nella illusione che puntare a “obiettivi politici intermedi” avvicini la rivoluzione, ottenendo invece l’effetto opposto, di sottomettere la classe operaia alle politiche borghesi che la classe dominante alterna nel gioco dei propri interessi imperialistici.

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La pace è impossibile nel capitalismo perché la guerra è un prodotto delle sue leggi economiche irriformabili.

Da un lato la guerra è la prosecuzione sul piano militare della competizione economica che, se in tempi di crescita dell’economia si contiene in un ambito prevalentemente commerciale, in epoca di crisi diviene aspra a tal punto da portare gli Stati, che sono i difensori degli interessi generali di ogni capitalismo nazionale, allo scontro bellico. Avvisaglie di tale epilogo sono il protezionismo, in economia, accompagnato dal nazionalismo – sia di destra che di “sinistra” – in campo politico, già ben presenti oggi.

Ma la guerra è – prima e oltre che un mezzo di spartizione del mercato mondiale fra le borghesie d’ogni paese – la sola soluzione che il capitalismo, nel suo complesso, ha alla devastante crisi della sua economia, causata dalla sovrapproduzione. Con le immani distruzioni di merci già prodotte – infrastrutture, industrie, città e “forza lavoro” – che impediscono un’ulteriore valorizzazione del capitale (volgarmente chiamata “crescita”), la guerra viene a salvare tutti i capitalismi nazionali, vincenti e perdenti, offrendo un bagno di giovinezza a un modo di produzione morente e antistorico.

Il capitalismo offre così al contempo il massimo progresso e la massima barbarie che la storia umana abbia mai sperimentato. Il cosiddetto “miracolo economico” del secondo dopoguerra fu possibile solo in virtù prima delle immani distruzioni e degli oltre 50 milioni di morti della II guerra mondiale – quasi tutti proletari e contadini poveri delle metropoli e delle colonie – e dopo del brutale sfruttamento della classe operaia in nome della “ricostruzione nazionale”.

Fu la guerra mondiale – per ammissione degli stessi economisti borghesi – la soluzione alla crisi economica in cui affondava il capitalismo nella prima metà del Novecento, non le politiche di intervento statale in economia, allora applicate indifferentemente da tutti i regimi borghesi – democratici e nazifascisti – ed oggi invocate dalla sinistra riformista radicale quale alternativa al cosiddetto “neoliberismo” e soluzione alla crisi. Le vie d’uscita nazionali dalla crisi avvicinano la guerra, non il socialismo.

Tutti gli Stati borghesi, anche in tempo di pace, mai smettono di manovrare nella prospettiva dello scontro generale che verrà, consapevoli che ogni posizione persa è concessa al “nemico”. Da qui le centinaia di guerre locali, con milioni di vittime, che mai hanno cessato di caratterizzare la “pace” seguita al secondo conflitto mondiale, condotte aizzando l’odio nazionale, etnico e religioso con massacri terroristici, così come sta accadendo nelle ultime settimane nel nord della Siria, dove lo scontro tra i due imperialismi regionali di Siria e Turchia si sta consumando sulla pelle di più di tre milioni di civili impossibilitati a fuggire.

Come la guerra contemporanea ha una funzione più profonda della spartizione del mercato mondiale, che è quella di salvare l’intero capitalismo dalla sua crisi, così tutte le borghesie nazionali sono accomunate dall’avere un nemico superiore a quello che ciascuna di essa fronteggia militarmente: la classe lavoratrice di tutti i paesi. Ogni borghesia nazionale ha sempre due fronti e due nemici da combattere: uno esterno ed uno interno.

Di fronte all’avvitarsi inevitabile della crisi economica che schiaccia i lavoratori nella miseria, aumentando lo sfruttamento degli occupati e ingigantendo l’esercito dei disoccupati, la guerra è un mezzo per ostacolare la rivolta sociale che, se guidata dal partito comunista, diviene rivoluzione. Una parte della classe operaia è tolta dalle città e condotta al fronte al massacro fratricida contro lavoratori con un’altra divisa. I bombardamenti sulle città decimano ulteriormente la classe lavoratrice e ne riducono la forza.

Questa soluzione è l’unica di cui dispongono i regimi borghesi. Ma è per essi sempre molto rischiosa perché implica l’armamento dei lavoratori. Se durante la guerra scoppiano gli scioperi nelle fabbriche e le rivolte nelle città – come ad esempio in Russia nel 1917, in Germania nel 1918, in Italia nel 1943, in Iraq nel 1991 – il fronte interno può crollare e la ribellione facilmente contagiare l’esercito.

Per questo ai lavoratori d’ogni paese la guerra non può certo essere spiegata da ciascun regime borghese nazionale per le sue autentiche ragioni di vile ordine economico, men che meno come prodotto inevitabile del corso economico dell’intero capitalismo, ma deve essere sempre giustificata come prodotto della volontà di una parte politica e di nazioni particolarmente reazionarie, malvagie, guerrafondaie, che opprimono quel popolo e nazione, così da convincere le masse proletarie a sostenere lo sforzo bellico e a non ribellarsi alle tremende condizioni di vita che esso comporta.

A questo scopo per la borghesia sono fondamentali i falsi partiti operai che, all’interno di ciascun paese sono sempre pronti alla politica del “meno peggio” – che prepara puntualmente “il peggio” – ad allestire “fronti unici politici” in difesa della democrazia e “contro le destre”, e mai a lottare contro tutti i partiti borghesi – di destra e di sinistra – per la conquista rivoluzionaria del potere, così sul piano internazionale e dinanzi ai pericoli di guerra individuano sempre un’alleanza di Stati capitalisti “meno peggio” per la quale portare i lavoratori a farsi macellare.

GUERRA ALLA GUERRA non è uno slogan di generica opposizione alla violenza militarista del capitalismo. È l’indicazione pratica con cui il partito bolscevico in Russia, gli spartachisti in Germania, la Sinistra Comunista in Italia, indicarono ai lavoratori nella prima guerra mondiale di “trasformare la guerra fra Stati in guerra fra le classi”, di applicare il “disfattismo rivoluzionario” contro il proprio paese in guerra, di non sparare contro i fratelli di classe degli altri paesi ma voltare il fucile di 180° per abbattere il regime della propria classe dominante nazionale.

Il partito bolscevico, in virtù di questo indirizzo, fu l’unico nella storia del capitalismo a fermare la guerra imperialista – mai ci sono riusciti i belati pacifisti della sinistra borghese – e lo fece al prezzo di enormi perdite territoriali per la Russia, seguendo quindi una condotta profondamente antinazionale, in quanto l’obiettivo era la rivoluzione proletaria internazionale non la lotta per “difendere il proprio paese”.

L’incapacità a riconoscere la controrivoluzione staliniana e la natura capitalista dell’URSS ha portato i falsi partiti operai a rinnegare questo indirizzo, a schierare nella seconda guerra mondiale il proletariato su uno dei due fronti imperialisti, così come aveva fatto la socialdemocrazia nella prima, e – per fare esempi più recenti – a sostenere regimi borghesi oppressori e massacratori di operai e contadini poveri come quello di Serbia, Iraq, Siria, Nicaragua, Venezuela o quello di Mosca nella guerra nel Donbass (Ucraina).

L’incapacità di comprendere come il mondo contemporaneo sia ormai da decenni interamente capitalista e come dunque la lotta contro l’imperialismo e contro il fascismo non possa significare che lotta contro il capitalismo nel suo insieme, porta questi falsi partiti operai a cadere nelle trappole ideologiche con cui le borghesie nazionali cercano di condurre i lavoratori alla guerra. Solo la classe lavoratrice ha la forza di impedire o fermare la guerra, colpendo con gli scioperi in fabbrica l’economia della nazione in guerra e al fronte con lo sciopero militare e fraternizzando coi lavoratori degli altri paesi, trasmettendo la rivolta sociale al di sopra dei confini nazionali.

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Per questo l’iniziativa dei lavoratori portuali di Genova aderenti al Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali è importante:
      – perché torna ad agitare l’antimilitarismo non come generico pacifismo da propugnare con manifestazioni interclassiste ma come un’azione conseguente fra i lavoratori e nel movimento sindacale;
      – perché avviene a seguito di analoghe ripetute azioni in altri porti d’Europa e compie quindi un primo passo pratico di azione internazionale dei lavoratori.

Occorre battersi affinché tutto il sindacalismo conflittuale – cioè i sindacati di base e l’opposizione in Cgil – dia un sostegno unitario e pratico a queste iniziative, sia partecipando ai presidi ed ai picchetti, sia proclamando lo sciopero.

Occorre lottare affinché siano smascherati e sconfitti nel movimento operaio quei partiti opportunisti che piegano l’antimilitarismo e l’internazionalismo proletari ad obiettivi politici parziali, del tutto compatibili con quelli di frazioni della borghesia nazionale ed internazionale. Fra questi l’uscita dalla NATO e la chiusura delle sue basi in Italia, che, se sono chiaramente impliciti nella conquista del potere politico dal parte della classe lavoratrice, quando, anteposti a questo, che è l’unico obiettivo politico rivoluzionario, non fanno che prestare il fianco a quella parte della borghesia nazionale desiderosa di abbandonare la sudditanza all’imperialismo americano per passare a quella agli imperialismi russo e, soprattutto, cinese, col disastroso risultato di favorire lo schieramento dei lavoratori su uno dei fronti imperialisti tradendo una volta di più l’internazionalismo.

Per l’unità internazionale dei lavoratori!
Contro ogni fronte della guerra imperialista!
Contro ogni missione militare della propria borghesia!