Partito Comunista Internazionale

Comunismo e guerra

Indici: Contro la Guerra Imperialista

Categorie: Capitalist Wars

Articoli figli:

  1. O pacifismo o marxismo
  2. Aree e tempi storici: Il "1871"in Europa 
  3. L’imperialismo
  4. L’Antimilitarismo nella Seconda Internazionale
  5. La rivoluzione del 1905 Pt.1
  6. La rivoluzione del 1905 Pt.2
  7. La battaglia antimilitarista della Sinistra Socialista in Italia Pt.1
  8. La battaglia antimilitarista della Sinistra Socialista in Italia Pt.2

O pacifismo o marxismo

Esposto alle riunioni a Firenze e ad Ivrea dal settembre 1983 al maggio 1984.

Non possiamo introdurre la spiegazione marxista del rapporto fra il Comunismo e la Guerra, e la conseguente tattica e propaganda del Partito rivoluzionario contro il militarismo capitalista, senza liberarci in partenza dell’equivoco che genera il pacifismo borghese e di tutte quelle teorie e movimenti politici che si pongono il compito di abolire le guerre, e la “violenza” in generale, senza abolire la società capitalista, e che teorizzano che pace universale e “non violenza” possono essere obiettivi raggiungibili dalla specie umana in una società divisa in classi antagoniste.

Il piccolo borghese pacifista, in nome degli ideali astratti della pace universale e del disarmo, propugna la soluzione arbitrale dei conflitti internazionali che sorgono fra gli Stati; questo costituisce sul piano mondiale la stessa illusione che si ha nell’ambito delle singole nazioni, quale quella che il parlamento borghese possa garantire eque condizioni sociali ed economiche e non sancire la diseguaglianza sociale ed economica propria delle società proprietarie e classiste.

Il pacifista pensa che la società proceda in modo evolutivo ed educativo; se vi sono pericoli di guerra basterebbe qualche marcia della pace per aprire gli occhi a governanti e governati sulla barbarie che la guerra produrrebbe e, per unanime convinzione di tutti, consapevoli di questo folle errore, le minacce di guerra retrocederebbero.

In regime capitalistico la guerra è inevitabile.

Di fronte alla Prima Guerra mondiale scrivemmo in “Il socialismo di ieri d’innanzi alla guerra di oggi”:

     «La chiave del concetto socialista è invece che la classe dominante in regime capitalistico non può governare e reggere le forze che si sprigionano dagli attuali rapporti delle forme di produzione, e resta a sua volta vittima di certe contraddizioni inevitabili del regime economico, il quale non risponde alle esigenze della grande maggioranza degli uomini. Il grande quadro marxista della produzione capitalistica mette in luce questi contrasti e la impotenza della borghesia a dominarli. Poiché gli strumenti di produzione e di scambio non sono ancora socializzati, non ne è possibile un impiego razionale, non vi è giusto rapporto fra i bisogni e la produzione, che è basata soltanto sull’interesse del capitalista; e da tutto ciò conseguono le colossali e dannosissime crisi economiche che sconvolgono i mercati, le assurde sovrapproduzioni per cui dalla abbondanza si genera la disoccupazione dei salariati e la miseria; e come ultima conseguenza la rovina di alcuni degli stessi capitalisti, nell’interesse dei quali è montata la macchina mostruosa della economia presente. Da ciò consegue – seguitiamo a ricapitolare – che la vita moderna non è l’evoluzione continua verso una maggiore civiltà, ma è il percorso della fatale parabola che, attraverso un inasprimento delle lotte di classe e un aumento di malessere nei lavoratori, si risolverà nel crollo finale del regime borghese.
     «Ebbene, parallelamente a questo processo, per il quale la classe dominante prepara senza poterlo evitare il suo suicidio storico, noi assistiamo ad un altro assurdo. Lo sviluppo dei mezzi di produzione nel campo economico, la diffusione della cultura in quello intellettuale, la democratizzazione degli Stati in quello politico, invece di preparare la cessazione delle guerre e il disarmo degli eserciti fratricidi, conducono ad una intensificazione dei preparativi militari. È questa una sopravvivenza di altri tempi – ad esempio dell’epoca feudale – è un ritorno ai secoli della barbarie, o non è piuttosto una caratteristica essenziale del regime sociale moderno, borghese, e democratico? Notiamo, intanto, che quelle borghesie statali le quali non possono in tempo di pace reggere le file della produzione, e scongiurare le catastrofi finanziarie, così, anche volendo, sono impotenti ad impedire lo scoppio delle guerre, che si presentano come la via di uscita unica e fatale da situazioni economico-politiche in cui gli Stati si trovano cacciati.
     «È, d’altra parte, così immenso il danno che le borghesie risentono dalla guerra? Questa è certo una distruzione di capitali, ma alla borghesia intesa come classe, più che il possesso materiale dei capitali, interessa la conservazione dei rapporti giuridici che le consentono di vivere sul lavoro della grande maggioranza. Questi rapporti, interni alle nazioni, consistono nel diritto a monopolizzare gli strumenti di lavoro, che a loro volta sono frutto di altro lavoro della classe proletaria. Purché, ad essere più chiari, resti intatto il diritto di proprietà privata sulle terre, sulle case, sulle miniere, dopo la devastazione della guerra il proletariato ricostruirà macchine, stabilimenti, ecc. e li riconsegnerà ai suoi sfruttatori, risentendo tutte le conseguenze del difetto di generi di consumo, ma ricostituendo i capitali necessari alla vita di tutti per farne nuovamente monopolio di pochi. Naturalmente non pochi borghesi, come individui, saranno travolti, ma altri li sostituiranno».

La guerra è quindi soprattutto una necessità economica del capitalismo, determinata essenzialmente dalla discesa del saggio medio del profitto, alla scala mondiale. Essa permette, dopo la distruzione di enormi quantità di capitale costante e di forze di lavoro, un consistente rialzo del saggio di profitto, che diviene funzionale alla ripresa dell’accumulazione per tutti gli Stati capitalistici, sia vincitori sia vinti.

Dice Lenin «una guerra non scoppia per caso». Vi sono fattori economici e sociali il cui peso si accumula nel tempo finché si giunge al punto fatale di rottura in cui tutto precipita, e masse e paesi e partiti vengono trascinati nel macello e nella distruzione.

     «I nostri critici, scrive Engels nella prefazione alle “Lotte di classe in Francia”, ci accusano di far dipendere gli sconvolgimenti sociali da cause esclusivamente economiche: se così fosse la rivoluzione sarebbe un problema di formule facili da risolvere quanto un’equazione di primo grado. In realtà, i fatti sociali hanno come base le determinazioni economiche, ma le cause degli sconvolgimenti storici si sovrappongono e si intersecano in una miriade di combinazioni che danno luogo a processi, atteggiamenti, moti e reazioni psicologiche che diventano essi stessi fattori materiali determinanti del movimento sociale. Sulla bocca di certi cannoni antichi compariva la scritta: “Ultima ratio regis”, l’ultima ragione del re. Come dire che, esaurite tutte le altre possibilità, la parola doveva essere data alla polvere. In altri termini con Clausewitz (ripreso da Lenin), “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”».

Quali mezzi? Chi, o meglio, che cosa li prepara, e come?

Nell’epoca imperialistica il militarismo è conseguenza diretta della concorrenza fra Stati. La conquista di nuovi mercati porta all’aumento della produzione, alla produzione per il mercato estero e alla sua difesa armata. Nella fase decadente del capitalismo (che non corrisponde affatto ad una fase di debolezza) l’enorme produzione spinge ogni paese alla frenetica ricerca di nuovi mercati o alla sottrazione di quelli esistenti alle esportazioni altrui. Il capitalismo internazionale si arma, e nel farlo trova uno sfogo ulteriore alla sua orgia produttiva. Il militarismo permea di sé tutta la società; gli eserciti assurgono a fine in sé, si legano alla produzione e ne rispecchiano il corso. La guerra diventa un elemento obbligatorio dell’esistenza della società capitalistica, la cui massima espressione di efficienza e potenza si manifesta appunto in questo che costituisce insieme il punto di arrivo e il punto di partenza del suo andamento ciclico.

È per questo che il marxista non può essere per principio pacifista o antiguerrista. Il pacifismo come ideologia e movimento pratico è la reazione piccolo borghese alla politica grande borghese nazionalista e militarista, che giustifica la guerra come mezzo di diffusione del suo sistema sociale, o come mezzo di conquista di spazi vitali, per un paese che abbia poco spazio economico per troppi capitali.

Il piccolo borghese puritano e pacifista, non legato direttamente ai grossi affari della grande borghesia, condanna qualunque guerra ed è chiaro che queste vuote ideologie cozzano contro le forme violente della società borghese. L’abolizione della guerra è impossibile, come lo è del resto eliminare la violenza più banale e quotidiana, anche se vi sono organi di polizia, tribunali, giudici.

Il comunismo marxista non può per principio essere pacifista, anche se il suo fine è la società senza classi, senza guerre, senza violenza di classe ma armonia e collaborazione nei rapporti sociali. Questa non è una contraddizione come credono i teorici della non violenza, perché la identità fra il fine da raggiungere e i mezzi non può essere immediata nella società capitalista dominata dalla violenza di classe.

La sintesi tra fine e princìpi tattici può solo avvenire in un travagliato processo storico rivoluzionario di lotta e scontro fra le classi, e il fine, la non-violenza sociale, presuppone di usare la violenza rivoluzionaria come mezzo indispensabile e risolutore. Dittatura di classe, violenza rivoluzionaria, sono i princìpi immutabili che la storia ha consegnato al proletariato per raggiungere il fine della nuova società, nella quale non vi saranno più classi contrapposte, e né dominio politico di una classe sull’altra, presupposto delle odierne violenze.

L’avversione al generico pacifismo borghese umanitario e antirivoluzionario, è contenuto fin dai primi scritti di Marx ed Engels che lanciano i loro poderosi strali contro tutti i movimenti che si prefiggono di evitare la guerra. Marx ed Engels nella polemica con gli anarchici, gli “antiautoritari” per definizione, difendono il principio di autorità della dittatura proletaria, del metodo del terrore per reprimere la classe vinta e avviare il processo di trasformazione verso il socialismo.

Lenin riprendendo questi cardini fondamentali afferma che, i comunisti si differenziano dai pacifisti, non solo perché negano l’impiego delle armi nella lotta fra le classi e sono incapaci di inquadrare la guerra nella storia, ma per un altro punto fondamentale. Scrivemmo nel 1949 in “Tartufo o del pacifismo”:

     «Ci divide dai pacifisti borghesi il nostro concetto dell’”inevitabile legame delle guerre con la lotta delle classi nell’interno di ogni paese”, e della “impossibilità di distruggere le guerre senza distruggere le classi ed edificare il socialismo”.
     «Il leninismo non dice ai poteri capitalistici: io vi impedirò di fare la guerra, o io vi colpirò se fate la guerra: esso dice loro, so bene che fino a quando non sarete rovesciati dal proletariato voi sarete, che lo vogliate o meno, trascinati in guerra, e di questa situazione di guerra io profitterò per intensificare la lotta ed abbattervi. Solo quando tale lotta sarà vittoriosa in tutti gli Stati, l’epoca delle guerre potrà finire.
     «Si tratta di una posizione generale. Il marxista non può essere pacifista o “antiguerrista” poiché ciò significa ammettere che si possa abolire la guerra prima della abolizione del capitalismo. Non basta dire che ciò sarebbe un errore teorico. Esso è un tradimento politico, poiché una simile illusione non facilita il convogliamento delle masse ad una lotta più vasta, bensì ne agevola l’asservimento, non solo al capitale, ma anche alla guerra stessa. Le masse proletarie guidate da cattivi marxisti, che si erano sempre detti pacifisti, hanno dovuto fare la guerra contro i tedeschi, perché i loro capi hanno detto che quelli soli minacciavano la pace, come la hanno dovuta fare contro i russi per lo stesso motivo: hanno marciato due volte e marceranno forse la terza, e dai campi opposti, a combattere una guerra “che dovrà mettere fine alle guerre”.
     «Si tratta, diciamo, di una posizione generale. Il marxista non è pacifista, per ragioni identiche a quelle che non ne fanno, ad esempio un anticlericale: egli non vede la possibilità di una società di proprietà privata senza religione e senza chiese, ma vede finire chiese e credenze religiose per effetto della abolizione rivoluzionaria della proprietà.
     «L’ordinamento della schiavitù salariata vivrà tanto più a lungo quanto più a lungo i suoi complici faranno credere che, senza sovvertirne le basi economiche, sia possibile renderlo immune da superstizioni religiose, o eliminarne la eventualità di guerre, e togliergli gli altri suoi caratteri retrivi, o brutali (…)
     «Sostituire, dinanzi all’avvicinarsi di nuove guerre, al criterio dialettico di Marx e Lenin – tanto nella dottrina che nell’agitazione politica – lo sfruttamento plateale dell’ingenuità delle masse nei riguardi della santità della Pace e della Difesa, non è altro che lavorare per l’opportunismo e il tradimento, contro i quali Lenin si dette a costruire la nuova Internazionale rivoluzionaria super hanc petram, su questa pietra: capitalismo e pace sono incompatibili».

Il pacifismo borghese, proprio oggi di tutti i partiti cosiddetti di “sinistra”, non può capire, essendo una forza della conservazione sociale, che la guerra è un prodotto necessario del capitalismo, e nulla vale per scongiurarla, e invoca il principio della non violenza e condanna in nome di questo principio qualunque guerra, compresa la guerra rivoluzionaria della classe salariata oppressa, diventando così una ideologia conservatrice del sistema capitalistico, disarmando il proletariato per la sua lotta di emancipazione, e rendendosi forza ausiliaria della borghesia.

La politica di pace dei partiti opportunisti fa da complemento al terrorismo del militarismo borghese, al ricatto atomico delle superpotenze e tenta di inculcare con una propaganda capillare e quotidiana la falsa idea che basta mobilitare le singole coscienze, propugnare una lotta per il disarmo, organizzare marce per la pace e referendum “autogestiti” per evitare la guerra.

L’alternativa guerra o pace è falsa: la pace imperialista presuppone una nuova guerra imperialista e questo ciclo ineluttabile può essere spezzato solo dalla rivoluzione proletaria.

La propaganda pacifista disarma il proletariato, prepara il terreno al militarismo in modo da favorirne la partecipazione nella prossima guerra al fianco della propria borghesia. Il pacifismo borghese umanitario antirivoluzionario è una forza ausiliaria della borghesia (Lenin, 3° Congresso della I.C.).

Il marxista, diversamente da queste posizioni conservatrici, moralistiche e antistoriche, non teorizza una posizione astratta di condanna di tutte le guerre, facendo di ogni erba un fascio. Il giudizio su ogni guerra diventa specifico, determinato dalle condizioni obbiettive, per cui ogni guerra necessita un esame storico delle cause che la producono e a quale classe sociale serve.

Nella storia ci sono state guerre fra Stati e Popoli, le quali, malgrado i loro orrori, le loro manifestazioni bestiali, le miserie e i tormenti che hanno causato, hanno rappresentato un progresso storico, hanno giovato alla evoluzione dell’umanità facilitando l’abolizione di sistemi nocivi e reazionari, quali la schiavitù, l’assolutismo, il dispotismo feudale.

La vittoria della Grecia sulla Persia, sebbene portasse alla caduta del modo di produzione asiatico e introducesse lo schiavismo, rese possibile la fusione della civiltà Greca con quella mediterranea. Le invasioni barbariche, chiusero un importante periodo storico di civiltà ma posero le basi per la formazione degli Stati nazionali europei. Tutte le guerre nazionali e rivoluzionarie condotte dalla nascente borghesia contro l’assolutismo feudale, comprese le guerre napoleoniche, sono guerre di progresso storico e sociale.

Le guerre imperialiste moderne iniziate nel 1914 non erano da nessun lato guerre di progresso ma puri conflitti fra sfruttatori imperialisti, guerre fra padroni di schiavi per il consolidamento della schiavitù (Lenin), sicché il dovere di tutti i socialisti ieri e dei comunisti oggi, era e rimane quello di lottare contro tutti i governi borghesi belligeranti, in tutti i paesi.

I comunisti difendono in dati casi il carattere della guerra, ma davanti alla guerra imperialista, compito del comunismo è il sabotaggio aperto finalizzato al disfattismo rivoluzionario e alla trasformazione del carattere della guerra da imperialista in guerra civile.

Il militarismo capitalista

     «Il militarismo, nella sua origine e nella sua sostanza, nei suoi mezzi e nelle sue ripercussioni, è un fenomeno così interessanti, così importante, un fenomeno che affonda le sue radici così profondamente nella natura degli ordinamenti della società classista, e che tuttavia può assumere forme così molteplici anche all’interno del medesimo ordinamento sociale, a seconda delle particolari condizioni naturali, politiche, sociali ed economiche dei singoli Stati e territori.
     «Il militarismo è una delle più importanti e più energiche manifestazioni della vita della maggior parte degli ordinamenti sociali, perché in esso si esprime nel modo più vigoroso, più concentrato ed esclusivo l’istinto della conservazione nazionale, culturale e di classe».

Questo Karl Liebknecht afferma nel celebre saggio “Militarismo e antimilitarismo”, pubblicato nel 1907, per la quale pubblicazione il capo della organizzazione giovanile socialdemocratica internazionale fu sottoposto a processo, perseguito e condannato per alto tradimento. Liebknecht mette in rilievo, proseguendo l’analisi materialista del fenomeno, come il sostegno decisivo di ogni rapporto di dominazione sociale risieda in ultima istanza nella superiorità della forza fisica come classe sociale, e non certo nel maggiore vigore fisico dei suoi singoli individui.

     «La forza, afferma Engels nella polemica con Dühring, non è un semplice atto di volontà, ma esige per manifestarsi condizioni preliminari molto reali, soprattutto strumenti, di cui il più perfetto ha la meglio sul meno perfetto; che questi strumenti devono inoltre essere prodotti, il che dice ad un tempo che il produttore di più perfetti strumenti della forza, vulgo armi, vince il produttore di strumenti meno perfetti e che, in una parola, la vittoria della forza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta sulla produzione in generale, quindi (…) sulla “potenza economica”, sull’”ordine economico”, sui mezzi materiali che stanno a disposizione della forza.
     «La forza, al giorno d’oggi, è rappresentata dall’esercito e dalla marina da guerra e l’uno e l’altra costano, come tutti sappiamo a nostre spese, “una tremenda quantità di denaro”. Ma la forza non può far denaro, può, tutt’al più, portar via quello che è già stato fatto e anche questo non giova granché, come abbiamo sperimentato, anche questa volta a nostre spese, con i miliardi francesi. In ultima analisi, quindi, il denaro deve pur essere fornito dalla produzione economica; la forza dunque è a sua volta condizionata dall’ordine economico che le procura i mezzi per allestire e mantenere i suoi strumenti. Ma non basta ancora. Nulla dipende dalle condizioni economiche preesistenti quanto precisamente l’esercito e la marina. Armamento, composizione, organizzazione, tattica e strategia dipendono anzitutto in ogni epoca dal livello raggiunto dalla produzione e dalle comunicazioni. Qui hanno agito rivoluzionariamente non le “libere creazioni dell’intelletto” di comandanti geniali, ma l’invenzione di armi migliori e la modificazione del materiale umano; nel migliore dei casi l’azione esercitata dai comandanti geniali si limita a adeguare la maniera di combattere alle nuove armi e ai nuovi combattenti».

Non ha il potere quindi chi ha più vigore fisico, ma l’apparato armato delle classi dominanti storicamente formato, lo Stato, apparato molto articolato che fornisce strumenti di potere al gruppo sociale che lo manovra, gruppo alquanto minoritario rispetto alla società, e alquanto smidollato e privo di vigore anche fisico nella attuale fase putrescente del capitalismo, ma che attraverso l’esercito, la polizia, la giustizia, la scuola, la cultura, la chiesa, ha l’effettivo potere e lo usa in maniera dittatoriale sulla intera società.

Continua Liebknecht:

     «Il militarismo non è un fenomeno specifico del capitalismo. È anzi un aspetto proprio ed essenziale di tutti gli ordinamenti sociali classisti, dei quali quello capitalistico non è che l’ultimo. Certo, il capitalismo, al pari di ogni altro ordinamento fondato sulla divisione della società in classi, sviluppa una sua specifica serie di militarismo; il militarismo infatti, conformemente alla sua natura, è messo in relazione a un fine o a più fini, i quali sono diversi a seconda del tipo dell’ordinamento sociale e conseguibili per vie diverse a seconda della loro diversità. Ciò non viene alla luce soltanto a proposito dell’ordinamento dell’esercito, ma anche per quanto concerne gli altri aspetti del militarismo, che risultano dall’adempimento dei suoi compiti.
     «Alla fase dello sviluppo capitalistico corrisponde nei migliori dei modi l’esercito fondato sulla coscrizione generale, ma, sebbene sia un esercito tratto dal popolo, non è un esercito del popolo ma un esercito contro il popolo, o un esercito che viene sempre più manipolato in tale direzione».

Questa è la descrizione che dà la Sinistra del militarismo moderno in “Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi”, da ”L’Avanguardia” del 25 ottobre 1914.

     «Dati i progressi della tecnica, i cannoni, gli esplosivi, le navi che si costruiscono oggidì sono senza paragone più potenti degli antichi mezzi di offesa. Lo sviluppo dell’economia borghese, e la enorme importanza assunta dagli organismi statali, accentratori di tante vitali funzioni, permettono a questi di investire nella preparazione bellica risorse finanziarie ignorate dagli antichi monarchi e condottieri di tutte le epoche. Inoltre, i vincoli con cui gli Stati moderni legano, sotto la vernice della civiltà democratica, i singoli individui, vanno diventando così stretti che lo Stato può disporre di masse enormi di armati, succhiando fin l’ultimo uomo valido alle popolazioni. Lo Stato militare dispone di un gran numero di soldati addestrati alle armi e veterani grazie alla coscrizione obbligatoria, sistematicamente introdotta dopo la rivoluzione francese (fu deliberata proprio dalla Convenzione in Francia). La immensa rete di ferrovie che è alla portata degli Stati moderni permette di dislocare e mobilitare in poche ore masse enormi di uomini, che vengono reclutati, armati e portati al confine con celerità impressionante a milioni e milioni.
     «Soffermatevi col pensiero su questo spettacolo delle mobilitazioni moderne! Quale maggiore insulto alla libertà individuale di questo reso possibile dalle ultimissime risorse della cosiddetta civiltà e della costituzione degli Stati in regime borghese e sulle direttive democratiche? Le guerre antiche non presentavano nulla di simile. Gli eserciti erano molto meno numerosi, erano formati in gran parte per necessità tecnica di veterani, tutti volontari mercenari, ed i reclutamenti forzati erano limitati, episodici e molto più difficili di oggi. Gran parte dei lavoratori erano lasciati ai campi ed ai loro mestieri; fare il soldato era una professione o una libera decisione – si ignoravano le enormi masse di oggi e le carneficine delle battaglie combattute con le armi moderne. Le stesse invasioni barbariche erano migrazioni di popoli che muovevano, con le famiglie, gli armenti e gli strumenti di lavoro, a predare terre ridenti e fertili per il maggior benessere di tutti – sia pure assicurato con la forza bruta – mentre il soldato moderno, se anche sopravvive alla guerra vittoriosa, torna alla consueta vita di sfruttamento e di miseria, probabilmente aggravata, dopo aver lasciato a casa la famiglia che lo Stato sostiene… con pochi centesimi.
     «Le guerre dell’epoca feudale erano anche diverse. I baroni personalmente vestivano il ferro e mettevano a rischio la vita, seguiti da poche migliaia di uomini d’armi, per cui la guerra era un mestiere coi rischi inerenti ad ogni mestiere. La guerra cui assistiamo non è dunque un ritorno all’epoca barbara o feudale, ma è un fenomeno storico proprio del nostro tempo, che avviene non malgrado la civiltà attuale, ma appunto a causa del regime capitalistico che cela sotto l’aspetto della civiltà una profonda barbarie. La possibilità e la fatalità della guerra sono inerenti alla costituzione degli Stati moderni, che in regime di democrazia politica mantengono la schiavitù economica ed estendono la propria strapotenza, apparentemente basata sul consenso di tutti, fino al punto che un pugno di ministri, esponenti della classe dominante, può portare in ventiquattro ore sulla linea del fuoco e della morte milioni di uomini che non sanno dove e perché e contro chi saranno mandati: fatto impressionante che raggiunge il massimo dell’arbitrio tiranno che nel corso dei secoli ha oppresso moltitudini umane».

Aggiunge Liebknecht:

     «L’esercito dell’ordinamento sociale capitalistico, al pari dell’esercito degli ordinamenti fondati sulla divisione della società in classi, assolve a un duplice scopo.
     «Esso è in primo luogo una istituzione nazionale destinata all’offesa esterna o alla difesa contro una minaccia dall’esterno, destinata in breve all’ipotesi di complicazioni internazionali, o per adoperare un’espressione militare, contro il nemico esterno.
     «Ma il militarismo non è soltanto difesa e offesa contro il nemico esterno, esso assolve a un secondo compito, che balza sempre più in primo piano via via che più acutamente si inaspriscono i contrasti di classe e che cresce la coscienza di classe del proletariato, sempre più determinando la forma esterna del militarismo e il suo carattere interno: il compito di difesa dell’ordinamento sociale dominante, di sostegno del capitalismo e di ogni reazione contro la lotta di liberazione della classe operaia. Sotto questo aspetto esso non si mostra che quale puro strumento della lotta di classe, destinato, unitamente alla polizia e alla giustizia, alla scuola e alla chiesa, a frenare lo sviluppo della coscienza di classe e, al di là di ciò, a garantire ad una minoranza, costi quel che costi, il dominio nello Stato e la libertà di sfruttamento foss’anche contro la consapevole volontà della maggioranza del popolo.
     «Ci troviamo quindi di fronte al militarismo moderno, che vuole essere né più né meno la quadratura del cerchio, che arma il popolo contro il popolo stesso, che non si accorge di fare dell’operaio, mentre cerca artificiosamente di introdurre con ogni mezzo nella nostra articolazione sociale una distinzione per classi d’età, l’oppressore e nemico, l’assassino dei suoi stessi amici e compagni di classe, dei suoi genitori, fratelli e figli, del suo stesso passato e del suo avvenire, che vuole essere a un tempo democratico e dispotico, illuminato e meccanico, popolare e nemico del popolo. Invero non bisogna dimenticare che il militarismo si rivolge anche contro il “nemico” interno nazionale».

Questi i caratteri generali del militarismo e in particolar modo di quello capitalista.

Oggi, dopo due guerre imperialiste, vinte ambedue dal blocco occidentale, il militarismo tedesco-prussiano è stato messo in ginocchio e sostituito nella sua funzione di militarismo esemplare da quelli statunitense e russo.

La borghesia rispetto agli inizi del secolo ha ancora più sviluppato il militarismo, ha centuplicato le spese militari e il morbo del militarismo, che era in quel tempo limitato alla scala europea, ha ormai invaso l’intero globo. Come afferma Lenin,

     «L’imperialismo tende per sua natura a ingigantire il fenomeno del militarismo capitalista e a militarizzare l’intera società, soprattutto nei momenti di più acuta crisi economica e sociale».

Carattere delle guerre

Lenin nel saggio “Il socialismo e la guerra” scritto in piena guerra, nel luglio-agosto 1915, prende in esame il carattere della guerra imperialista in atto distinguendola dalle precedenti guerre della storia moderna.

Tipi storici di guerre nei tempi moderni.

La grande Rivoluzione francese ha iniziato una nuova epoca nella storia dell’umanità. Da allora fino alla Comune di Parigi, dal 1789 al 1871, un particolare tipo di guerra è costituito dalle guerre a carattere borghese progressivo, di liberazione nazionale. In altre parole, il principale contenuto ed il significato storico di queste guerre è stato l’abbattimento e la distruzione dell’assolutismo e del feudalesimo, l’abbattimento dell’oppressione straniera. Esse sono state, perciò, guerre progressive e tutti gli onesti democratici rivoluzionari, nonché tutti i socialisti, durante tali guerre, simpatizzarono sempre per il successo di quel paese (cioè di quella borghesia) che contribuiva ad abbattere o a minare i pilastri più pericolosi del feudalesimo, dell’assolutismo e dell’oppressione di popoli stranieri.

Differenza fra guerra di aggressione e guerra di difesa.

Il periodo 1789-1871 ha lasciato tracce e ricordi rivoluzionari profondi. Fino all’abolizione del feudalesimo, dell’assolutismo e dell’oppressione straniera, non si poteva nemmeno parlare di uno sviluppo della lotta proletaria per il socialismo. Quando parlavano di legittimità della guerra “difensiva”, a proposito delle guerre di tale epoca, i socialisti avevano presenti appunto sempre quegli scopi, cioè la rivoluzione contro il medioevo e contro la servitù della gleba. Per guerra “difensiva” i socialisti hanno sempre inteso una guerra “giusta” in questo senso (una volta W. Liebknecht si espresse appunto così). Soltanto in questo senso i socialisti hanno riconosciuto e riconoscono ogni legittimità, il carattere progressivo e giusto della “difesa della patria” o della guerra “difensiva”. Per esempio, se domani il Marocco dichiarasse guerra alla Francia, l’India all’Inghilterra, la Persia o la Cina alla Russia, ecc., queste sarebbero delle guerre “giuste”, delle guerre “difensive” indipendentemente da chi avesse attaccato per primo, ed ogni socialista simpatizzerebbe per la vittoria degli Stati oppressi, soggetti e privi di diritti, contro le “grandi” potenze schiaviste che opprimono e depredano.

     «Ma immaginate che un padrone di cento schiavi guerreggi con un altro che ne possiede duecento per una più “giusta” ripartizione degli schiavi stessi. È chiaro che, in un simile caso, la qualifica di guerra “difensiva” o di “difesa della patria” costituirebbe una falsificazione storica e, in pratica, solo un inganno del popolo semplice, della piccola borghesia, della gente ignorante, da parte degli astuti padroni di schiavi. È proprio così che la borghesia imperialista del nostro tempo inganna i popoli, servendosi dell’ideologia “nazionale” e del concetto di difesa della patria nell’attuale guerra fra i padroni di schiavi, per il consolidamento ed il rafforzamento della schiavitù.
     «La guerra attuale è una guerra imperialista.
     «Quasi tutti riconoscono che la guerra attuale è imperialista, ma i più deformano questo concetto o lo applicano unilateralmente o cercano di far credere alla possibilità che questa guerra abbia un significato borghese-progressivo di liberazione nazionale. L’imperialismo è il più alto grado di sviluppo del capitalismo, ed è stato raggiunto soltanto nel XX secolo. Per il capitalismo sono divenuti angusti i vecchi Stati nazionali, senza la cui formazione non avrebbe potuto abbattere il feudalesimo. Il capitalismo ha sviluppato a tal punto la concentrazione che interi rami dell’industria sono nelle mani di sindacati, di trust, di associazioni di capitalisti miliardari, e quasi tutto il globo è diviso tra questi “signori del capitale”, o in forma di colonie o mediante la rete dello sfruttamento finanziario che lega con mille fili i paesi stranieri. Il libero commercio e la concorrenza sono stati sostituiti dalla tendenza al monopolio, dall’usurpazione di terre per impiegarvi dei capitali, per esportare materie prime, ecc. Da liberatore delle nazioni quale era nella lotta contro il feudalesimo, il capitalismo, nella fase imperialista, è divenuto il maggiore oppressore delle nazioni. Da progressivo, il capitalismo è divenuto reazionario; ha sviluppato a tal punto le forze produttive che l’umanità deve o passare al socialismo o sopportare per anni, e magari per decenni, la lotta armata tra le “grandi” potenze per la conservazione artificiosa del capitalismo mediante le colonie, i monopoli, i privilegi e le oppressioni nazionali di ogni specie».

Per Lenin il concetto fondamentale, in polemica con i traditori sciovinisti, è il sabotaggio totale senza riserve, giustificazioni e tentennamenti alla guerra imperialista; ma allo stesso tempo ammette in quali casi i socialisti non sono contro la guerra.

In primo luogo sostiene negli innumerevoli scritti del 1915-1916 le guerre rivoluzionarie borghesi, che, se sono terminate in Europa dopo il 1871, sono attuali in aree extraeuropee in modo particolare nelle aree asiatiche e orientali. La Comune di Parigi rappresenta la data di separazione storica in cui terminano le guerre rivoluzionarie borghesi in Europa, per aprire la strada alle successive guerre imperialiste. Dopo il 1871 il movimento proletario europeo si porta sul piano della rivoluzione e rompe con la nazione. Marx lo sentenziò con la nota formula «ormai tutti gli eserciti nazionali sono confederati contro il proletariato».

In secondo luogo Lenin ammette un altro fondamentale tipo di guerra, la guerra civile fra le antagoniste classi sociali, guerra ineluttabile di progresso sociale e che culminerà nella guerra rivoluzionaria, non più borghese ma socialista, di domani.

     «I socialisti non possono negare l’importanza positiva delle guerre rivoluzionarie, cioè delle guerre non imperialiste, come per esempio delle guerre condotte dal 1789 al 1871 per l’abolizione della oppressione nazionale e per mettere fine al frazionamento feudale con la creazione di Stati capitalistici nazionali, oppure delle possibili guerre per la difesa delle conquiste del proletariato vittorioso nella lotta contro la borghesia» (“Risoluzioni delle sezioni estere del Partito Operaio Socialdemocratico Russo”).

Il nostro antimilitarismo

Dalla individuazione storica dei tipi fondamentali di guerra deriva la comprensione del rapporto fra guerra e rivoluzione e di come si articola nelle diverse situazioni l’invariante piano tattico marxista, così come si è precisato nel corso della storia del movimento operaio e dall’esame della tattica antimilitaristica della socialdemocrazia nella Seconda Internazionale.

L’avversione al militarismo borghese è parte integrante della tradizione storica del movimento proletario rivoluzionario internazionale, anche se soprattutto gli anarchici ne fecero nel secolo scorso la loro bandiera, che riuscì ad influenzare negativamente il movimento operaio socialista. I marxisti di sinistra, nella Prima e nella Seconda Internazionale, hanno sempre assunto una posizione antitetica nei confronti dell’antimilitarismo anarchico.

L’anarchismo considera il militarismo un fenomeno autonomo, come un prodotto soggettivo della politica delle classi dominanti, un male in sé. Vede la lotta antimilitarista come una serie di atti individuali determinati da singole volontà coscienti, come il sabotaggio, il rifiuto della coscrizione e dell’uso delle armi, mezzi che potrebbero evitare le guerre e la carneficina di proletari. Con questa concezione è pronto ad appoggiare qualsiasi azione individuale, prescindendo dai reali rapporti di forza. L’azione antimilitarista anarchica si è sempre risolta in vuoti appelli pacifisti contro la guerra, piuttosto che in concrete azioni nel senso dell’organizzazione proletaria.

All’obiezione di coscienza, al rifiuto individuale dell’uso delle armi, all’esaltazione del gesto individuale i marxisti hanno sempre opposto una concezione e un’azione classista completamente opposta. I comunisti combattono i pesanti oneri che il militarismo borghese determina nella classe operaia, e soprattutto nell’esercito, che inquadra nella massima parte il proletariato, per condurre nella società e soprattutto all’interno delle forze armate un’azione classista rivoluzionaria, affinché la macchina del militarismo borghese si inceppi sotto i colpi dell’azione proletaria e con lo scopo di costituire all’interno dell’esercito una organizzazione illegale di partito, che prepari le condizioni soggettive del disfattismo rivoluzionario e dell’organizzazione dell’armata proletaria.

La nostra avversione al militarismo ha sempre assunto una caratterizzazione ben definita rispetto alla concezione anarchica.

L’antimilitarismo, per i socialisti di sinistra prima per i comunisti poi, non ha mai rappresentato un fine a sé stesso ma una delle facce dell’azione anticapitalista del socialismo.

     «Il militarismo domina e divora l’Europa. Ma questo militarismo reca in sé anche il germe della propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli Stati li costringe da una parte ad impegnare ogni anno più denaro per esercito, marina, cannoni, ecc., dall’altra a dare un carattere di serietà sempre maggiore al servizio militare obbligatorio per tutti e con ciò, in definitiva, familiarizzare tutto il popolo con l’uso delle armi e a renderlo quindi capace di far valere ad un certo momento la sua volontà di fronte a quei signori della casta militare che esercitano il comando. E questo momento si presenta non appena la massa del popolo, operai delle campagne e delle città e contadini, ha una volontà. A questo punto l’esercito dei principi si muta in esercito del popolo, la macchina si rifiuta di servire, il militarismo soggiace alla dialettica del suo proprio sviluppo (…) E ciò significa far saltare in aria dall’interno il militarismo e, con esso, tutti gli eserciti permanenti» (Engels, “Anti-Dühring”).

Aree e tempi storici: Il “1871”in Europa 

Esposto alle riunioni a Firenze e ad Ivrea dal settembre 1983 al maggio 1984

Guerre di Classi e Guerre di Stati

La questione del rapporto fra avvenimenti di guerra fra Nazioni e Rivoluzione fu all’ordine del giorno della Prima Internazionale, che assistette a continue guerre di sistemazione nazionale: guerra del 1859 della Francia e del Piemonte contro l’Austria; del 1864 di Prussia e Austria contro la Danimarca; del 1866 di Prussia e Italia contro l’Austria e la Germania del Sud; del 1870 fra Francia e Germania; oltre alla guerra di secessione americana del 1861-65, con gli Stati industriali del Nord in guerra con gli Stati del Sud, agricoli e schiavisti.

Il marxismo fin dall’inizio poggiò la sua indagine su precise considerazioni. Prima di tutto, nessun cedimento a pretesi principi morali o pretese categorie a priori tipo Patria, Pace, Nazione, ecc.; l’indagine della nostra scuola poggiò sui caratteri e funzioni delle classi, dei partiti e degli Stati, aventi una propria e determinata dinamica il cui svolgersi storico va inteso non partendo da esaltazioni morali ma col metodo del determinismo economico. Con questi presupposti, i marxisti hanno sempre apprezzato la diversità delle “varie” guerre, secondo le particolari conseguenze e scioglimenti degli avvenimenti militari, sempre affermando che alle diverse soluzioni non solo delle grandi guerre interessanti tutti i continenti, ma di qualunque guerra, anche la più limitata, hanno corrisposto e corrisponderanno diversissimi effetti sui rapporti delle forze sociali e sulle possibilità di sviluppo dell’azione di classe.

Oltre a queste considerazioni, la dottrina marxista dovette contrapporsi anche alle varie pretese e impostazioni piccolo borghesi, per più versi tendenti a mistificare l’urto delle classi con quello degli eserciti, o a surrogare la classe, l’azione di classe ed il partito di classe con l’azione esemplare, tipico ricorso degli anarchici.

     «Lo schema borghese è questo: idea – forza armata – interesse di classe. Lo schema del rivoluzionario proletario ingenuo è: idea proletaria – forza armata proletaria – interesse di classe proletario. Lo schema del dialettico marxista è invece: reale interesse di classe proletario – lotta di classe proletaria – e due derivazioni parallele: organizzazione in partito di classe e teoria rivoluzionaria; conquista ed esercizio armato del potere proletario (…) Questo non vuole però dire che alla guerra civile tra le classi che si contendono il potere si surroghi l’urto militare degli Stati e degli eserciti. Il fatto determinante dello sviluppo sociale resta la lotta tra le classi, accesa ovunque in tempi successivi, e senza di questa non potremmo spiegarci lo svolgersi stesso delle guerre, col nuovo carattere generale e di massa del militarismo moderno» (Guerra e Rivoluzione, Battaglia Comunista, n.10/1950).

Con questa chiara impostazione di base, il marxismo ha sempre distinto tra guerra e guerra, e talvolta ha usato i termini popolareschi di guerra “giusta” o “difensiva”, per designare sbrigativamente una guerra che appoggiava e di cui credeva utile il successo per il corso rivoluzionario; in realtà si poneva solo il problema storico: questa data guerra interessa il proletariato? e, come Lenin scrisse nettamente, è conforme agli interessi del proletariato?

Le guerre europee fino al 1870 furono considerate dai marxisti come guerre progressive svolgendosi in un’area ed in un’epoca in cui il ciclo della rivoluzione borghese non era ancora chiuso, tanto che si aveva la possibilità che la lotta rivoluzionaria del proletariato, partecipando al moto borghese, traesse una decisiva spinta verso il suo obiettivo finale, la rivoluzione ininterrotta che non ha come postulato un regime democratico borghese, che pure resta un passo avanti storico rispetto a regimi assolutistici feudali. Il nascente movimento comunista neanche però in questo periodo cedette di fronte alla categoria Nazione, ed ogni pretesa nazionale fu considerata materialisticamente dal punto di vista dell’interesse internazionale del movimento rivoluzionario:

     «Spesso si sente dire (…) che l’atteggiamento negativo di Marx verso il movimento nazionale di alcuni popoli, per esempio dei cechi nel 1848, confuta la necessità – dal punto di vista del marxismo – di riconoscere l’autodecisione delle nazioni. Ma questo è falso, perché nel 1848 esistevano dei motivi storici e politici per distinguere le nazioni “reazionarie” da quelle democratiche rivoluzionarie. Marx aveva ragione condannando le prime e sostenendo le seconde. Il diritto di autodecisione è una delle rivendicazioni della democrazia che, naturalmente, deve essere subordinata agli interessi generali di quest’ultima. Nel 1848 e negli anni successivi questi interessi generali consistevano in primo luogo nella lotta contro lo zarismo» (Lenin, La rivoluzione socialista e l’autodecisione, gennaio-febbraio 1916).

La guerra “difensiva” della Prussia

Anni decisivi per il movimento proletario fu il biennio 1870-71, con la guerra franco-tedesca. Marx ed Engels applicarono a questa lo stesso metro di indagine sperimentato per gli avvenimenti precedenti. La guerra, fenomeno che si accompagna inseparabilmente alla società classista, e in modo del tutto particolare alla società capitalistica, va indagata rifuggendo il punto di vista antistorico: la guerra è la guerra, tutte sono da misurare con lo stesso metro; ogni guerra invece ha i suoi definiti presupposti e le sue conseguenze, da cui dipende l’atteggiamento che di fronte ad essa la classe operaia deve assumere.

Dopo la vittoria prussiana a Sadowa del 1866, Marx ed Engels dovettero amaramente constatare che una rivoluzione democratica nazionale tedesca era da escludersi per la viltà della borghesia e per la debolezza del proletariato, pertanto, la Grande Prussia cementata “dal ferro e dal sangue” offriva alla lotta del proletariato prospettive più favorevoli di quelle che gli avrebbe potuto offrire il ritorno (del resto, impossibile) della dieta della Confederazione Germanica con i suoi intrighi meschini. La Grande Prussia, pur non essendo cosa gradita o entusiasmante, era un dato di fatto che offriva alla classe operaia tedesca condizioni di lotta più favorevoli di quelle offerte dallo sciagurato sistema della dieta Confederale.

L’atteggiamento di Marx e di Engels di fronte alla guerra del 1870 fu la naturale prosecuzione di queste considerazioni. Ininfluenti le cause immediate della guerra, sulle quali non era possibile dare un giudizio univoco, Marx ed Engels riconobbero subito negli avvenimenti che la politica bonapartista di guerra era diretta contro l’unità nazionale tedesca e che pertanto la Germania si trovava in stato di difesa.

Dirà L’Indirizzo che il 23 luglio 1870 fu diramato dal Consiglio Generale dell’Internazionale: «Il complotto di guerra del luglio 1870 non è che un’edizione riveduta e corretta del colpo di Stato del novembre 1851», plaudiva poi alla coraggiosa opposizione alla guerra della sezione francese che la bollava come dinastica, per affermare che «Qualunque possa essere il corso della guerra fra Luigi Bonaparte e la Prussia, a Parigi è già suonato il ritocco funebre del Secondo Impero. Esso finirà come è cominciato: con una parodia». Ma non si doveva dimenticare che proprio i governi e le classi dominanti europee avevano reso possibile al Bonaparte di rappresentare per diciotto anni la farsa crudele della restaurazione dell’Impero. «Da parte della Germania la guerra è una guerra di difesa», scandiva l’Indirizzo proseguendo però con un deciso attacco alla politica prussiana: «La Prussia ha mai sognato, sia pure per un istante solo, di contrapporre alla Francia schiava una Germania libera? Proprio il contrario». Da due regimi bonapartisti che si contrapponevano divisi dal Reno non poteva che derivare la guerra.

Poi l’invito agli operai tedeschi tanto conosciuto:

     «Se la classe operaia tedesca permette alla guerra presente di perdere il suo carattere strettamente difensivo e di degenerare in una guerra contro il popolo francese, tanto una vittoria quanto una sconfitta saranno ugualmente disastrose». L’Indirizzo ricordava le dimostrazioni di operai tedeschi e francesi contro la guerra, che permettevano di non temere un esito così funesto: «Il 16 luglio un’assemblea di massa di operai a Brunswick si è dichiarata perfettamente d’accordo col manifesto di Parigi; ha respinto sdegnosamente l’idea dell’antagonismo nazionale contro la Francia e concluso le sue risoluzioni con le seguenti parole: Noi siamo nemici di tutte le guerre, ma soprattutto delle guerre dinastiche (…) Con profondo rammarico e con dolore ci vediamo costretti a sottostare a una guerra di difesa, come ad una sciagura inevitabile. Ma nel tempo stesso chiediamo a tutta la classe operaia della Germania di rendere impossibile d’ora in poi la ripetizione di un così enorme disastro sociale, rivendicando per i popoli stessi la facoltà di decidere della pace e della guerra e facendoli padroni dei loro destini».

Si rilevava come sullo sfondo di quella lotta suicida spuntava la torva figura della Russia e, infine, che «Quali che siano le simpatie alle quali i tedeschi possano giustamente pretendere in una guerra di difesa contro una aggressione bonapartista, essi le perderebbero immediatamente se permettessero al governo prussiano di invocare o anche soltanto di accettare l’aiuto del cosacco».

Non c’era dubbio che, in generale, nelle masse popolari tedesche, così come nella massa del proletariato tedesco predominava il desiderio di respingere a mano armata l’aggressione bonapartista che minacciava l’esistenza della nazione tedesca. Le dinastie della Germania meridionale furono trascinate da una corrente nazionalista mentre i soldati di riserva e delle milizie nazionali accorrevano alle armi; pure le autorità ufficiali della Confederazione della Germania settentrionale si affrettarono a dichiarare guerra alla Francia, una guerra strettamente difensiva contro il governo francese non contro il popolo francese. Il parlamento tedesco settentrionale si riunì il 19 luglio in seduta straordinaria ed approvò alla unanimità i richiesti crediti di guerra, 120 milioni di talleri.

Si astennero solamente Liebknecht e Bebel, rappresentanti degli eisenachiani, perché considerarono un loro consenso al governo prussiano, che con i suoi intrighi dal 1866 in poi aveva preparato la guerra, ugualmente criminale e scellerato quanto dare una qualsiasi approvazione alla politica di Bonaparte. Liebknecht e Bebel incontrarono una decisa opposizione nella loro stessa frazione, soprattutto da parte della sua direzione, il comitato di Brunswick che obiettò come quell’astensione non fosse un atto di politica pratica, ma una semplice dimostrazione morale che, per quanto potesse essere giustificata in sé, non corrispondeva alle esigenze della situazione. Proprio in quanto non si poteva fermare né Bonaparte né Bismarck, bisognava stabilire quale causa era la peggiore e quale vittoria sarebbe stata la più funesta. Il disaccordo fra Liebknecht e Bebel da una parte che dirigevano il Volksstaat di Lipsia, organo degli eisenachiani ed il comitato di Brunswick si rifletté sull’indirizzo oscillante del Volksstaat, per poi coinvolgere Marx e Engels ai quali si rivolse il comitato di Brunswick per averne appoggi e consigli.

Marx, subito dopo l’inizio della guerra, aveva già scritto il 20 luglio ad Engels in termini crudi e netti sul procedere degli avvenimenti. Dopo aver sbeffeggiato gli sciovinisti repubblicani francesi, Marx così continuava: «I francesi hanno bisogno di bastonate, se vincono i prussiani, la centralizzazione del potere statale gioverà alla centralizzazione della classe operaia tedesca. La preponderanza tedesca, inoltre, sposterebbe il centro di gravità del movimento operaio europeo-occidentale dalla Francia in Germania (…) il che significherebbe la preponderanza della nostra teoria su quella di Proudhon». Ma quando Marx ricevette la richiesta del comitato di Brunswick si rivolse al generale Engels che, come modestamente sempre fece per le cosiddette questioni militari e di politica estera, dovette sbrogliare nei particolari la tattica del giovane movimento proletario tedesco. Engels, che il 31 luglio aveva scritto a Marx: «La mia fiducia nei risultati militari dei tedeschi cresce di giorno in giorno. Siamo noi che abbiamo vinto la prima seria battaglia», rispose il 15 agosto agli interrogativi di Marx:

     «Secondo me il caso sta in questi termini: la Germania è stata costretta da Badinguet [Bonaparte] a una guerra per la sua esistenza come nazione. Se essa soccombe nella lotta contro Badinguet, il bonapartismo è consolidato per anni e la Germania è finita per anni, forse per generazioni. E allora non c’è neanche da pensare a un movimento operaio tedesco autonomo, la lotta per creare l’esistenza nazionale assorbirà tutto, allora, e nel migliore dei casi gli operai tedeschi andranno a finire a rimorchio di quelli francesi. Se vince la Germania, il bonapartismo francese è ad ogni modo finito, l’eterno litigio per la creazione dell’unità tedesca è eliminato, gli operai tedeschi potranno organizzarsi su scala ben diversamente nazionale che non prima, e quelli francesi avranno certo un campo più libero che non sotto il bonapartismo qualunque sia il governo che gli succederà (…) Che un partito politico tedesco in queste circostanze, possa predicare, à la Wilhelm (Liebknecht), l’ostruzionismo totale e porre considerazioni secondarie di ogni genere al di sopra della considerazione principale, mi sembra impossibile».

Engels condannava con una asprezza pari a quella di Marx lo sciovinismo francese, che si faceva sentire fin negli ambienti repubblicani e anche proletari. La grandeur veniva una volta di più staffilata:

     «Badinguet non avrebbe potuto fare questa guerra senza lo sciovinismo della massa della popolazione francese, dei borghesi, piccoli borghesi, contadini e del proletariato edilizio imperialista, haussmanniano, proveniente dal ceto contadino, che Bonaparte ha creato nelle grandi città. Fintantoché questo sciovinismo non sarà colpito alla testa e come si deve, la pace fra Germania e Francia è impossibile. Ci si poteva aspettare che questo lavoro sarebbe stato assunto da una rivoluzione proletaria, ma dal momento che c’è la guerra, ai tedeschi non rimane altro che farlo loro stessi e subito».

Agenti di Bismarck?

Quanto alle “considerazioni secondarie”, al fatto cioè che la guerra era capitanata da Bismarck e dalla corte prussiana che se l’avesse condotta con successo ne avrebbe tratto un indubbio vantaggio, considerazioni che avevano pesato nel comportamento di Liebknecht e Bebel, non erano che il risultato della meschinità della borghesia tedesca, spiacevole certo ma fatto incontestabile.

     «Ma sarebbe assurdo per questa ragione elevare l’antibismarckismo a unico principio direttivo. Primo, Bismarck ora, come nel 1866, fa sempre un pezzo del nostro lavoro; a modo suo e senza volerlo, ma lo fa. Ci procura un terreno più libero di prima. E poi non siamo più nell’anno 1815. I tedeschi meridionali entreranno ora necessariamente nel Reichstag e in questo modo si crea un contrappeso al prussianesimo… In genere voler annullare, à la Liebknecht, tutta la storia dal 1866 in poi, perché non piace a lui, è una scemenza».

Le conclusioni finali di Engels, tratte dall’esame della situazione per la politica degli operai tedeschi, si possono così riassumere: unirsi al movimento nazionale, in quanto e fin tanto che si limiti alla difesa della Germania; mettere in evidenza nello stesso tempo la differenza fra gli interessi nazionali tedeschi e gli interessi dinastici prussiani, cosa che ancora una volta i lassalliani avevano mancato approvando semplicemente i crediti di guerra e confondendosi con la maggioranza borghese, senza differenziare la loro posizione socialista; opporsi all’annessione dell’Alsazia e della Lorena; appena a Parigi fosse al potere un governo repubblicano non sciovinista, adoperarsi per arrivare a una pace onorevole con esso; insistere continuamente sull’unità di interessi fra gli operai tedeschi e francesi, che non avevano approvato la guerra e che non combattevano fra loro.

Marx, d’accordo con il compagno amico, rispose in questo senso al comitato di Brunswick che però non ebbe tempo di riaccordarsi con Liebknecht e Bebel per il procedere impetuoso degli avvenimenti di guerra.

La battaglia di Sedan (2 settembre 1870) mandò in frantumi il trono di Bonaparte che fu catturato dai prussiani, mentre a Parigi sorse una repubblica borghese con un “governo di difesa nazionale”; era la fine della guerra di difesa tedesca.

Le tendenze libertarie ed anarchiche tentarono di gettare una luce sinistra sulle posizioni di Marx ed Engels nel 1870, tentando di presentare i due come “agenti di Bismarck” ed inguaribili filotedeschi, ma l’effetto scandalistico di quelle citazioni è nullo e sono invece buon esempio del metodo materialistico deterministico con il quale la nostra scuola ha indagato ed indaga sugli avvenimenti di guerra.

Scrivemmo nel Filo del Tempo La guerra rivoluzionaria proletaria, Battaglia Comunista, n.12/1950: «Fare dell’antibismarckismo un principio, significa barattare con uno stupido idealismo ed eticismo il metodo del comunismo critico che trova le cause positive dei fatti storici, ed il cui primo versetto dice: non vi fu cosa più inumana feroce ed infame del formarsi del capitalismo, ma tale processo non solo fu necessario, nel senso che costituì la premessa per lo sviluppo al socialismo, bensì nei tempi e nei luoghi in cui fosse ancora in corso, e se da noi dipendesse, noi proletari e socialisti, noi lo dovremmo aiutare».

Il re di Prussia, come capo della Confederazione della Germania Settentrionale, aveva dichiarato più volte e solennemente che non combatteva il popolo francese ma solo il governo dell’Imperatore ed adesso a Parigi il nuovo governo repubblicano si diceva disposto a pagare ogni possibile somma per le riparazioni di guerra. C’era Bismarck però che chiedeva una cessione di territorio e per l’Alsazia–Lorena continuò la guerra, che ormai solo sarcasticamente si poteva dire di difesa. E come Bonaparte, Bismarck mobilitò le mezze classi perché, con i loro entusiasmi nazionalisti ed annessionisti, facessero ritornare il re di Prussia sui suoi “solenni” propositi.

Le diane patriottiche si levarono alte e le fanatiche mezze classi reclamarono “confini protetti”, guerra di conquista, Germania sicura e potente. E perché apparisse che gli “unanimi voti del popolo tedesco” erano assolutamente unanimi, furono repressi con violenza tutti i segni di opposizione. Il 5 settembre 1870, il comitato di Brunswick diramò un appello per invitare gli operai tedeschi ad organizzare assemblee e dimostrazioni contro l’annessione dell’Alsazia e della Lorena e per una pace onorevole con la Repubblica francese. L’appello riprendeva brani della lettera di Marx al comitato. Si prevedeva con estrema esattezza che l’annessione avrebbe avuto come conseguenza l’inimicizia a morte fra Germania e Francia, l’egemonia europea della Russia zarista e si definiva la pace come un semplice armistizio.

Il 9 settembre i firmatari dell’appello furono arrestati dall’autorità militare e gettati nella fortezza di Lotzen. Lo stesso giorno, il Consiglio Generale dell’Internazionale redasse il suo secondo Indirizzo che metteva in chiaro l’evolversi della situazione. L’Indirizzo faceva notare quanto presto si era avverata la precedente previsione che la guerra suonava la morte del Secondo Impero, ma anche come erano fondati i suoi dubbi che la guerra tedesca conservasse il carattere di guerra difensiva. La camarilla militare prussiana si era decisa per la conquista e tramavano per “liberare” il re di Prussia dai suoi impegni:

     «I direttori di scena dovevano esibirlo nella parte di colui che cede riluttante al comando irresistibile della nazione tedesca. Essi dettero immediatamente questa parola d’ordine alla classe media tedesca liberale, coi suoi professori, coi suoi capitalisti, coi suoi borgomastri e pennaioli. Questa classe media, che nelle sue lotte per la libertà civile dal 1846 al 1870 aveva dato un esempio inaudito di irresolutezza, di incapacità e di vigliaccheria, si sentì naturalmente assai lusingata di rappresentare sulla scena europea la parte di ruggente leone del patriottismo tedesco. Rivendicò la propria indipendenza civica affettando di imporre al governo i segreti disegni di questo stesso governo. Fece ammenda della sua lunga e quasi religiosa fede nell’infallibilità di Luigi Bonaparte, reclamando ad alta voce lo smembramento della repubblica francese».

L’Indirizzo proseguiva con una requisitoria contro i propositi di annessione, che era un assurdo far delle considerazioni militari il principio secondo il quale si devono stabilire i confini delle nazioni, perché ogni linea militare è necessariamente difettosa e può venire migliorata sempre con l’annessione di un territorio avanzato. L’annessione della Alsazia e della Lorena avrebbe infine gettato la Francia in braccio allo zarismo, con effetti funesti: «Credono davvero i patrioti teutonici che si assicurino la libertà e la pace alla Germania gettando la Francia in braccio alla Russia? Se la fortuna delle sue armi, all’arroganza del successo e l’intrigo dinastico porteranno la Germania a una rapina di territorio francese, le rimarranno aperte solo due vie. O dovrà diventare, ad ogni rischio, strumento dichiarato dell’espansionismo russo o, dopo una breve tregua, si dovrà preparare di nuovo a una guerra “difensiva”, e non a una delle guerre “localizzate” di nuovo conio, bensì a una guerra di razze, contro le razze alleate degli slavi e dei latini».

L’Indirizzo così proseguiva: «La classe operaia tedesca ha appoggiato risolutamente la guerra, che non aveva la possibilità di impedire, come guerra per l’indipendenza della Germania e per la liberazione della Francia e dell’Europa dall’incubo del Secondo Impero. Sono stati gli operai industriali tedeschi che, assieme agli operai agricoli, hanno fornito i nervi e i muscoli di eserciti eroici, lasciando dietro di sé le loro famiglie quasi prive del pane. Decimati dalle battaglie, essi saranno ancora una volta decimati dalla miseria nelle loro case. A loro volta essi ora si fanno avanti per esigere “garanzie”; garanzie che i loro sacrifici immensi non siano stati fatti invano, garanzie d’aver conquistato la libertà, e che la vittoria riportata sugli eserciti di Bonaparte non si trasformi in una sconfitta del popolo tedesco, come nel 1815. E la prima di queste garanzie che essi esigono è una pace dignitosa per la Francia e il riconoscimento della repubblica francese».

L’Indirizzo rinviava all’appello del comitato di Brunswick e osservava che sventuratamente non si avevano possibilità sul suo successo immediato, ma che la storia avrebbe provato come gli operai tedeschi non erano della stessa pasta della classe media tedesca. Gli operai avrebbero compiuto il loro dovere.

Infine l’Indirizzo esaminava la situazione da parte della Francia, con una repubblica che aveva solamente preso il posto di un trono vacante:

     «La classe operaia francese si muove dunque in circostanze estremamente difficili. Ogni tentativo di rovesciare il nuovo governo, nella crisi presente, mentre il nemico batte quasi alle porte di Parigi, sarebbe una disperata follia. Gli operai francesi devono compiere il loro dovere di cittadini; ma nello stesso tempo non si devono lasciar sviare dalle memorie nazionali del 1792, come i contadini francesi si lasciarono ingannare dai souvenirs nazionali del primo Impero. Essi non devono ricapitolare il passato, ma costruire il futuro. Migliorino con calma e risolutamente tutte le possibilità offerte dalla libertà repubblicana, per lavorare alla organizzazione di classe. Ciò darà loro nuove forze erculee, per la rinascita della Francia e per il nostro compito comune, l’emancipazione del lavoro. Dalla loro forza e dalla loro saggezza dipendono le sorti della repubblica».

Lo svolto storico del ‘71

Erano ormai gli avvenimenti in Francia a fornire le lezioni storiche più vive alla teoria rivoluzionaria. Con i rovesci militari era crollato il Secondo Impero e ne giovavano gli operai francesi. Ma subito si trovarono in condizioni difficili: alla repubblica partecipavano come capi il sottobosco equivoco della opposizione a Bonaparte, dai monarchici orleanisti ai repubblicani borghesi agli sbirri della repressione antioperaia del 1848. Il proletariato parigino aveva plaudito alla disfatta di Napoleone il Piccolo ma non era ancora indifferente alle sorti della nazione, non era abbastanza maturo per scorgere nella pienezza tutti i suoi compiti.

Marx vide le difficoltà e a quella data non invoca lo scatenamento della guerra civile, «mentre il nemico batte quasi alle porte di Parigi», ma ammonisce gli operai francesi che «non devono lasciarsi sviare dalle memorie nazionali del 1792». L’Indirizzo si chiude rivolgendosi ai lavoratori di tutti i paesi: «se gli operai dimenticheranno il loro dovere, se resteranno passivi, la presente terribile guerra sarà soltanto l’annunciatrice di conflitti internazionali ancora più mortali e porterà in ogni paese a nuovi trionfi dei signori della spada, della terra e del capitale sugli operai».

Il 28 gennaio 1871, Parigi accerchiata dagli eserciti prussiani e sfinita dalla fame, capitolò ma – come scriverà Engels il 18 marzo 1891 nel ripresentare, vent’anni dopo, i tre Indirizzi del Consiglio Generale dell’Internazionale – con un onore senza precedenti nella storia delle guerre: la Guardia Nazionale mantenne le sue armi e i suoi cannoni, di fronte ai vincitori si considerò solo in stato di armistizio, e questi non osarono entrare trionfalmente nella città vinta.

Le elezioni per l’Assemblea nazionale dettero una maggioranza monarchico-reazionaria che elesse presidente della repubblica l’intrigante Thiers che a suo tempo aveva duramente parlato contro l’avventura militare di Bonaparte. E Thiers, dopo che l’Assemblea nazionale ebbe accettato le condizioni preliminari di pace, ebbe come primo pensiero di disarmare Parigi; per quel borghese fino al midollo, come per i “rurali” dell’Assemblea, Parigi in armi non significava altro che la rivoluzione che minacciava il dominio delle classi abbienti. Thiers tentò di disarmare, il 18 marzo, la Guardia Nazionale, ma il colpo andò a vuoto e Parigi scese in campo per difendersi, la guerra civile era così scoppiata. Il 26 marzo fu eletta e il 28 marzo proclamata la Comune di Parigi.

     «Il primo scatto dei lavoratori di Parigi contro la repubblica borghese si deve alla scoperta che i nuovi esponenti della classe dirigente trescano col prussiano. Si insorge contro di loro col termine infamante, divenuto storico, di capitulards. Al loro tentativo di disarmare dei cannoni la guardia nazionale, che non è ancora una guardia operaia, scoppia l’insurrezione. Marx comprende in pieno il movente di essa: ricorda che i documenti che i Trochu, i Faure, i Thiers lasciarono nella fuga a Versailles provavano il commercio col nemico. La storia non aveva ancora dipanata la matassa di incontro fra le esigenze nazionali e quelle classiste, i partiti socialisti del tempo seguivano dottrine inadeguate, ma il proletariato comprese che la borghesia di Francia, manovrando per salvare dalla rovina il suo privilegio, non esitava a prendere gli ordini e i soldi del suo amico di classe Bismarck, offrendogli fra i patti di armistizio l’impegno a disperdere la canaglia rivoluzionaria di Parigi. Alla fine della lotta i federati cadono, nello sforzo titanico di fronteggiare borghesi francesi ed esercito tedesco, ma resta alla storia della rivoluzione operaia, insieme al primo esempio storico della sua rossa dittatura, la definitiva liberazione nazionale, il cui peso fino a quello svolto era pienamente riconosciuto dalla teoria marxista» (Socialismo e nazione, Battaglia Comunista, n.9/1950).

Scriverà Marx nel terzo Indirizzo del Consiglio Generale dell’Internazionale, il 30 maggio 1871:

     «Il fatto che dopo la guerra più terribile dei tempi moderni l’esercito vincitore e l’esercito vinto fraternizzino per massacrare in comune il proletariato, questo fatto senza precedenti non indica, come pensa Bismarck, lo schiacciamento finale di una nuova società al suo sorgere, ma la decomposizione completa della società borghese. Il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale; e oggi è dimostrato che questa è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi e viene messa in disparte non appena la lotta di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti».

Le conclusioni storiche di Marx erano nette: lo sbocco dell’insurrezione proletaria non poteva essere una guerra fra comunardi e l’esercito prussiano, lo sbocco doveva uscire dallo scontro, all’ultimo sangue, tra il governo borghese di Versailles e i proletari insorti di Parigi; trucidati questi perché tutti i governi della borghesia di tutte le bandiere si allearono nella controrivoluzione, come sempre, da allora, quando una rossa minaccia si leva, avvenne ed avverrà. Staffilerà Marx:

     «Quando mai prima d’ora la storia ha offerto lo spettacolo di un vincitore che corona la sua vittoria trasformandosi non soltanto in gendarme, ma in bravo prezzolato del governo vinto?».

Con lo schiacciamento della Comune si chiude in Europa il ciclo delle guerre nazionali borghesi come guerre progressiste, l’epoca in cui era ancora possibile una alleanza di battaglia tra gli operai e le forze borghesi rivoluzionarie insorte per l’indipendenza e la libertà, e come Lenin riprenderà magistralmente di fronte al socialpatriottismo dilagante della Prima Guerra Mondiale, da allora nessuna guerra può più essere chiamata “rivoluzionaria” come quelle a fini liberali e nazionali strettamente connesse alle lotte insurrezionali borghesi del periodo 1789-1871. Scriverà Lenin nelluglio-agosto 1915 in Il Socialismo e la guerra):

     «La grande Rivoluzione francese ha iniziato una nuova epoca nella storia dell’umanità. Da allora fino alla Comune di Parigi, dal 1789 al 1871, un particolare tipo di guerra è costituito dalle guerre a carattere borghese progressivo, di liberazione nazionale. In altre parole, il principale contenuto ed il significato storico di queste guerre è stato l’abbattimento e la distruzione dell’assolutismo e del feudalesimo, l’abbattimento dell’oppressione straniera. Esse sono state, perciò, guerre progressive e tutti gli onesti democratici rivoluzionari, nonché tutti i socialisti, durante tali guerre simpatizzarono sempre per il successo di quel paese (cioè di quella borghesia) che contribuiva ad abbattere o minare i pilastri più pericolosi del feudalesimo, dell’assolutismo e dell’oppressione di popoli stranieri. Per esempio, nelle guerre rivoluzionarie della Francia c’era anche un elemento di rapina e di conquista di terre straniere da parte dei francesi, ma ciò non cambia affatto il significato storico fondamentale di quelle guerre, le quali distruggevano e scuotevano il feudalesimo e l’assolutismo in tutta la vecchia Europa feudale. Nella guerra franco-prussiana, la Germania depredò la Francia; ma ciò non cambia il significato storico fondamentale di quella guerra, che ha liberato il popolo tedesco, cioè un popolo di decine di milioni di uomini, dal frazionamento feudale e dalla oppressione di due despoti: lo zar russo e Napoleone III».

E in Le rivoluzioni multiple, del maggio 1953, scrivemmo:

     «Nell’area europea occidentale (Francia, Germania, Italia, paesi minori) la lotta borghese contro il feudalesimo va dal 1789 al 1871, e nelle situazioni di questo corso si pone l’alleanza del proletariato coi borghesi quando lottano con le armi per rovesciare il potere feudale mentre già i partiti operai hanno rifiutato ogni confusione ideologica colle apologie economiche e politiche della società borghese».

Il 1871 vede quindi scritta a tutte lettere una formidabile tesi tattica, quella della trasformazione della guerra nazionale in guerra civile; dall’epoca della Comune fino alla distruzione del capitalismo in Europa esistono due alternative: o i proletari obbediscono al disfattismo di ogni guerra, o, come Engels scrisse profeticamente nella prefazione del 1891 «penderà quotidianamente sul nostro capo la spada di Damocle di una guerra, nel primo giorno della quale tutte le alleanze ufficiali tra i principi andranno disperse come pula; di una guerra di cui nulla è certo eccetto l’assoluta incertezza del suo esito; di una guerra di razze, che sottoporrà l’Europa intera alla devastazione da parte di quindici o venti milioni di uomini armati, e che non imperversa già solo perché persino il più forte dei grandi Stati militari teme la totale impossibilità di calcolarne il risultato finale».

La guerra profetizzata da Marx e da Engels fra le razze dei tedeschi e quelle degli slavi e dei latini, verrà nel 1914 e verrà il crollo in verticale della Seconda Internazionale i cui partiti aderirono al guerrasantismo e all’unionsacrismo ad un tempo, adesione che rinnegava totalmente la sanguinosa lezione della Comune del 1871 e le sue indelebili consegne a tutto il movimento proletario internazionale.

Riassumiamo:

     «Nel 1870 l’analisi obiettiva poteva indicare al partito proletario – dato che non l’idea, ma la Forza, è l’agente che muta le prospettive della storia – che la vittoria di Bismarck su Bonaparte era elemento acceleratore e positivo, molto al di là delle opinioni e dei desideri di Bismarck, del processo di sviluppo della lotta di classe europea. Non era ancora chiuso il periodo delle guerre nazionali di progresso. Tuttavia fin da allora nell’azione politica ero ben lungi dall’allearmi col governo prussiano, e il mio movimento era quello della Comune, contro cui bonapartisti, repubblicani borghesi di Francia e militaristi tedeschi nutrivano l’odio medesimo. Sono maturo abbastanza per bollare di vergogna una difesa, in blocco borghese proletario, del sacro suolo della repubblica di Francia» (“Romanzo della Guerra santa”, Battaglia Comunista, 13/1950).

Aree Geo-politiche

La scuola marxista nel valutare gli avvenimenti di guerra fra gli Stati poggia la sua indagine sulla nozione delle circostanze materiali, economiche e storiche, che accompagnano l’evento militare, non basandosi su regole ideali buone per tutti i tempi e luoghi. Se, quindi, il 1871 segnò la chiusa dell’alleanza di battaglia fra le forze borghesi rivoluzionarie ed il nascente movimento proletario, la consegna fu estesa a tutti i continenti, a tutte le aree? La risposta non merita dubbi: no.

Il problema dell’alleanza di battaglia fra forze proletarie e forze rivoluzionarie borghesi, questione che si intreccia in questa prima fase con quella di Guerra e Rivoluzione, non è mai stata per la nostra scuola un problema di tattica, della definizione cioè delle norme di azione del partito proletario, ma un problema storico di definizione ed apprezzamento delle circostanze economiche e delle forze sociali, proprio perché già il Manifesto dei Comunisti del 1848 e l’Indirizzo della Lega Comunista del 1850 definiva in maniera indiscutibile i contorni essenziali e duraturi della tattica proletaria.

Proseguiamo dal testo del 1953:

     «4. Col 1866 gli Stati Uniti d’America si pongono nelle condizioni dell’Europa occidentale dopo il 1871, avendo liquidato forme capitalistiche spurie con la vittoria contro il sudismo schiavista e rurale. Dal 1871 in poi, in tutta l’area euroamericana, i marxisti radicali rifiutano ogni alleanza e blocco con partiti borghesi e su qualunque terreno.

     «5. La situazione pre 1871 (…) dura in Russia e in altri paesi dell’Est europeo fino al 1917, e si pone in essi il problema già noto alla Germania 1848: provocare due rivoluzioni, e quindi lottare per i compiti di quella capitalista. Condizione per un passaggio diretto alla seconda rivoluzione proletaria era la rivoluzione politica in occidente, che venne meno, pure avendo la classe proletaria russa conquistato sola il potere politico, conservandolo per alcuni anni».

Ancora leggiamo da Russia e Rivoluzione nella Teoria Marxista, del 1954:

     «Dunque: area britannica, ove non si parla di doppia rivoluzione del proletariato e della borghesia, e che resta la sola in questa situazione storica dal 1649. Area continentale europea ove si pone il problema delle rivoluzioni liberalnazionali cui il proletariato darà il suo appoggio per un periodo che si chiude al 1871. In questa area figura la Francia, sebbene nei periodi 1789-1815 e 1848-1852 sia stata governata dalla borghesia e retta a repubblica. Dal 1871 al 1917 tutta l’area britannica ed europea comporta la piena autonomia dell’azione proletaria verso la conquista del potere e il socialismo. Ma da tali aree resta fuori la Russia che ha ancora la prospettiva di abbattere un regime feudale. Ne resterebbero anche fuori in un certo senso i paesi degli slavi del Sud e la Grecia almeno fino a quando nel 1912 non si ha una rivoluzione borghese nella Turchia dei sultani e la vittoria nelle guerre balcaniche delle nazionalità che essa governa».

Le stesse identiche tesi erano già state esposte da Lenin (altra dimostrazione che si tratta non di andare a scoprire nuove leggi e segnare nuove svolte, ma di riallacciare il filo rosso degli avvenimenti che fanno risaltare, una volta di più, la coerenza interna della teoria e del programma rivoluzionario). Scrive Lenin in Sul diritto di autodecisione delle nazioni, aprile-giugno 1915:

     «Nell’Europa occidentale, continentale, il periodo delle rivoluzioni democratiche borghesi va, approssimativamente, dal 1789 al 1871. Questo periodo fu precisamente quello dei movimenti nazionali e della formazione di Stati nazionali. Alla fine di questo periodo l’Europa occidentale si era trasformata in un sistema organico di Stati borghesi e – di regola – nazionalmente omogenei. Perciò, cercare oggi il diritto di autodecisione nei programmi dei socialisti dell’Europa occidentale significa non capire l’abbiccì del marxismo. Nell’Europa orientale e in Asia, il periodo delle rivoluzioni democratiche borghesi è cominciato soltanto nel 1905. Le rivoluzioni in Russia, in Persia, in Turchia e in Cina, le guerre dei Balcani: ecco la catena degli avvenimenti mondiali del nostro periodo nel “nostro” Oriente. In questa catena solo un cieco può non vedere il risveglio di tutta una serie di movimenti nazionali democratici borghesi e di tendenze a creare Stati nazionali indipendenti e omogenei».

La citazione di Lenin getta squarci di luce sugli avvenimenti che successivamente prenderemo in esame e serve, insieme alle altre, a mostrare ancora una volta che la chiusa dell’epoca delle alleanze di battaglia tra proletariato e forze borghesi antifeudali non è tesi metafisica ed eterna ma tesi storica, di “area”, è una norma di partito che, come lapidariamente scrivemmo in Russia e Rivoluzione nella Teoria Marxista, ha senso materialistico, non idealista, senso materiale che assicura, infine, la unità organica nel partito fra la sua dottrina, il suo programma, la sua tattica.

Ancora spulciamo dai nostri testi: «Se intendiamo per tattica i mezzi di azione, essi non possono che essere stabiliti dalla stessa ricerca che, in base ai dati della storia passata, ci ha condotto a stabilire le nostre rivendicazioni programmatiche finali e integrali. I mezzi non possono variare ed essere distribuiti a piacere, in tempi successivi o peggio da distinti gruppi, senza che sia diversa la valutazione degli scopi programmatici cui si tende e del corso che vi conduce» (Pressione “razziale” del contadiname, Il Programma Comunista, n.14/1953).

Russia bastione del feudalesimo

Come abbiamo già detto l’aspro antislavismo di Marx e di Engels non era il risultato di pose estetiche, i nostri due maestri vedendo giustamente la forza russa come un pericolo ed una minaccia per qualsiasi focolaio rivoluzionario in Europa. Il movimento grande slavista era sinonimo di controrivoluzione e senza cedere a pregiudizi e preconcetti nazionali o razziali il giovane movimento comunista poggiò questa sua condanna “antislavista” su considerazioni storiche legate a precisi limiti di tempo e di spazio. Come scrivemmo in Russia e Rivoluzione…, «la valutazione positiva di ogni fatto e dato concreto di forza storica è per i marxisti fondamentale», infatti la storica condanna viaggiava insieme ad una tesi apparentemente opposta: «A confronto della desolazione stagnante di quel vecchio continente (l’Asia), la Russia è una civilizzatrice, e il suo contatto non potrebbe che essere benefico» (Marx, 7 maggio 1855).

Rimaneva il fatto incontestabile che durante tutta la fase delle rivoluzioni nazionali, borghesi e liberali, ogni movimento rivoluzionario aveva avuto di fronte un massimo e principale ostacolo, la Russia degli Zar che inviava o minacciava di inviare forze armate in masse enormi dovunque il fuoco rivoluzionario attizzasse, come le guerre napoleoniche e gli avvenimenti del 1848 avevano tragicamente confermato. E tuttavia, economicamente, socialmente, politicamente, per via di guerre civili o nazionali, la complessa sistemazione dei grandi Stati dell’Europa occidentale è con il 1870-1871 compiutasi e nei paesi sviluppati inizia ad affermarsi un vigoroso movimento delle classi lavoratrici, già maturo per sue lotte autonome.

Se si volta però ad oriente il movimento proletario europeo scorge la sagoma minacciosa dello Stato degli Zar che non è stato toccato dal fuoco della rivoluzione. Lo Stato degli Zar è a difesa non solo dei rimasti regimi feudali assolutisti ma è una forza controrivoluzionaria pronta a muoversi anche se, e a maggior ragione, nei paesi capitalistici si muove la classe operaia per i suoi propri obiettivi.

La guerra franco-prussiana era terminata con l’annessione della Alsazia e della Lorena e questa annessione avrebbe influenzato gli avvenimenti europei negli anni a venire. Come previdero Marx ed Engels, il ruolo reazionario dello zarismo nella politica europea e mondiale ne uscì rafforzato e riprese la storica spinta del regime di Pietroburgo verso il Mediterraneo. La Russia liquidò gli articoli del trattato di Parigi del 1856 che le vietavano di mantenere una flotta da guerra nel Mar Nero e ritornò a giocare un ruolo principale nella diplomazia internazionale. Sempre come previsto dagli Indirizzi dell’Internazionale la Germania dovette blandire gli Zar per controbilanciare l’ostilità francese ed è del 1873 “l’Alleanza dei tre imperatori”, tedesco, austriaco e russo che favoriva ancor più l’isolamento francese e che escludeva (punto importante per Pietroburgo) un’intesa austro-tedesca a spese degli interessi russi nei Balcani garantendo i confini occidentali della Russia nel caso di un aggravarsi dei suoi contrasti con l’Inghilterra in Asia.

Nel 1875 iniziò una insurrezione antiturca in Bosnia, in Erzegovina ed in Bulgaria che fu repressa dalle truppe turche, intervento che portò alla dichiarazione di guerra della Serbia e del Montenegro che scesero in campo a difesa dello slavismo. Se i montenegrini sconfissero le truppe turche, altrettanto non fece l’esercito serbo che fu duramente sconfitto nel settembre 1876: i turchi avevano aperta la via per la capitale Belgrado, marcia che fu interrotta da una parziale e minacciosa mobilitazione di truppe russe. Dopo una convenzione segreta firmata a Budapest nel marzo 1877, con cui la Russia si assicurava la neutralità dell’Austria in cambio del suo consenso all’occupazione austriaca della Bosnia e della Erzegovina, il 24 aprile successivo il governo russo dichiarò guerra alla Turchia.

Il 27 giugno le truppe russe passavano il Danubio mentre, insieme a truppe e volontari bulgari, avanzavano rapidamente nel Caucaso. Nei Balcani l’avanzata russa venne fermata per più di quattro mesi dalla fortezza di Plevna, parziale insuccesso che fece stropicciare le mani all’”antirusso” per eccellenza Carlo Marx; solo nel dicembre 1877 la fortezza stremata cedette e l’esercito russo poté preparare il suo attacco definitivo, penetrò nella valle della Maritza ed occupò Edirne, città della Tracia, dove, il 31 gennaio, venne firmato l’armistizio. Le truppe russe, conformemente all’accordo, avanzarono fino a Santo Stefano, località a soli 12 km da Costantinopoli grande sogno degli zar, dove fu firmato l’accordo di pace (3 marzo 1878).

Il trattato di Santo Stefano, che fra l’altro prevedeva la creazione di un grande Stato bulgaro che doveva estendersi dal Mar Nero all’Egeo, comprendendo anche la Macedonia, non fu però attuato per la decisa opposizione inglese. Il governo Disraeli, che pure aveva fino ad allora simpatizzato per le vittorie russe, inviò una squadra navale nel Mar di Marmara ed attuò una parziale mobilitazione della flotta.

Il mancato appoggio di Bismarck, costrinse la Russia ad accettare la convocazione di un congresso internazionale per definire i dettagli della pace. Il congresso si aprì a Berlino il 13 giugno 1878 con la partecipazione della Russia, dell’Inghilterra, della Germania, dell’Austria, della Francia, dell’Italia, della Turchia, della Persia e degli Stati balcanici. Dopo un’aspra lotta diplomatica, il 13 luglio, fu firmato il trattato di Berlino. Venne creato il principato della Bulgaria, fu concesso una parziale autonomia alla Bulgaria meridionale che però rimaneva nell’Impero Turco, che manteneva pure il controllo della Macedonia. Fu confermata l’indipendenza del Montenegro, della Serbia e della Romania ma l’Austria occupava la Bosnia e l’Erzegovina e il sangiaccato di Novi Pazar fra la Serbia ed il Montenegro. La Romania si estendeva alla Dobrugia, sbocco sul Mar Nero, mentre la Bessarabia ritornava sotto l’Impero Russo che l’aveva persa con la pace di Parigi del 1856. Gli inglesi che avevano frenato le truppe russe ci guadagnavano Cipro, importantissimo punto strategico nel Mediterraneo orientale.

Non è scoperta recente che la danza degli avvenimenti internazionali è per molti versi determinata da quelle che si dicono le grandi potenze, questo fatto materiale era già conosciuto ed indagato dal marxismo nell’Ottocento; ma questa verità non conduce a conclusioni indifferentiste: la guerra russo-turca vide scontrarsi due regimi assolutisti ugualmente reazionari, ugualmente feudali, ugualmente oppressori di nazionalità e di razze; per determinate condizioni la Russia zarista si fa paladina del nazionalismo slavo e attacca militarmente, puntando verso il suo obbiettivo storico che è Costantinopoli. Il nazionalismo balcanico è debole ed ha come campioni i serbi ed i montenegrini, in verità ben poca cosa. Se trionfano i russi, non si avranno moderni e borghesi Stati balcanici ma l’estensione dell’influenza russa, ben più perniciosa, perché più potente, di quella turca, da qui la simpatia di Marx per i turchi oppressori di nazionalità, tifo che però non disconosceva come nella penisola balcanica fosse ancora vitale la questione nazionale e come le forze borghesi nazionali giocassero ancora un ruolo progressista facendo girare in avanti la storia.

Preparazione diplomatica alla guerra europea

La sconfitta diplomatica della Russia zarista al congresso di Berlino peggiorò i rapporti russo-tedeschi e mentre Bismarck prese misure contro le importazioni di prodotti agricoli russi, Pietroburgo pose dazi ai prodotti industriali germanici. In queste condizioni l’Impero germanico strinse i suoi legami con quello austro-ungarico con il quale firmò un accordo segreto il 7 ottobre 1879. L’accordo prevedeva l’aiuto reciproco nel caso di un attacco russo a una delle sue parti e una benevola neutralità nel caso di un conflitto di una delle due con un’altra qualsiasi potenza europea.

Negli anni a seguire, nuovo riavvicinamento russo-tedesco per motivi di carattere politico ed economico. La guerra doganale aveva arrecato enormi danni ad entrambi i paesi che, per differenti motivi, volevano avere i comuni confini sicuri. Nel 1881 fu rinnovata l’”Alleanza dei tre Imperatori” che questa volta obbligava le tre potenze ad osservare la neutralità nel caso che una di esse venisse a trovarsi in uno stato di guerra con una qualsiasi grande potenza. Se da parte tedesca l’alleanza aveva un chiaro segno anti-francese, da parte russa lo aveva anti-inglese, il che corrispondeva alle sue esigenze di espansione nell’Asia centrale. La Russia accettava l’annessione della Bosnia e dell’Erzegovina da parte dell’Austria-Ungheria; infine, i tre si accordarono che solo consensualmente potevano mutare i confini nei Balcani, i cui nazionalismi niente importavano. L’alleanza segreta fra Berlino e Vienna diretta contro i russi rimaneva in vigore.

Altro accordo segreto il 20 maggio 1882, fra Germania, Austria-Ungheria ed Italia: Germania ed Italia si promisero reciproco aiuto nel caso di un loro conflitto con la Francia e tutte e tre si accordarono di rispondere militarmente nel caso che più potenze le avessero attaccate. L’Italia non era obbligata ad entrare in guerra nel caso che l’attaccante fosse stata l’Inghilterra. Da parte tedesca, tutti gli accordi erano chiaramente anti-francesi e, in secondo piano, miravano anche ad allontanare la minaccia russa ed a rendere sicuri i confini orientali.

Ma se questi furono i principali avvenimenti europei, oramai il teatro della politica estera era il mondo intero e gli spostamenti europei avevano immediate ripercussioni in Asia ed in Africa dove si confrontavano i corpi coloniali di spedizioni delle nazioni europee più sviluppate. Dopo la guerra franco-prussiana del 1870 si usa dire che iniziò il periodo dello sviluppo pacifico del capitalismo europeo, sviluppo che fu la culla materiale del gradualismo e del patriottismo nelle file del movimento operaio attaccato nel suo programma rivoluzionario dal revisionismo e dal riformismo. Ma questo sviluppo pacifico era per l’Europa, dove le moderne nazioni si erano costituite in Stati, ma non per il resto del mondo che conobbe la miseria, la sofferenza e le tragedie più dolorose. Il continente africano vedeva scontrarsi le mire coloniali di Francia ed Inghilterra e poi anche di Germania e dell’Italia, mentre in Asia si confrontavano Russia, Inghilterra e Francia.

Gli eserciti europei facevano precipitare nell’infernale girone capitalistico le popolazioni africane ed asiatiche ed il continuo drenaggio di immense ricchezze e di plusvalore assicurava al proletariato europeo briciole di riformismo. La borghesia mondiale estendeva il suo completo dominio ed il capitale finanziario celebrava i suoi saturnali nella mai sconfitta Inghilterra e nella tante volte sconfitta Francia, isolata in Europa ma agguerrito imperialismo nel resto del mondo.

Furono di nuovo i Balcani a fare dell’Europa il principale teatro delle diplomazie delle grandi potenze. Nel 1879, dopo il congresso di Berlino, in Bulgaria salì sul trono di una monarchia costituzionale il principe Alessandro di Battenberg che, nel 1881, approfittando del regime poliziesco che si aveva in Russia dopo l’assassinio dello Zar Alessandro e fidandosi sull’aiuto del nuovo Zar, sciolse il governo liberale e chiamò due generali russi a far parte del suo nuovo governo. Alessandro di Battenberg non però convinto della soffocante protezione russa la volle controbilanciare con quella austro-ungarica, accettando pertanto il progetto della costruzione di una ferrovia Vienna-Costantinopoli, attraverso Belgrado e Sofia (formidabile via per le merci tedesche) e bocciò il progetto russo di un’altra ferrovia che doveva attraversare la Bulgaria da nord a sud, sempre in direzione Costantinopoli. Alessandro, ruppe con i russi e accordatosi con l’opposizione liberale, restaurò la costituzione rispedendo i due generali zaristi a Pietroburgo. Era il 1883.

Nel settembre 1885 un’insurrezione nazionalista nella Rumelia rovesciò il governatore turco e proclamò l’annessione alla Bulgaria. Alessandro di Battenberg si incoronò principe della Bulgaria Unita con grande strepitio dei russi che denunciavano la violazione del congresso di Berlino. Anche l’Impero Austro-Ungarico tramava e spingeva la Serbia a richiedere territori alla Bulgaria: era la guerra. Nel novembre 1885 nella battaglia presso Slivniza l’esercito bulgaro sbaragliava quello serbo ed era pronto ad una generale controffensiva. Solo un ultimatum di Vienna evitava la continuazione delle operazioni militari e permetteva il mantenimento dei confini precedenti, che però mutavano riguardo alla Rumelia di fatto annessa dai bulgari e persa dai turchi, convinti dalle pressioni di Vienna e di Londra che così speravano di farsi amico Alessandro di Battenberg in funzione antirussa.

Nell’agosto 1886 un complotto di ufficiali, cui non era estranea la diplomazia russa, esiliava Alessandro, ma il successore, Ferdinando di Sassonia, mantenne la Bulgaria Unita nell’area di influenza austro-germanica.

La crisi bulgara fu importante per due versi: da una parte l’intricata questione nazionale balcanica aveva rilanciato le mire russe verso lo sbocco al Mediterraneo, mire che venivano contrastate dal tentativo di Vienna di allargare la sua influenza nella penisola balcanica e anche dall’Inghilterra che già si misurava con l’Impero russo in Asia; dall’altra la Germania di Bismarck era costretta ad accordarsi con lo Zar perché la sua preoccupazione prima era il pericolo francese. Sia questo che quello era, in gran parte, il risultato della annessione dell’Alsazia e della Lorena che dava copiosamente i frutti previsti dagli Indirizzi dell’Internazionale.

Ma i contrasti austro-russi nei Balcani portavano alla completa disgregazione dell’ ”Alleanza dei tre Imperatori”, proprio quando nella Francia repubblicana si aveva una virulenta campagna sciovinista e revanscista contro la Germania da parte del generale Boulanger che alla fine del 1886 divenne Ministro della guerra. Bismarck già nel novembre 1886 aveva presentato al Reichstag un progetto di legge che aumentava l’organico dell’esercito in tempo di pace e fissava a priori il bilancio militare per un periodo di sette anni. Nel gennaio 1887 Bismarck intervenne al Reichstag con un risentito discorso contro la Francia e fece applicare in Alsazia ed in Lorena nuove misure che diedero nuovo fiato agli umori revanscisti in Francia. Le diplomazie si aspettavano da un momento all’altro la guerra fra i due contendenti del 1870-71, tutti la consideravano inevitabile e Bismarck, per impedire che si trasformasse in una guerra “di razze”, come profeticamente aveva previsto la nostra scuola, per mantenerla localizzata ai due Stati cercò di assicurarsi l’Inghilterra e la Russia. Se da Londra, che considerava la Francia come la sua principale concorrente nell’espansione coloniale, vennero segnali favorevoli per una nuova guerra franco-germanica, altrettanto non venne da Pietroburgo. La bozza di un trattato che prevedeva la neutralità della Russia in caso di guerra della Germania contro la Francia, in cambio del consenso della Germania a non ostacolare la Russia nella conquista degli Stretti e nel ristabilimento delle proprie posizioni in Bulgaria, formulata da Berlino nel gennaio 1887, fu respinta dallo Zar che in questo modo evitò l’iniziativa di guerra da parte dei tedeschi. Nell’estate 1887, Boulanger fu rimosso dalla carica di Ministro della guerra e relegato in provincia come Generale di Corpo d’armata, da dove però continuava la sua campagna revanscista.

Certamente il pericolo di una guerra immediata era diminuito, ed anche per questo Germania e Russia si accordarono per un nuovo trattato segreto. Il trattato del 1887, detto di “Controassicurazione”, prevedeva che se una delle parti contraenti fosse venuta a trovarsi in stato di guerra con una terza grande potenza, l’altra avrebbe conservato nei suoi confronti una benevola neutralità. Tuttavia, questa benevola neutralità non era d’obbligo se la Germania attaccava la Francia o la Russia attaccava l’Austria. Infine il trattato dava via libera allo Zar nei Balcani, mossa di Bismarck per far sì che i russi si scornassero con gli inglesi e gli austriaci. Nel complesso gioco diplomatico, Berlino aveva poco prima firmato l’ennesimo trattato segreto con Inghilterra, Austria-Ungheria, ed Italia che non a caso fu detto del Mediterraneo: il trattato prevedeva di ostacolare la realizzazione di piani russi verso gli Stretti e l’estensione dell’influenza francese sulla costa settentrionale dell’Africa.

Engels su Guerra e Rivoluzione

A rendere più complicata la situazione diplomatica, concorrevano altri fattori economici: gli Junker prussiani facevano resistenza all’importazione di grano russo, mentre gli industriali russi si opponevano all’importazione di merci industriali tedesche, il che portò a reciproci aumenti dei dazi doganali; in più, dall’anno 1887 si hanno i primi prestiti delle Banche parigine al governo zarista, crediti che favorirono una rapida intesa fra i due governi. Parigi rompeva l’isolamento che la Germania le intendeva costruire intorno e si realizzavano le altre “profezie” degli Indirizzi: la Francia avrebbe stretto alleanza con il cosacco e se la nuova guerra fosse scoppiata, non sarebbe stata locale, ma avrebbe visto le razze latine e slave unite contro la razza tedesca.

Come avevano predetto Marx ed Engels, la guerra del 1870-1871 ed il sanguinoso epilogo della Comune avevano spostato il centro di gravità del movimento operaio internazionale dalla Francia alla Germania, dove il rapido sviluppo dell’industria aveva favorito l’ancora più rapido sviluppo della socialdemocrazia, ben manifesto dai suoi successi elettorali: 1871: 102 mila voti; 1874: 352 mila; 1877: 493 mila. Bismarck riconobbe questi successi e pretese le leggi eccezionali contro i socialisti, che momentaneamente furono dispersi. Nelle elezioni del 1881 i voti socialdemocratici scesero a 312 mila ma ripresero subito a crescere proprio sotto la pressione delle leggi eccezionali: 1884: 550 mila voti e 1887: 763 mila voti.

La crescita costante e sicura della socialdemocrazia tedesca si aveva nonostante tutto e tutti, nonostante il patriottismo ed il revanscismo ed era fattore importante per considerare ciò che sarebbe accaduto nel caso che la guerra, tanto minacciata, fosse scoppiata. Starà al solo Engels, morto Marx, intendere il complesso gioco delle forze sociali in Europa, il loro influsso sulla Guerra e sulla Rivoluzione. Scriverà il 15 dicembre 1877 presentando l’opuscolo di Sigmund Borkheim:

     «… E infine non è possibile altra guerra per la Prussia-Germania che una guerra mondiale, e in verità una guerra mondiale di una ampiezza e di una violenza finora mai viste. Da otto a dieci milioni di soldati si sgozzeranno tra loro e così facendo devasteranno tutta l’Europa in modo tale come non ha fatto mai finora uno stuolo di cavallette. Le distruzioni della guerra dei trent’anni concentrate in tre o quattro anni e allargate a tutto il continente; carestia, epidemie, il generale imbarbarimento, provocato dall’acuto bisogno sia degli eserciti sia delle masse popolari; la disperata confusione del nostro meccanismo artificiale del commercio, dell’industria e del credito, che sfocia nella bancarotta generale; un tal crollo dei vecchi Stati e della loro tradizionale saggezza statale che le corone rotoleranno a dozzine sul lastrico e non si troverà nessuno che le raccolga; l’assoluta impossibilità di prevedere come tutto ciò finirà e chi uscirà vincitore dalla lotta; soltanto un risultato assolutamente certo: l’esaurimento generale e la creazione delle condizioni per la vittoria definitiva della classe operaia.

     «Questa è la prospettiva se il sistema, portato all’estremo, di superarsi a vicenda negli armamenti darà alla fine i suoi frutti inevitabili. Ecco dove, signori principi e uomini di Stato la vostra saggezza ha portato la vecchia Europa. E se non vi resta altro che aprire l’ultima vostra grande danza di guerra, noi non ci metteremo a piangere. La guerra forse ci potrà anche respingere momentaneamente in secondo piano, ci potrà anche togliere alcune posizioni già conquistate. Ma se voi scatenerete le forze che poi non sarete più in grado di padroneggiare, vada pure come vuole: alla fine della tragedia voi sarete rovinati e la vittoria del proletariato sarà o già raggiunta o comunque inevitabile».

Il vecchio Engels lanciò qui il grido di battaglia per tutto il movimento socialista internazionale: crisi industriale e commerciale, carestie e imbarbarimento delle masse accompagneranno una lotta a sangue di milioni di uomini; le corone rotoleranno; l’esito della guerra sarà imprevedibile ma certamente si avrà l’esaurimento generale. Qui, se pure cautamente, viene lanciata la sfida, la socialdemocrazia non piange di fronte alle minacce di guerra (schiaffo sonoro al pacifismo di ieri e di oggi) ma vi dice che l’esaurimento generale creerà le condizioni per la vittoria della classe operaia, che, anche se la guerra farà momentaneamente arretrare il movimento operaio, alla fine della tragedia la vittoria del proletariato sarà o raggiunta o comunque inevitabile. La sfida era la stessa che da anni i socialdemocratici lanciavano a Bismarck e alle sue leggi eccezionali: «Fate quello che volete, siamo pronti a tutto, perderemo qualche posizione ma qualunque arma è inefficace a fermare la forza storica del socialismo, il cui sbocco è certezza di scienza!».

Niente farà abdicare al partito il suo ruolo storico di becchino del capitalismo e, nonostante tutto e tutti, attendiamo la rivoluzione e ci prepariamo a questa, ci prepariamo a raccogliere le corone che rotoleranno, nell’esaurimento generale del sistema produttivo, che è pur tuttavia un bagno di giovinezza per il capitalismo!

La corrispondenza di Engels, per tutto il biennio 1888-1889, torna puntualmente sulla minacciata guerra e sugli effetti che questa avrebbe generato. Scriveva Engels, il 4 gennaio 1888 al romeno Ion Nadejde:

     «In effetti, noi tutti ci troviamo di fronte lo stesso grosso ostacolo che impedisce un libero sviluppo di tutte le nazioni e di ciascuna nazione al suo interno, sviluppo senza il quale non sapremmo affrontare e tanto meno portare a compimento la rivoluzione sociale nei vari paesi, cooperando reciprocamente. Questo ostacolo è la vecchia Santa Alleanza dei tre assassini della Polonia, diretta dal 1815 dallo zarismo russo e continuata fino ai giorni nostri malgrado i contrasti passeggeri (…) Poiché la Russia fruisce di una posizione strategica pressoché inespugnabile, lo zarismo russo costituisce il nucleo di questa alleanza, la grande riserva di tutta la reazione europea. Rovesciare lo zarismo, cancellare quest’incubo che pesa sull’Europa intera, ecco a mio avviso la prima condizione dell’emancipazione delle nazioni del centro e dell’est europeo. Una volta annientato lo zarismo, il nefasto potere rivestito oggi da Bismarck crollerà dopo di esso, e il nostro partito operaio marcerà a passi da gigante verso la rivoluzione».

Engels prosegue l’antislavismo di Marx, prosegue nella condanna della reazione autocratica dello zarismo che, mirando a Costantinopoli, minaccia di far precipitare gli avvenimenti in una guerra generale:

     «In questo momento l’alleanza pare dissolta, la guerra imminente. Ma se pure ci sarà la guerra, sarà solo per ricondurre la Prussia e l’Austria all’ubbidienza. Io spero che la pace durerà; in una simile guerra non sarebbe possibile simpatizzare con alcuno dei contendenti, al contrario si augurerebbe loro d’essere sconfitti tutti, se fosse possibile. Sarebbe una guerra terribile ma comunque andrà, ogni cosa tornerà a vantaggio del movimento socialista, avvicinerà la presa del potere da parte della classe operaia. Perdoni queste elucubrazioni, ma in questo momento non potevo scrivere ad un romeno senza esprimere la mia opinione su tali questioni scottanti. Essa si riassume così: una rivoluzione in Russia adesso salverebbe l’Europa dalle sciagure di una guerra generale e darebbe il via alla rivoluzione sociale universale».

Engels riprende le considerazioni svolte presentando l’opuscolo di Borkheim, ribadisce chiare nozioni di disfattismo e antipatriottismo che nel 1914 furono sommerse dall’ondata socialpatriottica, e di fronte alla guerra si augura una rivoluzione in Russia o che il pericolo di pace duri per permettere ulteriore crescita al movimento proletario internazionale. Tre giorni dopo scrivendo a Sorge, Engels tornerà di nuovo sullo stesso argomento sviluppando ancora il filo del ragionamento:

     «Speriamo che la minaccia di guerra si allontani – le cose vanno talmente secondo i nostri desideri in ogni modo, che possiamo benissimo risparmiarci il fastidio di una guerra generale, e gigantesca quant’altre mai, anche se alla fin fine anche questo dovrebbe andare a nostro vantaggio (…) Una guerra invece ci porterebbe indietro di anni. Lo sciovinismo sommergerebbe tutto, perché sarebbe una lotta per l’esistenza. La Germania schiererebbe circa 5 milioni di soldati, ossia il 10% della popolazione, gli altri intorno al 4-5%, la Russia relativamente meno. Ma ci sarebbero dai 10 ai 15 milioni di combattenti. Vorrei sapere come pensano di nutrirli; sarebbe una rovina come quella della guerra dei trent’anni.

     «E una soluzione rapida è impensabile, nonostante che le forze in campo siano gigantesche. La Francia infatti è protetta ai confini a nord-ovest e a sud da costruzioni difensive molto estese, e le nuove fortificazioni di Parigi sono esemplari. Perciò si andrà per le lunghe, e anche la Russia non si può certo sopraffare in un sol colpo. Quindi, anche se tutto va secondo i desideri di Bismarck, alla nazione si richiederà quanto mai in passato, ed è possibile che il rinvio della vittoria decisiva e sconfitte parziali provochino uno sconvolgimento interno. Se poi i tedeschi fossero battuti e costretti a lungo sulla difensiva, la cosa sarebbe certa. Se si combattesse fino alla fine senza che all’interno si muova nulla avremo un esaurimento come l’Europa non ne conosce da 200 anni. L’industria americana vincerebbe su tutta la linea, e noi saremo di fronte all’alternativa: o regredire semplicemente all’agricoltura per uso interno (il grano americano non lascia altra possibilità), oppure una trasformazione sociale. Perciò non penso che nessuno abbia l’intenzione di portare la situazione agli estremi, di andare al di là di una guerra soltanto apparente; ma appena si sparerà il primo colpo il cavallo prenderà la mano al cavaliere, e partirà di gran carriera.

     «Insomma, guerra o pace, tutto spinge verso il momento decisivo, e io devo sbrigarmi a finire col III Libro. Ma gli eventi esigono che io mi tenga au courant, e ciò porta via molto tempo, specie per le cose militari».

I brani sono potenti. Engels ha fiducia che la rivoluzione possa alla fine prendere alla gola i regimi capitalistici sopravvissuti alla guerra ma avverte che la guerra porterebbe indietro di anni il movimento socialista, che lo sciovinismo sommergerebbe tutto. La rivoluzione è attesa dalla Germania se gli eventi militari vedevano sconfitte tedesche o la loro difensiva. Sarebbe spettato al partito socialdemocratico tedesco l’onore di rivolgimenti interni se, seppure arretrando, avesse avuto la forza di mantenere il Nord rivoluzionario. Ma, nel caso contrario, una lunga guerra avrebbe esaurito l’intera Europa, avrebbe compromesso le stesse conquiste del moderno capitalismo accettate come base del marxismo e, come più volte abbiamo scritto, il capitalismo si rigenererà in un bagno di giovinezza. La chiusa è uno sberleffo per i “pratici”: guerra o pace i nodi venivano al pettine ed insieme agli studi militari Engels vuol sbrigarsi con la pubblicazione del III Libro del Capitale, altro che barriere fra Teoria, Programma e Tattica come pretende l’opportunismo!

Le lettere successive ripartono per più versi da questi punti fermi. Ammesso che momentaneamente il movimento socialista rinculi e che una lunga guerra distrugga le stesse conquiste materiali del capitalismo, Engels, senza minimamente cedere al pacifismo, spera che il perdurare della pace fra gli Stati dia tempo alla rivoluzione sociale di tornare sulla scena come autonomo fattore di storia. Scrive a Lafargue il 7 febbraio 1888:

     «La eventualità della guerra mi ha di nuovo cacciato negli studi militari. Se la guerra non si fa tanto meglio. Se però scoppia – ciò dipende da tutta una serie di avvenimenti imprevedibili – spero che i russi siano battuti e che sul confine francese non accada nulla di decisivo – allora sarà possibile una riconciliazione. Con cinque milioni di tedeschi chiamati alle armi per cose che non li riguardano, Bismarck non sarebbe più il padrone».

Ed ancora a Sorge il 22 febbraio:

     «Spero che non si arrivi alla guerra, anche se in tal caso avrò fatto inutilmente i miei studi militari, che ho dovuto riprendere proprio ora per il gran parlare di guerra (…) Guerra o no, tutto ci porta verso una crisi. La situazione russa non può continuare così a lungo. Gli Hohenzollern sono spacciati, il principe ereditario mortalmente malato, suo figlio uno storpio, un arrogante luogotenente. In Francia il crollo della repubblica borghese degli sfruttatori è sempre più imminente; come nel 1847, gli scandali minacciano una révolution du mepris. E qui da noi si impadronisce sempre più nelle masse un socialismo istintivo, che per fortuna in tutte le sue formulazioni precise va ancora in senso contrario al dogma dell’una e dell’altra organizzazione socialista, ma che a maggior ragione farà sì che esse si interessino di un evento decisivo. Basta solo che ci si porti in un posto qualunque, e i borghesi si stupiranno di questo socialismo nascosto, che allora uscirà allo scoperto e sarà sotto gli occhi di tutti».

Se la pace avrebbe permesso alla Rivoluzione di accumulare forze maggiori, gli eventi militari avrebbero potuto avere un risultato enormemente positivo, per tutto il movimento internazionale: la rivoluzione a Pietroburgo avrebbe tolto a tutti i contendenti il campione della reazione per eccellenza: lo zarismo.

Scrive Engels a W. Liebknecht, 23 febbraio 1888:

     «I russi sono sempre più impelagati nella loro indecisione, e poi va a finire che non riescono a uscirne con onore. Il pericolo è questo. D’altronde se scendessero in guerra sarebbero dei perfetti asini (…) Cosa poi potrà venirne fuori, se davvero si arriverà ad una guerra, non è possibile prevederlo. Si proverà senz’altro a limitarsi a una guerra soltanto apparente, ma non sarà così facile. Quello che sarebbe meglio per noi, e che è assai probabile che accada, è una guerra di posizione con esito incerto al confine francese, una guerra offensiva con conquista delle forze polacche al confine russo, e la rivoluzione a Pietroburgo, che faccia vedere all’improvviso ai signori della guerra tutto in altra luce. Comunque è sicuro: non ci saranno più soluzioni rapide e marce trionfali né verso Berlino, né verso Parigi. La Francia è molto forte e difesa in modo abile, le fortificazioni di Parigi, sistemate come sono, sono magistrali».

La grande guerra del 1914, vedrà la previsione di Engels realizzarsi, si avrà la guerra fra le razze unite di slavi e latini contro quella tedesca; il fronte occidentale bloccato e le bastonate tedesche all’esercito russo avranno ripercussioni interne, lo Zar schianterà dal suo trono e la rivoluzione democratica passerà il testimonio a quella proletaria di Lenin. Mancherà l’occidente dove, come temeva Engels, lo sciovinismo sommergerà tutto e la socialdemocrazia, anziché solamente perdere qualche posizione, passerà armi e bagagli al nemico di classe, tradimento che l’intero movimento proletario sconterà nonostante il ciclopico tentativo di Lenin e del Comintern moscovita di ricomporre il partito proletario mondiale e di condurlo verso il vittorioso assalto.

I primi due mesi del 1888 videro il Reichstag discutere per il prolungamento per altri cinque anni della legge antisocialista; il dibattito parlamentare aveva subito fatto prevedere una vittoria dei pochi deputati socialdemocratici ed una personale sconfitta di Bismarck. Singer e Bebel fin dall’inizio riuscirono ad inchiodare il governo che, né sbandierando il pericolo interno, né quello esterno riuscì a spuntarla. La legge antisocialista fu prolungata non per cinque ma per due anni, successo per un partito che mai aveva chiesto che fosse abolita per lesa democrazia ma che non perdeva occasione per ribadire che nessuna misura poliziesca avrebbe infine sconfitto il partito rivoluzionario, capace di rispondere su qualsiasi terreno, e che costantemente ingrossava le sue file.

Engels, cosciente di questa forza, aveva scritto il 10 gennaio, a Liebknecht: «In ritardo, buon anno, e che la pace si mantenga all’interno come all’esterno: non vorrei né la guerra né colpi di Stato mentre tutto va così a gonfie vele». E se la guerra ci fosse stata, se la borghesia fosse uscita dalla sua legalità? Il vecchio Engels, lo vedremo, aveva già la risposta: il proletariato ed il suo partito staranno allora sul terreno della violenza e lì giocheranno la decisiva battaglia, se possibile sceglieranno loro il momento, ma sono pronti a tutto!

Per l’indipendenza del partito in Francia

Questione interessante anche quella di Boulanger, il Generale che capeggiava in Francia il movimento revanscista. Il 10 aprile 1888 Engels così scriveva a Laura Marx, deridendo lo sciovinismo francese che, ammalato di grandeur, sognava la “rivincita”: «Il boulangerismo è la giusta e meritata punizione per la vigliaccheria di tutti i partiti al cospetto di quello sciovinismo borghese che pensa di poter arrestare l’orologio della storia universale, finché la Francia non ha riconquistato l’Alsazia».

È invece dalla lettera, sempre di Engels a Laura, del 15 luglio che traiamo questi brani in cui, oltre a ribadire quanto una nuova guerra franco-prussiana fosse pericolosa per l’intero movimento proletario, si ha una confutazione della teoria del “grande uomo politico” che deve avere intorno a sé le masse: «Decisamente, se il Secondo Impero era la caricatura del primo, la Terza Repubblica diventa la caricatura non solo del primo, ma anche del secondo. In ogni caso speriamo che questa sia la fine di Boulanger giacché se la popolarità di quell’imbecille durasse ancora questo spingerebbe lo Zar tra le braccia di Bismarck, e ciò che noi non desideriamo assolutamente è la guerra di revanche franco-tedesca. Se in Francia le masse popolari hanno bisogno assoluto di un dio personificato, meglio farebbero a cercarsi un altro uomo: quello lì le rende ridicole».

Seguiva un severo appunto alla tattica del partito socialista che appoggiava i boulangeristi contro i radicali al governo: «Che i nostri combattano i radicali va benissimo, è loro compito precipuo, ma li combattano sotto la propria bandiera (…) Il nostro compito non è quello di complicare, bensì semplificare e chiarire le controversie tra radicali e noi». Engels sarebbe rimasto sbigottito se avesse potuto vedere a cosa mai avrebbe portato il parlamentarismo e cosa sarebbe rimasta dell’indipendenza e delle bandiere del partito proletario! Ma tant’è, trangugiamo la cicuta di altri cento anni di vita parlamentare e proseguiamo.

     «La situazione in Francia sembra davvero molto strana – i nostri amici, per il loro odio contro i radicali, hanno preso poco sul serio Boulanger, e adesso si accorgono che costituisce un pericolo reale – egli ha in ogni caso dalla sua i quadri inferiori dell’esercito, ed è una forza da non sottovalutare. Comunque il modo con cui quel tipo non solo accetta, ma sollecita l’appoggio dei monarchici, lo rende ai miei occhi più spregevole dei radicali stessi. Speriamo che la logica inconsapevole della storia francese superi le consapevoli offese alla logica commesse da tutti i partiti – non bisogna però dimenticare che la forma di ogni sviluppo inconsapevole è la Negation der Negation, il movimento per contrasti, vale a dire, in Francia, repubblicanesimo (o rispettivamente socialismo) e bonapartismo (o boulangismo). E l’avènement di Boulanger significherebbe una guerra europea – proprio ciò che è più da temere» (Engels a Laura Marx, 24 novembre 1888).

Più estesamente Engels scriverà, il 4 dicembre 1888, a Lafargue. Indipendenza del partito proletario e della sua critica, determinismo che costringe gli uomini illustri ad essere delle marionette della storia, chiodi che continuamente andiamo a ribattere ancora oggi, fanno da contorno alla vera e propria “questione militare”: lo zarismo è arbitro della contesa fra Francia e Germania con un chiaro risultato controrivoluzionario, l’alleanza con lo zarismo indispensabile ai francesi per muovere guerra segnerebbe l’impossibilità di un assalto rivoluzionario a Parigi, ganglio vitale del sistema capitalistico in Europa:

     «Boulanger, dice Lei, non vorrà la guerra. Si tratta proprio di ciò che vuole quel pover’uomo! Egli deve fare, per amore o per forza, quanto la situazione gli impone. Una volta al potere, è schiavo del suo programma sciovinista, il solo programma che abbia oltre quello della propria ascesa al potere. In meno di sei settimane Bismarck l’avrà avviluppato in una serie di complicazioni, provocazioni, incidenti di frontiera, ecc. per cui Boulanger dovrà dichiarare la guerra oppure abdicare. Lei ha qualche dubbio sul partito che prenderà? Boulanger significa la guerra, questo è quasi assolutamente certo. E quale guerra? La Francia alleata della Russia, e di conseguenza nell’impossibilità di fare una rivoluzione; al minimo moto a Parigi, lo Zar si riconcilierebbe con Bismarck per soffocare una volta per tutte il focolaio rivoluzionario; peggio ancora: una volta incominciata la guerra, lo Zar sarebbe padrone assoluto della Francia e vi imporrebbe il governo che vuole. Pertanto, gettarsi per odio dei radicali tra le braccia di Boulanger, equivale esattamente gettarsi, per odio di Bismarck, tra le braccia dello Zar. È dunque così difficile riuscire a dire che puzzano tutti e due, come diceva la regina Bianca di Heine?»

Engels pacifista?

E Boulanger trionfava. Il 27 gennaio 1889, una elezione suppletiva a Parigi, lo eleggeva deputato con 250 mila preferenze ed Engels scriveva preoccupato a Laura Marx il 4 febbraio 1889:

     «Nell’elezione di Boulanger non posso vedere altro che un tipico risveglio di quella tendenza al bonapartismo che costituisce un elemento del carattere dei parigini. Nel 1799, nel 1848 e nel 1889, questo risveglio è stato causato dal malcontento provocato dalla repubblica borghese, ma la specifica forma che ha preso – l’appello a un salvatore della società – è esclusivamente il prodotto di una corrente sciovinista. E ora è peggio: nel 1799 Napoleone ha dovuto fare un coup d’état per conquistare quei parigini che in vendemmiaio aveva fucilato; nel 1889 sono stati i parigini stessi ad eleggere un boia della Comune. In parole dolci, Parigi ha abbandonato, almeno per ora, il suo rango di città rivoluzionaria, non dinanzi ad un coup d’état vittorioso e in piena guerra come nel 1799, non sei mesi dopo una sconfitta schiacciante come nel dicembre 1848, bensì in piena pace, 18 anni dopo la Comune e alla vigilia di una probabile rivoluzione (…) Ora Boulanger sarà sicuramente padrone della Francia, a meno che non commetta qualche sciocchezza intollerabile e che i parigini ne abbiano piene le tasche di lui. Se la cosa passa senza una guerra, tanto di guadagnato, però il pericolo è grande. Bismarck ha tutti gli interessi di spingere verso la guerra perché Guglielmo fa del suo meglio per rovinare l’esercito tedesco mettendo i suoi protetti al posto dei vecchi generali e, se va avanti così, entro cinque anni i tedeschi saranno comandati da dei babbei e somari presuntuosi. E come potrà Boulanger, una volta al potere, sopravvivere alla generale delusione che probabilmente provocherà, senza ricorrere alla guerra – non riesco ad immaginarlo».

Lo sciovinismo aveva spinto in alto Boulanger che, prigioniero del suo programma revanscista, avrebbe dovuto rispondere a Bismarck e alle sue eventuali provocazioni se, come temeva Engels, Boulanger avesse tratto dalla vittoria elettorale la spinta decisiva per il ristabilimento di un regime monarchico in Francia. La Francia aveva abdicato totalmente al suo ruolo rivoluzionario che adesso spettava ai tedeschi e al suo invitto partito socialdemocratico che, dopo aver fronteggiato il nemico interno, le leggi eccezionali contro i socialisti, si trovava ora minacciato dagli eventi della politica internazionale che vedevano ogni giorno di più stringersi una micidiale alleanza fra Parigi e Pietroburgo. Scriverà Engels a Paul Lafargue, il 25 marzo 1889:

     «Bello spettacolo al quale è chiamato l’universo – vedere la Francia celebrare il giubileo della rivoluzione mentre si inginocchia dinanzi a quell’avventuriero di Boulanger! (…) Quanto alla guerra, è secondo me l’eventualità più terribile. Altrimenti non me la prenderei a male per i capricci di madame Francia. Ma una guerra in cui ci saranno da 10 a 15 milioni di combattenti, una devastazione inaudita solo per nutrirli, una soppressione forzata e universale del nostro movimento, una recrudescenza dello sciovinismo in tutti i paesi, e alla fine un indebolimento dieci volte peggiore che dopo il 1815, un periodo di reazione basato sull’esaurimento di tutti i popoli dissanguati – e tutto questo contro la piccolissima possibilità che da questa guerra accanita scaturisca una rivoluzione – questo mi fa orrore. Soprattutto per il nostro movimento in Germania che verrebbe abbattuto, schiacciato, estinto con la forza, mentre la pace ci offre la vittoria quasi certa. E la Francia non potrà fare una rivoluzione durante questa guerra senza gettare la sua unica alleata, la Russia, tra le braccia di Bismarck e vedersi annientata da una coalizione».

La previsione di Engels è chiara: la probabilità che da una guerra accanita esca la rivoluzione è minima, visto che certamente il movimento socialista sarebbe ricacciato indietro e la reazione trionferebbe, come già era successo dopo lo sfasciamento della grande armée di Napoleone in Russia. Engels vedeva nel lento ma sicuro crescere del movimento socialista in Germania la vittoria e sperava che niente interrompesse la sua marcia in avanti. Ma la pace in Europa non bastò e il progresso del potente partito socialdemocratico, per venti e più anni ancora, non sfocerà in nessuna vittoria e, quando nell’agosto 1914 la grande guerra imperialista verrà, si avrà l’enorme rinculo del movimento proletario internazionale. Ancora peggio per la seconda guerra imperialista a cui tutti i partiti e tutti gli Stati parteciperanno in perfetta “union sacré” ed in cui, per la totale assenza del partito di classe, ridotto a minimi termini ed ininfluente, non si poteva avere neanche la possibilità che dalla guerra scaturisse la rivoluzione.

Ma qui non prevediamo ancora quel che gli eventi prodotti dal procedere dei sommovimenti economici possono determinare sul corso storico e sociale della lotta di classe internazionale; modestamente intanto mostriamo come da sempre la nostra scuola, nell’indagare gli avvenimenti storici e nell’anticiparsi gli effetti che gli avvenimenti di guerra hanno sul movimento di classe, per meglio definire la tattica che questi deve condurre, rifugga da moralismi ed idealismi di qualsiasi tipo e come, senza ottimismo di maniera o pessimismo piagnone, sia capace di leggere la storia ed anche le sue non favorevoli sentenze per il corso della lotta di classe.

Le fortune di Boulanger rapidamente tramontarono come rapidamente erano sorte. I repubblicani indovinarono una efficace campagna di stampa contro il generale, smascherandone i legami con i circoli monarchici che ne finanziavano l’attività. Per paura di essere arrestato Boulanger fuggì in Belgio, screditando così la sua figura di eroe revanscista e indomito. Nelle elezioni del settembre-ottobre 1889, i boulangisti, abbandonati dal loro capo, subirono una disfatta completa.

Scriverà Engels a Paul Lafargue, il 3 ottobre:

     «Quel che è certo è che il boulangismo è in extremis. E ciò mi pare molto importante. Era il terzo attacco della febbre bonapartista; il primo con un vero e grande Bonaparte, il secondo con il falso Bonaparte, il terzo con un uomo neppure falso Bonaparte, ma semplicemente falso eroe, falso generale, falso tutto, la parte principale del quale era il suo cavallo nero».

Quali gli effetti sugli avvenimenti internazionali?

     «La sconfitta di Boulanger almeno ritarderà la guerra; ma la crescita degli armamenti di tutte le potenze spingono nell’altro senso. E se c’è la guerra, addio movimento socialista per qualche tempo. Saremo ovunque annientati, disarticolati, privati della nostra libertà di movimento. La Francia, attaccata al carro della Russia, non potrà muoversi, dovrà rinunciare ad ogni pretesa rivoluzionaria sotto pena di vedere il suo alleato passare all’altro campo; le forze pressappoco uguali da una parte e dall’altra, e l’Inghilterra in grado di far pendere la bilancia dal lato che preferirà».

L’anno 1890 vide subito significative vittorie dei socialdemocratici tedeschi. Il 25 gennaio, il Reichstag respingeva la proroga delle leggi eccezionali contro i socialisti (sarebbero decadute il 1° ottobre) e questa prima sconfitta di Bismarck contribuì ad una seconda, ben più grave. Il 20 febbraio 1890, si svolsero in Germania le elezioni del Reichstag e il trionfo socialdemocratico fu netto: 35 deputati, 1 milione e 427 mila voti, quasi il doppio rispetto a quelli del 1887, fecero della socialdemocrazia il primo partito tedesco ed il primo partito operaio, come adesioni e chiarezza teorica, di tutti i continenti.

Engels scriveva eccitato il 7 marzo 1890 a Lafargue:

     «Il 20 febbraio è la data di inizio della rivoluzione in Germania; perciò abbiamo il dovere di non lasciarci annientare prima del tempo. Non abbiamo che un soldato su 4 o 5 e, in procinto di guerra, forse 1 su 3. Prendiamo piede nelle campagne, le elezioni nello Schleswig-Holstein, e soprattutto nel Mecklemburgo, come pure nelle provincie orientali della Prussia l’hanno dimostrato. Entro 3 o 4 anni avremo dalla nostra parte i contadini e i braccianti, cioè il più solido sostegno dello status quo, e allora non esisterà più la Prussia. Ecco perché per il momento dobbiamo proclamare l’azione legale, e non rispondere alle provocazioni che ci verranno prodigate. Perché senza un salasso, e in più molto forte, non c’è salvezza per Bismarck e Guglielmo».

Ma se, per scelta tattica, il partito tedesco doveva momentaneamente stare sul terreno legale, non ci doveva essere un rifiuto di principio dell’uso della violenza che – infine – sarebbe stato l’unico mezzo con il quale la nuova società sarebbe venuta alla luce rompendo l’intera struttura repressiva ed opprimente della vecchia. Scriveva Engels, il 9 marzo 1890, a Liebknecht, che per l’occasione si meritava una tirata di orecchie:

     «In tre anni possiamo conquistare i lavoratori della terra, e allora avremo il reggimento centrale dell’esercito prussiano. E per impedirlo non c’è che un mezzo, ed è il solo punto su cui Guglielmo e Bismarck siano ancora d’accordo: un energico uso delle armi da fuoco, con l’inevitabile terrore acuto (…) Questo dobbiamo impedirlo. Non possiamo lasciarci confondere nella marcia trionfale, rovinare il nostro stesso gioco e impedire ai nostri nemici di lavorare per noi. In questo sono perciò del tuo parere, per ora dobbiamo essere quanto più possibile pacifici e legali, ed evitare ogni pretesto di scontro. Ritengo in verità fuori luogo le tue filippiche contro la violenza in qualsiasi forma e in qualsiasi circostanza, primo perché comunque nessuno avversario ti crederà – non sono poi così sciocchi – e secondo perché stando alla tua teoria io e Marx saremmo anche noi degli anarchici, dato che non fummo mai disposti a porgere da bravi quaccheri anche la guancia sinistra a qualcuno che ti schiaffeggiasse sulla destra. Stavolta hai decisamente passato un po’ il segno».

Non poteva immaginarsi Engels quanto poi avrebbero “passato il segno” i falsi partiti operai che adesso si dicono socialisti e comunisti. Da un momentaneo uso, da parte di un partito fortissimo, della pace e della legalità siamo passati a una difesa tout court della legalità, il per ora è diventato un per sempre e se i poteri borghesi cercano di uscire o escono dalla legalità ci si dà a lì riportarli, anziché rispondere con le armi ed il terrore rosso alle armi ed al terrore bianco! Se Liebknecht si meritò un buffetto, oggi siamo in presenza di veri traditori che come tali vanno trattati.

Il trionfo del partito socialdemocratico tedesco nelle elezioni del 1890 era magnificamente commentato – sempre da Engels – in un articolo del novembre 1891, Il socialismo in Germania:

     «Ma i voti degli elettori sono lontani dal costituire la forza principale del socialismo tedesco. In Germania non si è elettori che all’età di 25 anni, ma a 20 anni si è già soldati. Ora, come è precisamente la giovane generazione che ha fornito al partito la gran parte delle sue reclute, si avrà che l’esercito tedesco diverrà sempre più infetto di socialismo. Oggi, noi abbiamo un soldato su cinque, fra qualche anno ne avremo uno su tre; verso il 1900 l’esercito, cioè a dire l’elemento prussiano per eccellenza, sarà socialista nella sua maggioranza. Risultato che si impone come una fatalità. Il governo di Berlino vede avverarsi ciò esattamente come noi, ma è impotente. L’esercito gli scappa.

     «Come è stato una volta per i borghesi, noi non ci sogniamo di rinunciare per sempre all’impiego dei mezzi rivoluzionari; ora che le leggi eccezionali sono decadute e che il diritto comune è ristabilito per tutti, compresi i socialisti!

     «Disgraziatamente, non siamo qui per far piacere ai signori borghesi. Questo non vuol dire che, per il momento, si sia noi ad uccidere la legalità. Questa lavora così bene per noi che saremmo dei folli se ne uscissimo fin che questa dura. Resta da sapere se non saranno i borghesi ed il loro governo ad uscirne per primi per tentare di schiacciarci con la violenza. È questo che noi attendiamo. Tirate per primi, signori borghesi! Nessun dubbio, essi tireranno per primi. Un bel giorno, i borghesi tedeschi ed il loro governo, disgustati di assistere, le braccia incrociate, al continuo crescere del socialismo, faranno ricorso alla illegalità e alla violenza. Bene! La forza può schiacciare una piccola setta, perlomeno su un terreno limitato; ma non c’è forza per estirpare un partito di due milioni di uomini sparsi su tutta la superficie di un grande impero. La violenza controrivoluzionaria, fin tanto che durerà la sua forza superiore, può ritardare di qualche anno il trionfo del socialismo, ma servirà d’altronde per renderlo più completo».

Lezioni delle controrivoluzioni

Purtroppo per noi, i borghesi ed il governo tedesco non fecero ricorso al terrore ed alla illegalità, benché spaventati dal crescere delle forze socialiste che approfittavano dello sviluppo pacifico del capitalismo per ingrossare a dismisura le loro file. La loro arma sarà peggiore perché incruenta e sorta dall’interno dal movimento proletario: la teoria riformista e gradualista che avrebbe fatto del parlamento l’unica arena dell’azione proletaria, mentre la questione fondamentale della conquista del potere – con mezzi rivoluzionari e del maneggio del terrore per mantenerlo – sarebbe stata riposta nel cassetto, con danno enorme per l’intero movimento internazionale. Se il bilancio della potente socialdemocrazia tedesca sarà infine fallimentare, ciò non è una smentita delle previsioni di Engels, ma ci è una ulteriore lezione della intelligenza di classe dello Stato borghese, capace con abili concessioni di irretire e corrompere capi e partiti proletari, in altre occasioni loro indicibili avversari.

Il corso storico della lotta di classe è stato questo; il compito del partito non è negare la storia ma rintracciare nell’azione passata del partito formale, con le sue alterne ed anche tragiche vicende, la continuità dei nostri principi, del nostro programma e della nostra tattica, traendo dalla storia le terribili “lezioni delle controrivoluzioni” con inequivocabili consegne per la futura azione del partito.

Ancora. Scrive Engels a Lafargue il 31 gennaio 1891:

     «In Germania la nostra gente è una forza reale, da 1 e mezzo a 2 milioni di elettori, l’unico partito disciplinato ed in costante aumento. E se il governo si augura dimostrazioni dei socialisti è solo perché vuole attirarli in una sommossa in cui poterli annientare e liquidare per una decina di anni. La migliore dimostrazione dei socialisti tedeschi è la loro esistenza, e il loro avanzare lento, regolare, inarrestabile. Noi siamo ancora ben lontani dal poter condurre una campagna in campo aperto, e nei confronti dell’Europa intera e dell’America abbiamo il dovere di non subire alcuna sconfitta, ma, al momento opportuno, di vincere nella prima, grande battaglia».

Secondo queste considerazioni, alle quali subordinava ogni cosa, Engels sperava che il momentaneo periodo di pace continuasse, permettendo al partito tedesco di prepararsi nel migliore dei modi alla decisiva battaglia finale, che sarebbe inevitabilmente stata armi alla mano ed all’ultimo colpo. Scriveva a Bebel il 1-2 maggio:

     «Dobbiamo sfruttare il ripresentarsi del disordine generale nella macchina statale. Se solo durasse la pace, grazie al timore generale di fronte agli esiti di una guerra».

La identica valutazione la ripeté il 9-11 agosto 1891, scrivendo a Sorge:

     «E il nostro partito cresce enormemente – questa cattiva annata ci porta avanti di 5 anni a prescindere dal fatto che impedisce la guerra, che costerebbe centinaia di volte più vittime (…) Nella Prussia orientale si sono svolte due elezioni per il parlamento – enorme crescita dei nostri voti. Finalmente i distretti rurali si aprono – Cela marche! Allora, con l’aiuto del rincaro potremo vederne delle belle di qui al 1900, se non finiamo male prima».

La carestia alla quale si riferiva Engels, interessava la Russia, enorme riserva della controrivoluzione internazionale, che aveva la possibilità, scatenando una guerra antitedesca, di far finir male la socialdemocrazia, centro proletario internazionale dal 1871 quando l’esito della guerra franco-prussiana aveva determinato lo spostamento del centro di gravità da Parigi a Berlino. Ora, dopo il primo prestito di 500 milioni di franchi del 1887, l’indebitamento di Pietroburgo verso le banche francesi era vieppiù cresciuto ed all’inizio del 1890 aveva già toccato la ragguardevole cifra di due miliardi e 600 milioni di franchi. Gli intensificati legami economici franco-russi aprirono la via ad un rapido avvicinamento politico fra i due governi, ambedue in antagonismo con l’Inghilterra riguardo l’espansione coloniale, ed ambedue con evidenti motivi di scontro riguardo la coalizione germanico-austriaca in Europa (la Francia per l’Alsazia e la Lorena, la Russia per i Balcani). Il luglio 1891 vide la flotta francese ricevuta trionfalmente alla base di Kronstadt, davanti a Pietroburgo, e l’inizio di trattative diplomatiche che portarono, nell’agosto 1892, ad un trattato che prevedeva una consultazione comune in politica internazionale ed anche un’azione militare comune in caso di attacco ad uno dei due paesi firmatari. Il trattato franco-russo preparò la vera alleanza fra Parigi e Pietroburgo del 27 dicembre 1893 e 4 gennaio 1894.

L’isolamento francese era finito, Parigi aveva raccolto la mano di Pietroburgo ed adesso, per la gioia dello sciovinismo francese, era la Germania ad essere stretta da oriente e da occidente.

Scriveva Engels a Lafargue, il 17 agosto 1891:

     «Mentre gli sciovinisti francesi e i panslavisti russi fraternizzano tra loro e si acclamano a vicenda, questo dato di fatto della carestia annulla tutte le loro manifestazioni. Con la carestia nel paese lo Zar non può combattere. Il massimo che può fare è approfittare dell’attuale stato d’animo della borghesia francese per i propri scopi, e perciò egli infuria e minaccia ma non attaccherà, e se la borghesia francese dovesse oltrepassare i limiti l’abbandonerà a se stessa (…) In ogni caso la pace per quest’anno e per gran parte del prossimo è assicurata – se qualcuno non perde la testa. Questo è il principale risultato della carestia in Russia».

Mesi dopo, preparato da una precisa intesa con Bebel e Lafargue, Engels fece pubblicare prima in francese poi in tedesco il testo già citato, Il socialismo in Germania, che riassumeva i veri termini della questione e il rapporto fra la possibile guerra, la rivoluzione e l’azione del partito socialista tedesco di fronte agli avvenimenti di guerra:

     «Senza alcun dubbio: di fronte a questo Impero tedesco, la Repubblica francese, così com’è, rappresenta la rivoluzione, borghese è vero, ma sempre la rivoluzione. Ma giacché questa repubblica si mette agli ordini dello zarismo russo, non è più la stessa cosa. Lo zarismo russo è il nemico principale di tutti i popoli occidentali, anche delle borghesie di tutti questi paesi! Le orde zariste, invadendo la Germania, vi porterebbero la schiavitù al posto della libertà, la distruzione al posto dello sviluppo, l’abbrutimento al posto del progresso. Abbracciata, abbracciata con lo Zar, la Francia non può portare alla Germania nessuna idea liberatrice; il generale francese che parla ai tedeschi di repubblica fa ridere l’Europa e l’America. È l’abdicazione del ruolo rivoluzionario della Francia; è permettere all’impero bismarckiano di mostrarsi come il rappresentante del progresso occidentale contro la barbarie dell’Oriente».

La citazione svolge le considerazioni fin qui svolte. L’area grande slava, il cui cuore è rappresentato dalla Russia zarista, attende ancora un moto antiautocratico e antifeudale che avrebbe dovuto vedere gli operai della nascente industria capitalistica lottare armi alla mano, insieme alle altre classi e alla stessa borghesia russa, se tanto avesse osato. La Russia è la reazione, ed ogni Stato che appoggia il regime dello zar si piazza, automaticamente, nel campo della reazione autocratica e feudale. Nessuna antipatia nazionale o simpatie tedescofile quindi, ma materialistico apprezzamento delle forze sociali in gioco.

Si prosegue:

     «Che farà in simili circostanze il partito socialista tedesco? Bisogna subito dire che né lo Zar né i repubblicani borghesi, né il governo tedesco stesso si lasceranno scappare una così buona occasione per schiacciare il solo partito che è, per tutti, il nemico. Noi abbiamo visto come Thiers e Bismarck si sono dati la mano sopra le rovine della Parigi della Comune; noi vedremo allora lo Zar, Constants, Caprivi (o qualunque loro successore) darsi la mano sul cadavere del socialismo tedesco».

Il richiamo alla Comune è decisivo. Il socialismo tedesco si troverà contro tutti i partiti e tutti i governi, sa di essere il nemico di tutti e essere solo contro tutti, ma il partito è forte e compatto, rafforzato dalle stesse leggi eccezionali e deve essere capace di mantenere le sue posizioni:

     «Il socialismo tedesco occupa nel movimento operaio internazionale la posizione più avanzata, la più onorevole, la più responsabile; esso deve mantenere questo posto verso e contro tutti».

Ritardo di decenni

La vittoria della Russia sulla Germania significherebbe schiacciare il movimento socialista e i socialisti tedeschi, nell’interesse della rivoluzione proletaria, sono tenuti a difendere tutte le loro posizioni, difendendole dalla reazione russa e da tutti i suoi alleati:

     «Se la repubblica francese si mette al servizio di Sua Maestà lo Zar e dell’autocrazia di tutte le Russie, i socialisti tedeschi la combatteranno, a malincuore, ma la combatteranno lo stesso. La Repubblica francese può rappresentare, di fronte all’Impero tedesco, la rivoluzione borghese. Ma di fronte alla repubblica dei Constants, dei Rouvier, e anche dei Clemenceau, soprattutto della repubblica che lavora per lo Zar russo, il socialismo tedesco rappresenta la rivoluzione proletaria. Una guerra in cui la Russia e la Francia invadano la Germania sarebbe per questa una guerra a morte in cui, per assicurarsi la sua esistenza nazionale, dovrà far ricorso ai mezzi più rivoluzionari. Il governo attuale certamente non aizzerà la rivoluzione, a meno che non lo si sforzi. Ma c’è un partito forte, che lo forzerà o, in caso di bisogno, lo rimpiazzerà: il partito socialista».

Il filo si snoda: la Russia minaccia l’esistenza nazionale tedesca, di far rinculare il progresso capitalistico, di schiacciare il partito socialista più potente del mondo che sa di avere tutti contro. La Germania – accerchiata – dovrà difendersi con mezzi rivoluzionari, ed Engels qui vede un parallelo con la Francia del 1793 accerchiata dalla reazione europea. Allora, le stesse esigenze militari fecero sì che il partito estremo dei sanculotti fosse spinto a prendere il potere e si augura che un similare intreccio di esigenze nazionali e esigenze classiste permetta ai socialisti tedeschi di arrivare al potere (come fecero i sanculotti francesi) ed infine di sgozzare il governo di Bismarck innalzando il rosso vessillo. Di nuovo aleggia il fantasma della Comune rossa e proletaria che, lo abbiamo visto, ebbe come sua prima bandiera il termine infamante di capitulards. Riassume Engels:

     «La pace assicura la vittoria del partito socialista tedesco in una dozzina di anni; la guerra gli offre o la vittoria, in due o tre anni, o la rovina completa, minimo per quindici o venti anni. In questa posizione, i socialisti tedeschi dovrebbero essere folli per preferire il tutto per tutto della guerra al trionfo sicuro che gli promette la pace. Di più: nessun socialista, non importa di quale paese, può desiderare il trionfo militare, sia del governo tedesco attuale, sia della repubblica borghese francese; ancora meno quello dello Zar che equivalerebbe al soggiogamento dell’Europa. Ecco perché i socialisti chiedono dappertutto che la pace sia mantenuta. Ma se, nonostante ciò, la guerra deve scoppiare, una cosa è certa. Questa guerra, in cui da quindici a venti milioni di uomini armati si sgozzeranno e devasteranno l’Europa come mai è stata devastata, questa guerra o condurrà al trionfo immediato del socialismo, o scuoterà talmente il vecchio ordine delle cose, essa lascerà dietro di sé un tale cumulo di rovine che la vecchia società capitalistica diverrà più impossibile che mai, e la rivoluzione sociale, ritardata da dieci a quindici anni, sarebbe più radicale e più rapidamente si estenderà».

Come si può notare ci sono tutte le considerazioni svolte in questa prima parte del lavoro; l’indagine marxista deve intendere la guerra come un episodio del generale movimento economico e sociale e, rigettando ogni astratta categoria, deve fissare precisi punti: che tipo di guerra abbiamo di fronte? quale la forza del partito di classe? quale la forza del proletariato e delle sue organizzazioni? quali effetti sul corso rivoluzionario determinerà un certo risultato militare anziché un altro?

Con questo criterio materialistico Engels tenta non facili profezie; che in parte non si sono verificate non inficia il nostro metodo di indagine della storia.

La pace durerà in Europa ancora la bellezza di quasi 23 anni, fino all’agosto 1914, e già nella presentazione in tedesco dello stesso scritto pochi mesi dopo Engels rilevava come la carestia e il fallimento della sottoscrizione di un prestito francese al governo zarista, aveva allontanato di anni i “clamori guerreschi” di Pietroburgo.

Ma, nonostante il lungo periodo di pace, la socialdemocrazia tedesca non tenterà di rovesciare l’Impero e subirà l’assalto delle tesi revisioniste e riformiste, il lungo periodo di pace annacquerà lo spirito rivoluzionario di quel partito. Non si avrà quindi la guerra né la temuta rovina del socialismo tedesco per quindici o venti anni, né il socialismo tedesco poté approfittare degli eventi militari per tentare di sgarrottare il proprio governo e condurre una guerra con mezzi rivoluzionari contro la reazione russa ed i suoi alleati.

La guerra, la grande guerra europea si avrà dopo due decenni e sarà nel suo complesso una guerra imperialista; lo Zar sarà di nuovo alleato delle razze latine contro quella tedesca, ma allora non si potrà più distinguere fra progresso da una parte e reazione dall’altra ed a maggior ragione fu tradimento desiderare per i partiti della Seconda Internazionale la vittoria militare del proprio governo, che Engels aveva già bollato come una soluzione rinnegata.

Solo nella Russia il partito bolscevico approfittò degli eventi militari e dopo tre anni di guerra innestò nello slancio di una rivoluzione borghese il convoglio della rivoluzione proletaria internazionale. Negli altri paesi lo sciovinismo sommerse tutto e si ebbe l’ipotesi peggiore, della rovina completa del movimento proletario classista, che invano il Comintern tentò di rimettere sulle sue originarie basi programmatiche e tattiche.

La seconda terribile guerra vedrà di nuovo trionfare la soluzione rinnegata dell’Union sacrée, di nuovo spacciata come scontro fra progresso e reazione: il cumulo di macerie e di morti sarà enorme ma gli eventi sinistri della controrivoluzione staliniana, che avevano distrutto di nuovo il partito di classe, fecero sì che non si ebbe nessuno assalto rivoluzionario ed il ritardo non sarà di soli quindici-venti anni, ma già di quattro lunghi decenni, in cui la controrivoluzione ha celebrato i suoi saturnali e continua a sfidare, sicura della sua  momentanea enorme forza, il proprio nemico di classe: il proletariato mondiale.

L’imperialismo

Capitolo esposto alla riunione di settembre 1984 [RG30]

Con l’ultimo decennio del XIX secolo e l’inizio del XX nella letteratura economica e politica si diffuse largamente il termine imperialismo per caratterizzare le tendenze politiche ed economiche dei principali Stati di allora; il libro dell’economista inglese, pacifista e riformista aperto, J.A. Hobson, L’Imperialismo, che Lenin apprezzò grandemente, è del 1902. Al termine ne venivano date le definizioni più diverse ma per lo più “spinta espansionistica e coloniale” delle grandi potenze. Questa si era potentemente manifestata negli ultimi decenni del XIX secolo. Quando, conclusosi in Europa occidentale il complicato processo – pieno di multiformi aspetti locali, di avanzate e di ritorni, di ondate e di controndate – che aveva portato alla formazione dei principali moderni Stati nazionali borghesi, il capitalismo europeo ed americano esplicò senza freni il suo compito storico di potenziare la mostruosa macchina della produzione, ingrandendo fino ai limiti del mondo conosciuto il mercato e lo smercio dei suoi prodotti.

Questa spinta espansionista era già stata preveduta dal marxismo ortodosso, perché sviluppo della produzione capitalista e collegamento dei mercati lontani sono fenomeni originariamente e storicamente paralleli; proprio la scoperta delle grandi vie di comunicazione commerciale è stata uno dei fattori principali del trionfo del capitalismo.

Fin dall’inizio la scuola marxista rimarcò come tale termine di imperialismo non poteva poggiare solamente sull’apprezzamento della politica estera dei maggiori Stati capitalistici ma come si dovesse individuare in precise caratteristiche e fenomeni economici la reale natura della fase imperialista del capitalismo «la questione economica fondamentale, la questione cioè della sostanza economica dell’imperialismo» (Lenin, L’imperialismo).

Lo sviluppo industriale dopo la crisi del 1890 aveva avuto un andamento diseguale, ma i suoi risultati erano stati assai rilevanti e l’ascesa economica dell’ultimo decennio del XIX secolo dette un’accelerazione senza precedenti nell’industria pesante: nel corso di pochi anni la produzione mondiale di carbone aumentò di circa il 65%, quella della ghisa di oltre il 20% e quella dell’acciaio di quasi tre volte. Estendersi delle ferrovie, costruzione di stabilimenti siderurgici, espansione dei cantieri navali ed dell’elettrotecnica, del tessile e dell’intero commercio mondiale, provocò la ripresa dell’industria, la nascita di nuove aziende, una frenetica ricerca di mercati di sbocco, l’investimento nella produzione di una massa di nuovi capitali forniti in parte anche dai piccoli risparmiatori, ma anche una nuova crisi mondiale produttiva e commerciale che, dopo i primi sintomi dell’estate 1900 si rivelò in tutta la sua estensione e profondità negli anni fra il 1901 ed il 1903.

Questa ennesima crisi economica si caratterizzò soprattutto per la potente spinta che impresse al processo di concentrazione della produzione e di centralizzazione del capitale. Contribuendo alla rovina di alcune imprese industriali e contemporaneamente al rafforzamento di altre, economicamente e tecnicamente più forti, la crisi esaltò la funzione dei cartelli e dei monopoli industriali, allargandone e rafforzandone il dominio. Era, come Lenin avrebbe inequivocabilmente mostrato, una vittoria teorica del marxismo che con la sua indagine storica aveva anticipato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione e come questa, ad un determinato livello di sviluppo, conduca al monopolio: «Pertanto, i risultati fondamentali della Storia dei monopoli sono i seguenti: 1) 1860-1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in embrione. 2) Dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l’eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione. 3) Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900-1903. I cartelli diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo».

Abbiamo scritto in “Il ciclo storico dell’economia capitalistica”, Prometeo n.5/1947:

«L’espansione sul mercato mondiale delle masse dei prodotti si è accompagnata al tentativo grandioso di controllare il gioco sconvolgente delle oscillazioni dei loro prezzi di collocamento, da cui poteva dipendere il crollo delle colossali impalcature produttive. Le imprese si sindacarono, uscirono dall’individualismo economico, dall’assoluta autonomia della ditta borghese tipica, sorsero i cartelli di produzione, i “trust”, si associarono con rigorosi patti le imprese industriali che producevano la medesima merce, al fine di monopolizzare la distribuzione e fissarne i prezzi ad arbitrio. E siccome la maggioranza delle merci costituisce ad un tempo il prodotto venduto da un’industria e la materia prima acquistata da un’altra successiva, sorsero i cartelli verticali, che controllano, ad esempio, la produzione di determinate macchine, fissando i prezzi di tutti i trapassi, a partire da quelli della originaria industria estrattiva del minerale ferroso».

La concentrazione delle banche in alcuni paesi precedette ancor più rapidamente di quelle dell’industria ed anzi costituì a sua volta un elemento ulteriormente acceleratore dello stesso processo di centralizzazione del capitale industriale:

«Contemporaneamente si svilupparono e concentrarono le banche, le quali, appoggiate sui più potenti aggruppamenti capitalistici industriali di ogni paese, controllarono e dominarono i produttori minori ed andarono costituendo in ciascun grande paese capitalistico, in cerchi sempre restringentesi, vere oligarchie del capitale finanziario».

Formazione di sindacati e monopoli industriali con una funzione decisiva nella vita economica, formazione e dominio del capitale finanziario (simbiosi del capitale bancario col capitale industriale) e prevalere della esportazione di capitale finanziario sull’esportazione di merci, queste, nella definizione di Lenin, alcune delle principali caratteristiche economiche della fase imperialista del capitalismo. Altra caratteristica: inizio della spartizione economica del mondo fra cartelli internazionali capitalistici (controllo delle materie prime da parte dei trust e dell’oligarchia finanziaria) e spartizione territoriale economica del mondo fra le maggiori potenze capitalistiche.

Ma questa spartizione era continuamente messa in discussione dal mutare dei rapporti di forza tra gli Stati capitalistici le cui potenze industriali, commerciali e finanziarie richiedevano una nuova adeguata spartizione territoriale per dispiegare tutto il loro potenziale.

Le “vecchie” potenze coloniali – Inghilterra, Francia e Russia – miravano a mantenere e allargare ancor più i propri possedimenti mentre Germania, Stati Uniti, Giappone e Italia, da pochi anni entrate nell’arena della politica coloniale, rivendicavano il loro “posto al sole”, cioè la propria parte nel saccheggio dei popoli dei paesi coloniali. Da qui l’inasprirsi delle rivalità e delle contraddizioni fra i vari Stati, da qui il ricorso alla forza delle armi, alla guerra.

Indiscutibilmente, come scrive Lenin, «in regime capitalistico non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere d’interessi e d’influenza, delle colonie, ecc., che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica, finanziaria, militare, ecc. Ma nei partecipanti alla spartizione i rapporti di potenza si modificano difformemente, giacché in regime capitalistico non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami di industria, paesi, ecc. (…) Il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di jugulamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione del mondo da parte di un pugno di paesi “progrediti”. E la spartizione del “bottino” ha luogo fra due o tre predoni (Inghilterra, America, Giappone) di potenza mondiale, armati da capo a piedi, che coinvolgono nella loro guerra, per la spartizione del loro bottino, il mondo intero (…) Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su l’unico e identico terreno dei nessi imperialistici e dei rapporti dell’economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta».

Una prima chiusa con la Sinistra: 

     «Per intendere il senso dell’estremo sviluppo di questa terza fase del capitalismo mondiale si deve, seguendo Lenin, porla in rapporto al corrispondente svolgimento delle forze politiche che l’accompagna, fissare il rapporto tra capitale finanziario monopolistico e Stato borghese, stabilire le sue relazioni con le tragedie delle grandi guerre imperialistiche e con la tendenza generale alla oppressione nazionale e sociale».

La guerra ispano-americana del 1898

La fase suprema del capitalismo, l’imperialismo, fu contrassegnata nel suo affermarsi alla scala mondiale, da tre guerre, la guerra ispano-americana, l’anglo-boera e la russo-giapponese, tre guerre per il battesimo della estrema fase in cui il capitalismo si diede un più “elevato, maturo, ordinamento sociale e economico”.

Il giovanil furore del capitalismo americano si diresse contro la decrepita monarchia spagnola, che conservava un vastissimo impero coloniale retaggio dei primi secoli dell’espansionismo commerciale dei vecchi Stati europei. L’arretrata Spagna conservava Cuba e Portorico nei Caraibi, le isole Caroline, Marianne e Palau e le Filippine nell’Oceano Pacifico oltre ad una serie di possedimenti in Africa. Cuba e Portorico attiravano le mire dei circoli finanziari ed industriali americani non solo come preziose fonti di materie prime (canna da zucchero in primo luogo) ma come basi chiave per l’accesso nell’America Centrale, al bacino dei Caraibi e all’istmo di Panama, attraverso il quale già si progettava di scavare un canale. Nell’Oceano Pacifico, le isole Filippine erano invece indispensabili per aprire la via americana ai mercati dell’Asia orientale.

Il conflitto scoppiò pretestuosamente, un “classico esempio di aggressione tipicamente lupagnellistica”: il misterioso affondamento della nave americana Maine ancorata all’Avana il 15 febbraio 1898, insieme ad una ipocrita campagna di stampa contro le atrocità del Governo spagnolo a Cuba, portò ad un violento ultimatum degli Stati Uniti alla Spagna invitata a rinunciare a Cuba. Era il 20 aprile. Già il 21 la flotta americana stringeva Cuba; distrutta una squadra navale spagnola le operazioni militari si spostarono a terra dove il peso principale dei combattimenti fu sopportato da volontari cubani. Dopo la rapida capitolazione delle autorità spagnole gli Stati Uniti occuparono interamente l’isola. Ogni rappresentante locale fu estromettesso dalle trattative di pace: l’ipocrita maschera della “liberazione” era gettata.

Fatti molto simili per le isole Filippine. Il 1° maggio dello stesso anno 1898 la flotta americana attaccò, incendiò ed affondò la flotta spagnola, antiquata e mal attrezzata, nel Golfo di Manila, per far poi sbarcare nelle Filippine i rappresentanti in esilio della Junta Nazionale. Come per Cuba, i patrioti nazionalisti sopportarono il peso più gravoso della lotta contro la guarnigione spagnola, con aspri e feroci combattimenti.

La capitale Manila fu però consegnata dal Comandante spagnolo alle truppe americane, che simularono persino un ultimo assalto per fingere di aver partecipato alle operazioni militari di terra. La proclamata Repubblica Filippina Indipendente si trovò senza la città capitale, e di nuovo i democratici americani avevano fatto fessi i patrioti!

Il 10 dicembre 1898 a Parigi fu concluso il trattato di pace: Cuba era dichiarata indipendente ma di fatto cadeva sotto il protettorato americano; le Filippine, Portorico e l’isola di Guam, la maggiore delle Marianne, passavano agli Stati Uniti.

Il popolo filippino insorse allora contro le truppe americane che, con una lunga e crudele lotta (villaggi bruciati, intere regioni devastate) riuscirono infine a spuntarla.

Alla spartizione delle colonie spagnole prese parte anche la Germania che, inizialmente, nel febbraio 1898, aveva cercato di organizzare una ipocrita “coalizione diplomatica antiimperialistica” delle potenze europee. Nel febbraio 1899, la Germania costrinse la Spagna a venderle le Isole Caroline, Palau e Marianne (ad eccezione di Guam); nello stesso anno, Germania e Stati Uniti si divisero l’arcipelago delle Samoa mentre l’isola di Tutuila e altre minori passavano sempre agli Stati Uniti. Tutte queste annessioni, insieme a quelle delle Hawaii conquistate in precedenza, dotarono il giovanile imperialismo americano di un formidabile sistema d’appoggio sulle vie di accesso al Giappone, alla Cina e al resto dell’Asia; l’Oceano Pacifico – per risultati di guerre – era diventato un mare americano, dominio che tutt’oggi risulta quasi intatto nonostante i vari tentativi del Giappone di contrastarlo.

Aveva ben donde Lenin per scrivere:

     «Negli Stati Uniti la guerra imperialista del 1898 contro la Spagna suscitò la opposizione degli “antimperialisti”, degli ultimi Mohicani della democrazia borghese. Essi chiamavano “delittuosa” quella guerra, consideravano l’annessione di paesi stranieri una violazione della Costituzione, dichiaravano “inganno sciovinista” il trattamento fatto al capo degli indigeni delle Filippine, Aguinaldo (gli era stata promessa la libertà del suo paese, e poi si fecero sbarcare truppe americane e le Filippine furono annesse) (…) Ma tale critica rimase allo stato di “pio desiderio” poiché non osò riconoscere il legame indissolubile dell’imperialismo con i trust, e per conseguenza con le basi stesse del capitalismo, non osò unirsi alle forze rivoluzionarie generate dal grande capitalismo stesso e dal suo sviluppo».

È un’atroce menzogna quella che vuole la repubblica degli Stati Uniti come liberatrice di popoli e di oppressioni: essa fu fin dall’inizio uno Stato colonialista, fatto storicamente accertabile e che non contraddice le nostre conosciute affermazioni che lo sviluppo e l’espansione della produzione capitalistica, in determinate aree e tempi storici, abbisogna di un preciso e saldo quadro politico, statale, nazionale e territoriale. Citiamo dal nostro “Schifo e menzogna del mondo libero”, in Battaglia Comunista n.15/1950:

     «Ogni colonizzato, in crociata per scolonizzarsi, getta le basi della sua trasformazione in colonizzatore, e come ogni aggredito in crociata, non meno santa, per difendersi dall’aggressione, a sua volta sogna, cova e prepara la trasformazione in aggressione».

La guerra anglo-boera

Alla fine degli anni novanta del XIX secolo le grandi compagnie capitalistiche inglesi, interessate alle miniere d’oro e diamanti del Transvaal e della Repubblica dell’Orange, spingevano il proprio Governo alla conquista degli Stati boeri, come venivano chiamati i coloni di origine olandese. Londra, che temeva un intervento tedesco promise a Berlino, in cambio della sua neutralità in caso di guerra con gli Stati boeri, il suo beneplacito per qualsiasi azione tedesca in Asia Minore.

Dopo l’accordo segreto fra le due capitali, per tutta la primavera ed estate 1899 ci furono continue provocazioni da parte degli inglesi della Colonia del Capo ed infine – nell’autunno – un massiccio concentrarsi di truppe inglesi lungo i confini con le Repubbliche boere. La minaccia fece decidere i boeri a rompere gli indugi e a dare la parola alle armi prima che la potente Inghilterra gettasse nella impari lotta le sue immense risorse.

La prima offensiva boera conquistò una parte della Colonia del Capo, ma successivamente i 450.000 soldati inglesi costrinsero a continue ritirate l’esercito boero formato da 60.000 uomini, un esercito che nonostante il mortale pericolo del Leone inglese non mancò di reprimere, distogliendo dal fronte rilevanti truppe, le rivolte delle tribù locali nelle retrovie, esempio di disfattismo se non di classe senz’altro di razza: dominio inglese = dominio boero e le zagaglie barbare ritornarono a mandare i loro sinistri bagliori contro i bianchi oppressori e schiavisti.

Nel febbraio del 1900, gli inglesi passarono decisamente all’offensiva, nel giugno presero la capitale del Transvaal, Pretoria, e le Repubbliche boere furono annesse all’Impero della Corona. La successiva cruenta guerriglia partigiana dei boeri non spostò la situazione; con estrema determinazione le truppe inglesi fecero terra bruciata intorno ai gruppi partigiani.

Dopo anni di vero e proprio genocidio, durante i quali gli inglesi fecero assaggiare ai boeri quegli stessi mezzi che essi avevano adoperato contro le tribù bantù, il 31 maggio 1902 fu firmato il trattato di pace ed i boeri superstiti diventarono sudditi britannici, privilegio naturalmente negato ai negri delle ex Repubbliche “libere” che, veri e propri paria, negli anni a venire, affiancati da continue immigrazioni di disgraziati cinesi ed indiani, saranno dominati da una classe bianca di affratellati boeri e inglesi.

In Europa

La guerra franco-prussiana del 1870 aveva chiuso per l’Europa occidentale il complesso corso storico dal 1789 al 1871 di lotta borghese contro il feudalesimo ed i suoi possibili ritorni, corso che aveva posto il problema dell’alleanza del proletariato con i movimenti borghesi rivoluzionari. Ma già i partiti operai avevano rifiutato ogni confusione ideologica ed organizzativa con i partiti borghesi ed avevano già posto in chiaro la loro prospettiva, che era di provocare due rivoluzioni, la rivoluzione ininterrotta dell’ Indirizzo della Lega dei Comunisti del 1848. Nell’Europa occidentale si chiudeva l’era delle grandi guerre di sistemazione nazionale borghese; moderni Stati nazionali si erano formati e da questo risultato storico non si poteva tornare indietro.

Compiti borghesi erano ancora storicamente da attuare invece nella Russia zarista e negli altri paesi dell’Est europeo in cui si estendevano i possedimenti dell’Impero Ottomano, altra sentina della reazione.

Già abbiamo visto nella puntata precedente le insurrezioni del 1875-76 in Bosnia, in Erzegovina e in Bulgaria, che portarono alla guerra russo-turca, guerra in cui l’esigenza di moderni Stati nazionali nei Balcani si intrecciò con le mire espansionistiche dello Zar verso Costantinopoli e degli austro-ungarici verso il Mar Nero. I marxisti di fronte alla guerra russo-turca tifarono apertamente per la sconfitta degli eserciti di Pietroburgo, veri guardiani della reazione feudale e antioperaia per tutta l’Europa, compito che non poteva assolvere il decadente Impero Ottomano che, senza vitalità storica, sperava di mantenere il suo spazio territoriale solamente puntando sulla forza del suo esercito, forza che non poteva per altro impedire un lento ma costante sgretolamento e notevoli indietreggiamenti delle bandiere con la Mezzaluna.

Nel 1896 l’Impero Ottomano subì un altro scossone: la popolazione greca dell’isola di Creta riprese la lotta armata contro il suo dominio e nel febbraio 1897 gli insorti proclamarono l’annessione dell’isola alla Grecia, che inviò reparti di truppe per aiutare gli insorti contro possibili ritorni dei turchi. L’isola di fatto si ritrovò “sotto la protezione dell’Europa”, con truppe inglesi, francesi, italiane e russe che la occuparono.

La Turchia iniziò decise manovre militari contro la Grecia, che subito furono del tutto negative per le truppe elleniche. Il governo di Atene dovette ritirare le truppe da Creta e si impegnò a pagare ad Istanbul una salatissima indennità di guerra; una commissione internazionale fu creata per incassare, a nome della Turchia, tutti gli introiti delle dogane greche e i proventi dei monopoli statali, misure che rendevano ancor più sottomessa e dipendente l’economia greca da quella dei maggiori Stati europei.

La vittoriosa Turchia dovette pure lei incassare in silenzio maligni colpi: sotto la pressione del Governo russo, il principe Giorgio, figlio del re di Grecia, era nominato Commissario superiore di Creta con le truppe delle maggiori potenze a vigilare che l’importante isola mediterranea non fosse definitiva né della Grecia né della Turchia.

Pur rigettando i metodi patriottici di anarchici e repubblicani, che con volontari internazionali parteciparono alla guerra a fianco delle truppe greche, i socialisti di sinistra si augurarono la vittoria greca e la contemporanea sconfitta turca.

Lenin con precisione, inquadrò questa guerra europea tra Stati ed eserciti nazionali nel movimento nazionale borghese “progressivo”, cioè che tendeva a far girare in avanti la ruota della storia:

     «Al tempo delle guerre del 1855, 1859, 1864, 1866, 1870 e anche del 1877 (russo-turca) e del 1896-97 (guerra greco-turca e i moti d’America), il contenuto oggettivo fondamentale degli avvenimenti storici consisteva in movimenti di carattere borghese-nazionale o in “convulsioni” della società borghese che si liberava dalle varie forme di feudalesimo (…) La caratteristica fondamentale dell’epoca era appunto la tendenza progressiva della borghesia e cioè la sua lotta non ancora definita, non ancora conclusa contro il feudalesimo. È del tutto naturale che elementi della democrazia moderna – e Marx, come suo rappresentante – ispirandosi al principio incontestabile dell’appoggio alla borghesia progressiva (alla borghesia capace di lottare) contro il feudalesimo, dovessero allora risolvere questo problema: “il successo di quale parte” cioè di quale borghesia è preferibile?» (“Sotto la bandiera altrui”, febbraio 1915).
     «I falsi richiami a Marx e a Engels costituiscono l’argomento “risolutivo” di questi due capi del socialsciovinismo: Plechanov rammenta la guerra nazionale della Prussia del 1813 e della Germania del 1870 e Kautsky dimostra, con aria di grande scienziato, che Marx risolse la questione per quale delle due parti (vale a dire per quale delle borghesie) sarebbe stato più desiderabile la vittoria nelle guerre del 1854-1855, 1859, 1870-1871, e che lo stesso fecero i marxisti per quanto riguarda le guerre del 1876-1877 e del 1897. È il metodo di tutti i sofisti di ogni tempo: prendere esempi che evidentemente si riferiscono a casi fondamentalmente diversi.
     «Le guerre precedenti che ci vengono indicate, erano la “continuazione della politica” dei movimenti nazionali borghesi, durati molti anni e diretti contro il giogo straniero, contro il giogo di un’altra nazione, e contro l’assolutismo (turco e russo). Non c’era allora, e non poteva esserci, nessun altro problema fuorché quello se fosse preferibile il successo dell’una piuttosto che dell’altra borghesia: a guerre di questo tipo i marxisti potevano a priori chiamare i popoli, attizzando l’odio nazionale così come Marx, nel 1848 e posteriormente, chiamò alla guerra contro la Russia; così come Engels, nel 1859, attizzò l’odio nazionale dei tedeschi contro i loro oppressori: Napoleone III e lo Zarismo russo» (“Il fallimento della II Internazionale”, settembre 1915).

La situazione russa

Nel 1861 esigenze di manodopera obbligarono il Governo zarista a promulgare la parziale emancipazione dei servi terrieri. Lo Zar già da tempo si era dato a fondare manifatture nazionali, successivamente sorsero imprese private, sia queste sia quelle protette da sovvenzioni e altre barriere doganali. Con lo svilupparsi del proletariato internazionale e russo in particolare, con il crescere del suo movimento organizzato, tradeunionista e politico, si pose la questione della sua strategia di classe in Russia. Già Engels, nel 1882, nella prefazione alla edizione russa del Manifesto, aveva scritto «la rivoluzione russa darà il segnale ad una rivoluzione di lavoratori in occidente», visione di uno slancio preso da una rivoluzione antifeudale che, abbattendo il fortilizio della controrivoluzione in Europa, passava il testimone al proletariato tedesco e latino, da tempo in lotta per i suoi autonomi obbiettivi di classe.

Riassumendo tanti poderosi testi passati, fino al 1894 il marxismo attendeva dalla Russia una rivoluzione antifeudale e antizarista da cui difficilmente si sarebbe passati ad una lotta proletaria. Il marxismo non attendeva ancora una sovrapposizione della rivoluzione proletaria a quella antifeudale (il proletariato russo era ancora allo stato embrionale, poco numeroso, nonostante i continui progressi dell’industria), ma che la rivoluzione russa rimanesse nei limiti borghesi.

Tale rivoluzione antizarista era prevista anche come possibile risultato di una guerra fra Russia e Turchia e soprattutto di quella, mille volte anticipata, fra le razze unite degli slavi e dei latini contro quella tedesca, come infatti sarebbe deflagrata nel 1914 determinando successivamente il crollo dello zarismo. Da qui la prospettiva più favorevole di Marx e di Engels: che la rivoluzione in Russia contro lo Zar scatenasse la rivoluzione europea e, solo con questa favorevolissima svolta, che anche la rivoluzione russa diventasse socialista superando la tappa borghese.

Certamente, anche se il proletariato era ancora embrionale e poco numeroso, gli ultimi decenni del secolo XIX, con un rapido svilupparsi dell’industria pesante ed in particolare delle ferrovie, ne videro enormemente crescere il peso numerico e politico. Dal ricco di dati ed affascinante “1905” di Trotski, qualche breve citazione:

     «Fino al 1861 sorsero soltanto il 15% del numero complessivo delle imprese industriali russe; dal 1861 al 1880, il 23,5%; dal 1881 al 1900, più del 61%; inoltre nell’ultimo decennio del secolo scorso è avvenuta la costituzione del 40% di tutte le nostre imprese (…) Come l’industria russa non ha attraversato l’epoca dell’artigianato medievale, così le città russe non hanno conosciuto il progressivo sviluppo del terzo stato nelle corporazioni, nelle gilde, nei comuni, nelle municipalità. Il capitale europeo nel giro di alcuni decenni ha creato l’industria russa, ha fatto nascere le città moderne, in cui è il proletariato a svolgere le funzioni produttive fondamentali (…) Divenendo nell’economia russa lo strumento della capitalizzazione, lo zarismo rafforzò soprattutto sé stesso (…) L’autocrazia, con l’aiuto della tecnica del capitale europeo, prese il carattere di un grandissimo imprenditore capitalista, banchiere, proprietario del monopolio delle ferrovie e dell’acquavite. Non furono, come in Europa, né l’artigiano del villaggio e neppure il grosso commerciante a sentire la necessità di creare una forte e vasta industria, fu lo Stato».

Questa modernità, come notava acutamente Trotski, uccideva ogni originalità agli avvenimenti russi che avevano sempre più un linguaggio universale, anzi per certi versi l’arretrata Russia arrivava prima di altri paesi più sviluppati a determinati risultati sul procedere dell’economia borghese, tale lo Stato imprenditore.

La crisi produttiva e commerciale del 1900-1903, si ripercosse immancabilmente nel vasto territorio degli Zar; la crisi cominciò nell’industria leggera ma poi colpì con la massima intensità le nuove branche dell’industria pesante: circa la metà degli altiforni e il 45% dei pozzi petroliferi fu inattiva e altrettanto forte fu la riduzione della produzione di rotaie, locomotive e vagoni. La crisi fu accompagnata dalla disoccupazione, dal peggioramento delle condizioni di lavoro degli operai e dalla rovina di imprenditori medi e piccoli. Come per il resto del mondo, si intensificò la concentrazione della produzione, in imprese grandi e grandissime sostenute dalle banche, russe e straniere. Cartelli e monopoli, che già si erano estesi nel 1900, con la crisi aumentarono la loro forza in ogni principale branca industriale.

Ma insieme a questo capitalismo industriale e finanziario avanzato, nella immensa Russia vigeva il possesso fondiario più arretrato, una campagna la più barbara, con vaste zone di economia seminaturale e semiservile, per la quale gli stessi primi passi del modo di produzione capitalistico erano un reale progresso.

La riforma della ”emancipazione” del 1861 non aveva emancipato il contadino russo, il mužik; fu realizzata nell’interesse dello Stato ed adattata agli interessi egoistici della nobiltà. Trotski scrisse che non soltanto il mužik fu messo da parte al momento dell’assegnazione delle terre, ma fu anche sottoposto al giogo della servitù fiscale. Senza terre, senza mezzi materiali, oppresso dal fisco, Trotski calcolò in cinque milioni le famiglie di mužik che erano veri e propri paria delle campagne il cui unico anelito era di mettere le mani sulle terre della Corona e dei nobili al classico grido contadino: la terra a chi la lavora! Accanto a questi paria, altre 18 mila famiglie di mužik dovevano sopravvivere su una schiatta di terra di 5 desjiatine scarse (appena 5 ettari); i mužik si dividevano 112 milioni di desjiatine contro i 79 milioni di desjiatine di buone terre di proprietà dei 30 mila maggiori proprietari.

L’arretrata forma di proprietà e di conduzione della terra, l’infimo livello delle forze produttive, fece sì che nel 1901 la Russia fosse nuovamente colpita dalla carestia e dalla fame che si estese per ben 20 governatorati flagellando 24 milioni di abitanti.

Il piano tattico per la Russia

Trotski chiude il capitolo “I contadini e la questione agraria” del suo “1905” con un agile e acuto periodo: «La questione agraria in Russia è una palla di piombo ai piedi del capitalismo, un punto di appoggio ed insieme la maggiore difficoltà per il partito rivoluzionario, una pietra d’inciampo per il liberalismo, un memento mori per la controrivoluzione». Chiare le conseguenze: «La formula sviluppata della questione agraria dice: espropriazione delle terre della nobiltà, soppressione dello zarismo, democrazia».

Della fine del XIX secolo, marzo 1898, è anche la costituzione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) e del 1900 l’inizio delle pubblicazioni dell’Iskra, l’organo del POSDR nel quale i marxisti combatterono la loro decisa battaglia contro la corrente economicista che, inizialmente predominante, proponeva di saltare via ogni programma politico e di fare solo dell’economicismo proletario. Per la corrente marxista la necessità di rovesciare lo Zar è chiarissima, sebbene non vi fosse un vero movimento di liberali borghesi, perché una classe audace, decisa e rivoluzionaria di imprenditori capitalistici non si era in Russia mai cristallizzata.

Citiamo dal nostro Filo del Tempo “Bussole impazzite”, in Battaglia Comunista, n.20/1951:

     «Diceva Struve: siamo fuori dalla fase delle alleanze con la borghesia, quindi non ci interessa nulla delle sue lotte per la libertà politica e la indipendenza delle nazioni oppresse. Ed allora? Egli si truccava da intransigente, e transigeva con lo Zar, come Lassalle, altro scolaro imperfetto del marxismo, flirtava un poco col Kaiser: lasciamo, diceva, ogni richiesta borghese e innestiamo nel sistema zarista la lotta pacifica per le conquiste economiche che premono alla classe operaia: otto ore, aumenti di salari, leggi sociali, ecc. Il revisionismo che in Occidente si era contentato di barattare contro le riforme sociali la rivoluzione operaia, in Russia andava più avanti, e sotto abile ostentazione di un metodo di classe, barattava e quella e la rivoluzione antifeudale.
     «Tutta la vita e l’opera di Lenin parafrasata da mille autori dovrebbe essere letta a questa luce dell’incontro dialettico tra la strategia della rivoluzione nelle due aree che la storia tiene separate fino al 1917 (…) In Russia vanno spinte avanti tutte le forze disposte a rompere in armi contro il dispotismo, la dinastia, i boiardi, vengano esse da borghesi, da contadini, da intellettuali, da popolazioni oppresse; allo scioglimento di questa lotta deve levarsi protagonista il proletariato rivoluzionario pronto con le armi teoriche organizzative e tattiche alla sua dittatura».

E adesso anticipiamo la futura conclusione che altro non è che il riassunto di tanti nostri testi passati: nella insurrezione antizarista con chi deve allearsi il partito proletario, rigetto ogni falso estremismo-economicismo? Gli avvenimenti del 1905, che Lenin giustamente chiamò come la prova generale del 1917, contribuirono a gettare luce sullo scottante problema e quindi a preparare la vittoria gigantesca dell’Ottobre. Nel 1905 la forza dell’autocrazia, del suo esercito e dei suoi poliziotti strozzò nelle grandi città il poderoso sollevamento del giovane proletariato mentre la democrazia borghese fu clamorosamente assente, impaurita e annichilita dalla stessa radicalità degli avvenimenti. Il 1905 mostrò altresì che, per gli avvenimenti russi si poteva parafrasare il vaticinio di Marx sulla Francia del 1848:

     «Ogni rivoluzione proletaria russa avrebbe accompagnato una guerra mondiale!»

I bolscevichi di Lenin (il II Congresso del POSDR con la divisione in bolscevichi e menscevichi si ebbe nel luglio-agosto 1903) ma anche Trotski, prevedevano con sicurezza che la rivoluzione, una prima volta sconfitta nel 1905, sarebbe ritornata e che, come già si era valutato prima del 1905, la borghesia capitalista e la democrazia borghese non avrebbero avuto la forza di assurgere al ruolo di protagonisti storici. Pertanto era certo che il proletariato non si doveva solo alleare, ma sostituire alla grande borghesia. Ma con quali programmi politici e sociali? Con quali altri alleati? La formula di Lenin era “dittatura democratica del proletariato e dei contadini”: il proletariato doveva dirigere esso stesso la lotta antizarista, senza cederla al movimento borghese che tendeva ad intese e compromessi parlamentari col vecchio regime; la classe operaia industriale avrebbe trovato un potente alleato nei contadini delle campagne e con essi avrebbe lottato per l’insurrezione e per il potere. Dittatura perché nella lotta inevitabilmente si sarebbe ricorso ai mezzi rivoluzionari e illegali, come in altri svolti storici aveva fatto la stessa borghesia capeggiando le masse del Quarto Stato; democratica, perché il compito sarebbe stato la distruzione del feudalesimo e non del capitalismo (l’espansione dell’industrialismo si doveva ancora avere per la Russia). Ma il potere non sarebbe stato consegnato alla borghesia capitalistica, anche se in gran parte doveva essere utilizzato per la trasformazione di un’economia arretrata in una capitalistica.

Gli anni di inizio Novecento furono di potente crescita del giovane movimento proletario, che proprio in quegli anni di profonda crisi industriale ebbe la forza di scendere in piazza. Nonostante il regime poliziesco, il 1° maggio 1900, 10 mila operai manifestarono a Charkov rivendicando la giornata lavorativa di otto ore e le libertà politiche. Il 1° maggio 1901 gli scioperi erano estesi a Pietroburgo, Mosca, Tiflis, Jekaterinoslav e in altri grossi centri. Il vigore del giovane proletariato russo si rivelò chiaramente nella cosiddetta “difesa di quelli di Obuchov”. Il 7 maggio la fabbrica d’armi pietroburghese Obuchov, licenziò un gruppo di operai per la partecipazione allo sciopero del 1° maggio; tutti gli operai – circa 5.000 – entrarono in sciopero per il ritorno nell’officina dei licenziati, scontrandosi successivamente con due compagnie di soldati, gendarmi e polizia chiamati a reprimere lo sciopero. Più del risultato – 800 operai arrestati, 37 processati – fu rimarchevole la prova di vitalità e di decisione degli scioperanti che accettarono la sconfitta certa piuttosto che indietreggiare senza battersi.

L’avvenimento di maggior rilievo del 1902 fu lo sciopero, dal 2 al 26 novembre, di Rostov sul Don che ebbe come avamposto le officine ferroviarie. Banco di prova per gli agitatori ed i propagandisti del POSDR, lo sciopero fu represso solo dopo l’ennesimo intervento di unità dell’esercito.

Il 1° marzo 1903 lo sciopero dei minatori di Zlatous fu duramente represso (45 morti e 41 feriti) e nel luglio iniziò lo sciopero degli operai dei pozzi petroliferi a Baku; lo sciopero si estese nell’Ucraina e nel Caucaso coinvolgendo – nel luglio-agosto – più di 2.000 operai. Le città di Kiev, Jekaterinoslav, Odessa e Batum videro accaniti scontri fra dimostranti truppe e polizia che per ordine del Ministro degli Interni Plehve, che sarebbe stato ucciso da un attentato nel luglio 1904, dovevano reprimere lo sciopero e ripristinare il traffico ferroviario “se necessario, anche passando sui cadaveri”.

La guerra russo-giapponese

La maturazione della crisi rivoluzionaria fu accelerata dalla guerra russo-giapponese. La “piccola guerra vittoriosa” su cui puntava lo zarismo per scongiurare la “calamità all’interno della Santa Russia”, portò un’ulteriore discredito al regime, tanto che Trotski nella prefazione del “1905” può scandire che la rivoluzione derivò direttamente dalla guerra russo-giapponese, o meglio, dalla sconfitta russa in quella guerra.

Le mire giapponesi sulla Corea risalivano al decennio precedente, nel 1894-95 infatti il Giappone aveva guerreggiato e vinto con la Cina dei Manciù; dopo una schiacciante vittoria il trattato di pace dell’aprile 1895 sanciva l’indipendenza della Corea dalla Cina, la cessione al Giappone dell’isola di Formosa e della penisola del Liaotung, compresa la città-porto di Port Arthur. Le forti pressioni diplomatiche di Russia, Francia e Germania costrinsero il Giappone a restituire a Pechino la penisola e l’importante porto.

Gli anni a cavallo del 1900 videro le potenze occidentali estendere i propri domini in Estremo Oriente, con grosse preoccupazioni del Giappone che si era visto strappare i frutti dell’importante vittoria militare e vedeva scendere in campo agguerriti rivali. Nel 1898 la Russia ottenne in affitto Port Arthur e alcuni diritti sulla Manciuria; poco dopo, approfittando delle operazioni belliche per la rivolta nazionalista dei Boxer (1899), la Russia occupò militarmente l’intera Manciuria rifiutandosi, a pace conclusa fra Pechino e le capitali europee, di ritirare le truppe dalla regione.

La presenza russa nell’area e le sue manifeste mire espansionistiche, misero in allarme Giappone e Inghilterra, che avevano gli stessi disegni per la finale destinazione di quelle ricche terre; Giappone e Inghilterra si allearono riconoscendosi una reciproca libertà d’azione in quella parte dell’Asia e un reciproco appoggio militare in caso di aggressione. Incominciarono anche incontri e trattative diplomatiche fra Tokio e Mosca, i veri rivali per quella porzione di mondo. Ma, per gli evidenti contrapposti interessi, le trattative non portarono ad alcunché e sola possibilità di scioglimento dello scontro era nel ricorso alle armi.

Il più progredito dei popoli asiatici, più avanzato sulla via di un’attrezzatura di tipo capitalistico rispetto alla Russia, l’enorme Stato a cavallo di Europa ed Asia, ruppe gli indugi e le trattative diplomatiche infruttuose. L’8 febbraio 1904 una squadra navale giapponese attaccò la flotta russa alla fonda a Port Arthur e due giorni Tokio dichiarò guerra a Mosca mentre contemporaneamente sbarcava truppe in Corea. Nell’aprile, l’esercito giapponese batteva quello russo sul fiume Yalu ed entrava in Manciuria mentre altre armate sbarcavano nella penisola del Liaoning e iniziavano l’assedio della munita fortezza di Port Arthur che, distrutta la flotta russa in quelle acque, poteva sperare solo in un improbabile aiuto via terra.

Oscillante fu la posizione dei pavidi liberali borghesi: i circoli democratoidi, dopo un iniziale: «Dio, aiutaci ad essere sconfitti», col prosieguo sfavorevole delle operazioni militari si unirono al patriottismo ufficiale, sperando così di essere investiti del compito di salvatori della patria. Nel novembre 1904 i liberali svilupparono infatti una “campagna di banchetti” con petizioni e discorsi per indurre lo Zar ad imboccare, prima che fosse troppo tardi, la via delle riforme liberali. Il 25 dicembre un editto imperiale in effetti promise future libertà civili rivolgendosi alle “forze sociali mature”, invitate a stringersi intorno al regime. Evidentemente l’appello non riguardava il proletariato industriale che, sordo all’editto imperiale, dette un altro esempio di vigore rivoluzionario: proprio il giorno dopo, il 26, scesero in sciopero i lavoratori dei pozzi petroliferi che rimasero in lotta fino al 3 gennaio quando gli industriali, cedendo firmarono il primo contratto collettivo russo.

Il 2 gennaio era intanto capitolato Port Arthur, assediato dal luglio, evento decisivo per la sconfitta russa che sarebbe stata sanzionata dal trattato di pace del 5 dicembre 1905. E qui riapriamo una parentesi sulla guerra e sui suoi effetti sulla Rivoluzione.

Lenin su la risposta classista alla guerra

Il primo numero dell’organo bolscevico Vopered del 4 gennaio, conteneva l’articolo di Lenin “Autocrazia e proletariato”. Citiamo:

     «Un compito importantissimo attende il proletariato russo. L’autocrazia è scossa. La guerra gravosa e senza speranza in cui si è gettata ha profondamente scalzato le basi del suo potere e del suo dominio. Ormai non può reggersi senza ricorrere alle classi dirigenti, all’appoggio degli intellettuali, e inevitabilmente ne conseguiranno rivendicazioni costituzionali. Le classi borghesi si sforzano di far tornare a loro vantaggio la difficile situazione in cui si dibatte il governo: e questo tenta l’ultima carta per togliersi d’impiccio, per cavarsela con concessioni irrisorie, con riforme non politiche, con promesse che non impegnano a niente e di cui è particolarmente pieno l’ultimo editto dello Zar.
     «Vi riuscirà, almeno temporaneamente e in parte? Ciò dipenderà, in ultima analisi, dal proletariato russo, dal suo grado di organizzazione e dalla forza del suo assalto rivoluzionario. Il proletariato deve saper approfittare di questa situazione politica, per esso estremamente vantaggiosa. Deve appoggiare il movimento della borghesia in favore della Costituzione, scuotere e raggruppare attorno a sé strati quanto più possibile vasti delle masse popolari sfruttate, raccogliere tutte le proprie forze, e scatenare l’insurrezione nel momento in cui la disperazione del governo ha raggiunto il massimo, e il fermento popolare il punto culminante (…)
     «Lo sviluppo della crisi politica in Russia dipende ormai, più che altro, dal corso della guerra contro il Giappone. Nulla più di questa guerra ha smascherato e smaschera il marcio dell’autocrazia, la esaurisce finanziariamente e militarmente, strazia e spinge all’insurrezione le masse popolari spossate dai patimenti e alle quali questa guerra infame e criminale chiede sacrifici illimitati.
     «La Russia autocratica è già sconfitta dal Giappone costituzionale, e ogni dilazione non farà che accentuare e aggravare la disfatta. La miglior parte della flotta russa è già annientata, la situazione di Port Arthur è disperata, e la squadra navale che sta accorrendo in sua difesa non ha la benché minima possibilità, non dico di successo, ma neppure di giungere sul luogo; l’armata principale, comandata da Kuropatkin, ha perduto oltre 200 mila uomini e, ormai stremata e impotente, sta di fronte a un nemico che la schiaccerà senza meno dopo la presa di Port Arthur. La catastrofe militare è inevitabile, e inevitabile è che il malcontento, il fermento e l’indignazione si accentuino fortemente.
     «A quel momento dobbiamo prepararci con tutta la nostra energia. In quel momento una di quelle esplosioni che sempre più spesso si ripetono, ora in un luogo ora nell’altro, porterà a un grandioso movimento popolare. E allora il proletariato si metterà alla testa dell’insurrezione per conquistare la libertà per tutto il popolo, per assicurare alla classe operaia la possibilità di combattere per il socialismo, in modo aperto, ampio e avvalendosi dell’esperienza europea».

Il disfattismo interno di Lenin e dei bolscevichi è chiaro, netto: l’andamento della guerra, con la Russia zarista in procinto di essere sconfitta dal Giappone costituzionale, più avanzato quindi sulla via dell’attrezzaggio capitalistico, avrebbe aperto una enorme crisi politica e sociale del regime zarista, crisi di cui il proletariato ed il suo partito, che si stropicciava le mani per ogni rovescio che le truppe zariste subivano, dovevano approfittare per mettersi alla testa del popolo e scatenare l’insurrezione antifeudale.

I due contendenti non sono messi “alla pari”, con metodo marxista che sempre nell’analisi storica ha rigettato ogni forma di “indifferentismo”: di fronte ad una guerra che l’intera socialdemocrazia riconosce come portato dei moderni contrasti e contraddizioni delle spinte imperialistiche, si sceglie il “male minore”, cioè si indaga quale risultato militare avrebbe accelerato il corso della Rivoluzione che, Lenin non esita a riconoscerlo, riceve allora un involontario aiuto dalle armi dei gialli borghesi di Tokio.

Altra parte dell’articolo va rilevata ed è di polemica interna al campo socialdemocratico, fra bolscevichi, menscevichi e S-R, i Socialisti Rivoluzionari; le considerazioni di Lenin battono in breccia spontaneismo ed eclettismo, bestie mai dome contro cui Lenin, che pure è passato alla storia come il genio della svolta improvvisa e delle più audaci manovre, ha sempre combattuto. Lenin scandisce che la preparazione e l’organizzazione dell’insurrezione – vera e propria arte – è il risultato di un sistematico lavoro quotidiano e della conseguente estensione delle organizzazioni operaie. Ed ecco la potente chiusa del cerchio: l’importantissimo lavoro quotidiano non deve perdere neanche per un attimo il collegamento con il generale piano tattico del partito, piano che bandisce tendenze disorganizzatrici come le più o meno geniali improvvisazioni. Formula semplice quanto complessa sulla preparazione rivoluzionaria del partito che per Lenin e la Sinistra sta nel non calare nessuna barriera fra Teoria ed Azione, fra Princìpi, Programma, Propaganda e Tattica, sbarazzando il campo di ogni concretismo, di ogni formalismo e di ogni attivismo senza princìpi:

     «Ciò che oggi ben più conta è di richiamare l’attenzione del proletariato su forme di lotta effettivamente superiori e attive, come la nota dimostrazione di Rostov e tante altre manifestazioni di massa avvenute nel sud. Ciò che oggi ben più conta è di moltiplicare i nostri quadri, organizzare le forze e prepararci a una lotta di massa ancor più diretta e aperta.
     «Naturalmente, non vogliamo dire che i socialdemocratici debbano abbandonare il loro lavoro quotidiano, ordinario, al quale mai rinunceranno e in cui vedono il mezzo più adeguato per prepararsi alla battaglia decisiva, in quanto fanno interamente ed esclusivamente affidamento sull’attività, sulla consapevolezza, sull’organizzazione del proletariato, sull’influenza che esso ha fra le masse dei lavoratori e degli sfruttati. Intendiamo qui soltanto indicare la strada giusta, richiamare l’attenzione sulla necessità di andare avanti, sottolineare quanto dannose siano le esitazioni tattiche.
     «Il lavoro organizzativo fa anch’esso parte di quel lavoro quotidiano che mai in nessuna circostanza il proletariato cosciente deve dimenticare. Se non esistono organizzazioni operaie vaste e multiformi, se esse non sono vicine alla socialdemocrazia rivoluzionaria, nessuna lotta vittoriosa contro l’autocrazia sarà possibile.. Ma il lavoro organizzativo non è possibile se non si oppone una decisa resistenza alle tendenze disorganizzatrici che da noi, come dappertutto, manifesta questa smidollata parte intellettuale del partito che cambia le parole d’ordine come si cambiano i guanti».

Altro articolo va diligentemente trascritto, quello del numero seguente del Vopered, il 14 gennaio 1905, “La caduta di Port Arthur”:

     «L’Europa era così abituata a identificare la forza morale della Russia con la forza militare del gendarme d’Europa! Per lei il prestigio della giovane razza russa era inscindibilmente legato al prestigio dell’incrollabile potere zarista, saldo nella difesa dell’”ordine” vigente. Non sorprende che la catastrofe subita dalle forze che governano e comandano in Russia sembri “terribile” a tutta la borghesia europea: questa catastrofe segna l’inizio di un periodo in cui lo sviluppo capitalistico mondiale e la storia stessa procederanno con un ritmo estremamente più rapido; e la borghesia sa molto bene, troppo bene, per propria amara esperienza, che in tal modo si affretta la rivoluzione sociale del proletariato. La borghesia dell’Europa occidentale si sentiva così tranquilla in un’atmosfera di lungo ristagno, sotto l’ala del “potente impero! E d’un tratto una certa forza “misteriosa, giovanissima” osa sconvolgere questo ristagno e infrangere i suoi sostegni.
     «Si, la borghesia europea ha di che temere. Il proletariato ha di che rallegrarsi. La catastrofe del nostro peggiore nemico non significa per la sola Russia l’approssimarsi della libertà: preannuncia anche un nuovo slancio rivoluzionario del proletariato europeo.
     «Ma perché e in che misura la caduta di Port Arthur è effettivamente una catastrofe storica?
     «Prima di tutto balza agli occhi l’importanza che questo avvenimento ha per il corso della guerra. I giapponesi hanno raggiunto il loro scopo principale. L’Asia avanzata, progressiva ha assestato un colpo irreparabile all’Europa arretrata e reazionaria.
     «Dieci anni fa quest’Europa reazionaria, con la Russia alla testa, si allarmò per la sconfitta che il giovane Giappone aveva inflitto alla Cina e si unì per strappargli i migliori frutti della vittoria. L’Europa tutelava i rapporti costituiti e i privilegi del vecchio mondo, il suo diritto alla supremazia, l’immemorabile diritto, consacrato dai secoli, di sfruttare i popoli asiatici. La riconquista di Port Arthur da parte del Giappone è un colpo assestato a tutta l’Europa reazionaria (…)
     «Il legame fra l’organizzazione militare del paese e tutta la sua struttura economica e culturale non è stato mai tanto stretto quanto nel momento attuale. La catastrofe militare non poteva quindi non segnare l’inizio di una profonda crisi politica. La guerra di un paese avanzato contro un paese arretrato assume anche oggi, come già parecchie volte nella storia, una grande funzione rivoluzionaria. E il proletariato cosciente, nemico implacabile della guerra, che inevitabilmente, ineluttabilmente accompagna ogni dominio di classe in generale, non può chiudere gli occhi dinanzi al fatto che la borghesia giapponese sconfiggendo l’autocrazia ha adempiuto un compito rivoluzionario. Il proletariato è ostile a ogni borghesia e a ogni manifestazione del regime borghese, ma questa ostilità non lo esime dal dovere di distinguere i rappresentanti della borghesia storicamente progressivi da quelli reazionari. Perciò è del tutto comprensibile che i rappresentanti più coerenti e risoluti della socialdemocrazia rivoluzionaria internazionale, Jules Guesde in Francia e Hyndman in Inghilterra, abbiano espresso senz’altro le loro simpatie per il Giappone che ha battuto l’autocrazia russa (…)
     «No, la causa della libertà e la lotta del proletariato russo (e mondiale) per il socialismo dipende in misura molto grande dalle disfatte militari dell’autocrazia. Questa causa ha molto guadagnato dal crollo militare che ha spaventato tutti i custodi dell’ordine europeo. Il proletariato rivoluzionario deve condurre un’agitazione instancabile contro la guerra, ricordando sempre che le guerre sono inevitabili finché esiste il dominio di classe in generale. Con frasi banali sulla pace à la Jaurés non si aiuta la classe oppressa, che non è responsabile della guerra borghese tra due nazioni borghesi, che fa di tutto per abbattere ogni borghesia in generale, che sa quanto grandi siano le sciagure del popolo anche durante lo sfruttamento capitalistico “pacifico”. Ma, lottando contro la libera concorrenza, non possiamo dimenticare che essa è più progressiva del regime semifeudale. Nel combattere contro ogni guerra e contro ogni borghesia, dobbiamo nettamente distinguere nella nostra agitazione la borghesia progressiva dall’autocrazia feudale, dobbiamo sempre sottolineare la grande funzione rivoluzionaria di una guerra storica a cui l’operaio russo partecipa senza volerlo.
     «Non il popolo russo, ma l’autocrazia ha cominciato questa guerra coloniale, trasformatasi in una guerra tra il vecchio e il nuovo mondo borghese. Non il popolo russo, ma l’autocrazia è giunta a una vergognosa disfatta. Il popolo russo ha tratto giovamento dalla disfatta dell’autocrazia. La capitolazione di Port Arthur è il prologo della capitolazione dello zarismo. La guerra è ancora lontana dal suo epilogo, ma, quanto più a lungo dura, tanto più accresce il fermento e l’indignazione del popolo russo, tanto più si avvicina il momento di una nuova grande guerra, della guerra del popolo contro l’autocrazia, della guerra del proletariato per la libertà. Non per nulla la più tranquilla, pacata borghesia europea – che con tutta l’anima simpatizzerebbe per le concessioni liberali dell’autocrazia russa, ma che teme peggio del fuoco la rivoluzione russa, quale prologo della rivoluzione europea – è tanto allarmata.
     «Si, l’autocrazia è indebolita. I più increduli incominciano a credere nella rivoluzione. E la fede generale nella rivoluzione è già il principio della rivoluzione. Il governo stesso, con la sua avventura bellica, pensa a farla continuare. Il proletariato russo si preoccuperà di appoggiare ed estendere il grande assalto rivoluzionario».

Lenin sistema uno dopo l’altro i cardini del complesso rapporto fra Guerra e Rivoluzione. L’autocrazia e non il popolo ha cominciato quella guerra coloniale, condanna aperta quindi di una guerra che ha come fine schiette mire imperialistiche; né il popolo russo né il popolo giapponese hanno in gioco qualche loro interesse nazionale, mentre è il popolo cinese che è attaccato da un intero branco di famelici imperialisti. La considerazione dava una implicita consegna tattica: i partiti proletari dovevano denegare ogni appoggio ed apporto delle proprie forze politiche organizzate a quella guerra fra Stati (disfattismo interno).

Contemporaneamente però Lenin intende e spiega che il Giappone costituzionale battendo l’autocrazia feudale ha adempiuto ad una grande funzione rivoluzionaria, per questo il proletariato cosciente, nemico della guerra che è espressione di ogni dominio di classe, rifugge ogni indifferentismo e distingue fra la vittoria di una borghesia storicamente progressiva (quella giapponese) da quella di un regime reazionario (quello zarista).

Lenin, con analisi storica materialistica prevede quali diversi effetti avrà lo scioglimento della guerra, tanto che la simpatia per le armi giapponesi è evidente, aperta. L’intera socialdemocrazia internazionale vedeva come una disfatta russa avrebbe avuto ben tre effetti rivoluzionari: il primo, il “pericolo russo” sempre incombente sull’intero movimento internazionale operaio avrebbe ricevuto una poderosa scossa; il secondo, la sconfitta militare sarebbe stata soltanto il prologo di avvenimenti rivoluzionari interni, inevitabili per l’indebolimento dell’intero regime zarista; il terzo, la sconfitta della Russia da parte di una nazione asiatica avrebbe ridestato movimenti democratici rivoluzionari in tutto quel continente in quanto pratica dimostrazione che gli eserciti “bianchi” si potevano battere, non erano invincibili.

Facciamo un piccolo salto in avanti: nella seconda guerra mondiale i giapponesi mostrarono che pure francesi, inglesi e americani erano battibili, piccola lezione ad indiani, vietnamiti e cinesi.

Infine, Lenin ribatte un ennesimo chiodo marxista: le guerre sono inevitabili finché esiste un dominio di classe ed il proletariato non può condurre la sua agitazione con frasi banali sulla pace. Altra pietra angolare: le sciagure del popolo sono grandi anche durante lo sfruttamento capitalistico “pacifico” che pertanto non va idolatrato. Più estesamente scriverà Lenin in “Il capitale europeo e l’aristocrazia”:

     «Non si può chiedere solo la pace perché la pace zarista non è migliore (e talvolta è peggiore) della guerra zarista; non si può lanciare la parola d’ordine della “pace a qualsiasi costo” ma solo quella della pace e simultanea caduta dell’autocrazia (…) di una pace che implichi il rovesciamento dell’assolutismo».

Contro il pacifismo la chiarificazione è potente: la parola d’ordine pace deve implicare il rovesciamento dell’assolutismo e la preparazione di questo rovesciamento deve essere parte portante del piano tattico del partito. Lenin parafrasa il detto romano: Vuoi la pace? Prepara la guerra! E si appella alla guerra civile come unico strumento in grado di mettere fine ai domini di classe, al ciclo delle crisi e delle guerre, espressioni di una società divisa in classi antagoniste. Lenin, indirettamente, ribadisce una nostra classica tesi: il partito comunista è un partito d’attacco all’intero ordine costituito, un partito speciale in cui tutto deve essere per il finale attacco rivoluzionario e per cui nessun successo immediato, nessuna facile conquista di simpatie e consensi anche fra vaste masse proletarie, deve contraddire l’organico e stretto legame fra i nostri princìpi, il nostro programma e il nostro piano tattico a cui si deve ispirare ogni nostra azione, dalla più piccola ed insignificante a quella più grande e difficile.

È questo il legame che conferisce senso materialistico e storico alla attesa del “momento x”, quando dall’arma della critica si passerà alla critica delle armi, e che, nel contempo, toglie alla milizia comunista ogni rassegnato fatalismo come ogni pretesa di smuovere attraverso individuali personalità forze storiche che mai ubbidiscono alla volontà fosse pure quella di uomini illustri o di veri e propri giganti del pensiero. Schiatti il protagonismo: la rivoluzione ha bisogno di regole semplici quanto indefessamente applicate, formule semplici che devono essere comprese dalle masse in movimento, anonime e ignoranti di corsi di storia e di strategia rivoluzionaria.

L’Antimilitarismo nella Seconda Internazionale

Esposto alla riunione generale del maggio 1984 [RG29]

Premessa

     «Si falsificherebbe la storia se si affermasse che la Prima e la Seconda Internazionale non avessero preso in considerazione il problema della guerra e che non avessero cercato di risolverlo nell’interesse della classe operaia. Si potrebbe addirittura affermare che il problema della guerra fu posto all’ordine del giorno dall’inizio della Prima Internazionale (guerra del 1859: Francia e Piemonte contro l’Austria; del 1864: Prussia e Austria contro la Danimarca; del 1866: Prussia e Italia contro Austria e Germania del Sud; 1870: Francia contro Germania; e senza contare la guerra di Secessione del 1861-65 negli Stati Uniti, l’insurrezione della Bosnia e della Erzegovina del 1878 contro l’annessione austriaca, che molto appassionò gli internazionalisti dell’epoca, ecc.)» (“La prima e la seconda Internazionale di fronte al problema della guerra” da “Bilan” n.21 luglio–agosto 1935).

Marx ed Engels combatterono le illusioni democratiche dei pacifisti e il falso filantropismo borghese, che voleva con la concordia delle classi abolire la guerra, e dimostrarono l’esigenza storica dell’uso della violenza rivoluzionaria per la trasformazione della società. Questa esigenza, imprescindibile per la rivoluzione proletaria, è stata enunciata da Marx nell’indirizzo del Comitato Centrale della lega dei Comunisti del marzo del 1850, che stabilisce al tempo stesso la tattica proletaria nella doppia rivoluzione.

     «Ma per potersi contrapporre energicamente e minacciosamente a questo partito [l’avverso partito democratico borghese], il cui tradimento verso gli operai incomincerà con la prima ora della vittoria, gli operai debbono essere armati e organizzati. L’armamento di tutto il proletariato con schioppi, fucili, pistole e munizioni deve essere attuato subito; bisogna opporsi subito al ristabilimento della vecchia guardia civica rivolta contro gli operai. Ma dove non possa venir conseguito quest’ultimo scopo, gli operai debbono tentare di organizzarsi indipendentemente in guardia proletaria, con capo e stato maggiore eletti da loro, e di porsi agli ordini non dei poteri dello Stato, ma dei Consigli comunali formati dagli operai [organizzazioni politiche territoriali, dei veri e propri soviet]. Dove gli operai sono alle dipendenze dello Stato, debbono effettuare il proprio armamento e la propria organizzazione in un corpo speciale, con capi scelti da loro, oppure come parte della guardia proletaria. Non bisognerà consegnare, sotto nessun pretesto, le armi e le munizioni, e ad ogni tentativo di disarmo bisognerà, se occorre, opporsi con la forza».

Marx qui enuncia la esigenza di una guardia rossa e di una armata rossa per la presa rivoluzionaria del potere.

Questo insegnamento scaturì dalla sanguinosa lotta di classe del giugno 1848 in Francia, dove i proletari parigini tentarono per la prima volta “l’assalto al cielo”; la risposta della borghesia fu immediata: mentre si era dimostrata vile nel combattere le forze della reazione feudale, si dimostrò decisa e feroce nel combattere il proletariato.

Al Terzo Congresso dell’Internazionale, tenuto a Bruxelles nel 1863, si votò una mozione sull’atteggiamento da tenersi nel caso di un conflitto delle grandi potenze europee, dove i lavoratori erano invitati ad impedire la guerra fra i popoli e si raccomandava lo sciopero generale in caso di guerra.

Marx ed Engels, anche se furono costretti a mettere negli Statuti e nell’Indirizzo Inaugurale, che correvano il rischio di essere redatti da Mazzini, le parole di morale, civiltà e diritto, condussero un’aspra lotta contro tutte le correnti pacifiste e di ispirazione piccolo-borghese che predicavano pace e disarmo e affermarono che in regime borghese le guerre sono inevitabili perché sono una diretta conseguenza del sistema stesso.

Al Congresso di Losanna del 1867, da parte dei delegati di sinistra legati a Marx fu sottolineato che «non era sufficiente sopprimere l’esercito permanente per sostituirlo con la milizia popolare, per porre fine alle guerre», ma necessitava una trasformazione di tutto l’ordine sociale esistente. La rivendicazione della milizia popolare è caratteristica della democrazia borghese rivoluzionaria all’epoca della grande rivoluzione francese. «Questa idea, consisteva nella riconciliazione di tutte le classi della società borghese, nella formazione di un fronte unico nazionale, che pretendeva di levarsi al di sopra delle classi».

All’epoca della formazione della Prima Internazionale infatti le correnti non marxiste si illudevano che la panacea universale per impedire la guerra fosse la soppressione degli eserciti permanenti, sostituiti dalla milizia popolare. Queste illusioni democratiche furono anche sostenute dai destri della Seconda Internazionale, in modo particolare da Jaurès.

La lezione storica che la dottrina marxista ha tratto dal suo nascere, e che sarà scolpita da Lenin e confermata nella rivoluzione d’ottobre, è invece che prima di realizzare una trasformazione socialista è necessaria la dittatura del proletariato.

La caratteristica fondamentale della Seconda Internazionale fu di essere ispirata ai princìpi del marxismo rivoluzionario, ma in campo tattico dava la possibilità alle singole sezioni nazionali federate, e all’interno di queste alle correnti che si formassero, di esprimere diversi programmi tattici, che i congressi definivano di volta in volta secondo il rapporto di forza fra le frazioni riformiste e quelle marxiste rivoluzionarie.

I marxisti autentici, prima Engels, poi Lenin e tutte le sinistre internazionali, lottarono contro i revisionismi e gli opportunismi, tentando di far prevalere un programma rivoluzionario.

Il vecchio programma della socialdemocrazia, inteso come prospettiva dell’azione del partito, che in senso storico si innestava in una fase particolare dello sviluppo capitalistico, cosiddetto pacifico, comprendeva fra i compiti propri della socialdemocrazia quello di rivendicare “riforme democratiche” come un mezzo per l’avanzata della causa proletaria. Anche i marxisti della Seconda Internazionale ravvisarono in alcune rivendicazioni sociali e politiche elementi di progresso storico, che tendevano al completamento delle rivoluzioni borghesi e quindi utili nel processo rivoluzionario proletario.

Ma per le sinistre questa strada mai avrebbe potuto evitare la conquista violenta del potere politico. Accanto al “programma massimo”, in quel periodo storico le destre e il centro si illusero che fosse possibile condurre una lotta sul terreno di classe contro il militarismo, inserita nel “programma minimo”, intesa a democratizzare il militarismo e l’apparato statale in generale, allo scopo di promuovere condizioni favorevoli al processo rivoluzionario.

Per l’ala riformista, la lotta così condotta era intesa come una graduale e progressiva evoluzione che, in unione a quella parlamentare, avrebbe aperto le porte alla conquista pacifica e graduale del potere. La lotta antimilitarista dei riformisti giunge a rifiutare la partecipazione proletaria alle guerre, ma la politica pacifista non considera le effettive possibilità della guerra e le conseguenze che ne derivano.

Questo contrasto di programmi accompagnò tutto l’arco della vita della Seconda Internazionale fino a quando, con il tradimento del 1914, la guerra imperialista dimostrò impossibile coniugare preparazione rivoluzionaria e lotta per la democratizzazione del militarismo e delle istituzioni statali borghesi, e non più possibile tollerare la presenza all’interno dei partiti operai della corrente opportunista riformista.

L’esame delle risoluzioni sull’antimilitarismo e la guerra dei congressi della Seconda Internazionale ci porta al “nodo” che segue tutta la vita dell’Internazionale dal 1889 al 1914: la lotta tra le forze sane rivoluzionarie di sinistra e le due correnti, anarchica e riformista. Queste si svelarono in tutta la loro chiarezza (anche se già prima la loro funzione era indubitabile per la sinistra internazionale) allo scoppio della Prima Guerra mondiale, quando anarchismo e riformismo andarono a braccetto sotto le patrie bandiere a difendere le proprie “terre natali”, disquisendo sulla natura delle guerre per poter giustificare la loro débâcle in nome del marxismo.

In realtà la storia della Seconda Internazionale è estremamente complessa perché in essa si riflettono un insieme di passaggi storici sia per il capitalismo, che segna uno sviluppo delle forze produttive senza precedenti (nascita dell’imperialismo), sia per il movimento socialista che si espande oltre i confini dell’Europa e vede al suo interno la nascita e il consolidamento dei partiti socialisti a scala nazionale, e conosce il fenomeno opportunista (1ªondata opportunista, “bernsteiniana”, 1886-1903; 2ª ondata, 4 agosto 1914, “socialsciovinismo”).

Engels indirizzò il processo di formazione dell’Internazionale e si oppose a una sua ricostituzione che non tenesse conto del bilancio storico tratto dall’esperienza della Prima Internazionale, dove Marx dovette combattere sia con la critica dottrinale sia sui metodi contro Bakunin e i suoi tenaci sostenitori in Francia, Svizzera, Spagna e Italia.

I socialisti tedeschi temevano che una nuova Internazionale, nata per iniziativa belga o francese, sarebbe stata influenzata dal Partito Operaio Socialista Francese, o partito dei “Possibilisti”, che per Engels erano gli avversari più pericolosi non essendo che, come egli li aveva definiti, «allievi di Bakunin con una bandiera differente ma con tutto il vecchio arsenale e la vecchia tattica».

Nel 1889 si tennero a Parigi due Congressi separati; uno dei “Possibilisti” e delle Trade Unions inglesi, l’altro del Partito Operaio Francese, o dei “Collettivisti”, e della Socialdemocrazia tedesca. Solo nel dicembre del 1890 si giunse ad una unificazione dove trionfarono le condizioni formulate da Engels e al Congresso di Bruxelles del 1891 i marxisti prevalsero su tutte le questioni di principio e di tattica; soltanto allora fu possibile fondare una nuova Internazionale.

Engels partecipò attivamente alla preparazione dei primi tre Congressi e tenne il discorso di chiusura a Zurigo nel 1893.

A questo proposito citiamo dall’ampio carteggio alcuni passi che ci mostrano la conclusione della dura battaglia teorica che precedette la nascita della Internazionale. Da una lettere di Engels a Sorge del 2 settembre 1891 in commento al Congresso di Bruxelles: «I marxisti hanno vinto su tutta la linea, sia riguardo ai principi che alla tattica». Da una lettera a Paul Lafargue del 9: «Comunque sia sono soddisfatto del Congresso. Anzitutto perché ha rappresentato il crollo definitivo dell’opposizione Brousse-Hyndman (…) Poi l’espulsione degli anarchici. Là dove la vecchia Internazionale cessò, proprio là iniziava la nuova. Questa, dopo 19 anni, è la conferma pura e semplice delle risoluzioni dell’Aia». Da una lettera a Sorge del 14: «La cosa migliore è che gli anarchici sono stati buttati fuori, proprio come al Congresso dell’Aia. Dove la vecchia Internazionale cessò proprio là si sviluppa la nuova, infinitamente più grande e dichiaratamente marxista».

I Congressi – Le risoluzioni su antimilitarismo e guerra

Seguendo il percorso di tutti e nove i Congressi della Seconda Internazionale si ritrovano sempre alcune rivendicazioni (con alcune differenze di cui vedremo il significato): soppressione degli eserciti permanenti, creazione della milizia popolare, disarmo, arbitrato internazionale.

Al Congresso di Parigi del 1889 (divenuto poi il Congresso di fondazione dell’Internazionale) parteciparono 400 delegati provenienti da 22 paesi d’Europa e d’America. Sulla questione del militarismo si chiese l’abolizione degli eserciti permanenti e la creazione della milizia popolare.

Al successivo Congresso di Bruxelles del 1891 al centro dei lavori fu la questione del militarismo. Il Congresso respinse la proposta avanzata dall’anarchico olandese Nieuwenhuis di adottare come mezzo di lotta contro la guerra lo sciopero generale e fece propria la risoluzione W. Liebnecht-Vaillant che poneva in evidenza la matrice economica del militarismo e invitava gli operai a protestare contro tutte le velleità belliche e le alleanze che le favorivano.

Al successivo Congresso di Zurigo del 1893 la risoluzione sul militarismo, oltre a basarsi su quella di Bruxelles, affermò la necessità che i deputati socialisti respingessero ogni credito di guerra e si battessero per il disarmo e l’abolizione degli eserciti permanenti.

Al Congresso di Londra del 1896 vennero riprese le risoluzioni dei Congressi precedenti e comparve la richiesta di un tribunale di arbitrato internazionale che avrebbe deciso sui conflitti in corso fra le nazioni.

Al Congresso di Parigi del 1900 la risoluzione su antimilitarismo e guerra propugnò l’educazione della gioventù contro il militarismo, l’obbligo per i parlamentari di votare contro i crediti militari e coloniali e sostenne la necessità di una agitazione antimilitaristica comune in tutti i paesi.

Queste richieste furono riprese anche nei Congressi successivi, sebbene dal Congresso di Parigi del 1900 in poi la sinistra rivoluzionaria (Lenin-Luxemburg) conduca un’azione sempre più serrata e netta affinché vengano approvate risoluzioni che chiariscano che la guerra è un fenomeno indissolubile del capitalismo.

Formulazioni teoriche più precise si ebbero a Stoccarda 1907 e a Basilea 1912 appunto perché a quei Congressi la sinistra era riuscita a far tacere le tendenze opportuniste.

Le richieste di milizia popolare, disarmo, arbitrato internazionale, trovavano la loro spiegazione nelle illusioni del periodo storico di sviluppo “pacifico” del capitalismo, ma che appaiono completamente superate nella fase imperialista; ed anzi la loro demagogica difesa rappresenta oggi solo mistificazione opportunista.

Citiamo a proposito da un articolo di Trotski (“La nostra politica per la creazione dell’armata”, tesi adottata dall’Ottavo Congresso del P.C. russo nel marzo del 1919):

     «Il vecchio programma della socialdemocrazia richiedeva la formazione di una milizia popolare sulla base, per quanto possibile, di un’istruzione militare data fuori delle caserme a tutti i cittadini idonei alle armi. Questa esigenza di programma, che, all’epoca della Seconda Internazionale, si opponeva all’armata regolare, imperialista, coll’istruzione nelle caserme, servizio militare di lunga durata e corpo ufficiale di casta, aveva la stessa portata storica delle altre richieste della democrazia: suffragio universale, monocameralismo, ecc.
     «Nelle condizioni dello sviluppo capitalista “pacifico” e del proletariato, costretto fino ad un certo momento ad adattare la lotta delle classi ai metodi della legalità borghese, il compito naturale della socialdemocrazia era di esigere forme molto più democratiche nell’organizzazione dello Stato e dell’armata capitalistica. La lotta su questa base senza dubbio aveva un significato educativo, ma, come ha dimostrato l’importantissima esperienza dell’ultima guerra, la lotta per la democratizzazione del militarismo borghese ha dato ancor meno risultati della lotta per la democratizzazione del parlamentarismo borghese: poiché nel campo del militarismo la borghesia può solo tollerare un “democratismo” che non intacchi la sua dominazione di classe, in altre parole un democratismo illusorio e fittizio. Quando si tratta di toccare gli interessi vitali della borghesia, in campo internazionale come nei rapporti interni, il militarismo borghese in Germania, in Francia, in Svizzera, in Inghilterra, in America, nonostante tutte le differenze degli Stati e delle strutture delle armate di questi diversi paesi, ha rivelato gli stessi tratti spietati di crudeltà di classe.
     «Quando la lotta delle classi si trasforma in guerra civile aperta rompendo l’involucro del diritto borghese e delle istituzioni borghesi democratiche, la parola d’ordine “milizia popolare” è totalmente priva di senso, allo stesso modo di quella del parlamento democratico: perché diventa un’arma della reazione».

Al Congresso di Stoccarda, del 1907, furono presentate quattro mozioni: tre che rappresentavano le tre tendenze del partito socialista francese e una dei socialdemocratici tedeschi. La prima tendenza francese, di ispirazione anarchica, era rappresentata da Hervè e si opponeva al patriottismo auspicando lo sciopero militare e l’insurrezione come risposta socialista alla guerra. La seconda tendenza era rappresentata da Guesde, che considerava la propaganda antimilitarista fra la classe operaia un ostacolo all’edificazione del socialismo, di conseguenza condannava gli strumenti dell’antimilitarismo (la diserzione, lo sciopero militare, l’insurrezione). La terza tendenza, di Vaillant–Jaurés, attaccava le altre due giudicando estremismo verbale la posizione di Hervé e possibilismo passivo quella di Guesde, ed esordiva dichiarando che il militarismo e l’imperialismo erano di fatto gli strumenti organizzati del capitalismo e che in caso di guerra nella nazione attaccata la sua classe operaia avevano il tassativo dovere di difendere la propria autonomia e indipendenza (premessa questa a tutte le disquisizioni del 1914 su guerra di offesa e di difesa e quindi della parola d’ordine “difesa della patria”).

Infine la risoluzione di Bebel per i tedeschi si apriva con l’affermazione che le guerre fra gli Stati capitalistici erano in generale la conseguenza di rivalità sul mercato mondiale, che le guerre erano l’essenza del capitalismo, che la classe operaia era la nemica naturale della guerra. In caso di guerra gli operai e i loro rappresentanti in parlamento dovevano fare di tutto per impedire il conflitto; e se la guerra fosse scoppiata, malgrado tutti gli sforzi, dovevano farla cessare nel più breve tempo possibile.

Tutte le risoluzioni all’infuori di quella di Hervé chiedevano la creazione della milizia civile.

Alla fine della discussione Lenin, Luxemburg e Martov a nome dei socialdemocratici russi presentarono alcuni emendamenti alla risoluzione di Bebel. Gli scopi più importanti di questi emendamenti erano: 1) integrare la tesi di Bebel, che indicava l’origine delle guerre nelle rivalità economiche fra gli Stati capitalistici, aggiungendo un riferimento alla competizione militarista negli armamenti; 2) mettere in rilievo la necessità di educare i giovani alle idee del socialismo e della fraternità fra i popoli e di dar loro una coscienza di classe; 3) riscrivere il paragrafo finale della risoluzione in maniera da offrire una guida molto più chiara nei seguenti termini:

     «Se una guerra minaccia di scoppiare è dovere della classe operaia di tutti i paesi interessati, e dei suoi rappresentanti in parlamento, compiere ogni sforzo per impedirla con tutti i mezzi ritenuti opportuni, mezzi che sono diversi e mutano naturalmente a seconda dell’intensità della lotta di classe e della situazione politica in generale.
     «Se ciò nonostante la guerra dovesse egualmente scoppiare, è loro dovere intervenire per porvi fine al più presto, e sfruttare con tutte le forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per scuotere gli strati più profondi della popolazione e accelerare la caduta del dominio capitalistico».

A proposito di una valutazione della mozione di Stoccarda citiamo Lenin:

     «La risoluzione di Bebel, proposta dai tedeschi e che in tutto ciò che era essenziale coincideva con la risoluzione di Guesde, aveva appunto il difetto di non contenere nessun accenno ai compiti attivi del proletariato. Questo dava la possibilità di leggere le tesi ortodosse di Bebel con gli occhiali dell’opportunismo. Vollmar ha trasformato immediatamente questa possibilità in realtà. Ecco perché Luxemburg e i delegati russi socialdemocratici hanno presentato propri emendamenti alla risoluzione di Bebel» (Lenin “Il Congresso socialista di Stoccarda”).

A Copenaghen, nel 1910, ci fu un acceso dibattito sullo sciopero generale in caso di guerra, ma nella risoluzione finale si escluse ogni riferimento allo sciopero e il compito di lottare contro la guerra fu lasciato quasi per intero ai gruppi parlamentari socialisti dei vari paesi, i quali furono invitati a votare contro qualsiasi stanziamento militare, per forze terrestri e navali, a chiedere l’arbitrato obbligatorio per tutte le controversie internazionali, a battersi per il disarmo generale e, in via preliminare, per convenzioni che limitassero gli armamenti navali e abolissero il diritto a requisire navi mercantili, per l’abolizione della diplomazia segreta e la pubblicazione di tutti i trattati internazionali e infine per l’indipendenza di tutti i popoli.

Copenaghen rappresenta quindi un passo indietro rispetto a Stoccarda, soprattutto considerando la gravità della situazione internazionale: una serie di conflitti si stava profilando all’orizzonte precipitando inesorabilmente verso la guerra.

Il Congresso a Basilea nel 1912 si tenne soprattutto per presentare un fronte socialista compatto contro la guerra. L’occasione fu lo scoppio effettivo di un conflitto nei Balcani, dove Bulgaria, Serbia, Grecia e Montenegro si erano coalizzati per spartirsi gli ultimi resti dell’Impero turco in Europa.

Quando il Congresso ebbe luogo l’esito della guerra era già scontato: le forze turche erano state sgominate e già avviato il processo di spartizione tra i vincitori delle province della Turchia europea. La guerra era stata scatenata senza l’intervento diretto di nessuna delle grandi potenze europee, ma certamente queste non sarebbero rimaste passive di fronte alla sistemazione definitiva della regione balcanica.

La risoluzione di Basilea, che rappresenta la somma di innumerevoli pubblicazioni di agitazione e di propaganda di tutti i paesi contro la guerra, rappresenta l’enunciazione più precisa data dall’Internazionale sulla guerra. Il Manifesto di Basilea afferma che la guerra creerà una grave crisi economica e politica, che i lavoratori considereranno la loro partecipazione alla guerra come un delitto e riterranno criminoso «sparare gli uni sugli altri per il profitto dei capitalisti, per l’orgoglio delle dinastie e per la stipulazione dei trattati segreti». Riprendendo integralmente la mozione di Lenin a Stoccarda ribadisce che «se tuttavia la guerra scoppiasse, è dovere dei socialisti intervenire per farla cessare prontamente e utilizzare con tutte le loro forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per far leva sugli strati popolari più profondi e affrettare la caduta del dominio capitalistico». Inoltre avverte «sappiano bene i governi che nelle attuali condizioni dell’Europa e con l’attuale stato d’animo della classe operaia, essi non potranno scatenare la guerra senza pericolo per loro stessi» e ricorda loro che la guerra ha provocato l’esplosione rivoluzionaria della Comune, la rivoluzione del 1905 in Russia, ecc.

Il Manifesto di Basilea non dice una parola né sulla difesa della patria né sulla distinzione fra guerra offensiva e difensiva; dà un’idea chiara di tutti i conflitti di interessi che nel 1912 spingevano alla guerra futura del 1914, fra Austria e Russia per il predominio nei Balcani, fra Inghilterra, Francia e Germania per la di tutte loro politica di conquista dell’Asia Minore; fra Austria e Italia per l’aspirazione di ciascuna a comprendere l’Albania nella propria sfera d’influenza e così via.

Il Manifesto diceva chiaramente che la prossima guerra era una guerra fra predoni per la spartizione del bottino e per l’asservimento di altri paesi.

La questione coloniale o il cammino dell’opportunismo in seno all’Internazionale

Strettamente legata a quella dell’antimilitarismo è la questione coloniale perché nel periodo cosiddetto “pacifico” del capitalismo, o meglio di “pace armata” fra le grandi potenze, spesso l’esercito era impiegato in guerre sanguinose contro i popoli di colore.

Parigi 1900. La risoluzione presentata dall’olandese Van Kol impegnava l’Internazionale non solo a lottare con ogni mezzo contro la politica di espansionismo coloniale delle potenze capitalistiche, ma anche a promuovere il più possibile la formazione di partiti socialisti nei paesi coloniali. Questa risoluzione fu approvata all’unanimità. Delegati inglesi sia della Federazione Socialdemocratica sia del Partito Laburista Indipendente colsero l’occasione per denunciare la guerra condotta dall’imperialismo britannico in Sud Africa.

Pochi anni dopo il colonialismo avrebbe trovato dei difensori fra le file della socialdemocrazia tedesca, i belgi si sarebbero nettamente divisi sulla questione se accettare o meno lo Stato libero del Congo, fra i socialisti danesi vi sarebbero stati dissensi riguardo alle Indie Orientali. Questi contrasti sarebbero venuti fuori chiari negli anni seguenti con il rafforzarsi delle tendenze opportuniste nei singoli paesi, ma nel 1900 non erano ancora stati spinti in primo piano dall’acuirsi delle rivalità imperialistiche fra le maggiori potenze. E anche gli opportunisti potevano ancora unirsi in una appassionata denuncia del colonialismo.

Amsterdam 1904. Di nuovo l’olandese Van Kol presentò una risoluzione generale che impegnava il Congresso ad opporsi fermamente a tutte le misure imperialistiche e a tutti gli stanziamenti in loro favore. La risoluzione continuava condannando ogni concessione o monopolio nelle zone coloniali, denunciava lo stato di oppressione in cui erano tenuti i popoli soggetti e chiedeva provvedimenti per migliorare le loro condizioni mediante opere pubbliche, servizi sanitari e scuole libere da ogni influenza missionaria. Proclamava inoltre che venissero concesse «tutte le libertà e tutta l’autonomia compatibile con lo stato di sviluppo dei popoli interessati, tenendo presente che l’obbiettivo finale doveva essere la loro completa emancipazione». Qui già il germe dello sciovinismo. La risoluzione terminava chiedendo il controllo parlamentare sullo sfruttamento dei territori coloniali.

Stoccarda. Siamo nel 1907, l’orizzonte internazionale comincia a scurirsi, la guerra si avvicina, l’opportunismo di conseguenza è costretto a prendere delle posizioni sempre più scoperte; infatti a Stoccarda la commissione era composta in maniera tale che gli opportunisti, capeggiati dal solito Van Kol, ebbero il sopravvento. Nel progetto di risoluzione era stata inserita la frase mostruosa che «il Congresso non condanna in linea di principio qualsiasi politica coloniale, politica che in regime socialista può esercitare una funzione civilizzatrice». La minoranza della commissione (il tedesco Ledebur, i socialdemocratici polacchi, i russi) protestarono energicamente contro l’ammissione di una simile idea; gli opportunisti si strinsero intorno a Van Kol; Bernstein e David a nome della maggioranza della delegazione tedesca parlarono a favore del riconoscimento della “politica coloniale socialista” scagliandosi contro i rivoluzionari per la sterilità della loro negazione, per l’incapacità di capire il valore delle riforme, ecc.

David andava addirittura oltre. Oltre a non condannare per principio e per sempre qualsiasi politica coloniale, che in regime socialista avrebbe potuto presentarsi come un compito di civilizzazione, voleva aggiungere nella risoluzione che «il Congresso, affermando che il socialismo ha bisogno delle capacità produttive del mondo intero, destinate ad essere poste al servizio dell’umanità e ad elevare i popoli di ogni lingua e colore alle più alte forme di civiltà, vede nell’idea colonialista concepita in tal senso, un elemento integrante di quegli universali obiettivi di civilizzazione che il movimento socialista persegue».

Contro gli opportunisti Kautsky replicò duramente e chiese al Congresso di pronunciarsi contro la maggioranza della delegazione tedesca. Lenin così commentava questi fatti:

     «Si tratta di sapere se dobbiamo fare delle concessioni all’odierno regime di rapina e violenza borghese. L’attuale politica coloniale è sottoposta alla discussione del Congresso e questa politica si basa sull’aperto asservimento dei selvaggi: la borghesia istituisce di fatto la schiavitù nelle colonie sottoponendo gli indigeni a oltraggi e violenze senza precedenti, “civilizzandoli” con la diffusione dell’acquavite e della sifilide. E in una situazione simile i socialisti pronunceranno frasi elusive sulla possibilità di riconoscere in linea di principio la politica coloniale! Sarebbe un aperto passaggio al modo di vedere borghese. Ciò vorrebbe dire fare un passo decisivo verso la sottomissione del proletariato all’ideologia borghese, all’imperialismo borghese che oggi solleva la testa con particolare tracotanza» (“Il Congresso della Internazionale socialista di Stoccarda”).

La proposta della commissione fu bocciata al Congresso con 127 voti contro 108 e 10 astenuti; il Congresso era praticamente spaccato in due fra rivoluzionari e opportunisti.

Citiamo ancora Lenin:

     «Una classe di persone nullatenenti ma che non lavorano non è in grado di abbattere gli sfruttatori. Solo la classe dei proletari che mantiene tutta la società, ha la forza di fare la rivoluzione sociale. E una vasta politica coloniale ha portato a una situazione in cui il proletariato europeo viene in parte a trovarsi in condizioni tali per cui tutta la società non viene mantenuta con il suo lavoro, ma con il lavoro degli indigeni delle colonie (quasi schiavizzati). La borghesia inglese per esempio ricava più redditi dalle decine e centinaia di milioni di abitanti dell’India e di altre sue colonie che dagli operai inglesi. Questa situazione crea in determinati paesi la base materiale economica che permette allo sciovinismo coloniale di contagiare il proletariato».

L’Internazionale si espresse quindi contro il colonialismo:

     «La politica coloniale capitalista, per la sua stessa essenza, conduce necessariamente all’asservimento, al lavoro forzato, alla distruzione dei popoli indigeni sotto il regime colonialista (…) La missione “civilizzatrice” proclamata dalla società capitalista è solo un pretesto per mascherare la sete di conquista e di sfruttamento. Lontano dall’incrementare la capacità produttiva delle colonie essa distrugge le loro naturali ricchezze attraverso lo stato di miseria e schiavitù in cui riduce le loro popolazioni. Il colonialismo aumenta l’onere degli armamenti e i pericoli di guerra, e i socialisti sono tenuti ad assumere in tutti i parlamenti un inflessibile atteggiamento di opposizione al servaggio ed allo sfruttamento dominanti in tutte le colonie esistenti, a chiedere riforme che migliorino le condizioni di vita degli indigeni, a vigilare in difesa dei loro diritti e a lavorare con tutti i mezzi disponibili per la loro indipendenza».

Le frazioni di sinistra contro l’ondata opportunista

Abbiamo visto rapidamente le risoluzioni dei Congressi: in esse è sempre presente il problema dell’antimilitarismo, sebbene questa parola d’ordine sia o estremizzata e ridotta a una serie di reazioni e gesti individuali nella visione anarchica, o annacquata e immiserita in lotta parlamentare dal riformismo. Contro queste due deformazioni si batte “l’antimilitarismo” della sinistra russa, tedesca e italiana che, se nel primo periodo dell’Internazionale tollera parole d’ordine come arbitrato internazionale, abolizione degli eserciti permanenti ecc., è cosciente che la lotta contro la guerra e il militarismo borghese non si esaurisce in queste parole d’ordine, meno che mai se sostenute solo a livello parlamentare. Le forze di sinistra hanno ben presente che nell’epoca dell’imperialismo, allo scoppio della Prima Guerra mondiale, l’antimilitarismo deve trasformarsi in disfattismo rivoluzionario.

Vediamo alcuni punti di questa battaglia teorica condotta dalla sinistra contro il riformismo e l’anarchismo circa la definizione del periodo storico.

Come abbiamo già detto nella prima parte di questo lavoro, con il 1871 per l’Occidente pienamente capitalistico si chiude il ciclo delle guerre borghesi progressive e di assestamento nazionale e il marxismo rivoluzionario si porta sul terreno delle lotte esclusivamente proletarie contro la borghesia; per il movimento di classe non si tratta più di schierarsi a fianco dell’uno o dell’altro esercito statale per abbattere ostacoli allo sviluppo del modo di produzione capitalistico perché ogni ritorno a forme economiche e di dominio preborghesi è ormai storicamente escluso.

Alla fase delle guerre di sistemazione nazionale segue un lungo periodo che spesso abbiamo definito “intermezzo idilliaco del capitalismo” che si protrae fino al 1914: mentre il capitalismo penetra tutto il mondo del suo modo di produzione, è un periodo di “pace armata” fra le metropoli e di continua guerra ai popoli delle colonie.

In questa fase, che intercorre fra la Comune di Parigi e il 1914, il militarismo diviene l’asse portante della vita economica e sociale del capitalismo; alla sua funzione esterna di conquista dei mercati nelle aree extra-europee, unisce una funzione interna di repressione di ogni moto di classe.

L’esercito di mestiere, ormai insufficiente, viene sostituito dappertutto con l’esercito di leva nella prospettiva di guerre sempre più estese. L’esercito è formato nei gradini inferiori della scala gerarchica principalmente da proletari, che vengono annientati psicologicamente e spesso fisicamente (vedi articoli de “L’Avanguardia”) dal sistema di disciplina e di obbedienza, che mira a distruggere in loro ogni sentimento di classe e a trasformarsi in macchine da guerra e in carne da cannone.

L’attività antimilitarista diventa uno dei cardini dei partiti socialisti. Citiamo da Lenin:

     «È eccezionalmente difficile e talvolta addirittura impossibile svolgere il lavoro di propaganda fra i soldati che si trovano in servizio effettivo. La vita di caserma, la rigorosa sorveglianza, le rare licenze complicano ancor più i contatti con il mondo esterno; la disciplina militare, l’assurdo addestramento atterriscono i soldati; le autorità militari fanno tutti gli sforzi per eliminare dal “gregge” ogni idea viva, ogni sentimento umano, per inculcargli sentimenti di cieca obbedienza, di assurda e selvaggia avversione per i nemici “esterni” e “interni” (…) È quindi assai più difficile accostare il soldato isolato, ignorante, atterrito, distaccato dall’ambiente naturale, educato alle opinioni più selvagge sul mondo circostante che non i giovani in età di leva, i quali vivono ancora nell’ambito della famiglia e degli amici e sono strettamente collegati agli interessi generali. La propaganda antimilitarista tra i giovani operai offre dappertutto ottimi risultati. La qual cosa assume un grande rilievo. L’operaio che entri nelle file dell’esercito già socialdemocratico cosciente costituisce un pessimo punto di appoggio per chi detiene il potere» (“La propaganda antimilitarista e le unioni della gioventù operaia”).

Citiamo ancora da “Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi”, da “L’Avanguardia” 11/1914.

     «Il militarismo è l’avversario più temibile della nostra propaganda appunto perché non si avvale della persuasione, ma si basa sulla costituzione di un ambiente forzato e artificiale, nel quale i rapporti di vita sono completamente diversi da quelli dell’ambiente ordinario. Il lavoratore fatto soldato, sottratto alla vicinanza degli amici, parenti, conoscenti, tolto alla vita dell’officina, vede soppresso il suo diritto a discutere, mozzato il proprio individuo, annullata la sua libertà, e si trasforma fatalmente in un automa, in un balocco nelle mani della disciplina. Il richiamato che veste la casacca ritorna automaticamente sotto l’influsso dell’ambiente militare. Il più piccolo gesto di ribellione è pagato con la morte. La diserzione è praticamente impossibile. La rivolta collettiva esigerebbe un concerto e un’intesa irraggiungibili. D’altra parte in poche ore il militare è trasportato altrove, in paesi che non conosce, fra commilitoni che in gran parte vede per la prima volta, manca di ogni notizia che non provenga dai suoi capi: una sola alternativa di salvezza gli resta: ubbidire ciecamente e battersi contro il nemico nella speranza della vittoria».

È nel periodo della Seconda Internazionale che il marxismo deve scontrarsi contro la prima ondata dell’opportunismo nelle file del movimento proletario: il revisionismo di Bernstein e di Jaurés che influenzeranno parecchio l’Internazionale. Termini che con il proletariato sembravano non aver più nulla a che fare vengono ripescati. Il potente grido di Marx e Engels “gli operai non hanno patria” viene stravolto:

     «Il proletariato non si trova fuori della patria. Quando il Manifesto comunista di Marx-Engels formulò nel 1847 la frase famosa, così spesso ripetuta e sfruttata in ogni senso “i lavoratori non hanno patria” non si trattava che di una boutade appassionata, una replica del tutto paradossale e d’altronde infelice alla polemica dei patrioti borghesi che denunciavano il comunismo come distruttore della patria (…) Un po’ di internazionalismo allontana dalla patria, molto internazionalismo riavvicina ad essa, un po’ di patriottismo allontana dalla Internazionale, molto patriottismo vi riconduce (…) L’esercito così costituito ha come esclusivo obbiettivo quello di difendere contro ogni aggressore l’indipendenza e il suolo del paese. Ogni guerra è criminale se non è manifestamente e certamente difensiva, se il governo del paese non propone al governo straniero con il quale è in conflitto di regolare il conflitto stesso con un arbitrato» (Jaurés, “La Nuova Armata”, 1911).

Rosa Luxemburg combatte queste posizioni opportuniste:

     «Qui troviamo a base di tutto l’orientamento politico questa famosa distinzione fra guerra offensiva e guerra difensiva che ha svolto fino ad oggi un grande ruolo nella politica estera dei partiti socialisti ma che in funzione dell’esperienza degli ultimi decenni dovrebbe puramente e semplicemente essere messa al bando» (“Recensione a La Nuova Armata”, 1911).

È Lenin appoggiato dalla sinistra tedesca che al Congresso di Stoccarda attacca la destra e gli opportunisti sul problema dell’antimilitarismo:

     «A un polo si trovano i socialdemocratici tedeschi del tipo di Vollmar. Essi ritengono che, se il militarismo è figlio del capitalismo, se le guerre sono l’inevitabile compagno di strada dello sviluppo capitalistico, allora non è necessaria alcuna specifica attività antimilitaristica. Proprio così si è espresso Vollmar al Congresso di Essen. Sul problema della condotta dei socialdemocratici in caso di guerra, la maggioranza dei socialdemocratici tedeschi, con Bebel e Vollmar alla testa, si attiene con energia alla tesi che i socialdemocratici devono difendere la propria patria dall’attacco e prendere parte a una guerra “difensiva”. Questa posizione ha spinto Vollmar a Stoccarda a dichiarare che: “tutto l’amore per l’umanità non ci può impedire di essere dei buoni tedeschi” e ha indotto il deputato socialdemocratico Noske a proclamare al Reichstag che, in caso di guerra contro la Germania “i socialdemocratici tedeschi non saranno alla coda dei partiti borghesi e impugneranno il fucile”, dopo di che a Noske è bastato fare un solo passo per dichiarare: “noi vogliamo che la Germania sia armata quanto più è possibile” (…)
     «La posizione di Vollmar, di Noske e degli altri dell’ala destra che la pensano come loro è viltà opportunistica. Se il militarismo è creatura del capitale e scompare col capitale, come essi hanno sentenziato a Stoccarda e in special modo a Essen, non sarebbe neppure necessaria una specifica azione antimilitaristica, che non avrebbe ragione di essere. Ma, si obbiettava a Stoccarda, anche la soluzione radicale della questione operaia o della questione della donna, per esempio, è impossibile fino a che sussiste il regime capitalistico, e tuttavia noi lottiamo per la legislazione operaia, per estendere i diritti civili alle donne, ecc. La propaganda specificatamente antimilitaristica deve essere svolta con tanta più energia quanto più frequenti si fanno i casi di ingerenze delle forze armate nella lotta fra capitale e lavoro e quanto più evidente diviene l’importanza del militarismo non soltanto nella lotta odierna del proletariato ma anche nel futuro, al momento della rivoluzione sociale» (“Il militarismo militante”).

Contemporaneamente, oltre alla lotta all’antimilitarismo riformista il marxismo lotta contro l’anarchismo e l’anarco-sindacalismo che hanno una notevole influenza fra le masse operaie. La loro propaganda ed azione antimilitarista, pur essendo più combattive di quelle del revisionismo, non sono meno dannose per il movimento proletario.

Lenin, polemizzando con Hervé. scriveva nel 1907:

     «Il famigerato Hervé che ha fatto molto rumore in Francia e in Europa ha sostenuto su questa questione un punto di vista semianarchico, proponendo ingenuamente di rispondere a qualsiasi guerra con lo sciopero e l’insurrezione. Da un lato non capisce sia che la guerra è un prodotto necessario del capitalismo, sia che il proletariato non può rifiutarsi di partecipare a una guerra rivoluzionaria, giacché simili guerre sono possibili e ce ne sono state nelle società capitalistiche. D’altro lato non capisce che la possibilità di “rispondere” alla guerra dipende dal carattere della crisi che la guerra stessa provoca. Da queste condizioni dipende la scelta dei mezzi di lotta; inoltre questa scelta deve consistere (è questo il terzo punto delle incomprensioni o della stoltezza dell’herveismo) non in una mera sostituzione della pace alla guerra, ma nella sostituzione del socialismo al capitalismo. L’importante non è soltanto impedire lo scoppio della guerra, ma utilizzare la crisi da questa generata per affrettare l’abbattimento della borghesia» (“Il Congresso socialista di Stoccarda”).

Lenin pur criticando l’anarchismo attacca contemporaneamente il riformismo e prosegue:

     «Ma dietro tutte le assurdità semianarchiche dello herveismo si cela una cosa praticamente giusta: dare una spinta al socialismo nel senso di non limitarsi ai soli mezzi di lotta parlamentari, di sviluppare nelle masse la coscienza della necessità di metodi di azione rivoluzionaria in connessione con le crisi che la guerra porta inevitabilmente con sé, nel senso infine, di diffondere nelle masse una più viva coscienza della solidarietà internazionale degli operai e della falsità del patriottismo borghese».

E su questo punto attacca Vollmar:

     «In questo errore è incorso principalmente Vollmar. Con la straordinaria fatuità dell’uomo innamorato di un parlamentarismo stereotipato, si è scagliato contro gli Hervé, non accorgendosi che con la sua ristrettezza e aridità, proprie dell’opportunismo, spingeva una piccola corrente viva ad accettare l’herveismo, nonostante l’assurdità teorica e l’insensatezza dell’impostazione del problema da parte dello stesso Hervé. Non capita forse che a una nuova svolta del movimento le assurdità teoriche celino una qualche verità pratica? E questo aspetto della questione, l’invito ad agire in conformità con le nuove condizioni della futura guerra e delle future crisi, è stato sottolineato dai socialdemocratici rivoluzionari e specialmente da Rosa Luxemburg nel suo discorso».

Il tradimento del 4 agosto 1914

Dal 4 agosto i socialisti di entrambi i fronti predicano la solidarietà con lo Stato nazionale in guerra, rispolverando il concetto di patriottismo abolito definitivamente per il proletariato dal Manifesto. Solo pochi gruppi di socialisti si salvano dalla catastrofe del socialsciovinismo.

Lenin e i bolscevichi e con loro il gruppo tedesco Die Internazionale e la Sinistra italiana difesero la tradizione del marxismo rivoluzionario ribadendo il carattere imperialista della guerra, la condanna senza appello di ogni forma di unione sacra e di alleanza nazionale e rivendicando la lotta disfattista interna del partito proletario contro ogni Stato ed esercito in guerra. Con la parola d’ordine di trasformare la guerra imperialista in guerra civile si ha la possente riaffermazione dei principi dell’internazionalismo rivoluzionario.

Con il 4 agosto l’Internazionale si sfascia:

     «La Seconda Internazionale, che è riuscita in 25 anni a compiere un lavoro estremamente importante e utile di diffusione del socialismo e di organizzazione preparatoria, iniziale, elementare delle sue forze, ha compiuto la sua funzione storica ed è morta vinta dall’opportunismo.
     «L’epoca “pacifica” durata decenni non è passata senza lasciare traccia: ha generato inevitabilmente l’opportunismo in tutti i paesi, assicurandogli la supremazia fra i “capi” parlamentari, sindacali, dei giornali, ecc. Non c’è paese in Europa in cui non vi si stata, in una forma o nell’altra, una lunga e ostinata lotta contro l’opportunismo, che tutta la borghesia appoggiava in mille modi per corrompere e indebolire il proletariato rivoluzionario» (“Sciovinismo morto e socialismo vivo»).

E ancora Lenin:

     «Tutti consentono che l’opportunismo non è un fatto casuale, non è un peccato, non un errore o un tradimento di singole persone, ma il prodotto sociale di tutto un periodo storico. Ma non tutti riflettono sul significato di questa verità. L’opportunismo è il frutto del legalitarismo. Nel periodo 1889-1914, i partiti operai dovevano utilizzare la legalità borghese. Al sopraggiungere della crisi, si sarebbe dovuto passare al lavoro illegale (e ciò non era possibile senza la massima energia e risolutezza congiunta a tutta una serie di astuzie di guerra). Per impedirlo è bastato un solo Sudekum, perché alle sue spalle – storicamente e filosoficamente parlando – vi è tutto il “vecchio mondo”, perché egli, Sudekum (in linguaggio politico-pratico) ha sempre rivelato e rivelerà sempre alla borghesia i piani di guerra del suo nemico di classe» (“Il fallimento della Seconda Internazionale”).

Ricordiamo che il 29 luglio 1914 Sudekum, membro socialdemocratico della commissione del Reichstag per gli armamenti e già da tempo in contatto con il cancelliere Hollweg, scriveva a quest’ultimo una lettera in cui a nome di Ebert, Braun, Muller, Bartel e Fisher, assicurava che non erano programmate azioni di lotta.

Vediamo dalle seguenti citazioni di Lenin, tratte sempre da “Il fallimento della Seconda Internazionale”, come il socialsciovinismo sia l’espressione più matura delle tendenze opportuniste presenti nell’Internazionale e come esso trovi in parte le proprie radici nell’incapacità dell’opportunismo di comprendere il passaggio ad una mutata situazione storica, incapacità che gli è data dalla necessità di mantenere i privilegi acquisiti.

     «Da questo scaturisce la domanda posta sopra: come si lotta contro il socialsciovinismo? Il socialsciovinismo è l’opportunismo talmente maturato, talmente rafforzato e divenuto così insolente nel lungo periodo del capitalismo relativamente “pacifico”, così definito ideologicamente e politicamente, così strettamente congiunto alla borghesia e ai governi, che non si può tollerare la permanenza di tale corrente all’interno dei partiti operai socialdemocratici. Se si può ancora sopportare una suola debole e sottile quando si deve camminare sui marciapiedi moderni di una piccola città di provincia, non si può fare a meno di suole doppie e bene chiodate quando si va in montagna. Il socialismo europeo è uscito dallo stadio relativamente pacifico e dagli angusti confini nazionali. Con la guerra 1914-1915, esso è giunto allo stadio dell’azione rivoluzionaria, e la completa rottura con l’opportunismo e la sua esclusione dai partiti operai sono assolutamente mature.
     «S’intende che da questa definizione dei compiti che stanno davanti al socialismo, nel nuovo periodo del suo sviluppo mondiale, non si deduce ancora immediatamente e esattamente con quale rapidità e in quali forme si svolgerà precisamente nei diversi paesi il processo della scissione dei partiti operai socialdemocratici rivoluzionari da quelli opportunisti piccolo-borghesi. Ma da essa scaturisce la necessità di rendersi conto chiaramente che tale scissione è inevitabile e di orientare appunto in questo senso tutta la politica dei partiti operai.
     «La guerra del 1914-1915 è una così grande svolta nella storia, che i rapporti con l’opportunismo non possono rimanere quali erano per il passato. Non si può far sì che non sia stato ciò che è stato: non si può cancellare dalla coscienza degli operai, né dalla esperienza della borghesia, né dalle conquiste politiche della nostra epoca in generale il fatto che gli opportunisti, nel momento della crisi, sono stati il nucleo di quegli elementi dei partiti-operai che sono passati dalla parte della borghesia.
     «L’opportunismo, se lo consideriamo su scala europea, è restato giovane, per così dire, fino allo scoppio della guerra. Con la guerra esso è giunto definitivamente alla virilità e non è possibile renderlo nuovamente “innocente” e giovane. Si è formato tutto uno strato sociale di parlamentari, di giornalisti, di burocrati del movimento operaio, di impiegati privilegiati e di alcune categorie proletarie, che si è fuso e adattato alla propria borghesia nazionale, la quale ha ben saputo apprezzarlo e “adattarselo”. Non si può far girare all’indietro né arrestare la ruota della storia: si può e si deve andare avanti intrepidamente, passare dalle organizzazioni legali operaie esistenti, prigioniere dell’opportunismo, alle organizzazioni rivoluzionarie della classe operaia, capaci di non limitarsi alla legalità, capaci di proteggersi dal tradimento opportunista, a una organizzazione del proletariato che conduca la “lotta per il potere”, la lotta per l’abbattimento della borghesia» (“Sciovinismo morto e socialismo vivo”).

Queste potenti citazioni di Lenin ci danno un quadro chiarissimo delle connessioni fra opportunismo e sciovinismo e di come questo si nutra del parlamentarismo e del legalitarismo ad oltranza.

Anche la sinistra italiana, traendo la lezione dalla débâcle del 1914, dà un definitivo giudizio sulla tattica antimilitarista precedente:

     «La teoria e la propaganda dell’antimilitarismo prima di questa guerra si svolgevano prevalentemente in vista dell’interesse e della necessità proletaria di impedire e deprecare con ogni mezzo la guerra e di contrastare le nefaste conseguenze del militarismo in tempo di pace (spese per i folli armamenti, repressione armata dei movimenti operai, influenze perniciose della vita militare sulla gioventù, ecc.). Ma era stato lasciato troppo nell’ombra il problema di quello che i socialisti avrebbero dovuto fare, non già per scongiurare la guerra, ma per difendere le conquiste del proletariato e salvare dalla rovina il socialismo quando la guerra fosse già scoppiata.
     «L’errore di visuale consisteva nel pensare riformisticamente il problema dell’antimilitarismo (riduzione degli armamenti, nazione armata, arbitrato, ecc.), mentre il compito del socialismo non è di risanare la società borghese, bensì di affrettarne la demolizione ab imis fundamentis, risalendo cioè ai cardini del suo organamento economico. L’antimilitarismo non è quindi fine a sé stesso, ma è una delle facce dell’azione anticapitalistica del socialismo» (“Dal vecchio al nuovo antimilitarismo”, 1915).

E ancora:

     «Solo nel regime socialista (…) solo nella società senza classi saranno impossibili le guerre. Noi ripudiamo l’antimilitarismo riformista che sogna la nazione armata e non si accorge che l’evoluzione degli Stati borghesi, soprattutto dei più democratici, si svolge precisamente in senso opposto» (“Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi», 1914).

E ancora:

     «Il Socialismo dovrà trarre da queste gravi sconfitte vitali insegnamenti: rimettere su più salde basi l’azione antimilitaristica, rivedere in senso più rivoluzionario la sua azione parlamentare, così ricca finora di amare delusioni.
     «L’antimilitarismo classico si era prospettato poco, troppo poco, la situazione in cui i socialisti e le classi lavoratrici si sarebbero trovati nelle poche ore in cui la guerra da una minaccia diviene una realtà.
     «I socialisti avevano l’esperienza di crisi parziali, per guerre limitate o coloniali, come la guerra anglo-boera, quella russo-giapponese, quella libica (…) Ma il conflitto fra i più forti Stati del mondo, fra i paesi confinanti e preparati all’impiego dei metodi di offesa più spaventevoli, nel periodo angoscioso in cui i telegrammi cifrati che si scambiano i governi decidono della sorte di milioni di uomini, ha travolto in una crisi senza confronti tutte le opinioni, le tendenze, le previsioni, i propositi.
     «È troppo noto ciò che è avvenuto. Oltre a non aver potuto scongiurare la guerra – ciò che assolutamente non costituiva il fallimento del socialismo – i socialisti hanno nei principali Stati, e salvo poche eccezioni, pienamente solidarizzato coi rispettivi governi».

Verso l’avvenire

La tattica antimilitarista della maggioranza della Seconda Internazionale era quindi caratterizzata dalla necessità di deprecare ed impedire con ogni mezzo la guerra, una tattica di protesta e di denuncia tendente a contrastare le nefaste conseguenze del militarismo. I partiti occidentali si limitarono solo a una propaganda verbale contro la guerra ed il militarismo, il che dimostrò tutta la sua impotenza e sterilità allo scoppio del conflitto.

Si potrebbe dire che quel che accadde il 4 agosto era prevedibile perché troppo preponderante il peso della destra e dell’opportunismo in seno all’Internazionale, ma sarebbe riduttivo considerare l’Internazionale nel suo insieme come opportunista in ragione del 4 agosto, si rischierebbe di gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, ossia le tendenze sane.

A questo proposito citiamo Zinoviev che nell’articolo “La Seconda Internazionale e il problema della guerra: rinunciamo all’eredità?”, del 1916, polemizzava con Gorter appunto su questo argomento:

     «Non neghiamo con ciò la giustezza della severa caratterizzazione che Gorter fa dei capi che hanno dato il tono al Congresso di Basilea: sappiamo che gli opportunisti di tutti i paesi non credevano alla rivoluzione. Ci immaginiamo assai bene che cosa sia avvenuto nella cucina diplomatica della Seconda Internazionale in cui si è preparata la risoluzione di Basilea (…) Ma la questione principale sta nel fatto che il Congresso di Basilea parlò allora proprio alle masse lavoratrici. I lavoratori socialisti credevano allora a ogni parola dell’Internazionale e presero anche il Manifesto di Basilea per oro colato. Altra questione: perché gli stessi diplomatici dell’opportunismo hanno dovuto dire alle masse proprio tutto ciò e non altro, non quello che dicono adesso? (…) Il compito dei marxisti rivoluzionari consiste nel mostrare come, durante il quarto di secolo di vita dell’Internazionale, due tendenze di fondo abbiano in essa lottato, con alterni successi per il sopravvento: quella marxista e quella opportunista. Non vogliamo cancellare tutta la storia della Seconda Internazionale non rinunciamo a quanto vi era in essa di marxista»

Citavamo Lenin su questo:

     «Il voto del 4 agosto con cui la socialdemocrazia internazionale manifestava il suo allineamento al rispettivo imperialismo, costituì il rinnegamento degli impegni di Stoccarda e Basilea e non il corollario delle insufficienze e ambiguità rintracciabili subordinatamente in quelle risoluzioni. “Il crollo della Seconda Internazionale si espresse nel modo più significativo nell’inaudito tradimento della maggior parte dei partiti socialisti europei nei confronti dei propri convincimenti e delle loro solenni risoluzioni di Stoccarda e Basilea» (“Il crollo della Seconda Internazionale”, 1915).

Furono le frazioni di sinistra della Seconda Internazionale, il partito bolscevico russo, la Sinistra italiana, che sempre avevano innalzato la bandiera della ortodossia marxista di fronte alla guerra e indicato al proletariato la tradizionale impostazione programmatica e implicazioni tattiche, a riaprire il ciclo rivoluzionario verso l’avvenire.

La rivoluzione del 1905

Capitolo esposto alla riunione ad Ivrea, 2-3 febbraio 1985 [RG31]

Il primo segno ammonitore degli avvenimenti rivoluzionari del 1905 si ebbe con la “domenica di sangue”; era il 22 gennaio.

Continuando la tradizione del funzionario della polizia moscovita Zubatov, il quale aveva tentato, in definitiva senza riuscirci, di fondare associazioni sindacali non socialiste, sotto l’incoraggiamento e la protezione della polizia un prete chiamato Gapon aveva messo insieme una vasta associazione tra i lavoratori di Pietroburgo.

Gapon non era un agente provocatore della polizia nel senso ordinario della parola ma una personalità avventurosa e ambiziosa insieme che fu sospinta avanti dagli avvenimenti, altra dimostrazione di quanto la storia faccia gli uomini e non questi quella. Trotski tratteggia: «non ci sarebbe stato il 22 gennaio se Gapon non si fosse imbattuto in qualche migliaio di operai consapevoli, usciti dalla scuola socialista. Questi lo circondarono subito di un anello di ferro dal quale non avrebbe potuto sfuggire nemmeno se lo avesse voluto. E non lo volle. Ipnotizzato dal suo stesso successo, si abbandonò all’onda». Gapon era in contatto con intellettuali e radicali che tentarono di dare agli avvenimenti un corso a loro favorevole, ma i fatti si svolsero in assoluta coerenza in pochi giorni.

Il 16 gennaio scoppiò lo sciopero nelle officine Putilov di Pietroburgo, il 20 il numero degli scioperanti era già salito a 140 mila ed a Pietroburgo lo sciopero era divenuto generale con continue assemblee e comizi dell’Associazione Operaia di Gapon, assemblee dove gli operai esprimevano le loro rivendicazioni contro l’autocrazia zarista e le condizioni di miseria e di sfruttamento imposte dalla crisi economica: aumento dei salari, giornata di otto ore, libertà civili, suffragio universale… All’inizio, come nota Trotski nel suo “1905”, abbiamo quindi uno sciopero economico per un motivo occasionale, ma poi si allarga, abbraccia decine di migliaia di lavoratori e si trasforma in un fatto politico

L’energia rivoluzionaria del proletariato spinse avanti Gapon, capo dell’Associazione Operaia, fino alla famosa petizione indirizzata allo Zar. Incominciava:

     «Sovrano, noi, lavoratori, i nostri figli, le nostre donne, i nostri vecchi genitori infermi, siamo venuti da te, Sovrano, a cercare giustizia e protezione. Siamo ridotti in miseria, siamo oppressi ed aggravati da fatiche insostenibili, siamo insultati; non ci considerano come uomini, ci trattano come schiavi condannati a subire la loro sorte tacendo. E noi abbiamo sopportato; ma ci spingono sempre più avanti nel baratro della miseria, dell’asservimento e dell’ignoranza. Il dispotismo e la prepotenza ci soffocano: e noi siamo senza fiato. Non ne possiamo più, Sovrano! Siamo giunti al limite della sopportazione; per noi è arrivato quel terribile momento quando la morte è preferibile alla continuazione di insopportabili tormenti».

La sottomessa apertura vedeva subito la minaccia dell’azione di classe ergersi sopra le suppliche lamentose dei sudditi: dopo aver descritto le angherie ed i soprusi cui era sottoposto il popolo, dopo l’elenco delle rivendicazioni (aumenti salariali, 8 ore, libertà civili, convocazione dell’Assemblea Costituente mediante il suffragio universale) seguiva una profetica e minacciosa conclusione:

     «Ecco, Sovrano, i nostri più importanti bisogni con cui siamo venuti da te. Ordina e giura di soddisfarli e tu farai la Russia più forte e gloriosa, scolpirai il tuo nome nei cuori nostri e dei nostri posteri in eterno. Se non lo farai, se non ascolterai la nostra supplica, noi moriremo qui, in questa piazza, davanti al tuo palazzo. Noi non sappiamo più dove andare, non abbiamo altre possibilità. Ci sono rimaste solo due strade: o verso la libertà e la felicità, o verso la tomba. Indicaci, Sovrano, una di esse e noi andremo ciecamente per questa strada, anche se dovesse essere il cammino della morte. La nostra vita sia pure immolata alla Russia sofferente. Questo sacrificio non ci è grave: lo faremo volentieri».

Secondo le intenzioni di Gapon la petizione sarebbe stata consegnata allo Zar nel suo Palazzo d’Inverno il 22 da un corteo che avrebbe attraversato tutta Pietroburgo: i lavoratori si diressero verso il Palazzo in maniera pacifica, senza bandiere, senza comizi; avevano indosso i vestiti della festa e in alcune parti della città si portavano icone, gonfaloni e ritratti dello stesso Zar. I cortei dappertutto si imbattevano nelle truppe che erano supplicate, implorate di far proseguire la marcia. I cortei tentarono di aggirarle e, talvolta, anche di sfondare i picchetti. Invano. I soldati spararono tutto il giorno. I morti furono centinaia e centinaia, i feriti migliaia. Fu impossibile fare un calcolo preciso poiché la polizia portò via i cadaveri degli uccisi e li sotterrò nottetempo ma, quale che fosse il numero esatto, è certo che la concezione idilliaca dello Zar, padre severo ma benevolo del suo popolo, che la borghesia cercava di insinuare nel proletariato, ricevette in quel giorno un colpo decisivo.

L’effetto immediato della “domenica di sangue” fu l’intensificarsi delle agitazioni rivoluzionarie, che trovarono la loro più frequente espressione negli scioperi. Nel gennaio 1905 gli scioperanti furono 440 mila, più di tutto il decennio precedente, cifra enorme considerando che il numero totale di operai industriali non raggiungeva in Russia i due milioni. In alcuni grossi centri industriali tipo Riga, Varsavia, Lodz e Tallin gli scioperi furono accompagnati da scontri sanguinosi con le truppe e la polizia, preludio dei decisivi avvenimenti dell’autunno e dell’inverno successivi.

Il partito si prepara

Lenin commenterà da par suo i sanguinosi avvenimenti scrivendo il 7 febbraio 1905 in “L’inizio della rivoluzione in Russia”:

     «L’esercito ha avuto la meglio sugli operai disarmati, sulle loro donne, sui loro figli. L’esercito ha battuto il nemico, sparando sugli operai che s’erano gettati a terra. “Abbiamo dato loro una buona lezione”, dicono ora con ineffabile cinismo i servi dello zar e i loro lacchè europei della borghesia conservatrice.

     «Si, la lezione è stata grande! Il proletariato russo non la dimenticherà. Gli strati più impreparati e più arretrati della classe operaia, che credevano ingenuamente nello zar e, in buona fede, volevano consegnare pacificamente “allo zar in persona” le suppliche del popolo sofferente, hanno ricevuto una lezione dalla forza armata, comandata dallo zar in persona o da suo zio, il granduca Vladimir.

     «La classe operaia ha ricevuto una grande lezione di guerra civile; l’educazione rivoluzionaria del proletariato ha compiuto in un giorno più progressi di quanti ne avrebbe potuto compiere in mesi e anni di vita grigia, uniforme, rassegnata. La parola d’ordine dell’eroico proletariato pietroburghese: “Morte o libertà!” echeggia ora in tutta la Russia. Gli avvenimenti si sviluppano con sorprendente rapidità. A Pietroburgo lo sciopero generale si estende (…) La lezione di un giorno di sangue non può essere vana. La rivendicazione degli operai di Pietroburgo insorti – immediata convocazione di un’Assemblea Costituente, eletta con suffragio universale, diretto, uguale e segreto – deve essere fatta propria da tutti gli scioperanti. Immediato abbattimento del governo: ecco la parola d’ordine con la quale gli operai di Pietroburgo, e persino quelli che avevano avuto fiducia nello zar, hanno risposto al massacro del 9 gennaio [22 gennaio secondo il calendario gregoriano – n.d.r.]. Essi hanno risposto per bocca del loro capo, del pope Gheorghi Gapon che, dopo la sanguinosa giornata, ha detto: “Non abbiamo più zar. Un fiume di sangue divide lo zar dal popolo. Viva la lotta per la libertà!”.

     «Viva il proletariato rivoluzionario: diciamo noi».

Ed ancora, il 13 febbraio in “Giornate rivoluzionarie”:

     «Il governo ha spinto di proposito il proletariato a insorgere, provocando le barricate col massacro di inermi, per poi soffocare l’insurrezione in un mare di sangue. Il proletariato imparerà da questi insegnamenti militari del governo. E imparerà l’arte della guerra civile, poiché ha già cominciato la rivoluzione. La rivoluzione è una guerra. È l’unica guerra legittima, legale, giusta, è veramente una grande guerra fra tutte le guerre che conosce la storia, una guerra che non si combatte per gli interessi egoistici di un pugno di governanti e di sfruttatori come ogni altra guerra, ma nell’interesse della massa del popolo contro i tiranni, nell’interesse di milioni e di decine di milioni di sfruttati e di lavoratori contro l’arbitrio e la violenza».

Cerchiamo di chiosare, da scolari diligenti che niente vogliono innovare e mutare. È l’avversario che insegna al proletariato la lezione della guerra civile, gliela insegna mettendosi di traverso con la potenza del suo apparato repressivo, gliela insegna impedendogli la soddisfazione degli elementari bisogni di vita. Per questa semplice ragione diciamo noi che non può esistere, pena la perdita da parte del Partito di classe dei connotati suoi propri, una scissura fra la conduzione di una azione grande e la conduzione di una piccola: il partito deve accompagnare il proletariato nei suoi moti elementari, ma non deve adeguarsi alla sua spontaneità che pure è la indispensabile fonte di energia; accompagnandolo, deve anticipare e prevedere le inevitabili reazioni dell’avversario avendo tratto dagli avvenimenti tutte le possibili lezioni della controrivoluzione, mostrando come la sconfitta più cocente può rappresentare – in determinate condizioni – la base di un futuro e vittorioso assalto all’ordine costituito.

Per questo compito è essenziale che il proletariato comprenda, nell’azione, i limiti, tutti i limiti del suo precedente movimento. Il Partito – tesi tante volte affermata dalla Sinistra – non ha la possibilità di “fare” la rivoluzione secondo i suoi desideri e volontà, la rivoluzione nel suo determinarsi è un evento che ubbidisce a ciclopiche e materiali determinazioni di forze sociali anonime; il Partito la può e la deve invece antivedere e dirigere, estendendo la sua influenza fra le masse, applicando agli avvenimenti presenti tutte le lezioni dei passati assalti rivoluzionari, valutandone scientemente il “momento x”.

In questo suo difficilissimo compito, che è lontano mille miglia da pretese scolastiche ed intellettualistiche, ma che il Partito può assolvere solo se vive e lotta con la classe, il Partito è agevolato, schiatti ogni democraticismo, dalla politica apertamente repressiva dell’avversario di classe, che mettendo con la spalle al muro l’esercito proletario costringe la lotta politica e sociale a svilupparsi sul terreno dell’insurrezione armata. Qui Lenin intravede e comprende i rischi della politica rivoluzionaria nell’Occidente avanzato, senza zar e con una sperimentata ed abile democrazia politica. Scrive in “La dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” nell’aprile 1905:

     «Non esiste e non può esistere una sola forma di lotta, una sola posizione politica che non implichi dei rischi. Se non c’è l’istinto rivoluzionario di classe, se non si ha una concezione del mondo integrale e scientifica, se non c’è (sia detto senza offesa per i compagni neoiskristi) uno zar alla testa, allora diventano pericolosi la partecipazione agli scioperi, che può condurre all’economismo, la partecipazione alla lotta nel parlamento, che può degenerare nel cretinismo parlamentare, l’appoggio alla democrazia liberale degli zemstvo, che può condurre al “progetto di campagna degli zemstvo”».

Lenin tornerà sulla intera questione della preparazione dell’insurrezione che il crescere del movimento degli scioperi poneva come prossima e alla quale il Partito doveva abilitarsi. Durante il III Congresso del POSDR, che si svolse a Londra nell’aprile, Lenin presentò a nome della frazione bolscevica il “Progetto di risoluzione sull’atteggiamento verso l’insurrezione armata” il quale premette nel suo primo punto: «Il proletariato, essendo per la sua situazione la classe rivoluzionaria, è chiamato ad assolvere la funzione di capo e dirigente del movimento rivoluzionario democratico in Russia», considerazione che era una chiarissima stoccata contro le tesi mensceviche che intendevano il proletariato semplice fiancheggiatore e truppa del generale movimento borghese antizarista.

Sfocia poi nel lapidario punto tre che, dopo aver ribadito il carattere autonomo dell’azione proletaria, insiste sulla stretta connessione scioperi-insurrezione, la cui preparazione non poteva danneggiare la coscienza di classe proletaria, da preservare proprio in quanto si apprestava a partecipare ad un moto antizarista in cui si sarebbe inevitabilmente trovata a contatto con il generico movimento democratico borghese:

     «3) Il proletariato può svolgere questa funzione solo se si organizza, sotto la bandiera della socialdemocrazia, in una forza politica autonoma e interviene negli scioperi e nelle manifestazioni nel modo più unitario. Il III Congresso del POSDR dichiara che il compito di organizzare le forze del proletariato per la lotta diretta contro l’autocrazia, mediante gli scioperi politici di massa e l’insurrezione armata, e di costituire a tale scopo un apparato di informazione e direzione, è uno dei compiti principali del partito nell’attuale fase della rivoluzione, e incarica quindi il CC, i comitati e le unioni locali di preparare lo sciopero politico di massa, nonché di organizzare dei gruppi speciali per l’acquisto e la distribuzione di armi, per l’elaborazione di un piano insurrezionale e la direzione concreta dell’insurrezione armata. L’attuazione di questo compito non solo non deve danneggiare l’opera generale di risveglio della coscienza di classe del proletariato, ma deve invece contribuire ad approfondirla e a garantirne il successo».

Teoria e pratica della insurrezione

In altro Progetto, sempre sull’insurrezione armata scritto e presentato a fine aprile, Lenin ed i bolscevichi insistettero nel ribadire che la massa proletaria, ma anche la stessa compagine di Partito, deve allenarsi all’insurrezione, acquisendo praticamente l’esperienza militare della guerra civile.

E qui il centralista per antonomasia Lenin, ammonisce che questa esperienza, indispensabile alla compagine del Partito, non può essere appresa con corsi scolastici: stabiliti dal CC e dai centri locali i precisi limiti delle azioni armate, alla periferia del partito viene lasciata una certa libertà d’azione, una certa libertà nel misurarsi contro la potenza dell’apparato di repressione zarista.

Il Partito si allena alla rivoluzione? Si, in determinati svolti storici lo deve fare, ma, aggiungiamo, tale esperienza e tale allenamento non si può avere per le pensate o i desideri e le impazienze dei capi, fossero questi i più geniali; tale allenamento deve aversi in stretta connessione con il procedere del moto proletario e delle sue esigenze. Questo moto il Partito deve dirigerlo, specialmente nel delicato campo della questione militare, ma mai e poi mai può surrogarlo o suscitarlo con azioni volontaristiche.

Importanti spunti si traggono pure dal resoconto frammentario del discorso di Lenin sul problema dell’insurrezione armata, tenuto il 29 aprile. «Ha ragione anche il compagno Giarkov quando dichiara che non possiamo assolutamente non considerare che l’insurrezione esploderà comunque, a prescindere dal nostro atteggiamento», esclama Lenin permettendoci l’ennesima ribattitura di un vecchio chiodo: la rivoluzione non la suscita il Partito, nasce dalle intime contraddizioni di un modo di produzione, in determinate circostanze economiche e sociali che non dipendono dalle volontà di nessuno, il Partito ha però il compito di non far fallire l’inevitabile assalto rivoluzionario.

E qui il barricadero ma dialettico Lenin, che è favorevole al costituirsi di gruppi speciali di combattimento, è cauto sull’esito della lotta che si approssima: il proletariato doveva partecipare in prima fila alla rivoluzione democratica, ma il Partito da questo suo impegno di guidare la classe proletaria nella lotta non può trarre la conclusione, oltremodo ottimista, che senz’altro al proletariato ed al suo Partito sarebbe toccato un ruolo dirigente. Lenin non è mai stato un demagogo, profeta di facili vittorie: il proletariato e le altre classi sarebbero inevitabilmente scese nell’agone della lotta insurrezionale, ma solo per un complesso di rapporti di forza al proletariato ed al suo Partito sarebbe toccato il ruolo dirigente.

Lenin aveva gli occhi e la mente fissi alla vittoria del proletariato e del suo Partito ma sapeva bene che nessuno poteva fermare la storia, i suoi materiali verdetti e le inevitabili sconfitte, politiche, militari, economiche e sociali che hanno accompagnato ed accompagneranno l’ascesa di una nuova classe rivoluzionaria, sconfitte che vanno accettate come fonte di preziosi e necessari insegnamenti, sconfitte mille e mille volte da preferirsi alla rinuncia alla lotta, anche quando questa potrebbe svolgersi con evidenti sfavorevoli rapporti di forza:

     «Il proletariato inglese è chiamato ad attuare la rivoluzione socialista; su questo non vi sono dubbi. Ma è altrettanto indubbia la sua incapacità di realizzarla nel momento attuale, a causa della sua disorganizzazione sociale e dell’azione corruttrice della borghesia (…)

     «Non si può affermare in assoluto se l’esito della rivoluzione dipenderà dal proletariato. Lo stesso si dica della funzione dirigente. Nella risoluzione del compagno Voinov l’espressione è più cauta. La socialdemocrazia può organizzare l’insurrezione e può persino deciderne l’esito ma non si può stabilire in anticipo se le toccherà una funzione dirigente, perché dipenderà dalla forza e dalle capacità organizzative del proletariato. La piccola borghesia potrà essere organizzata meglio, e i suoi diplomatici potranno risultare più forti, meglio preparati. Il compagno Voinov è più cauto. Lui dice: “Tu potrai adempiere”; il compagno Mikhailov: “Tu adempirai”. Forse, il proletariato deciderà dell’esito della rivoluzione, ma non si può dirlo in assoluto. I compagni Mikhailov e Sosnovski sono caduti nell’errore che attribuivano al compagno Voinov: “Non ti vantare quando vai in guerra”. “Per assicurare… è necessario”, dice Voinov; e loro: “È necessario e sufficiente”.

     «Riguardo alla costituzione di gruppi speciali di combattimento posso dire che li ritengo indispensabili. Non abbiamo niente da temere della loro creazione».

L’esercito dello zar davanti alla rivoluzione

I mesi di maggio e giugno 1905 videro l’ondata degli scioperi continuare ed abbattersi sulla traballante struttura del regime zarista. La celebrazione del 1° Maggio coinvolse ben 220 mila operai e particolarmente decisivo fu lo sciopero dei 70 mila operai tessili di Ivanovo-Voznesenski che si protrasse per ben due mesi e mezzo e che vide per la sua direzione l’elezione di un soviet (consiglio) operaio. L’inizio giugno ebbe come importante moto di classe lo sciopero di massa e le dimostrazioni nella città polacca di Lodz che si trasformarono in una vera rivolta di strada. Per tre giorni, gli operai, armati con pietre e rudimentali armi, si scontrarono con truppe e polizia la cui decisa reazione provocò gravi perdite fra gli scioperanti. In segno di protesta per l’eccidio degli operai di Lodz scioperarono gli operai di Varsavia e di altre città polacche.

Ma l’avvenimento clamoroso dell’estate, un avvenimento che faceva il pari con la domenica di sangue del gennaio, fu l’ammutinamento della corazzata Principe Potëmkin di Tauride, una delle navi più potenti della flotta del Mar Nero. Il fatto avvenne il 14 giugno e prese le mosse dall’ordine dato dagli ufficiali di fucilare i capi di una protesta dei marinai ai quali si dava da mangiare carne guasta. Il plotone di esecuzione si rifiutò di sparare, alcuni degli ufficiali più invisi furono gettati a mare e la corazzata insorta, inalberata la bandiera rossa ed eletto un comitato di bordo con a capo un macchinista, fece rotta verso Odessa, paralizzata da uno sciopero generale. La corazzata era accompagnata da un cacciatorpediniere unitosi ad essa, spia di quanto la lealtà verso lo Zar della intera flotta del Mar Nero fosse in serio pericolo.

Non ci fu tuttavia un’azione comune fra i marinai insorti e gli scioperanti di Odessa, l’incertezza e l’irresolutezza sul da farsi fecero sfumare la favorevole situazione. La corazzata riuscì per ben due volte a rompere lo schieramento della flotta che le si dirigeva contro con l’ordine di farla arrendere o di affondarla; per paura di altri ammutinamenti la flotta zarista fu ricondotta al largo, il che non impedì ad un’altra corazzata, la Georgi Pobedonessez di tentare di unirsi agli insorti, tentativo fallito perché fu mandata in secca su un banco di sabbia dal sottufficiale a cui i marinai avevano affidato il comando.

Non vedendo vie di uscita, scosso il morale dei marinai della Potëmkin dopo undici lunghi giorni, esauritesi le scorte di carbone e di viveri, la corazzata salpò per la Romania dove l’equipaggio si arrese alle autorità locali a Costanza; era il 25 giugno 1905 ed il regime zarista aveva superato una nuova grave crisi che aveva minacciato di travolgere tutto.

Lenin il 10 luglio dedicò all’importante avvenimento un lungo articolo, “L’esercito rivoluzionario e il governo rivoluzionario”. Chiariva subito che era il corso spontaneo degli avvenimenti la base unica e sicura della preparazione insurrezionale, nella quale gioca il suo ruolo indispensabile l’azione cosciente del Partito, il quale ha il compito di favorire il passaggio a forme superiori della lotta, che come un fiume impetuoso erodeva e minava proprio l’esercito zarista, mille volte chiamato dalle autorità a reprimere i moti rivoluzionari:

     «L’insurrezione armata di tutto il popolo matura e si organizza dinanzi ai nostri occhi, sotto l’influenza del corso spontaneo degli avvenimenti. Non sono ancora lontani i tempi in cui l’unica manifestazione della lotta del popolo contro l’autocrazia erano le sommosse, cioè le rivolte non coscienti, non organizzate, spontanee, talvolta feroci. Ma il movimento operaio, come movimento della classe più avanzata, del proletariato, si è rapidamente sviluppato uscendo da questo stadio iniziale. La propaganda e l’agitazione coscienti della socialdemocrazia hanno fatto l’opera loro. Alle sommosse si sono sostituite la lotta organizzata degli scioperi e le dimostrazioni politiche contro l’autocrazia. Le feroci violenze dell’esercito hanno “educato” in alcuni anni il proletariato e la gente del popolo delle città, li hanno preparati a forme superiori di lotta rivoluzionaria. La criminosa e vergognosa guerra nella quale l’autocrazia ha gettato il popolo ha fatto traboccare la coppa della tolleranza popolare. Sono cominciati i tentativi di resistenza armata del popolo ai soldati zaristi. Si sono avute vere e proprie battaglie di strada fra il popolo e i soldati, battaglie sulle barricate. Il Caucaso, Lodz, Odessa, Libava ci hanno fornito negli ultimissimi tempi esempi di eroismo proletario e di entusiasmo popolare.

     «La lotta si è trasformata in insurrezione. La vergognosa funzione di carnefici della libertà, di ausiliari della polizia che si faceva compiere ai soldati non poteva non aprire a poco a poco gli occhi anche all’esercito zarista. L’esercito ha cominciato ad esitare. Dapprima vi sono stati casi isolati di insubordinazione, impeti di rivolta dei richiamati, proteste degli ufficiali, agitazione fra i soldati, rifiuti di singole compagnie o reggimenti di sparare contro i loro fratelli, contro gli operai; quindi una parte dell’esercito si è schierata con l’insurrezione».

La parte dell’esercito per prima schierata con l’insurrezione fu la Marina, mentre la Fanteria continuava in genere ad essere fedele al regime zarista. Lenin esclama: «il Governo zarista è senza flotta!», e questo non era certo per caso ma risultato da una parte dalla differente disciplina in vigore nei due corpi, dall’altra, e soprattutto, perché buona parte degli operai industriali, già toccati dalle idee sovversive, trovava posto nella marina anziché nella fanteria, che traeva gran parte dei suoi effettivi dalla classe contadina.

Lenin continuava mostrando come la ribellione della corazzata Potëmkin fosse il primo tentativo di costituire il nucleo dell’esercito rivoluzionario i cui distaccamenti sorgevano dallo stesso esercito zarista che, per la pressione dell’intero movimento antizarista, quasi si scindeva, con una sua parte che si schierava dalla parte della rivoluzione. Lenin, splendido teorico e splendido stratega della rivoluzione armi alla mano, ne traeva un lapidario insegnamento: la lotta era arrivata alla sua ultima fase quando cioè, aggiungiamo, ogni tentennamento va bollato come tradimento.

     «Nessuna repressione, nessuna vittoria parziale sulla rivoluzione potrà annullare l’importanza di questo avvenimento. Il primo passo è compiuto. Il Rubicone è stato varcato. Il passaggio dell’esercito dalla parte della rivoluzione rimane dinanzi a tutta la Russia e a tutto il mondo. Nuovi, più energici tentativi di costituire un esercito rivoluzionario seguiranno senza meno agli avvenimenti della flotta del Mar Nero. Sta a noi ora sostenere con tutte le forze questi tentativi; spiegare alle più vaste masse proletarie e contadine quale importanza abbia, per tutto il popolo, l’esercito rivoluzionario nella lotta per la libertà; aiutare i singoli distaccamenti di quest’esercito a innalzare la bandiera della libertà di tutto il popolo, bandiera che ha la forza di attirare la massa; unire le forze che devono schiacciare l’autocrazia zarista.

     «Sommosse, dimostrazioni, battaglie di strada, distaccamenti dell’esercito rivoluzionario: sono queste le fasi di sviluppo dell’insurrezione popolare. Siamo infine pervenuti all’ultima fase. Questo non significa, s’intende, che tutto il movimento si trovi già nel suo insieme in una fase superiore. No, nel movimento c’è ancora molta immaturità, negli avvenimenti di Odessa sono ancora evidenti i tratti della vecchia sommossa. Ma questo significa che i flutti più avanzati di questo torrente spontaneo sono già giunti alla soglia della “cittadella” dell’autocrazia. Questo significa che i rappresentanti più avanzati delle masse popolari sono già arrivati, non per considerazioni teoriche, ma sotto la pressione del movimento in sviluppo, ai compiti nuovi, superiori della lotta, della lotta definitiva contro il nemico del popolo russo.

     «L’autocrazia niente ha tralasciato per preparare questa lotta. Per anni ha spinto il popolo alla lotta armata contro l’esercito e adesso raccoglie quel che ha seminato. I distaccamenti dell’esercito rivoluzionario sorgono dallo stesso esercito».

Infine chiosiamo un’ultima citazione. Proprio perché il metodo del comunismo scientifico rifugge dalle cospirazioni militari, quando giunge il momento dell’assalto decisivo, quando le sue premesse sono maturate va messo all’ordine del giorno lo studio dell’intera questione militare, in tutti i suoi complessi aspetti. La forza decide e la forza deve manifestarsi con tecnica ed organizzazione militare appropriate che devono pregnare le masse e l’esercito rivoluzionario. E neanche questa volta Lenin sfugge al compito di fissare al Partito il reale svolgersi del processo rivoluzionario: le masse in moto saranno masse popolari, la rivoluzione è antizarista, il problema urgentissimo da risolvere è quello borghese della libertà, il moto è rivoluzionario ma anche democratico antifeudale.

     «Mesi di rivoluzione talvolta educano i cittadini in modo più rapido e completo che decenni di stasi politica. Il compito dei dirigenti coscienti della classe rivoluzionaria è di precedere sempre questa classe nell’opera di educazione, di spiegarle il significato dei nuovi compiti, di incitarla nella marcia verso la nostra grande meta finale. Gli insuccessi che inevitabilmente ci attendono, durante gli ulteriori tentativi di costituire l’esercito rivoluzionario e gli organismi del governo rivoluzionario provvisorio, ci insegneranno a risolvere praticamente questi problemi, faranno partecipare alla loro soluzione nuove e fresche forze popolari, che sono ancora latenti e inattive.

     «Prendete la questione militare. Nessun socialdemocratico che conosca più o meno la storia, per averla appresa da quel grande conoscitore di tale questione che era Engels, potrebbe mai dubitare dell’enorme significato delle cognizioni militari, dell’enorme importanza della tecnica e dell’organizzazione militare, come strumenti dei quali si giovano le masse popolari e le classi del popolo per risolvere i grandi conflitti storici. La socialdemocrazia non si è mai ridotta a giocare alla congiura militare, non ha mai messo in primo piano le questioni militari, fino a che non sono maturate le premesse d’una guerra civile. Ma oggi tutti i socialdemocratici hanno messo le questioni militari, se non al primo, a uno dei primi posti, hanno messo all’ordine del giorno lo studio di queste questioni e la loro conoscenza da parte delle masse popolari. L’esercito rivoluzionario deve valersi praticamente delle cognizioni militari e degli strumenti di guerra per decidere di tutto l’avvenire del popolo russo, per risolvere il primo, urgentissimo problema: il problema della libertà».

La rivoluzione istruisce

Con un altro poderoso articolo, “La rivoluzione istruisce” del 26 luglio, Lenin tornò a trarre le lezioni dagli avvenimenti di Odessa. Il “concreto” Lenin ebbe subito cura di mostrare come gli avvenimenti correnti fossero pienamente riconducibili a quelli passati e come quindi il metodo marxista permetta trarre dallo studio del passato e del presente le fertili lezioni della controrivoluzione, come dai necessari insegnamenti delle sconfitte si deve trarre la conferma della inevitabile futura lotta nella quale l’esercito rivoluzionario non rifarà gli stessi errori. Lenin deve, instancabile, ribadire un vecchio insegnamento marxista: le masse imparano dalle loro dirette esperienze, solo il partito ha la possibilità di trarre le lezioni dagli avvenimenti passati, di conservarle e di propagandarle, rappresentando così l’unica coscienza del movimento rivoluzionario. Le sconfitte insegnano ed un’epoca rivoluzionaria fornisce al Partito un materiale vivo che conferma o smentisce l’intero piano tattico elaborato. È pertanto solo rifacendosi all’intera esperienza del proletariato mondiale che la compagine del Partito può attendere a piè fermo gli avvenimenti, senza abbandonare la integerrima difesa dei principi, della teoria e del programma, per riflesso delle inevitabili illusioni e debolezze che accompagnano il reale percorso del moto di classe. La rivoluzione è morta! Viva la rivoluzione!

     «Così anche la rivoluzione russa fornisce quasi ogni settimana in copia eccezionale un materiale politico che permette di controllare le risoluzioni tattiche da noi precedentemente elaborate e di fornire i più efficaci insegnamenti su tutta la nostra attività pratica. Prendete i fatti di Odessa. Un tentativo di insurrezione terminato col fallimento. Un fallimento amaro, una grave sconfitta. Ma quale abisso divide questo fallimento nella lotta dai fallimenti che piovono sui vari signori Scipov, Trubetskoi, Petrinkevic, Struve e su tutto questo servidorame dello zar in cerca di meschine transazioni! Engels disse una volta: gli eserciti sconfitti imparano magnificamente. Queste bellissime parole tanto più valgono per gli eserciti rivoluzionari, nelle cui file affluiscono i rappresentanti delle classi avanzate. Fino a quando non sarà spazzata via la vecchia e già putrida sovrastruttura, che col suo marciume contagia tutto il popolo, ogni nuova sconfitta farà sorgere sempre nuovi eserciti di combattenti.

     «Naturalmente esiste l’ancor più vasta esperienza collettiva dell’umanità, che è scolpita nella storia della democrazia internazionale e della socialdemocrazia internazionale ed è ribadita dagli esponenti di avanguardia del pensiero rivoluzionario. Da essa il nostro partito attinge il materiale per la propaganda e l’agitazione quotidiana. Ma soltanto a pochi è dato di studiare direttamente questa esperienza, fintanto che la società è basata sull’oppressione e lo sfruttamento di milioni di lavoratori. Le masse devono imparare soprattutto dalla propria esperienza, pagando con duri sacrifici ogni lezione.

     «Dura è stata la lezione del 9 gennaio, ma essa ha reso rivoluzionario lo stato d’animo del proletariato di tutta la Russia. Dura è stata la lezione dell’insurrezione di Odessa, ma ormai esiste uno stato d’animo rivoluzionario, e su questa base, da questa lezione il proletariato rivoluzionario impara oggi non solo a lottare, ma anche a vincere. Dei fatti di Odessa diciamo: l’esercito rivoluzionario è stato sconfitto, viva l’esercito rivoluzionario!».

Fra gli avvenimenti di Odessa ed il nuovo violento deflagrare della guerra civile dell’inverno, che fu anticipata da potenti scioperi, la scena storica per un attimo si placò, come se i protagonisti prendessero fiato per un rinnovato slancio. La controrivoluzione zarista si illuse di aver assestato un colpo decisivo, ed infatti ripresero le azioni delle bande dei “Centoneri” che intendevano terrorizzare quartieri e città operaie.

Il periodo di relativa calma non fece però deflettere i bolscevichi e Lenin nella preparazione del Partito e delle masse all’insurrezione, un’insurrezione che il corso degli avvenimenti esigeva, che prorompeva dal sottosuolo economico e sociale, che come una forza viva scuoteva tutte le strutture sociali e politiche, che suscitava le stesse forze della controrivoluzione ad una lotta decisiva che non ammetteva neutrali. Scrive Lenin, “I Centoneri e l’organizzazione dell’insurrezione”, il 26 agosto:

     «Si possono e si devono condurre discussioni teoriche sulla necessità dell’insurrezione, si devono pensare profondamente ed elaborare con cura le risoluzioni tattiche sul problema, ma non si può dimenticare che il corso spontaneo delle cose si apre imperiosamente la strada, a dispetto di tutte le astrusità. Non si può dimenticare che lo sviluppo delle grandissime contraddizioni che per secoli si sono accumulate nella realtà russa prosegue con forza irresistibile, portando sulla scena le masse popolari, spazzando nel mucchio del ciarpame le morte dottrine sul progresso pacifico, già dei cadaveri. Tutti gli opportunisti amano dirci: imparate dalla vita. Per vita essi comprendono purtroppo soltanto il ristagno dei periodi pacifici, i periodi di stasi, quando la vita va avanti appena appena. Essi, questi uomini ciechi, comprendono sempre in ritardo gli insegnamenti della vita rivoluzionaria. Le loro morte dottrine si lasciano sempre oltrepassare dalla corrente impetuosa della rivoluzione, che esprime le esigenze più profonde della vita, alle quali sono legati gli interessi più vitali delle masse popolari (…).

     «Di fronte alle efferatezze della polizia, dei cosacchi e dei Centoneri contro cittadini inermi cresce e crescerà incessantemente il numero di coloro che, pur essendo estranei a qualsiasi “piano” e persino a ogni idea di rivoluzione, vedono, sentono la necessità della lotta armata. Non v’è altra scelta, tutte le altre vie sono chiuse. Non è possibile non pensare alla guerra e alla rivoluzione e rimanere indifferenti di fronte a quel che avviene oggi in Russia, e chiunque non lo rimanga pensa, si interessa, è costretto a chiedersi: schierarsi con l’una o l’altra parte armata? Vi bastoneranno, vi rovineranno, vi assassineranno, nonostante la forma arci-pacifica e legale fino alle minuzie della vostra azione. La rivoluzione non ammette che ci siano dei neutrali. La lotta già si è accesa. È una lotta a morte, la lotta tra la vecchia Russia della schiavitù, della servitù della gleba, dell’autocrazia e la nuova Russia, giovane, popolare, la Russia delle masse lavoratrici che anelano alla luce e alla libertà, per cominciare poi ancora e ancora la lotta per la completa emancipazione dell’umanità da ogni oppressione e da ogni sfruttamento. Ben venga dunque l’insurrezione popolare armata!».

Le lotte dell’autunno-inverno costituirono il punto culminante degli avvenimenti del 1905. Come per il gennaio, anche esse partirono da un avvenimento apparentemente secondario: il 2 ottobre entrarono in sciopero i compositori della tipografia Sytin di Mosca per reclamare la riduzione della giornata lavorativa e includere nel cottimo delle mille battute i segni di interpunzione. I fatti così si snodarono: lo sciopero della tipografia Sytin portò al costituirsi della Unione degli operai tipo-litografici di Mosca e già la sera del 7 ottobre lo sciopero si estese a 50 tipografie. L’8 un’assemblea autorizzata di scioperanti elaborava un proprio programma di rivendicazioni, fatto che fece intendere alla polizia che era l’ora di scendere in campo contro lo “arbitrio” che minacciava la “libera iniziativa dei lavoratori”. Lo sciopero si estendeva però ad altri settori, come i fornai che entrarono in lotta così decisamente che 200 cosacchi del I Reggimento del Don furono costretti a prendere d’assalto la panetteria Filippov scontrandosi con gli scioperanti che oramai incominciavano ad avere nelle proprie file anche operai delle officine e dell’industria.

Il 15 ottobre i tipografi pietroburghesi decisero di dimostrare la loro solidarietà con i compagni di Mosca. E lo sciopero dei tipografi si intersecava con quello dei ferrovieri. Già il 3 si era aperta a Pietroburgo la “Consultazione” ufficiale dei deputati dei ferrovieri per trattare delle pensioni e ben presto la consultazione prese quasi l’aspetto di un congresso di delegati operai che accarezzava l’idea di uno sciopero generale per il 13 ottobre (1 ottobre del vecchio calendario), giorno previsto per la convocazione della Duma di Stato. Il Congresso, che originariamente doveva solo essere una manifestazione del sindacalismo ufficiale zarista, temeva azioni parziali che, come nei mesi passati, sarebbero incorse in fallimenti, cautela che fece rimandare l’idea dello sciopero per il 13.

I giorni 18, 19 e 20 ottobre videro molte tipografie riprendere il lavoro, uscire regolarmente i giornali e terminare molti scioperi nelle officine e nei cantieri. «Lo sciopero non aveva ancora deciso, rifletteva e tentennava», notava Trotski nella sua opera, per subito dopo vergare che in realtà lo sciopero si preparava ad estendersi in tutta la sua ampiezza, lasciandosi alle spalle ogni debolezza.

Dal 20 ottobre una dopo l’altra si fermavano le linee ferroviarie intorno a Mosca, la grande città era quasi isolata dal resto del paese. Il 22 in una riunione straordinaria del Soviet dei deputati dei ferrovieri di Pietroburgo vennero formulate ed immediatamente trasmesse per telegrafo a tutte le linee le parole d’ordine generali dello sciopero ferroviario: giornata lavorativa di otto ore, libertà civili, amnistia, Assemblea Costituente.

Facciamo parlare Trotski.

     «Lo sciopero comincia a comandare sicuro nel paese. Abbandona definitivamente ogni esitazione. Col numero cresce anche la sicurezza dei suoi partecipanti. Le esigenze rivoluzionarie di classe sono poste al di sopra delle necessità economiche di categoria. Sottrattosi ai limiti locali e professionali lo sciopero cominciò a sentirsi rivoluzione: e questo gli conferisce un’incredibile audacia (…) Soltanto per scopi strettamente personali si permette di venir meno al voto di inattività. Apre una tipografia quando gli occorrono i bollettini della rivoluzione, si serve del telegrafo per trasmettere le sue istruzioni, lascia passare i treni con i delegati degli scioperanti. Per il resto non ammette eccezioni: chiude stabilimenti, farmacie, negozi, tribunali (…) Si serve di ogni mezzo: invita, convince, scongiura, supplica in ginocchio (così come una donna-oratrice a Mosca sulla banchina della stazione della linea di Kursk), minaccia, spaventa, tira pietre, ed infine usa la pistola. Vuole raggiungere il suo scopo a qualunque costo. La posta è troppo alta: il sangue dei padri, il pane dei figli, la reputazione delle proprie forze. Un’intera classe è ai suoi ordini: e se una minima, insignificante parte di essa, fuorviata da coloro contro i quali essa combatte, intralcia il suo cammino, c’è forse da meravigliarsi se con una rude pedata lo sciopero la rimuove?».

Dal 20 ottobre lo sciopero dei ferrovieri si propagò così rapidamente che in pochissimi giorni le ferrovie russe, polacche, circaucasiche, transcaucasiche e siberiane erano bloccate, l’intero esercito delle ferrovie, 750.000 uomini, era sceso in lotta. Allo sciopero dei ferrovieri diedero ben presto il loro appoggio gli operai delle fabbriche e delle officine ed anche, dato che il movimento si ergeva contro l’assolutista regime zarista, le stesse “unioni sindacali” dell’intelligenza, giudici, avvocati, medici chiudevano i loro uffici cercando di seguire la tumultuosa marcia del proletariato industriale. Da Mosca e Pietroburgo, lo sciopero si estese alle più lontane regioni del paese, coinvolgendo tutti i settori del proletariato.

Nel corso dello sciopero, che minacciava di divenire generale – gli scioperanti furono stimati in 1 milione e 750 mila – si giunse ancora una volta alla lotta armata aperta, gli scioperanti eressero barricate, s’impadronirono di armi, si armarono ed opposero una resistenza se non sempre vittoriosa certo eroica. Combattimenti di barricate si ebbero a Charkov, Ekaterinoslav, Odessa e in tante altre città e centri proletari, lotta che però non era ancora la resa finale dei conti fra il movimento rivoluzionario e l’assolutismo zarista. Trotski giustamente, nel suo “1905”, notò: «Le giornate di ottobre rimasero nel complesso uno sciopero politico, una rassegna generale di tutte le forze di combattimento, le grandi manovre della rivoluzione: in ogni caso non una rivolta armata», una rivolta armata che gli avvenimenti ponevano come prossima ed a cui i bolscevichi si preparavano.

Prime lezioni del potente sciopero

Prendiamo dall’articolo di Lenin “L’ultima parola della tattica iskrista” del 17 ottobre una lunga significativa citazione:

     «Insurrezione è una grande parola. L’appello all’insurrezione è un appello estremamente serio. Quanto più complessa diventa la struttura sociale, quanto più elevata l’organizzazione del potere statale, quanto più perfezionata la tecnica militare, tanto più inammissibile è avanzare avventatamente questa parola d’ordine. E noi abbiamo detto più volte che i socialdemocratici rivoluzionari da tempo si sono preparati ad avanzarla, ma l’hanno avanzata come appello diretto solo allorquando non potevano sussistere incertezze sulla serietà, l’ampiezza e la profondità del movimento rivoluzionario, nessuna incertezza sul fatto che le cose si avviavano verso l’epilogo, nel vero senso della parola. Con le grandi parole bisogna andar cauti. Immense sono le difficoltà per trasformarle in grandi fatti. Ma proprio per questo sarebbe imperdonabile eludere queste difficoltà con frasi vuote, sottrarsi a compiti gravi con congetture maniloviste, vedere attraverso rosee finzioni le possibili “trasformazioni naturali” che portano a questi difficili compiti.

     «Esercito rivoluzionario: anche questa è una grande parola. La sua costituzione è un processo difficile, complesso e lungo. Ma quando vediamo che il processo è cominciato e che a strappi, frammentariamente, procede dovunque; quando sappiamo che senza tale esercito è impossibile l’effettiva vittoria della rivoluzione, dobbiamo formulare con energia e chiarezza questa parola d’ordine, dobbiamo propagandarla, farne la pietra di paragone per i problemi più attuali della politica. Sarebbe errato pensare che quando la rivoluzione, per le condizioni dello sviluppo economico-sociale, è del tutto matura le classi rivoluzionarie abbiano sempre la forza sufficiente per compierla. No, la società umana non è costruita in modo tanto razionale e “comodo” per gli elementi d’avanguardia. La rivoluzione può essere matura, e la forza dei suoi protagonisti può non essere sufficiente per realizzarla; allora la società imputridisce, e il suo stato di putrefazione si protrae talvolta per interi decenni.

     «È indubbio che la rivoluzione democratica in Russia è matura, ma hanno le classi rivoluzionarie le forze sufficienti per compierla? Lo deciderà la lotta, il cui momento critico si sta avvicinando con enorme rapidità se non ci ingannano numerosi indizi diretti e indiretti. La superiorità morale è indubbia, la forza morale è già grandissima; se mancasse naturalmente non si potrebbe nemmeno parlare di rivoluzione. È una condizione necessaria, ma non ancora sufficiente. Si trasformerà essa in una forza materiale capace di spezzare la resistenza estremamente seria (e non dobbiamo chiudere gli occhi su tale fatto) dell’autocrazia? Lo dimostrerà l’esito della lotta.

     «La parola d’ordine dell’insurrezione è la parola d’ordine che decide del problema della forza materiale, e la forza materiale nella civiltà europea moderna è soltanto la forza militare. Questa parola d’ordine non può essere avanzata fin quando non sono mature le condizioni generali per l’insurrezione, fin quando non si sono manifestati in modo preciso il fermento delle masse e la loro preparazione all’azione, fin quando le circostanze esteriori non hanno portato a una crisi palese. Ma poiché tale parola d’ordine è stata posta, sarebbe vergognoso tirarsi indietro, ritornare alla forza morale, ritornare ancora ad una delle condizioni dello sviluppo della base per l’insurrezione, tornare ancora ad una delle “trasformazioni possibili”, ecc. ecc. No, poiché il dado è tratto bisogna abbandonare tutte le scappatoie, bisogna esplicitamente e chiaramente spiegare alle più larghe masse quali sono ora le condizioni pratiche per una rivoluzione vittoriosa».

Lenin deve chiarire subito che il rivoluzionario non ha da escogitare motivi per stimolare o suscitare l’insurrezione, che questa deve nascere e svilupparsi per profondi processi all’interno stesso della struttura economica e sociale, che nessuna parola d’ordine o tattica può suscitare le condizioni dell’insurrezione, ma che al Partito spetta il compito di prepararsi gettando nella mischia il suo fondamentale apporto di volontà, chiarezza e prospettiva tattica e politica. A questo compito immenso il Partito deve prepararsi non certo con una ginnastica particolare fatta in casa, immaginando moti sociali che non si manifestano, ma partecipando al processo reale che si svolge indipendentemente da chicchessia, con la sua inevitabile zavorra di illusioni.

Non una “trasformazione naturale” porterà all’estremo e vittorioso assalto finale, decideranno fattori di forza e di decisione e chiarezza alla lotta, deciderà l’esercito rivoluzionario, cioè la forza militare del popolo rivoluzionario (Lenin non dimentica che si tratta di una rivoluzione antiassolutista) costituito dal proletariato e dai contadini armati, dai distaccamenti d’avanguardia organizzati formati dai rappresentanti di queste due classi, ed infine dai reparti dell’esercito zarista pronti a passare dalla parte del popolo. È questo per Lenin l’esercito rivoluzionario antizarista che deciderà della lotta che è oramai improcrastinabile, di fronte alla quale ogni esitazione e tentennamento è delittuoso e vero e proprio tradimento.

Lenin sa bene che, anche se le condizioni dello sviluppo economico e sociale suonano condanna al regime zarista, le classi rivoluzionarie (classi al plurale, il moto popolare vedrà il proletariato come uno e non unico protagonista) potrebbero anche non avere la forza sufficiente per adempiere al loro compito storico. Lenin vedeva chiaramente che il movimento antizarista aveva la simpatia della maggioranza delle classi medie ed intellettuali e anche di un non trascurabile numero di proprietari terrieri e di industriali che, cautamente, non osteggiavano le dimostrazioni operaie, di professionisti studenti e impiegati che approvavano ordini del giorno poco meno radicali di quelli degli operai industriali. Il carattere largamente popolare del movimento gli conferiva portata e slancio inusitati, il che faceva vacillare il governo zarista che si sentiva frantumare il terreno sotto i piedi, ma questa situazione storica significava anche che enormi sarebbero state le difficoltà per la piena affermazione del programma e dell’azione del proletariato rivoluzionario che da lì in avanti avrebbe scontato le debolezze e la fiacchezza delle mezze classi che, per la vittoria della stessa rivoluzione antizarista, avrebbe dovuto controllare e spingere sulla via della lotta armata.

Trotski ricorda che Plekhanov a Parigi nel 1889 aveva esclamato: «Il movimento rivoluzionario russo o trionferà come movimento operaio o non trionferà affatto» e l’ardente Leone lo citava a sostegno delle sue tesi sulla “rivoluzione in permanenza”. Lenin ed i bolscevichi dialetticamente non negavano tale prospettiva, ma anche previdero la possibilità di una rivoluzione interclassista nella quale senza l’apporto del movimento operaio l’atteggiamento antizarista delle altre classi sarebbe stato infecondo, che quindi la rivoluzione avrebbe visto in prima fila il movimento operaio ma insieme alla classe contadina, cioè la borghesia radicale, con l’obiettivo di distruggere l’ordinamento feudale e costruire capitalismo, le “basi del socialismo”, distruzione che in qualsiasi modo sarebbe stato un far girare in avanti la ruota della storia.

Le giornate dell’ottobre videro ancora la massa variopinta del popolo muoversi con tutte le sue fallaci illusioni e debolezze, il malcontento antizarista contagiava l’operaio come l’avvocatuccio di tendenze liberali, il contadino, i soldati e i marinai che reclamavano cibo migliore e una disciplina più mite. Fu la forza dell’ottobre ma anche la sua intrinseca debolezza, che poneva al Partito di classe il compito difficile di reggere nella difesa del programma, di non accodarsi alle ideologie liberali, di mantenere integra la sua prospettiva di svolgere fino in fondo, nella maniera la più radicale possibile la rivoluzione borghese, trampolino per quella proletaria internazionale.

Capitolo esposto alla riunione ad Ivrea, 2-3 febbraio 1985 [RG31]

Lo Zar “liberale”

Lo sciopero dell’ottobre dette un potente scrollone al regime zarista; lo Zar ed il Governo, smarriti e confusi, rimasti come fulminati e senza risorse (le comunicazioni fra Pietroburgo e la vicina Peterhof dove risiedeva la corte erano mantenute solo dai militari) cedettero ed il 30 ottobre 1905 fu pubblicato il Manifesto dello Zar in cui si concedeva come un dono le libertà politiche e la convocazione di una Duma legislativa, visto che la cosiddetta Duma di Bulyghin, annunciata ad agosto, con semplici funzioni consultive, non era riuscita a calmare la crescente agitazione.

Il conte Witte, nominato Primo Ministro, intuì subito come questa minima concessione avrebbe infranto il fronte dell’opposizione fra le forze liberali e quelle socialiste ed operaie; lo zarismo avrebbe potuto concentrarsi sul suo unico irriducibile avversario, la classe lavoratrice.

Trotski nota nel suo “1905” come il Manifesto e la promozione di Witte erano il risultato dell’incompiutezza della vittoria della rivoluzione, che il nemico non era stroncato ma che di fronte alla potente manifestazione dello sciopero – «Lo sciopero di ottobre fu la dimostrazione dell’egemonia del proletariato in una rivoluzione borghese e inoltre la dimostrazione della egemonia delle città in un paese prevalentemente rurale» – la reazione indietreggiava ma solamente per prepararsi ad un futuro contrattacco, una volta attirata a sé l’opposizione liberale e borghese, contro il movimento operaio e socialista che riprendeva l’attività legale.

Scriverà Lenin commentando a caldo il corso degli eventi, il 1 novembre in “Prima vittoria della Rivoluzione”:

     «La concessione dello Zar è effettivamente la maggior vittoria della rivoluzione, ma tale vittoria è ben lungi dal decidere le sorti di tutta la causa della libertà. Lo Zar è ben lungi dall’aver capitolato. L’autocrazia non ha affatto cessato di esistere. Si è soltanto ritirata, lasciando al nemico il campo di battaglia; si è ritirata dopo un combattimento di estrema asprezza, ma è ben lungi dall’essere sgominata; essa raccoglie ancora le sue forze, e al popolo rivoluzionario rimangono ancora da risolvere molti e gravi compiti di lotta se vuol portare la rivoluzione a una vittoria effettiva e completa».

E ancora:

     «Lo zarismo non può più soffocare la rivoluzione. La rivoluzione non può ancora schiacciare lo zarismo».

Commentiamo. Il proletariato rivoluzionario con la sua poderosa entrata in scena era riuscito a neutralizzare l’esercito che lo zarismo, nelle grandi giornate dello sciopero generale, non aveva potuto scatenare contro il movimento operaio; ma questi non era ancora riuscito a farlo completamente passare dalla parte della rivoluzione, unica garanzia di una definitiva vittoria. Il teorico Lenin sapeva bene che la decisiva battaglia finale era ancora da combattere, alla quale il proletariato doveva prepararsi:

     «Il comitato di sciopero, secondo i telegrammi pervenuti, chiede l’amnistia e la convocazione immediata dell’Assemblea costituente sulla base del suffragio universale.
     «L’istinto rivoluzionario ha suggerito immediatamente agli operai di Pietroburgo la parola d’ordine giusta: continuazione energica della lotta, utilizzazione delle nuove posizioni conquistate per continuare l’attacco, per annientare effettivamente l’autocrazia. E la lotta continua. Le assemblee diventano sempre più frequenti e numerose. La gioia e la fierezza legittime per la prima vittoria non ostacolano la riorganizzazione delle forze per portare a fondo la rivoluzione.
     «La sua vittoria dipende dal passaggio dalla parte della libertà di sempre più larghi strati della popolazione, dalla loro educazione e organizzazione. La classe operaia ha dimostrato con lo sciopero politico generale la sua gigantesca forza, ma dobbiamo fare ancora non poco lavoro tra gli strati arretrati del proletariato cittadino. Nel creare la milizia operaia, unica difesa sicura della rivoluzione, nel prepararci ad una nuova lotta più decisa, nel sostenere le nostre vecchie parole d’ordine, dobbiamo anche rivolgere un’attenzione particolare all’esercito. Le concessioni cui è stato costretto lo zar devono per forza di cose portare ancora più incertezza nelle sue file, e oggi, cercando di far partecipare i soldati alle assemblee operaie, intensificando l’agitazione nelle caserme, allargando i contatti con gli ufficiali, dobbiamo creare, accanto all’esercito rivoluzionario degli operai, quadri rivoluzionari coscienti anche nell’esercito, che ieri era ancora esclusivamente un esercito zarista, ma è oggi alla vigilia di divenire un esercito popolare.
     «Il proletariato rivoluzionario è riuscito a neutralizzare l’esercito, paralizzandolo nelle grandi giornate dello sciopero generale. Deve ora riuscire a farlo completamente passare dalla parte del popolo».

Il Comitato di sciopero degli operai di Pietroburgo a cui si riferiva Lenin si era intanto costituito in Soviet (Consiglio) dei deputati operai e sarebbe servito da modello a quelli di Mosca, Odessa e tante altre città.

Il 26 ottobre sera nell’Istituto Tecnologico della capitale si era svolta la prima assemblea del nascituro Soviet ed i 30-40 delegati degli operai in sciopero avevano inviato a tutti i lavoratori di Pietroburgo un appello allo sciopero generale politico e alla elezione di propri delegati:

     «La classe operaia ha deciso di far ricorso all’ultimo, potente strumento del movimento operaio mondiale: lo sciopero generale (…) Nei prossimi giorni in Russia si compiranno eventi decisivi. Essi determineranno per molti anni il destino della classe operaia, noi dobbiamo andare incontro a questi eventi con la massima preparazione, uniti nel nostro Soviet generale».

Trotski rileverà come questa straordinaria decisione fu presa – potenza del momento rivoluzionario e delle sue necessità – all’unanimità, senza discussioni di principio sullo sciopero generale, sui suoi metodi, fini, possibilità, problemi che invece susciteranno di lì a poco aspre polemiche nelle file della Socialdemocrazia internazionale. Il giovane rivoluzionario inneggiando alla “poderosa spinta delle forze spontanee della rivoluzione”, che dittava sul Soviet, intendeva affermare come dialetticamente la rivoluzione non è questione di forme e che solo in determinate svolte sociali lo stesso procedere degli avvenimenti, con le sue lezioni, permette la compenetrazione fra il Partito ed il proletariato e che solo in queste svolte la classe è classe per se stessa identificandosi con il programma rivoluzionario.

Un esempio: il 27 ottobre i tipografi inviarono i loro delegati al Soviet generale con questa impegnativa:

     «Riconoscendo l’insufficienza della sola lotta passiva, della sola astensione dal lavoro, deliberiamo di trasformare l’esercito della classe operaia in sciopero in un esercito rivoluzionario, ossia di organizzare al più presto le squadre di combattimento. Queste squadre dovranno occuparsi dell’armamento delle restanti masse proletarie, anche a costo di saccheggiare armerie e di sottrarre le armi alla polizia ed alle truppe, quando ciò sia possibile».

Si trattava della stessa decisione, dello stesso accalorato appello che Lenin lanciava dall’estero, di più, era la rivoluzione che imponeva al Partito e alla classe determinati compiti e mezzi, di parlare un’unica lingua, di muoversi come un sol uomo, che imponeva a capi e gregari di esporre esigenze storiche che solo con determinati mezzi potevano misurarsi con le forze della reazione.

Queste contavano come campione sul generale Trepov, il 25 ottobre nominato dallo zar Nicola a capo della Guarnigione di Pietroburgo, che aveva introdotto lo stato d’assedio di fatto nella capitale, con truppe a cavallo che spargevano il terrore mentre il resto della truppa occupava i principali punti strategici della città. Il generale si fregava le mani soddisfatto per il presentimento della imminente mischia, infatti due giorni dopo la nomina, il 27, comparve il suo famoso ordine: “Niente colpi a salve, non risparmiate le munizioni”, bellicoso proposito che fu invece neutralizzato dal procedere impetuoso dello sciopero, che si era dato un proprio organo di stampa per far sentire la sua audace voce. Le Izvestija (Le notizie), pubblicato dal Soviet di Pietroburgo, così rispose al Manifesto zarista:

«La costituzione dunque è stata concessa. È stata concessa la libertà di parola, ma la censura è rimasta intatta. È stata concessa la libertà della scienza, ma le Università sono occupate dalle truppe. È stata concessa l’immunità personale, ma le carceri sono piene di detenuti. È stato concesso Witte, ma è rimasto Trepov. È stata concessa la costituzione, ma è rimasta l’autocrazia. È stato concesso tutto, e non è stato concesso niente».

Il Soviet deliberava la continuazione dello sciopero generale, deludendo chi sperava in una tregua:

«Il proletariato sa ciò che vuole, e sa ciò che non vuole. Non vuole né il teppista Trepov né il sensale liberale Witte, né le fauci del lupo né la coda della volpe. Non desidera la nagaica avvolta nelle pergamene della costituzione».

Lenin in “L’epilogo s’avvicina” del 16 novembre, commentò da lontano i potenti avvenimenti:

     «La lotta si avvicina all’epilogo, alla soluzione del problema: rimarrà il potere effettivo nelle mani del governo zarista? Quanto al riconoscimento della rivoluzione, ormai tutti l’hanno riconosciuta. Da parecchio tempo l’hanno riconosciuta il signor Struve e gli osvobozdenstsy, ora l’ha riconosciuta il signor Witte, l’ha riconosciuta Nicola Romanov. Vi prometto quel che volete, dice lo zar, purché mi lasciate il potere, purché consentiate che a mantenere le mie promesse ci pensi io. A questo si riduce il manifesto dello zar, e si capisce che esso non poteva non spingere alla lotta decisiva. Concedo tutto fuorché il potere, dichiara lo zarismo. Tutto è illusione fuorché il potere, risponde il popolo rivoluzionario».

Ed in questa lotta a morte per il potere, Lenin vede bene come Trepov e Witte si diano la mano, come la spada e la carota difendano con diversi metodi il regime zarista contro cui si erge il Soviet, che valuta le intenzioni dell’avversario, le sue forze e debolezze:

     «Pietroburgo. Trepov si vendica dell’esultanza del popolo rivoluzionario (a causa delle concessioni strappate allo zar). I cosacchi commettono eccessi di ogni sorta. I massacri si intensificano. La polizia organizza apertamente i centoneri. Gli operai avevano intenzione di organizzare un’imponente dimostrazione per domenica 5 novembre (23 ottobre). Volevano che tutto il popolo rendesse omaggio alla memoria dei loro compagni caduti eroicamente nella lotta per la libertà. Il governo dal canto suo preparava un bagno di sangue. Preparava per Pietroburgo quello che su piccola scala era avvenuto a Mosca (massacro ai funerali di un capo degli operai, Barman). Trepov voleva approfittare del momento in cui non aveva ancora frazionato le sue truppe inviandone una parte in Finlandia, dal momento in cui gli operai si riunivano per manifestare e non per battersi.
     «Gli operai di Pietroburgo indovinarono le intenzioni del nemico.
     «La dimostrazione fu sospesa. Il comitato operaio decise di non organizzare la battaglia finale al momento che Trepov si era compiaciuto di scegliere. Il comitato operaio riteneva giustamente che, per tutta una serie di motivi (fra cui l’insurrezione in Finlandia), il differimento della lotta era svantaggioso per Trepov e vantaggioso per noi. E intanto si intensifica la preparazione dell’armamento. La propaganda fra le truppe fa progressi considerevoli. Si comunica che 150 marinai degli equipaggi della quattordicesima e diciottesima flotta sono stati arrestati e che negli ultimi dieci giorni sono stati presentati 92 rapporti contro ufficiali che avevano simpatizzato con i rivoluzionari. I manifestini che esortano l’esercito a passare dalla parte del popolo vengono distribuiti perfino alle pattuglie che “difendono” Pietroburgo (…) L’epilogo si avvicina. La vittoria dell’insurrezione popolare ormai non è più lontana. Le parole d’ordine della socialdemocrazia rivoluzionaria si realizzano con inattesa rapidità. Si dibatta Trepov tra la Finlandia rivoluzionaria e Pietroburgo rivoluzionaria, fra le regioni periferiche rivoluzionarie e la provincia rivoluzionaria. Provi a scegliersi anche un solo posticino sicuro per libere operazioni militari (…)

      «Lo sciopero politico generale in tutta la Russia ha compiuto magnificamente l’opera sua, facendo avanzare l’insurrezione, infliggendo terribili ferite allo zarismo, smascherando l’infame commedia dell’infame Duma. La prova generale è finita. Siamo, secondo ogni apparenza, alla vigilia del vero e proprio dramma. Witte affoga in un fiume di parole. Trepov in un fiume di sangue. Sono ormai troppo poche le promesse che lo zar potrebbe ancora fare».

Le masse risposero con disciplina alle indicazioni del Soviet di Pietroburgo, lo sciopero perdeva il suo spontaneo carattere battagliero per trasformarsi in una cosciente e colossale dimostrazione di sfiducia. Fu la provincia che per prima riprese il lavoro, il 1° novembre i lavoratori di Mosca terminavano lo sciopero ed il 4, alle ore 12, furono, ultimi, quelli di Pietroburgo a ritornare alle macchine ubbidendo disciplinati al loro Soviet.

Soviet e Rivoluzione

Soviet in russo significa semplicemente consiglio, consiglio appunto dei delegati delle fabbriche in sciopero, ed infatti Lenin, la prima volta, lo identificò con il comitato di sciopero. Fu la situazione eminentemente rivoluzionaria a far sì che lo sciopero travalicasse i suoi naturali ed immediati confini economici per divenire vera e propria arma della lotta rivoluzionaria del movimento proletario contro l’autocrazia zarista.

Il Soviet dovette – pena uno sconfessamento della sua natura di classe – accondiscendere alle intime esigenze del movimento operaio offrendo così alla storia la forma politica che clamorosamente sarebbe prevalsa dopo la rivoluzione bolscevica del 1917.

L’organizzazione del Soviet di Pietroburgo crebbe rapidamente per forza numerica ed autorità, diventando il centro di organizzazione rivoluzionario e operaio non solo di Pietroburgo ma di tutta la Russia; Soviet si costituirono in tutte le principali città, anzi in molte città minori ed in molte località industriali condizioni locali di comunicazione permisero una attività ancora più radicale rispetto al Soviet di Pietroburgo.

Il Soviet di Pietroburgo – ci soffermiamo su quello più rappresentativo al quale gli altri si adeguarono per funzioni e compiti – durante la sua breve esistenza esercitò una considerevole autorità, non ufficiale ma come un vero e proprio governo rivoluzionario. Non solo stabiliva le date d’inizio e di cessazione degli scioperi, pubblicava manifesti ed appelli, ma anche revocava gli ordini della amministrazione zarista, si impadroniva delle tipografie, pubblicava propri organi di stampa, difendeva gli interessi dei lavoratori organizzando il proletariato contro possibili azioni dei “centoneri”.

Il Soviet di Pietroburgo non ebbe una fisionomia politica determinata, includeva bolscevichi, menscevichi, Esse Erre e senza partito. Anche se maggioritari furono i menscevichi, la breve vita del Soviet – fu sciolto e tutti i suoi capi furono arrestati il 16 dicembre – sommata ad una relativa immaturità della situazione sociale e della lotta politica non permise una netta separazione dei diversi indirizzi esistenti nel campo operaio, come invece sarebbe accaduto nell’ottobre 1917.

Lenin, ancora all’estero quando si formò il Soviet di Pietroburgo, già durante il suo viaggio di ritorno in Russia scrisse sulla natura e le funzioni del Soviet, da “assente”, come si poteva leggere nell’articolo del 15-17 novembre stilato per l’organo bolscevico del POSDR, la “Novaia Gizn”. L’articolo, sotto forma di lettera, “I nostri compiti e il Soviet dei deputati operai”, sarà pubblicato però solo nel lontano 1940. Lenin scorgeva nel Soviet una duplice funzione: in quanto organizzazione sindacale il Soviet doveva tendere a includere nelle proprie file tutti gli operai, in quanto organizzazione politica doveva essere considerato un governo rivoluzionario provvisorio in embrione e organizzazione di lotta contro il Governo zarista. Scrive Lenin:

     «Il soviet dei deputati operai è nato da uno sciopero generale, in occasione di uno sciopero e per i suoi obiettivi. Chi ha diretto, chi ha condotto alla vittoria questo sciopero? Tutto il proletariato, nelle cui file vi sono, in minoranza per fortuna, anche operai non socialdemocratici. Quali obiettivi si prefiggeva lo sciopero? Obiettivi economici e politici a un tempo. Quelli economici riguardavano tutto il proletariato, tutti gli operai, in parte persino tutti i lavoratori, e non solo gli operai salariati. Gli obiettivi politici riguardavano tutto il popolo o, meglio, tutti i popoli della Russia. Essi consistevano nell’emancipazione di tutti i popoli della Russia dal giogo dell’autocrazia, dalla servitù feudale, dalla mancanza di diritti, dell’arbitrio poliziesco.
     «Procediamo. Doveva il proletariato continuare la sua lotta economica? Senza dubbio, su questo non vi sono, e non possono esservi, due opinioni tra i socialdemocratici. Bisognava combattere questa battaglia con i soli socialdemocratici o sotto la sola bandiera socialdemocratica? Non lo credo, e continuo ad attenermi all’opinione da me espressa (a dire il vero, in circostanze radicalmente diverse, ormai superate) nel “Che fare?”; penso cioè che sia sbagliato limitare l’adesione ai sindacati e la partecipazione alla lotta rivendicativa, economica, ai soli iscritti al partito socialdemocratico. Mi sembra che il soviet dei deputati operai, in quanto organizzazione sindacale, debba tendere a includere nelle proprie file i deputati eletti da tutti gli operai, gli impiegati, i domestici, i braccianti, ecc., da tutti coloro che vogliono e possono combattere insieme per migliorare l’esistenza del popolo lavoratore, da tutti coloro che posseggono la più elementare lealtà politica, da tutti tranne dai centoneri».

La questione del governo rivoluzionario provvisorio era giustamente considerata di importanza fondamentale per tutto lo svolgimento della rivoluzione russa. L’esperienza della rivoluzione europea e soprattutto della grande rivoluzione russa aveva dimostrato la necessità dell’esistenza di un organo dell’insurrezione popolare contro il vecchio regime, un organo che si proponesse come organo di governo; per il marxismo si trattava e si tratta di una questione di forza e non di forma, per cui gli elementi da riconoscere in tale organo di fronte alle esplosioni rivoluzionarie andavano ravvisati esclusivamente nella forza capace di opporsi al vecchio regime che per necessità storiche va abbattuto. Per Lenin il governo rivoluzionario provvisorio è l’organo dell’insurrezione che dirige politicamente l’insurrezione e che con il suo programma rivoluzionario unisce tutti gli insorti:

     «La lotta politica è pervenuta ormai a un tal grado di sviluppo che le forze rivoluzionarie e quelle della controrivoluzione si bilanciano, o quasi, che il governo zarista è già impotente a schiacciare la rivoluzione, e la rivoluzione non è ancora tanto forte da spazzare via il governo dei centoneri. La decomposizione del governo zarista è totale. Ma, imputridendo da vivo, esso contagia la Russia con il suo tossico cadaverico. Alla putrescenza delle forze zariste, controrivoluzionarie, è assolutamente indispensabile opporre subito, immediatamente, senza il minimo indugio, l’organizzazione delle forze rivoluzionarie. Quest’organizzazione si è sviluppata, soprattutto negli ultimi tempi, con eccezionale rapidità. Ne fanno fede la costituzione di distaccamenti dell’esercito rivoluzionario (le squadre di combattimento, ecc.), il rapido sviluppo delle organizzazioni socialdemocratiche di massa del proletariato, la creazione di comitati contadini da parte di contadini rivoluzionari, le prime libere assemblee dei nostri fratelli proletari in divisa da marinai e da soldati, che si sono aperti un varco sulla strada difficile e dura, ma giusta e luminosa, della libertà e del socialismo.
     «Manca solo ormai l’unificazione di tutte le forze effettivamente rivoluzionarie, di tutte le forze che già operano sul terreno della rivoluzione. Manca un centro politico panrusso, vitale, attivo, che abbia profonde radici nel popolo, goda dell’assoluta fiducia delle masse, sia dotato di un’impetuosa energia rivoluzionaria, abbia solidi legami con i partiti rivoluzionari e socialisti organizzati. Questo centro può essere creato soltanto dal proletariato rivoluzionario, che ha condotto nel modo più brillante lo sciopero politico e sta oggi organizzando l’insurrezione armata di tutto il popolo, che ha già in parte conquistato alla Russia la libertà e le sta oggi conquistando la completa libertà (…)
     «A mio giudizio, il soviet dei deputati operai, in quanto centro di direzione politica della rivoluzione, è un’organizzazione non troppo ampia: anzi, è troppo ristretta. Il soviet deve proclamarsi governo rivoluzionario provvisorio, o costituire un tale governo, mobilitando necessariamente nuovi deputati, eletti non solo dagli operai, ma anzitutto dai marinai e dai soldati, che si sono battuti dappertutto per la libertà, e poi dai contadini rivoluzionari, infine dagli intellettuali borghesi rivoluzionari. Il soviet deve eleggere il solido nucleo del governo rivoluzionario provvisorio e integrarlo poi con i rappresentanti di tutti i partiti rivoluzionari e di tutti i democratici rivoluzionari (ovviamente, solo rivoluzionari, non anche liberali).
     «Noi non solo non temiamo una composizione così ampia ed eterogenea, ma anzi l’auspichiamo, perché, senza l’alleanza tra il proletariato e i contadini, senza l’intesa combattiva tra i socialdemocratici e i democratici rivoluzionari, il pieno successo della grande rivoluzione russa è impossibile. Si tratterà di un’alleanza temporanea, legata a compiti pratici, immediati e chiaramente definiti, mentre a guardia dei più importanti e radicali interessi del proletariato socialista, a guardia dei suoi compiti ultimi, vi sarà sempre il Partito operaio socialdemocratico di Russia, autonomo e coerente con i suoi principi (…)
     «Ma noi dobbiamo tradurre in atto il programma rivoluzionario con le forze del popolo rivoluzionario, dobbiamo unificare al più presto queste forze mediante la proclamazione del governo rivoluzionario provvisorio da parte del proletariato. Naturalmente, questo governo potrà avere un sostegno reale soltanto nell’insurrezione armata. E, del resto, il governo progettato non sarà altro che l’organo dell’insurrezione che già matura e si sviluppa. Quando l’insurrezione non aveva ancora assunto proporzioni evidenti per tutti, proporzioni tangibili – diciamo così – era impossibile mettersi a creare in pratica un governo rivoluzionario. Ma oggi è indispensabile unificare politicamente l’insurrezione, organizzarla, darle un programma chiaro, trasformare i già folti distaccamenti dell’esercito rivoluzionario, che aumentano rapidamente di numero, in un sostegno e in uno strumento del nuovo governo effettivamente libero e popolare. La lotta è imminente, l’insurrezione inevitabile, lo scontro decisivo ormai molto vicino. È tempo di incitare apertamente il popolo a opporre allo zarismo in decomposizione il potere organizzato del proletariato, è tempo di indirizzare a tutto il popolo un manifesto in nome del governo rivoluzionario provvisorio, istituito dagli operai d’avanguardia».

I menscevichi, che pure furono i principali promotori del costituirsi del Soviet di Pietroburgo, consideravano invece il Soviet come un organo di per sé già di autogoverno, di conseguenza sostenevano non solo la adesione incondizionata a esso ma anche l’eliminazione di ogni differenziazione partitica al suo interno, posizione che, in definitiva, andava nel senso inverso della “trasformazione del soviet dei deputati operai in governo rivoluzionario”, cioè della preparazione della decisiva insurrezione.

Contro queste posizioni i bolscevichi, prima dell’arrivo di Lenin, presero una posizione insufficiente; essi infatti, in nome dell’indipendenza del Partito, essendo il Soviet un’organizzazione politica condizionavano la loro adesione alla direzione del Partito sul Soviet, non scorgendo nel Soviet l’embrione del governo rivoluzionario provvisorio in quella che era una rivoluzione borghese democratica. Lenin nello scritto già citato, da “assente”, aveva fatto sentire la sua voce ma non è senza significato che la sua lettera dovette attendere 35 anni per essere conosciuta:

     «Ma questo lato della questione, riguardante la lotta economica, è relativamente semplice e, forse, non suscita nemmeno particolari dissensi. Non si può dire lo stesso dell’altro lato del problema, cioè di quello che concerne la direzione e la lotta politica. A costo di sbalordire i lettori, devo tuttavia affermare subito che mi sembra sbagliato pretendere al soviet dei deputati operai l’accettazione del programma socialdemocratico e l’adesione al Partito operaio socialdemocratico di Russia.
     «Io credo che nella direzione della lotta politica siano allo stesso titolo assolutamente indispensabili oggi sia il soviet (trasformato nel senso che preciserò subito) sia il partito.
     «Sbaglierò, forse, ma credo (dai dati incompleti e puramente “libreschi” di cui dispongo) che sul piano politico il soviet dei deputati operai debba essere considerato come un governo rivoluzionario provvisorio in embrione. Credo che il soviet debba proclamarsi al più presto governo rivoluzionario provvisorio di tutta la Russia o creare (che è lo stesso, anche se in forma diversa) un governo rivoluzionario provvisorio (…)
     «Ci si domanda perché il soviet dei deputati operai non possa essere l’embrione di questo centro. Forse perché non ne fanno parte soltanto i socialdemocratici? Ma questo è un vantaggio. Abbiamo sempre sostenuto che è necessaria un’alleanza di lotta tra i socialdemocratici e i democratici rivoluzionari borghesi. Noi ne abbiamo parlato, e gli operai l’hanno realizzata. E hanno fatto bene.
     «Quando ho letto, nella Novaia Gizn, le lettera di alcuni compagni operai, aderenti al partito socialista-rivoluzionario, che protestavano contro la subordinazione del soviet a un solo partito, non ho potuto fare a meno di pensare che questi compagni operai avevano praticamente ragione su moltissimi punti. Naturalmente, noi dissentiamo da loro nel modo di vedere; naturalmente, non si può parlare di fusione tra i socialdemocratici e i socialisti rivoluzionari; ma non di questo si tratta. Secondo il nostro profondo convincimento, gli operai che condividono le opinioni dei socialisti-rivoluzionari e lottano nelle file del proletariato sono incoerenti, perché, mentre si battono per la vera causa proletaria, professano concezioni non proletarie. Contro questa incoerenza siamo tenuti a combattere, sul piano ideale, con la massima energia, ma in modo che non abbia a soffrirne l’imminente, urgente, concreta causa rivoluzionaria, a cui tutti aderiscono e che unisce tutti gli uomini onesti.
     «Noi continuiamo a ritenere non socialiste, ma democratiche rivoluzionarie, le concezioni dei socialisti-rivoluzionari. Ma, ai fini della lotta, siamo tenuti a marciare con loro, pur senza infirmare la piena autonomia del partito. Il soviet è un’organizzazione di lotta e tale deve essere. Sarebbe assurdo e pazzesco respingere i democratici rivoluzionari devoti e onesti nel momento stesso in cui si realizza la rivoluzione democratica».

Lenin rigorosamente insistette affinché la rappresentanza del Soviet non venisse ristretta e delimitata, come sostenevano anche i bolscevichi di Pietroburgo, ma allargata ed estesa fino a comprendere i rappresentanti rivoluzionari dei contadini e dei soldati che avessero accettato il programma della lotta a morte contro lo zarismo.

Dopo la repressione dell’insurrezione del dicembre 1905, nella Piattaforma per il congresso del POSDR del marzo 1906, Lenin presentò per i bolscevichi una risoluzione sui Soviet che significativamente seguiva quella sul governo rivoluzionario provvisorio e gli organi locali del potere rivoluzionario; fatta piazza pulita di tutte le indecisioni passate era un ponte gettato verso il vittorioso ottobre 1917.

     «I Soviet dei deputati operai
     «Considerando:
     «1) che i soviet dei deputati operai sorgono sul terreno degli scioperi politici di massa, come organizzazioni apartitiche delle vaste masse operaie;
     «2) che questi soviet si trasformano inevitabilmente, nel corso della lotta, sia per la loro composizione, in quanto includono gli elementi più rivoluzionari della piccola borghesia, sia per il contenuto della loro attività, in quanto da semplici organizzazioni per gli scioperi diventano organi della lotta rivoluzionaria generale;
     «3) che, in quanto questi soviet sono l’embrione del potere rivoluzionario, la loro forza e importanza dipendono per intero dalla forza e dal successo dell’insurrezione,
     «riconosciamo e proponiamo al congresso di riconoscere:
     «1) che il Partito operaio socialdemocratico di Russia deve aderire ai soviet apartitici dei deputati operai, costituendo immancabilmente gruppi molto forti di membri del partito all’interno di ogni soviet e orientando l’attività di questi gruppi in stretta connessione con l’attività generale del partito;
     «2) che l’istituzione di questi organi, al fine di estendere e approfondire l’influenza della socialdemocrazia sul proletariato e del proletariato sull’andamento e sull’esito della rivoluzione democratica, può essere affidata, in determinate circostanze, alle organizzazioni locali del partito;
     «3) che i più vasti strati di operai, nonché di rappresentanti della democrazia rivoluzionaria, soprattutto dei contadini, dei soldati e dei marinai, devono essere mobilitati nei soviet apartitici dei deputati operai;
     «4) che, nell’estendere l’azione e la sfera d’influenza dei soviet dei deputati operai, bisogna indicare che queste istituzioni saranno inevitabilmente condannate al fallimento, se non poggeranno sull’esercito rivoluzionario e non rovesceranno le autorità governative (se non si trasformeranno cioè in governi rivoluzionari provvisori); e che pertanto l’armamento del popolo e il consolidamento dell’organizzazione militare del proletariato devono essere considerati come uno dei compiti principali di questi organismi in ogni fase della rivoluzione».

Il primo movimento di reazione al Manifesto del 30 ottobre fu una sanguinosa ondata di pogrom che spazzò tutta la Russia, veri e propri massacri che si abbatterono con furia omicida su di un centinaio di località, con migliaia di morti. I pogrom scoppiavano sempre nello stesso modo. In una città cominciavano a circolare voci che era imminente un pogrom e già questa notizia richiamava tutti i teppisti, i rifiuti e la feccia della società; questi figuri insieme al ritratto dello Zar, alla bottiglia di vodka ed al vessillo tricolore patriottico costituivano gli accessori fondamentali del pogrom.

Con l’attiva cooperazione della polizia veniva organizzata una dimostrazione patriottica con ritratti dello Zar e icone, al canto di inni nazionali; in quella circostanza, non era difficile, di regola attaccar briga col primo passante, e quand’altro mancava un’occasione un agente provocatore era sempre pronto a sparare un colpo di rivoltella che immediatamente veniva interpretato come un attacco di ebrei ed era il segnale per invadere il quartiere con ogni genere di oltraggi e di violenze.

Trotskij con tutto il suo sdegno scriverà nel 1905:

     «Nei neri baccanali d’ottobre, di fronte ai quali gli orrori della notte di San Bartolomeo sembrano un’innocua finzione teatrale, in cento città si ebbero da 3.500 a 4.000 morti e sino a 10.000 mutilati. I danni materiali, che ammontavano a decine, se non a centinaia di milioni di rubli, furono di molto superiori alle perdite subite dai proprietari fondiari durante le agitazioni contadine (…) Così il vecchio regime si vendicava dell’umiliazione subita (…) Aveva reclutato le sue falangi dappertutto, negli angoli, nei vicoli, nei tuguri. Aveva chiamato al suo servizio il piccolo bottegaio e l’accattone, il bettoliere e il suo fedele cliente, il portinaio e lo spione, il ladro di mestiere ed il mariuolo dilettante, il piccolo artigiano ed il portiere della casa di tolleranza, l’affamato rozzo muzik ed il contadino inurbato da poco, stordito dal processo delle macchine industriali. La miseria incollerita, l’ignoranza desolante, la venalità degenere si posero sotto il comando dell’egoismo dei privilegiati e della anarchia degli alti funzionari».

Il vecchio regime si vendicava per essere stato costretto ad una pur minima concessione, scatenava e sosteneva pogrom antiebrei che avevano lo scopo di terrorizzare tutta la società e tutte le classi, innalzando a re il vagabondo al quale era assicurato ogni immunità. Il proletariato capì bene che l’ondata di pogrom aveva una diabolica morale: “Avete voluto la libertà: raccoglietene i frutti”, ed in moltissime città organizzò picchetti armati che opposero un’attività, ed in molti casi eroica, resistenza alle squadre nere; quando l’esercito si manteneva neutrale le milizie operaie arginavano facilmente le scorribande dei teppisti.

A Pietroburgo pogrom non ve ne furono e non certo per volontà delle centurie nere. Gli operai erano pronti a difendere la città e quando le voci si fecero più insistenti le masse proletarie si armarono come potevano, anche fabbricandosi armi bianche. Il Soviet organizzò una vera e propria milizia con regolari servizi notturni, ma in questo modo il proletariato ed il Soviet si armavano soprattutto contro il potere zarista che reggeva i fili delle centurie nere. Il governo lo capì e diede l’allarme. Scrive Trotskij:

    « A Pietroburgo ebbe quindi inizio un vero attacco contro la milizia operaia. Le squadre di combattimento venivano disperse, le armi confiscate. Ma intanto il pericolo del pogrom era passato per cedere il posto ad un pericolo incomparabilmente maggiore. Il governo aveva messo in congedo temporaneo tutte le sue formazioni irregolari. Si accingeva a fare entrare in campo i suoi scherani effettivi, i suoi cosacchi, i suoi reggimenti delle guardie; si preparava alla guerra lungo tutto il fronte del suo schieramento militare».

Un fucile per le otto ore

Abbiamo già detto che lo sciopero dell’ottobre non fu osteggiato dalla classe borghese e capitalistica, anzi una parte notevole degli imprenditori prese di fronte allo sciopero una posizione di benevola neutralità. Alle serrate non fu richiesto l’intervento delle truppe contro gli scioperanti e molti imprenditori pagarono il salario anche per tutto il periodo dello sciopero, una spesa straordinaria che valeva bene tirar fuori se fosse servita a far fiorire il “regime di diritto”. Ma il Manifesto dello Zar non acquietò il movimento operaio che aveva mostrato a tutte le classi la sua forza e risolutezza e naturalmente, come scritto nell’ordine delle cose, tutta la borghesia capitalistica ricominciò a prendere le distanze da un movimento operaio che la incalzava richiedendo aumenti salariali e riduzioni della giornata lavorativa. Interessi prosaici spinsero il capitale ad una rinsaldata alleanza con il governo zarista che continuava a reggere i cordoni della borsa e del credito bancario, indispensabili alla sopravvivenza di quasi tutte le industrie.

Il proletariato si ritrovava così solo nella sua lotta, era inevitabile che le altre classi urbane non potevano aiutarlo, né l’intelligenza, né gli studenti, né i circoli liberali, che all’inizio avevano civettato con le “mani callose”. Questo processo di separazione era irrimandabile perché non si trattava più della libertà di stampa, della lotta contro gli abusi polizieschi, neanche del suffragio universale ma solamente dei muscoli, dei nervi e del cervello dei proletari che il lavoro di fabbrica consumava.

Se nell’ottobre il proletariato si era battuto per le rivendicazioni di tutte le classi, adesso si sentiva tanto forte da presentare ai proprietari borghesi le rivendicazioni della sola sua classe, mai dimenticate. Già durante il grande sciopero dell’ottobre i delegati avevano avvertito che le masse non avrebbero accettato di tornare a lavorare alle stesse condizioni di prima ed infatti dall’8 novembre un quartiere di Pietroburgo anticipò il Soviet introducendo nelle proprie fabbriche la giornata lavorativa di 8 ore.

Era solo l’inizio. Il 10 novembre le maggiori officine metalmeccaniche di Pietroburgo cominciavano a lavorare anch’esse otto ore; il giorno dopo il Soviet, tra l’entusiasmo generale, invitava tutte le fabbriche ed officine ad introdurre di loro iniziativa il nuovo orario di lavoro.

Il 14 novembre, senza dibattito, tanto era la spinta delle masse, il Soviet proclamava lo sciopero dei lavoratori di Pietroburgo per il riconoscimento della giornata lavorativa di otto ore. Però, questa volta che gli scioperanti provocavano compatti e uniti padroni e Stato, il capitale assunse subito una posizione intransigente: la giornata lavorativa di otto ore non veniva concessa e se lo sciopero fosse proseguito gli industriali vi avrebbero risposto con la serrata.

Il capitale corse a mendicare aiuto al Conte Witte e di fronte al governo zarista i rappresentanti borghesi mostrarono quanto la democrazia fosse stanca degli scioperi. La democrazia voleva pace, tranquillità, lavoro, voleva – fuori da ogni metafora – che i cosacchi riuscissero a domare gli scioperanti. Aprendo la strada agli imprenditori privati, il governo zarista chiuse le officine statali facendo sempre più spesso disperdere dalle truppe le assemblee operaie. Con la serrata delle industrie statali una dopo l’altra anche le fabbriche ed officine private chiusero rispondendo così alla pretesa dei lavoratori che avevano oramai, di fronte a se stessi, solo due possibilità: o ritirarsi o lanciarsi verso la presa del potere, come avrebbero fatto poi nel 1917.

Nel 1905 il Soviet di Pietroburgo – meglio sarebbe dire il proletariato pietroburghese e russo, in cui ancora non si era affermata la consapevole guida dei bolscevichi – non era a tale altezza storica. Il Soviet sapeva di non poter lanciare il suo attacco finale, sapeva che questo momento non era giunto e che quindi per evitare una inutile sconfitta si doveva ordinatamente ritirare. Il 19 novembre, dopo 6 giorni di duro sciopero, il Soviet prese una decisione di compromesso: l’introduzione delle 8 ore non era più per tutti, e solo i lavoratori delle imprese per i quali sussisteva una qualche speranza di successo erano invitati a continuare la lotta. Ma non doveva bastare, in una drammatica seduta, il 25 novembre, il Soviet prese a schiacciante maggioranza la decisione di capitolare.

Nella sua risoluzione sottolineava come la coalizione del capitale con il governo zarista aveva trasformato la rivendicazione delle otto ore da questione riguardante Pietroburgo a questione riguardante tutto il proletariato russo, era trasmutata in una questione eminentemente politica che poteva risolversi solo con l’abbattimento del governo zarista e dei suoi alleati borghesi da parte del proletariato, diretto dal suo partito di classe, la cui azione cosciente non poteva venir surrogata nemmeno dal Soviet. Trotski nel suo “1905” non affronta questo fondamentale punto, è noto del resto che allora si sentiva distante sia dai bolscevichi sia dai menscevichi per conservare nel POSDR una posizione indipendente, ma il suo racconto è lucido nel mostrare come la lotta, con le sue immaturità certo ma anche con le sue tante inevitabilità, fu lezione che andrebbe mille volte riscritta per i tanti attivismi che impestano la schiera anche di chi intende richiamarsi alla Sinistra:

     «L’idea di introdurre in modo rivoluzionario la giornata lavorativa normale nella sola Pietroburgo, ed in appena ventiquattr’ore, può sembrare assolutamente fantastica. Un rispettabile tesoriere di una solida organizzazione sindacale potrebbe giudicarla persino folle. Ed in effetti appariva tale se osservata alla lente del “ragionevole”. Ma, nelle condizioni create dalla “follia” rivoluzionaria, aveva certamente una propria “logicità”. È vero, la giornata lavorativa normale nella sola Pietroburgo era un’assurdità. Ma, nelle intenzioni del Soviet, il tentativo pietroburghese avrebbe dovuto far insorgere il proletariato di tutto il paese. Certo, la giornata lavorativa di otto ore poteva essere attuata solo con l’ausilio del potere dello Stato. Ma il proletariato, allora, era in lotta proprio per la conquista del potere statale. Se avesse riportato la vittoria politica, l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore non sarebbe stata che il naturale sviluppo di un “fantastico esperimento”. Ma esso non vinse – ed in questo consiste naturalmente, la sua “colpa” più grave.
     «Tuttavia riteniamo che il Soviet abbia agito come poteva e doveva agire. In realtà non aveva scelta. Se, in virtù di una “realistica” visione politica, avesse gridato alle masse “indietro!”, queste non lo avrebbero ascoltato. Ma la lotta sarebbe scoppiata ugualmente, ed il proletariato non avrebbe avuto una guida.
     «In simili condizioni una sconfitta avrebbe provocato una totale demoralizzazione. Il Soviet intese diversamente il suo compito. I suoi elementi direttivi, in generale, non contavano su un successo concreto, pieno ed immediato della campagna. Tuttavia accettarono come un fatto il possente movimento spontaneo delle masse operaie e decisero di trasformarlo in una manifestazione grandiosa, mai vista prima di allora nel mondo socialista, in favore della giornata lavorativa di otto ore. I suoi risultati pratici, cioè la sensibile riduzione dell’orario di lavoro in moltissime industrie, vennero presto annullati dagli imprenditori. Ma il suo successo politico lasciò una traccia indelebile nella coscienza delle masse. L’idea della giornata lavorativa di otto ore divenne da allora tanto popolare tra gli strati più arretrati della classe operaia come certo non l’avrebbero resa anni di poderosa propaganda. Nello stesso tempo, questa rivendicazione si fuse organicamente con le parole d’ordine della democrazia politica.
     «Urtando contro la resistenza organizzata del capitale, dietro le cui spalle stava il potere statale, il proletariato fece di nuovo ritorno al problema del colpo di Stato rivoluzionario, della inevitabilità dell’insurrezione, della necessità di armarsi.
     «Il relatore del Comitato Esecutivo, difendendo in seno al Soviet la risoluzione della ritirata, fece in questi termini il bilancio della campagna: “Se non abbiamo conquistato la giornata di otto ore per le masse, abbiamo conquistato le masse per la giornata di otto ore. Ormai nel cuore di ogni operaio pietroburghese vive il suo grido di guerra: otto ore e un fucile!”».

Il giovane Trotski non ebbe la lucidità di Lenin nel fissare il drammatico momento della rivoluzione, che proprio per la decisa entrata in scena del proletariato vedeva ridursi la schiera dei suoi simpatizzanti, perdendo tra le fila dei borghesi e piccoli borghesi amicizie e solidarietà, finito oramai il tempo della unanimità popolaresca antizarista.

Dopo la fine dello sciopero, la Deliberazione del Soviet di Pietroburgo contro la serrata, del 27 novembre, avvertiva:

     «Cittadini, oltre centomila operai sono stati gettati sul lastrico a Pietroburgo e in altre città!
     «Il governo autocratico ha dichiarato guerra al proletariato rivoluzionario. La borghesia reazionaria si allea con l’autocrazia, nell’intento di costringere con la fame gli operai ad arrendersi e di disorganizzare la lotta per la libertà.
     «Il soviet dei deputati operai dichiara che l’inaudito licenziamento in massa degli operai è una provocazione da parte del governo. Il governo vuole costringere il proletariato di Pietroburgo a scontri isolati; il governo vuole avvantaggiarsi del fatto che gli operai delle altre città non sono ancora sufficientemente uniti a quelli di Pietroburgo; il governo vuole sgominare gli uni e gli altri separatamente.
     «Il soviet dei deputati operai dichiara che la causa della libertà è in pericolo. Ma gli operai non accetteranno la provocazione del governo. Gli operai si rifiuteranno di battersi nelle condizioni sfavorevoli nelle quali il governo vuole loro imporre la battaglia. Noi dobbiamo fare e faremo tutti gli sforzi per coordinare la lotta del proletariato di tutta la Russia, dei contadini rivoluzionari, dell’esercito e della marina, che già insorgono eroicamente per la libertà.
     «In forza di ciò, il soviet dei deputati operai delibera:
     «1) tutte le fabbriche chiuse devono essere riaperte immediatamente, e tutti i compagni licenziati devono essere riassunti (…)
     « 2) Il soviet dei deputati operai ritiene necessario fare appello alla solidarietà di tutto il proletariato di Russia perché sostenga questa rivendicazione e lo esorta, nel caso che ci si rifiuti di accoglierla, allo sciopero politico generale e ad altre forme energiche di lotta.
     « 3) Al fine di preparare quest’azione, il soviet dei deputati operai affida al comitato esecutivo l’incarico di entrare subito in contatto, mediante l’invio di delegati e con altri mezzi, con gli operai delle altre città, con i sindacati dei ferrovieri, dei postelegrafonici, dei contadini e con altri sindacati, nonché con l’esercito e con la flotta».


Lenin, dalla cui penna era uscita la Deliberazione, che aveva dovuto purtroppo rilevare come le province avevano risposto all’appello di Pietroburgo con molto minor calore rispetto al mese di ottobre, vedeva chiaramente come una oramai impaziente classe borghese e imprenditoriale voleva provocare il proletariato di Pietroburgo, un proletariato stremato dalla lotta combattuta nel passato, costringendolo ad un nuovo scontro, in condizioni questa volta a lui sfavorevoli. Nell’articolo del 28 novembre “Una provocazione fallita”, nel presentare la Deliberazione del Soviet Lenin esortava:

     «Oggi è più che mai importante concentrare tutti gli sforzi per unificare l’esercito della rivoluzione in tutta la Russia, risparmiare le energie, valersi delle libertà conquistate per svolgere un lavoro cento volte più grande di agitazione e organizzazione, prepararsi a nuove e decisive battaglie. Si allei pure l’autocrazia con la borghesia reazionaria! Voti pure la borghesia liberale (attraverso il Congresso dei rappresentanti degli zemstvo e delle città, tenutosi a Mosca) la fiducia a un governo che parla ipocritamente di libertà, mentre schiaccia con la forza delle armi la Polonia, per aver rivendicato le più elementari garanzie di libertà!
     «All’alleanza tra l’autocrazia e la borghesia dobbiamo opporre l’alleanza tra la socialdemocrazia e tutta la democrazia rivoluzionaria borghese. Il proletariato socialista tende la mano ai contadini che si battono per la libertà e li esorta all’assalto comune, concordato, in tutto il paese».

La democrazia rivoluzionaria in cui Lenin poneva fiducia era il movimento contadino, il “borghese radicale” di altri testi, era il muzik che, approfittando della debolezza dell’apparato statale zarista, occupava le terre e assaltava le proprietà terriere. Nel muzik, nerbo dell’esercito zarista, che fino ad allora la controrivoluzione non aveva osato lanciare contro il movimento operaio rivoluzionario e socialista, si incontravano in maniera decisiva le delicate e gravi questioni agrarie e militari, questioni dalla cui risoluzione – positiva o negativa – dipendeva in massimo grado l’esito della lotta finale, che sarebbe stato determinato da un lato dalla chiarezza teorica e tattica del partito di classe, dall’altro dal maturare di mille e mille condizioni materiali, dei rapporti economici, sociali e politici tra le classi.

La battaglia antimilitarista della Sinistra Socialista in Italia

Esposto alla riunione generale del maggio 1984 [RG29]

I

L’agitazione antimilitarista del PSI comincia ai primi del ‘900, molto prima che si sia delineata la frazione di sinistra. Gli intransigenti di allora, tra i quali troviamo personaggi come Rigola, Labriola, Ferri, si facevano portavoce dell’odio delle masse proletarie contro il regio esercito, che tradizionalmente raccoglieva “vittorie” sul fronte interno massacrando senza pietà durante gli scioperi e le dimostrazioni proletarie e contadine. Ma nelle formulazioni della loro propaganda si intrecciavano motivi contraddittori: alla protesta contro gli eccidi e contro il brutale trattamento dei proletari-soldati, si univa la rivendicazione fatta allo Stato borghese di un esercito che veramente scaturisse dal popolo (il popolo in armi), la richiesta di democratizzazione e di umanizzazione dell’esercito, di arbitrato in caso di conflitto, di destinare le spese militari ad opere benefiche. In generale non viene visto il militarismo come un prodotto moderno, necessario della società borghese, ma come un retaggio del passato, una stortura da correggere.

Ecco in proposito alcuni brani da due articoli di A. Labriola, poi massone, bloccardo, interventista:

     «Primieramente noi intendiamo dire il pensiero nostro sull’esercito del maggio 1898. Noi siamo di coloro che non dimenticano. I macelli scellerati ed impuniti di allora, hanno segnato nella nostra memoria un ricordo indelebile e cosciente. I flaccidetti e anemici rappresentanti di quegli uccisi si sdilinquiscano pure nei soliti luoghi comuni sull’esercito che sarebbe il popolo stesso in armi (e gli ufficiali?). Noi no! (…) spetta alla frazione rivoluzionaria del nostro partito richiamare energicamente la campagna alle sue tendenze risposte congenite» (”Avanguardia Socialista”, Milano, 15 febbraio 1903).
     «L’assetto presente dell’Europa, ove non è determinato dagli aggruppamenti nazionali, è figlio della conquista e della violenza monarchica. I vari sistemi di alleanza escogitati e attuati dalla infernale abilità degli uomini politici, o hanno lo scopo di mantenere e conservare questo assetto oppure di sostituirvi un sistema diverso non già fondato sulla rivendicazione del diritto nazionale, ma su una nuova oppressione nazionale (…) Il Partito Socialista si leva fieramente contro questo barbaro trionfo della violenza armata. Esso non accetta del passato macabre eredità di sangue (…) Duplice o triplice di cui si tratti, il partito Socialista non ha per esse nessuna simpatia. Soltanto opponendosi alle varie combinazioni della dominante politica internazionale, esso ha il diritto di attaccare alla sua radice il militarismo che è in un certo senso l’efflusso ed in un altro la causa di questa situazione. Certe posizioni si accettano in blocco. E francamente quando i conservatori affermano che, data la presente situazione dell’Europa quale è determinata dalle conquiste napoleoniche e dalle successive rivoluzioni nazionali, sarebbe imperdonabile leggerezza disarmare, non è che essi abbiano tutti i torti. Solo ribellandosi al fatto compiuto e respingendo i risultati degli eventi storici in ciò che essi costituiscono un ostacolo allo sviluppo della civiltà e della democrazia e proponendosi di modificarli, si ha il diritto di condurre coerentemente la campagna antimilitarista. In caso opposto non è possibile respingere gli sberleffi dei conservatori. Il gruppo parlamentare socialista, accettando la Triplice e approvando la politica estera della dinastia, si è messo in condizioni di non fare pigliare sul serio la propria campagna antimilitarista. Tu l’as volu Georges Dandin!» (”Avanguardia Socialista”, Milano, 1 marzo 1903).

A proposito dei limiti del primo antimilitarismo, scrivemmo nel 1915, dopo gli accapi sopra riportati dall’articolo “Dal vecchio al nuovo antimilitarismo”:

     «Solo la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio renderà impossibili i conflitti fra le nazioni, così il Manifesto dei Comunisti. Si era invece pian piano diffuso il concetto che la guerra, anche in regime borghese, fosse impossibile». (“Avanti!” del 12 febbraio 1915.

È la federazione giovanile, attraverso il suo organo “L’Avanguardia” che conduce la più coerente battaglia antimilitarista, non soltanto con la polemica e la propaganda, ma anche con tentativi di agitazione, come la manifestazione antimilitarista del 6 ottobre 1907, promossa dal Comitato centrale della Federazione e dalla Lega nazionale futuri coscritti, e con il costante sforzo di mantenere il collegamento tra i proletari nelle officine e quelli in divisa e di portare anche dentro le caserme la propaganda socialista. Ecco uno dei tanti manifesti ai coscritti:

     «Ai partenti, Compagni, Lavoratori, coscritti! (…) Voi sapete di avere un nemico formidabile, voi conoscete questo nemico e non occorre che lo andiate a cercare nella patria di altri lavoratori come voi: questo nemico è il capitalismo (…) l’esercito infatti non è che uno strumento in mano alla borghesia per tenervi avvinti ai ceppi della schiavitù e dello sfruttamento (…) Noi non v’incitiamo alla diserzione (…) Noi vi ricordiamo però i vostri imprescindibili doveri di uomini e di appartenenti alla classe operaia: voi non sparerete sui vostri fratelli» (6 ottobre 1907, Federazione Italiana giovanile socialista, Lega futuri coscritti della classe 1887).

Ne ”L’Avanguardia” vengono costantemente denunciate le angherie e le sopraffazioni che il proletario-soldato subisce nelle caserme, luoghi di degradazione morale e materiale, e viene sempre ricordato che per il soldatino strappato con la forza al suo lavoro, il corpo degli ufficiali non rappresenta altro che gli sfruttatori in divisa. Non si tralascia occasione poi per mettere in ridicolo la tronfia e sanguinaria retorica militarista, nelle sue più care tradizioni:

     «Il nostro esercito vittorioso! L’esercito regolare agli ordini di Carlo Alberto fu ignominiosamente sconfitto nella prima campagna a Custoza e a Novara; vinse con Vittorio Emanuele II nella battaglia di Solferino; fu sconfitto di nuovo a Custoza, mentre sul mare cadevano orgogli e speranze nelle acque di Lissa. La vittoria maggiore, Solferino, fu ottenuta con l’aiuto delle armi francesi (…) a Solferino su 2.313 morti degli alleati, erano italiani 691; su 12.162 feriti erano italiani 3.572; su 276 dispersi vi furono (ohimè) 258 italiani (…) la Lombardia fu conquistata dunque con armi francesi (…) Parma, la Toscana e le Legazioni scacciarono per loro conto i padroni e si unirono col plebiscito al regno d’Italia; la Venezia fu regalata da Napoleone III che l’aveva ottenuta dall’Austria dopo Sadowa; tutto il regno napoletano fu il magnifico dono di Garibaldi. La breccia di Porta Pia fu la parodia di una battaglia e si narra che il generale Cadorna recitasse il rosario mentre sparava il cannone. Noi dobbiamo dunque la patria a queste istituzioni militari? E dopo il 1870? Oh! dopo la storia si fa assai più triste, ogni sua pagina è tutt’altro che gloriosa! Dopo venne l’Africa di cui Adua e Abba Carima sono le tappe vergognose. Cosicché questo militarismo, considerato al lume positivo della storia non può contare che quelle vittorie le quali cominciarono da Fantina e da Aspromonte e si seguirono ininterrotte a Caltavuturo, a Candela, a Barrafranca, a Giarratana, a Castelluzzo, a Grammichele, a Taurisano, non contro nemici d’oltre confine, ma contro fratelli della stessa patria» (“L’Avanguardia”, 29 settembre 1907).

Il 25 settembre 1907 si svolse a Bologna il primo Congresso della Federazione Giovanile.

     «Sull’antimilitarismo si affermò che si dovesse fare propaganda perché, nei conflitti tra capitale e lavoro, i soldati non eseguissero mai l’ordine di sparare sugli scioperanti, e circa l’azione internazionale ci si richiamò a quella dei partiti socialisti, pur invocando la possibilità di una “simultanea azione” dei soldati dei vari paesi belligeranti» (“Storia della Sinistra”, vol. I, pag. 58).

L’anno successivo, nell’agosto 1908, si svolge a Reggio Emilia il secondo Congresso della Federazione giovanile. Qui viene approvato un ordine del giorno che impegna i giovani socialisti di far «opera preparatoria nel proletariato affinché sia pronto ad impedire le guerre ricorrendo a qualunque mezzo (…) in conformità ai deliberati del Congresso di Stoccarda» del 1907.

In proposito, la nostra “Storia della Sinistra” commenta:

     «Richiamo tanto più notevole in quanto, al Congresso di settembre dello stesso anno, il partito “adulto” non troverà neppure il tempo di discutere di “socialismo e antimilitarismo”, e Bacci dovrà quindi ritirare la sua mozione su questo tema, che d’altra parte non faceva cenno dei deliberati di Stoccarda, in cui non solo si chiamava il proletariato alla lotta contro la guerra, ma si legava indissolubilmente quest’ultima alla lotta per l’abbattimento della dominazione capitalistica».

Pure anche in questo secondo Congresso, i destri vollero una modifica all’ordine del giorno Repossi che nella prima formulazione parlava di «impedire la guerra ricorrendo a qualunque mezzo: dall’azione parlamentare all’insurrezione armata».

In proposito Repossi nota in una lettera a ”L’Avanguardia” del 13 settembre 1908:

     «La risoluzione di Stoccarda (…) invita i giovani socialisti di tutte le nazioni ad impedire le guerre mediante l’organizzazione operaia e socialista nazionale e internazionale, con tutti i mezzi, dall’intervento parlamentare all’agitazione pubblica, alle manifestazioni popolari, sino allo sciopero generale operaio e all’insurrezione. Dunque di mio non vi è che la parola “armata” dopo “insurrezione”, ma speriamo che non la faremo a mani in tasche l’insurrezione. Nevvero compagni?»

La campagna de ”L’Avanguardia” contro le angherie del militarismo ai danni del proletariato si svolge incessantemente in questi anni e rappresenta un aspetto della difesa delle condizioni di vita proletarie perché la caserma è la continuazione dello sfruttamento della fabbrica e dei campi e l’ufficiale non è che il padrone con le stellette:

     «Mentre i coscritti partono, Ricordate (…) I dirigenti dello Stato, i signori deputati hanno regalato a te e ai tuoi colleghi sei mesi in più di caserma e hanno obbligato quest’anno 25.000 giovani a subire la ferma dalla quale prima di oggi sarebbero andati esenti in 3ª categoria perché avevano già un fratello consanguineo nell’esercito permanente. Chi sa se l’anno prossimo lo stesso benemerito e benevolo parlamento non assoggetti alla ferma anche i figli unici (…) Non sparare contro i tuoi inoffensivi compagni di fatica e non temere di dirlo a viso aperto» (18 ottobre1908, Sylva Viviani).
     «Antimilitarismo socialista (…) Bisogna che il proletariato – in divisa o senza – sappia tutto quanto che il militarismo è una istituzione parassita, antiproletaria. Bisogna che il proletariato sappia che la essenza dell’esercito è intimamente legata a tutto il congegno della società capitalistica e della proprietà privata, che la miseria, l’umiliazione, la privazione di libertà che gli viene imposta dal militarismo, sparirà soltanto colla abolizione della proprietà privata (…) Ai giovani, a cui la società borghese sta per far indossare il più terribile e più umiliante dei suoi pesi, l’obbligo cioè di rinunciare alla propria personalità per mettersi al servizio della patria, altro augurio non facciamo che di ricordarsi sempre dei loro doveri verso la propria classe» (18 ottobre 1908, Angelica Balabanoff).
     «Gli ultimi richiami alle armi e le turlupinature militari. Ve ne sono di varie specie e sotto-specie. Quest’anno per esempio, ha chiamato sotto le armi la seconda categoria – i figli unici – per istruzione e li han chiamati per tempo. Ma appena chiamati i ricchi borghesi han protestato adducendo gli esami, e non era vero nulla perché gli esami erano terminati o stavano per terminare. Tuttavia il ministro si è affrettato a dispensarli completamente dalla chiamata. Quanto ai proletari, figli unici, però essi hanno avuto un bel rimostrare che venivano richiamati nei momenti del lavoro agricolo più intenso, il sottosegretario alla guerra ha risposto alla camera che esigenze militari imponevano di mantenere invariata la loro chiamata (…) Altra turlupinatura è la riduzione della ferma promessa da Giolitti fin dal 1906 col progetto Vigevano e ancora restata una Fenice (…) Nel 1907 hanno soppresso i due terzi delle esenzioni dal servizio e son già due leve che prendono sotto le armi i sostegni di famiglia (…) Il nuovo ministro Spingardi (una turlupinatura egli stesso) sta infliggendo al proletariato un altro salasso, di vero sangue, non di denaro quello, con l’assoggettare al servizio militare 15 mila semiscarti in più dei 17 mila semiscarti che incorporano ogni anno» (15 agosto 1909 Sylva Viviani).

Dalle lettere dei soldati al giornale, dalle impressionanti statistiche che esso riporta, appaiono le condizioni terribili dei soldati: marce sfibranti senza rancio, condanne bestiali dei tribunali militari per la minima infrazione, migliaia di giovani che arrivano sani e vengono stroncati dalla caserma: in un solo anno 327 casi di tubercolosi, di cui 177 morti “sotto le bandiere” e 210 riformati e mandati a morire a casa; 610 casi di pazzia e epilessia; 18.831 casi di malattie veneree; 14.893 casi di lesione violente di cui 821 gravissime che portarono alla morte e a imperfezioni permanenti (“L’Avanguardia” del 26 settembre 1909). E questo, si noti bene, in tempo di pace.

«Gli stroncati, cioè i resi inabili per malattia e infortunio e rimandati alle case loro menomati permanentemente nella loro forza di lavoro, molti dei quali dopo la riforma soccombono, gli stroncati sono aumentati dal 1901 al 1906 nella ragion media di 600 all’anno. Nel 1901 furono 3.937, nel 1907 furono 7.448» (“La leva degli stroncati” “L’Avanguardia” 14 novembre 1909).

Nessuna meraviglia dunque se, in tempo di pace vi erano ogni anno più di 40.000 renitenti alla leva e ben 2.500 disertori! «o scioperanti se così vi piace meglio chiamarli» (“L’Avanguardia”, ibidem).

Una vivace agitazione viene anche svolta contro le compagnie di disciplina, meglio note come compagnie della morte, veri e propri Lager dove i sovversivi finiscono assieme ai delinquenti comuni e dove vengono mandati persino gli ammogliati senza permesso (“L’Avanguardia” maggio 1910, novembre 1910).

È facile immaginare l’odio per le divise e per le stellette che serpeggia tra le masse proletarie e tra i soldati semplici; di questo odio, ”L’Avanguardia” è il solo portavoce: «Il retroscena delle grandi manovre. Il finto nemico che non si trova. Il Re accolto al grido di “abbiamo fame”. La morte di un bersagliere. Il colonnello Restagno rinunzia al saluto ai richiamati» (Lettera di un gruppo di soldati, ottobre 1910).

Al Congresso giovanile di Firenze (settembre 1910), i rivoluzionari battono nettamente i riformisti.

«Buone tesi sono enunciate sull’antimilitarismo: “la concezione borghese di patria altro non è che la giustificazione ufficiale dei delitti e delle nefandezze commesse dal militarismo attraverso la storia dei secoli” – e ancora, sia pure con una certa ingenuità di formulazione: “Intensificare maggiormente la propaganda antimilitarista e antipatriottica nelle famiglie, in modo che queste educhino i loro figli all’amore e non all’odio, in special modo poi tra i futuri coscritti, essendo infame e fratricida il figlio del popolo che spara sul popolo” – “combattere con tutti i mezzi la propaganda irredentista che cerca spingere ad una guerra due grandi nazioni, e ricorrere a qualunque estremo pur di impedire l’assassinio legale di migliaia di esseri umani” – “far vive pressioni sul partito” per indurre il gruppo parlamentare “ad una attiva azione per la riduzione delle spese militari e a riaffermare le idealità antipatriottiche ed internazionaliste del partito socialista”» (“Storia della Sinistra”, vol. I).

L’opposizione di classe alla guerra di Libia

Un evento che polarizzò in maniera decisiva le forze in seno al PSI fu la guerra di Libia. L’Italia dichiarava guerra alla Turchia il 29 settembre 1911 e la flotta italiana occupava Tripoli.

«Il movimento proletario si era fieramente levato contro l’impresa nazionalista di Tripoli, secondo le sue non recenti tradizioni anticoloniali. Lo sciopero generale non ebbe esito completo, ma vivissime furono le dimostrazioni contro la partenza delle truppe. Il gruppo socialista votò un ordine del giorno Turati contro la guerra, ma ne dissentirono i destri De Felice, Bissolati, Bonomi, Cabrini e Podrecca. È da notare che non pochi “sindacalisti rivoluzionari” si dichiararono fautori dell’impresa libica, in prima linea Arturo Labriola, Orano ed Olivetti».

Il 24 settembre, ”L’Avanguardia” usciva con il titolo “Perché non ritorni Adua. Andate a Tripoli e noi scenderemo in piazza!”

La Confederazione Generale del Lavoro aveva indetto lo sciopero generale per il 27 settembre, vigilia della dichiarazione di guerra, ma nel manifesto che chiamava allo sciopero si diceva che questo sarebbe dovuto rimanere «nei confini della più severa disciplina e nei brevi limiti di tempo deliberati dalla Confederazione».

I ferrovieri non parteciparono allo sciopero anche per motivi tecnici (di cui certamente i bonzi della Confederazione erano a conoscenza) e scarse furono le adesioni in quasi tutto il Sud. Nelle intenzioni dei dirigenti della Confederazione doveva essere una azione puramente dimostrativa, ma così non fu a Parma e nelle Romagne: a Langhirano gli operai tentano di impedire la partenza dei treni; i carabinieri sparano: 4 morti (di cui 2 donne) e 7 feriti (di cui due donne). La folla assale allora i carabinieri che si rinchiudono in caserma; ma quando si sta per dare l’assalto alla caserma, il segretario comunale, conosciuto e stimato, riesce a calmare gli animi promettendo la legale punizione dei responsabili. Poche ore dopo arriva la truppa che occupa militarmente il paese e opera massicci arresti.

Nella Romagna (dove Mussolini è in prima fila tra gli agitatori) lo sciopero viene proclamato con un giorno di anticipo dalla Camera del Lavoro e dalla locale Federazione Socialista. Forlì e Faenza sono completamente bloccate dallo sciopero. Vengono tagliate le linee telegrafiche e telefoniche, avvengono sabotaggi e scontri. Non essendo in grado di resistere, le truppe vengono consegnate in caserma. Nel pomeriggio del 26 a Forlì si svolge un comizio con la partecipazione di 12.000 lavoratori che vengono arringati da Casalini, Nenni (allora repubblicano), Bianchi e Mussolini. Lo sciopero continua per tutto il 27 e parte del 28, poi rifluisce. Pochi giorni dopo, il 1° ottobre, un treno carico di soldati, viene fermato a Poggibonsi.

L’opposizione alla guerra dei giovani socialisti è irriducibile:

«Abbasso la guerra! Mentre partono i coscritti proletari. Tuona il cannone. Il primo bollettino della guerra di Tripoli ha portato cinque morti e una ventina di feriti a Modena, Nonantola, Forlì e Langhirano e un bel numero di prigionieri e malmenati in quelle e in altre parecchie parti d’Italia».

Ma una gran parte del proletariato non reagisce e la borghesia può condurre senza troppi ostacoli il suo piano.

«Tuttavia, non si può negarlo, una parte di quel proletariato che noi crediamo di aver liberato dai rispetti umani – che lastricano l’inferno – non ha voluto esprimere la sua opinione, non è stato d’accordo col buon senso e con la dignità umana nel respingere clamorosamente la sozza parola e il più sozzo fatto della preda tripolina. Quale fu la vera ragione? (…) Il gruppo parlamentare e il partito abbandonarono cinque anni fa (fu pusillanimità?) la propaganda antimilitarista e l’opposizione alle spese militari generando nel proletariato l’ignoranza delle condizioni di fatto nelle quali andava a trovarsi e nella borghesia una baldanza che l’ha aiutata ad agire come ha agito. Il proletariato non fu preparato a respingere la fellonia che i dirigenti borghesi non han cessato in cinque anni di apprestare contro di lui con gli aumenti di spesa militari e con le indulgenze al militarismo in vista di una guerra purchessia. Il proletariato ignorava» (“L’Avanguardia”, 8 ottobre 1911).

Il 15 ottobre 1911 si riunì a Modena un Congresso straordinario del partito.

     «Bussi per Treves e per i riformisti di sinistra, deprecò la guerra e sostenne il passaggio alla decisa opposizione a Giolitti, non per questo rinunziando in linea teorica all’antico possibilismo. Lerda ancora una volta (e qui meglio che altrove) ribatté felicemente che, quanto alla prima, non si trattava di una qualunque congiuntura politica, ma dell’origine del fatto bellico dalla essenza del capitalismo e che, quanto al secondo, non ci si poteva fermare ad esso, ma urgeva constatare il fallimento della colpevole illusione di attendersi vantaggi per il proletariato e per il socialismo dallo Stato borghese (…) Come sempre, Lerda e in genere i rivoluzionari intransigenti dell’epoca, acuti nel rilevare e combattere il divorzio fra azione economica e azione politica, fra rivendicazioni politiche e programma massimo, peccano poi di insufficienza teorica nel definire la natura di quest’ultimo: esso è l’ideale, il pensiero, l’anima socialista, alla quale bisogna “educare” la masse proteggendole contro il pericolo corporativistico; il riflesso pratico di questa insufficienza teorica apparirà in piena luce durante la guerra, quando si “salverà l’anima” del socialismo, ma non si brandirà il programma come strumento di attacco alla società capitalistica e alla sua manifestazione estrema: l’imperialismo.
     «Per i rivoluzionari anche Francesco Ciccotti sostenne che l’opposizione alla guerra di Libia doveva basarsi non su motivi contingenti, come le spese deviate dall’opera di riforme, ma sui principi internazionalisti. Turati parlò pure abilmente contro Tripoli (…)
     «In questo Congresso ebbero importanza le riunioni della frazione intransigente rivoluzionaria, in cui gli elementi più giovani presero posizioni di avanguardia che hanno relazione con gli sviluppi ulteriori di un’effettiva sinistra» (“Storia della Sinistra”, Vol. I, pag.51-53).

Lotte proletarie e propaganda di sinistra

Negli anni 1912, ’13, ’14, tutta l’Italia è scossa da un’ondata di scioperi, cresce il numero dei proletari inquadrati nelle organizzazioni di classe, raddoppia il numero degli iscritti al Partito Socialista. Scontri con l’esercito, nuovi eccidi. Intanto continua la guerra in Africa contro le bande che si oppongono all’occupazione coloniale e l’esercito regio si copre di gloria con le forche e i massacri di rappresaglia.

     «E avanti maledicendo la guerra. I soldati si ribellano (…) Tutte le illusioni sono sparite; diecimila giovani vite sono state stroncate; la miseria, la disoccupazione sono gli ospiti funesti di ogni casa proletaria e la nausea pei vigliacchi ed i ladri grossi e piccini che nella guerra libica han trovato la loro fortuna han valso a risvegliare i lavoratori, a rendere consapevoli e coscienti i soldati (…) I fischi militari che a Piacenza, a Mantova, a Cremona ed altrove han risposto ai sorrisi benigni degli ufficiali ed alle note della marcia reale sono il sintomo di uno stato di cose che più a lungo non può durare. Così la rivolta a bordo dell’incrociatore Amalfi e l’ammutinamento a bordo della corazzata italiana nel porto di Barcellona» (”L’Avanguardia”, 6 aprile 1912).
     «Un nuovo attentato del militarismo: la ferma di tre anni. Ferma di due anni per i rivedibili. Limite della statura abbassato di un centimetro (…) Il militarismo sta preparando un nuovo salasso di sangue e di denaro con il ripristino e l’aggravio della ferma di tre anni. I giovani socialisti inizino subito l’agitazione; convochino riunioni; dilaghino il malcontento tra i loro compagni di lavoro; prospettino i danni enormi che il nuovo progetto sul reclutamento può cagionare alle famiglie proletarie; preparino, lavorino la pubblica opinione acché il militarismo non possa compiere il nuovo attentato. La ferma dei tre anni non dovrà attuarsi mai». (“L’Avanguardia”, 11 maggio 1913).

I manifesti ai coscritti dei giovani socialisti si fanno più netti:

     «Succede infine che la consegna delle armi nelle mani di coloro che hanno l’unico senso di emanciparsi, offre a costoro della possibilità di azione che sta in loro di attuare. Proprio così: il proletariato ha nelle mani, mercé il servizio militare, lo strumento della forza e della vittoria (…) Ed è per questo che il coscritto non deve disertare; che il coscritto non deve fuggire! (…) Bisogna che vada per imparare il maneggio delle armi; per essere iniziato alla tattica militare, per sapere utilizzare i suoi mezzi di lotta contro i suoi fratelli di lavoro e di classe, ma, quando giunga il momento opportuno, per rivolgerli contro la classe che l’ha strappato alla famiglia per fargli vestire l’uniforme militare» (“L’Avanguardia”, 22 giugno 913).

Nel luglio 1913 viene stampato “Il soldo al soldato”, un opuscolo che circola clandestinamente nell’esercito per iniziativa dei giovani socialisti che poi daranno vita alla frazione della Sinistra e al Partito Comunista d’Italia. Questo costituisce il primo tentativo di organizzazione dei socialisti in seno all’esercito e di collegamento tra la Federazione giovanile e i proletari-soldati.

     «Il decalogo del coscritto. 1. Non sparare sui tuoi fratelli lavoratori. 2. Non ti prestare a fare da crumiro. 3. Non odiare né la patria tua né quella degli altri. Ama la patria dei lavoratori che è il mondo intero (…)

     «Socialismo e militarismo (…) E come ogni sopraffazione si regge col mezzo del continuo impiego della forza bruta, anche il cosiddetto “ordine attuale” si conserva e si appoggia sulla forza: e la forza di cui dispone la moderna borghesia, l’arma decisiva che è oggi a disposizione del capitalismo ingordo per soffocare le aspirazioni dei lavoratori ad una società più giusta, ed anche un trattamento appena meno inumano dell’attuale, questa forza e quest’arma si chiamano colla parola maledetta “militarismo” (…) Con la brutale educazione della caserma la borghesia fa dei giovani ingenui lavoratori i suoi migliori e più devoti servitori; instillando nell’animo loro il veleno militarista e l’odio contro gli altri rei di vivere in un paese posto al di là delle Alpi e del mare (…) La borghesia non vuole né può confessare questo, asserisce che gli eserciti servono a difendere ed a rendere potente la patria. Ma la stessa borghesia non esita affatto quando, come a Roccagorga, trova comodo impiegare i suoi soldati contro i lavoratori, che pure son figli della stessa “patria”, ma che hanno il grave torto di pretendere da loro signori un trattamento meno inumano! (…) Il militarismo nella sua forma più odiosa, la coscrizione obbligatoria, è nato con la borghesia, è stato instaurato da essa (…)
     «La nostra propaganda: Per avere un proletariato adatto alla lotta di classe e cosciente dei suoi destini è indispensabile sottrarlo alla nefasta educazione patriottarda. E la diffusione delle idee antimilitariste è il primo dovere del Partito Socialista (…) Si persuadano gli operai che anche le organizzazioni di mestiere non possono assolvere i loro compiti quando negli scioperi e nelle agitazioni la forza armata milita dalla parte del padrone (…)
     «Il soldo al soldato (…) D’ora in avanti per mezzo della nuova istituzione, i circoli giovanili non si dimenticheranno dei soci che sono a fare il soldato, invieranno loro lettere, giornali, anche soldi: li metteranno in relazione con i compagni del luogo ove prestano servizio, che potranno aiutarli, tenerli al corrente di tutto, in modo che sia loro alleviata la dura vita della caserma e proseguita la loro educazione socialista. Nello stesso tempo il Partito e l’organizzazione giovanile potranno esser informati degli abusi che si commettono nelle caserme e delle prepotenze di cui sono vittime i nostri compagni e sapranno impiegare tutti quei mezzi di azione che possono garantire ad essi un trattamento più giusto (…)
     «Avanti! Quale socialista vorrà rifiutare il suo concorso a questa propaganda, oggi che imperversano su tutta l’Europa le follie bestiali del militarismo e che in Italia esso ha celebrati, con la guerra libica e nelle repressioni poliziesche, i suoi peggiori saturnali? Qualunque altra azione passa in seconda linea di fronte alla necessità di resistere alla bufera che ci investe».

Fu in occasione del convegno di Bologna (25 maggio 1913) che la Federazione giovanile stabilì di dar corso all’iniziativa de “Il soldo al soldato”. Nella stessa occasione venne anche deciso «di tenere entro il mese di giugno dei grandi comizi simultanei in tutte le grandi città d’Italia contro il minacciato aumento della ferma militare a tre anni».

Nell’aprile del 1914 si svolge il Congresso del Partito Socialista ad Ancona.

     «Il nuovo atteggiamento del Partito e del suo battagliero giornale “Avanti!” aveva trascinato l’adesione più entusiastica del proletariato italiano che reagiva alle gesta imperialistiche della guerra di Libia con una vivissima attività di classe (…)
     «Soprattutto importante era tuttavia l’argomento dell’antimilitarismo. Nessuno presentì che pochi mesi dopo il tema sarebbe stato non attuale, ma tragico addirittura. Nell’assemblea di frazione i giovani della sinistra fecero notare che i due relatori erano stati poco felicemente scelti dalla direzione: il riformista Treves (certo intellettuale qualificato) e il napoletano Fasulo, un sindacalista bloccardo e filo massone che, in seguito al voto amministrativo, doveva lasciare il partito. Questo era facile prevederlo, ma non altrettanto facile era sapere che da arrabbiato antilibico si sarebbe svolto in socialpatriota. Cose da poco; ben più grave è che le proteste della frazione fossero versate nel seno di Mussolini, in cui i giovani vedevano la suprema guida. Non si poté venire ad altra conclusione che il problema della guerra e della patria sarebbe stato trattato in un prossimo Congresso, per dargli una figura marxista radicale come si era fatto per gli altri. Lo stesso ordine del giorno che la Federazione giovanile aggiunto a quello dei due relatori conteneva la condanna dell’imperialismo, ma difettava sulla difesa della patria, accennata male, a proposito dell’abolizione del servizio militare permanente. Mussolini aveva promesso, e i giovani rossi partivano entusiasti per le lotte che dovevano venire e in realtà non mancarono nelle piazze. Ma non venne il Congresso. Venne la guerra» (“Storia della Sinistra”).

Fu proprio da una manifestazione antimilitaristica che scoccò la scintilla che fece esplodere le sommosse della settimana rossa.

     «Il 7 giugno 1914, domenica, l’Italia borghese celebrava l’annuale festa dello Statuto. Gli estremisti convocarono una serie di comizi diretti contro il militarismo e contro le famose “compagnie di disciplina” contro le quali da anni battagliava la Federazione giovanile. Ad Ancona la manifestazione si fece alla “Villa Rossa”, sede dei repubblicani, che in quella città erano forti, come gli anarchici. Avevano parlato alla folla Nenni, repubblicano, ed Enrico Malatesta, anarchico, con vivace tono antistituzionale. La folla dopo i discorsi defluiva verso il centro quando i carabinieri aprirono il fuoco: tre giovani operai caddero e molti furono feriti. Alla notizia divampò in tutta Italia un’ondata spontanea d’indignazione. Prima che le organizzazioni decidessero lo sciopero, già i lavoratori erano nelle piazze, specie nelle Marche e in Romagna. Furono proclamate alcune ingenue repubbliche locali provvisorie (Spello di Perugia). Fra le grandi città si levarono Torino, Milano, Parma, Napoli e Firenze, dove la folla affrontò i conflitti a fuoco senza rinculare. Fu la formidabile “settimana rossa”. (“Storia della Sinistra”).

La settimana rossa giunse al culmine di un’ondata di lotte di classe che aveva scosso tutta l’Italia, lotte per il pane e per il lavoro nelle quali il proletariato sempre si trovava di fronte l’apparato repressivo statale.

     «A questa aveva in primo luogo contribuito l’”Avanti!”. Nel commentare i periodici eccidi proletari che hanno sempre distinta l’Italia democratica (o giovani, non vi era ancora fascismo, come non vi è più oggi, e Mussolini non aveva ancora scavalcato la barricata, ma di regola i fucili del costituzionalismo liberale e bloccardo squarciavano i petti di folle che chiedevano pane) il giornale aveva più volte scritto: “Al prossimo eccidio lo sciopero generale nazionale!”. Dopo le fucilate dalla Villa Rossa il proletariato non ebbe bisogno di disposizioni e di consegne: scese in azione».

La mattina dell’8 giugno l’”Avanti!” chiama allo sciopero per il 9; la Confederazione è costretta a indire anch’essa lo sciopero generale per il 9, a oltranza. Nel manifesto della Confederazione si dice: «il Comitato esecutivo comunicherà a suo tempo l’ordine di cessazione dello sciopero». Le masse sono già in movimento da due giorni, nelle grandi città si verificano scontri che in molti casi assumono carattere insurrezionale. Lo Stato non ha forze sufficienti per reprimere il poderoso movimento e nella maggior parte dei casi i soldati e le forze di polizia sono consegnati nelle caserme. Il 10 giugno l’agitazione è al suo culmine e inizia lo sciopero dei ferrovieri che blocca gli spostamenti delle truppe. È a questo punto che i bonzi della Confederazione danno l’ordine di cessazione dello sciopero. L’ordine di ritirata è accolto come una doccia fredda e in molti casi il movimento delle masse continua per alcuni giorni, ma poi l’ondata rifluisce per mancanza di direzione.

«Violentissime polemiche seguirono nel partito a questo tradimento. Si trattava di un moto per eccellenza politico e non economico; solo il partito politico avrebbe dovuto dare il segnale dell’inizio e della fine eventuale. Ma le idee non erano chiare, e da ciò una volta di più emerge la necessità della vera teoria rivoluzionaria».

La sinistra del P.S.I. di fronte alla guerra mondiale

«Il nembo della guerra, che si addensava sull’Europa del 1914 all’apice delle contese elettorali, poteva sciogliere il nodo che serrava alla gola la classe operaia mondiale, e dare la parola alle armi, togliendola alle schede. Il tempo fu mancato, e il nodo si è fatto più stretto».

Il 28 giugno l’attentato di Sarajevo; nell’agosto le dichiarazioni di guerra e l’inizio delle operazioni militari. La seconda Internazionale naufragò nel difesismo nazionale.

«Ovunque le truppe obbedivano, i riservisti si presentavano; partivano e combattevano. Un senso di gelo incombeva sull’Europa».

La Triplice chiedeva, come da trattato, l’intervento dell’Italia a fianco degli Imperi Centrali. Ma il 2 agosto il governo Salandra dichiarò la neutralità. Lo Stato italiano non poteva fare la guerra a fianco della Triplice perché in tal caso avrebbe trovato la decisa opposizione non solo dei rivoluzionari, ma anche dei riformisti e dei moderati. E allora chi avrebbe fermato le masse?

     «Al primo delinearsi del pericolo in Europa, che significava in via formale rischio di una guerra a fianco degli Imperi Centrali, sinistri e destri si levarono come un sol uomo contro la guerra, e ciò fin dai giorni della fine di luglio. Per i rivoluzionari l’opposizione ad ogni guerra era fuori discussione, ma la guerra in Italia sarebbe stata odiosa in modo tanto particolare che fu risolto in modo radicale anche dai riformisti e “socialisti moderati” il problema che subito si poneva: come impedire la guerra, se il governo per fedeltà agli impegni la dichiara e ordina la mobilitazione perché, nel caso, si attacchi la Francia sulle Alpi? I destri scelsero la soluzione rivoluzionaria: si sarebbe data la parola dell’insurrezione armata! Turati, teorizzatore mille volte della non cruenta azione proletaria, dichiarò che, sebbene non giovane, avrebbe per primo imbracciato un fucile scendendo in piazza per invitare cittadini e soldati mobilitati all’insurrezione e all’insubordinazione (…)
     «Allora sembrava una domanda a vuoto questa: Se sappiamo che fare nel caso di una guerra contro la Francia, ossia sparare sugli ufficiali italiani, si può sapere che fare nel caso di una guerra contro l’Austria? Quelli che pensano, come noi, che i due casi si equivalgono possono avere il diritto di dare una risposta sola, ma proprio quei signori che vedono tra i due casi enormi differenze pratiche hanno il dovere di aver pronte due risposte, se non vogliono truffare il proprio partito e la propria classe (…) Tra l’agosto 1914 e il maggio 1915 tutto infatti ebbe a cambiare nel senso diametralmente opposto, e fu messa in discussione l’altra guerra, la guerra alla rovescia, la guerra a favore dell’Intesa».

A luglio Mussolini sulle colonne dell’”Avanti!”, tuona contro la guerra. Il 29 luglio la Direzione del PSI lancia un manifesto che invita il proletariato a prepararsi a nuove “prove di forza”.

Nell’articolo “Al nostro posto” uscito sull’”Avanti!” del 16 agosto 1914, la Sinistra ribadiva i cardini della posizione marxista rivoluzionaria di fronte alla guerra: negazione della distinzione tra guerre di offesa e di difesa; guerra e militarismo come prodotto moderno capitalistico e non retaggio del passato; carattere imperialista della guerra attuale e negazione dei motivi nazionali; negazione dei motivi idealistici quali la lotta della “civiltà” contro la “barbarie”, ecc.

     «Nella comune aspirazione al postulato della neutralità italiana, attraverso il nostro movimento si sono fatte strada alcune correnti pericolose che potrebbero comprometterlo. Molti compagni esprimono e diffondono nei comizi e nella stampa un sentimento di viva simpatia per la Triplice Intesa (…) Quelli che credono di uscire dalle vecchie nostre formule non sono consci del fatto che essi non fanno che ripiegare su formule non nostre (…) Conserviamo la nostra piattaforma (…) Dobbiamo dunque e possiamo restare al nostro posto, contro tutte le guerre, in difesa del proletariato che in quelle ha tutto da perdere, nulla da guadagnare, nulla da conservare».

Già in questa occasione si ebbero le prime avvisaglie del tradimento di Mussolini che sull’”Avanti!” aveva fatto un “cappello” al sopracitato articolo, nel quale stabiliva una distinzione tra “il regime degli Junker” e la “democrazia francese” e qualificava la Germania di “aggressore”, pur dichiarandosi pienamente d’accordo sulle “affermazioni fondamentali”. Poco tempo dopo, il 18 ottobre, esce il famoso articolo di Mussolini “Per la neutralità attiva e operante” con il quale il futuro duce si dichiarava definitivamente schierato nel campo interventista.

La Sinistra risponde immediatamente su “Il Socialista” del 22 ottobre 1914 con l’articolo “Per l’antimilitarismo attivo e operante”. In questo ribadisce la netta opposizione alla guerra dei socialisti e si risponde alle accuse dei nazionalisti che accusavano la Sinistra di fare il gioco degli austro-tedeschi, e di confondersi con i pacifisti o con i clericali:

     «La preoccupazione di “fare il gioco” degli austro-tedeschi è un’altra insidia dalla quale credevamo di essere usciti durante la crisi che ci ha condotti all’attuale intransigenza. On fait toujours le jeu de quelqu’un. Il timore di permettere che il presente sia sopraffatto dal passato, mentre noi ci illudiamo di lavorare per l’avvenire, è squisitamente riformistico. Il presente, quando noi staremo per travolgerlo, griderà sempre al pericolo contro le resurrezioni del passato. Il rivoluzionarismo marxista dovrebbe portarci ben fuori di questo tranello (…) Il concetto di neutralità ha per soggetto non i socialisti, ma lo Stato. Noi vogliamo che lo Stato resti neutrale nella guerra, assolutamente fino all’ultimo, checché avvenga. Per ottenere ciò noi agiamo su di esso, contro di esso, nel campo e con i mezzi della lotta di classe. Da questa non vogliamo disarmare. La nostra guerra è permanente, scoppia talora come nel giugno in aperta rivolta, ma non concede armistizi. Oggi siamo vittime di un mauvais mot. Neutralisti noi? Ci si accusa subito di pacifismo. Noi, invece, sostenendo che lo Stato deve restar neutrale, ne restiamo gli aperti nemici, attivi ed operanti».

E ancora in un altro articolo su “Il Socialista” del 3 dicembre 1914 si ribadisce questa corretta posizione:

     «Il dirci neutralisti, che è più che altro una maniera di farci chiaramente intendere, non autorizza nessuno a dedurne empiricamente che il partito socialista italiano intenda oggi rinunziare a qualcuna delle sue funzioni specifiche e delle sue responsabili attività. Dicemmo come per neutralità debba intendersi l’atteggiamento dello Stato monarchico e borghese sotto la pressione delle masse proletarie e delle correnti socialiste che non vogliono la guerra. Quella posizione dello Stato borghese può, nei suoi riguardi, essere… antiestetica… E che perciò? Agitandoci, ad esempio, per le vittime politiche, non tentiamo noi di imporre allo Stato il compimento di un atto che ne menomerà il prestigio?
     «Neutralità significa dunque per noi intensificato fervore socialista nella lotta contro lo Stato borghese, accentuarsi dell’antagonismo di classe che è la vera fonte di ogni tendenza rivoluzionaria, e sul quale un’adesione del partito socialista alla guerra fatta dallo Stato porrebbe, tra la esultanza delle classi conservatrici, una pietra sepolcrale.
     «Che altre correnti convergano con noi nella neutralità, e che questa non dispiaccia alla chiesa, ai partiti conservatori, ed alla stessa monarchia, non muta affatto il carattere dell’atteggiamento socialista, poiché quelle tendenze disarmerebbero dinanzi alla proclamazione di una qualsiasi guerra, mentre invece la nostra resterà, sola domani come oggi, immutata nel suo significato di opposizione alla politica borghese, di negazione rivoluzionaria, delle attuali istituzioni e delle perniciose e barbare loro conseguenze (…)
     «Se oggi questi partiti (riformisti e democratici) sono fautori della più aspra e più estesa violenza, che si esplica nella guerra, non è perché siano stati convertiti da un improvviso soffio rivoluzionario (ché in tal senso i rivoluzionari più autentici sarebbero i nazionalisti), ma perché appunto la guerra non implica la negazione delle istituzioni vigenti, non ha contenuto di demolizione sovvertitrice, ma mette la violenza sotto la sanzione ufficiale degli organismi militari e delle autorità costituite (…) La guerra è conservazione! I “fasci di azione rivoluzionaria” che i pochi interventisti transfughi del movimento socialista vorrebbero costituire, si muoveranno nel campo di una perpetua contraddizione. Essi non raggiungeranno lo scopo di sollevare un’eco di entusiasmo eroico nelle masse, ma serviranno solo a rendere più facile l’azione del militarismo borghese, quando questo, convertito più presto o più tardi alla guerra, crederà opportuno di trascinare quelle masse, soffocandone le proteste sotto il suo pugno di ferro, nel vortice sanguinoso della tiranna comunione nell’inutile sacrificio e nel crimine infecondo».

In un altro articolo su ”L’Avanguardia”, del 25 ottobre, 1 e 16 novembre del 1914, La Sinistra riafferma le corrette tesi marxiste sulla inevitabilità della guerra che scaturisce dai rapporti di produzione moderni e sui suoi effetti disastrosi per il proletariato.

     «La guerra, disastrosa sotto ogni rapporto per il proletariato, è oggi purtroppo possibile; e la borghesia ne vede intaccata la sua ricchezza materiale, ma conservati e forse rafforzati i rapporti potenziali per ricostruirla, poiché la lotta di classe si assopisce e si spegne nell’esaltazione nazionale (…) Il militarismo è l’avversario più temibile della nostra propaganda appunto perché non si avvale della persuasione, ma si basa sulla costituzione di un ambiente forzato ed artificiale nel quale i rapporti di vita sono completamente diversi da quelli dell’ambiente ordinario (…) Pacifismo? No. Noi siamo fautori della violenza. Siamo ammiratori della violenza cosciente di chi insorge contro l’oppressione del più forte, e della violenza anonima della massa che si rivolta per la libertà. Vogliamo lo sforzo che rompe le catene. Ma la violenza legale, ufficiale, disciplinata dall’arbitrio di una autorità, l’assassinio collettivo irragionevole che compiono le file di soldatini automaticamente all’echeggiare di un breve comando, quando dalla parte opposta non meno automaticamente vengono incontro le altre masse di vittime e di assassini vestiti di un’altra casacca, questa violenza che i lupi e le iene non hanno, ci fa schifo e ribrezzo».

Durante i dieci mesi della neutralità la borghesia italiana morde il freno. L’Inghilterra, padrona dei mari, attua il blocco navale e permette il passaggio delle merci verso l’Italia a condizione che questa interrompa le sue relazioni commerciali con Austria e Germania. L’approvvigionamento di materie prime, soprattutto di carbone, diviene difficile, il commercio langue, vi sono ondate di licenziamenti soprattutto nell’industria siderurgica e meccanica che invoca commesse statali. Sin dai primi mesi di guerra l’esercito ha provveduto a massicci acquisti di grano per riempire i magazzini militari per ogni evenienza. Gli appaltatori si lanciano all’assalto delle forniture per l’esercito in vista del prossimo conflitto.

Il dilemma è da quale parte gettarsi; la discussione è aperta in seno alla Massoneria, il superpartito della borghesia. Il ministro degli Esteri, marchese di San Giuliano (massone di destra), durante un incontro con Arturo Labriola (massone di sinistra), dopo aver lamentato l’impreparazione alla guerra dell’economia italiana e l’impossibilità di un immediato intervento, dirà: «Noi avremo bisogno evidentemente di attendere quella fase conclusiva della guerra, nella quale il nostro intervento potrà essere decisivo a favore della causa che sposeremo» (M. Fatica, “Le origini del fascismo e del comunismo a Napoli”). Il bloccardo Altobelli in un discorso alla Camera del 5 dicembre 1914 dichiara che sarebbe partigiano della neutralità «se non si presentasse l’obbiezione satura di interrogativi, di poter cioè l’Italia rimanere domani, nella resa finale dei conti, a mani vuote» e informa il governo che «noi socialisti (…) guarderemo con simpatia se, col concorso anche dell’Italia, fosse assicurata la vittoria della Triplice Intesa».

Ben presto viene risolto il dilemma a favore dell’Intesa. Spingono in questa direzione motivazioni economiche e politiche, ed è decisivo il fatto che gran parte del Partito Socialista ha già fatto chiaramente intendere che, mentre insorgerebbe nel caso di una guerra alla Francia, non si opporrebbe ad una guerra contro l’Austria. Il 26 aprile viene firmato il trattato segreto di Londra e il 24 maggio, l’”alba radiosa” degli interventisti, l’Italia dichiara la guerra.

     «La tremenda guerra italiana del 1915, vero carnaio di cui la seconda guerra, malgrado il tormento delle popolazioni non combattenti, è stata una scialba ripetizione, coi seicentomila morti ufficiali sul campo e le dieci battaglie dell’Isonzo, esasperava l’odio del proletariato per la classe dirigente, che si abbeverò di sangue quando alzava la bandiera democratica assai più che quando poi alzò con militarismo in sordina, quella nazifascista» (“Storia della Sinistra”).

Il 16 maggio, alla vigilia della dichiarazione di guerra, si svolse a Bologna un convegno della Direzione del PSI con i membri del gruppo parlamentare, i dirigenti della Confederazione, i rappresentanti di 40 federazioni. Da questo convegno uscì uno scialbo comunicato nel quale, dopo aver ribadita la “avversione incrollabile” alla guerra, si chiamava il proletariato a manifestazioni improntate a un “carattere di disciplina, di dignità e di imponenza”, dopodiché i socialisti si lavavano le mani della sporca faccenda «sicuri di aver fatto per sé, per il Paese e per la storia, di fronte all’Italia e all’Internazionale, il loro dovere, avranno diviso e manterranno separate le loro responsabilità da quelle delle classi dirigenti».

I dirigenti della Confederazione si rifiutarono di proclamare, in caso di intervento, lo sciopero generale, ripetendo che non sarebbe riuscito.

     «Dicemmo loro sul viso: voi non temete che lo sciopero non riesca, voi temete che riesca. Sapete che gli operai sono inferociti contro la guerra, ma non osate dare la parola di sciopero per impedire la mobilitazione. Non che temiate le conseguenze della repressione; non è di viltà che vi accusiamo, ma temete di macchiarvi di tradimento della patria. I vostri pregiudizi borghesi sono tali, che pensate che anche nel caso di squisita guerra non di difesa del territorio, ma di aggressione e di vera conquista, in cui ci troviamo, il socialista abbia il dovere di non danneggiare le operazioni militari della patria. Inutile dire che la volontà di guerra del popolo italiano è una ignobile mistificazione, quando contro il passaggio della guerra tanto mostruosa si considera colpevole alzare la mano!». (“Storia della Sinistra”, p. 100).

Tentativi disfattisti dei socialisti a Napoli

La Sezione socialista di Napoli, recentemente formatasi in una dura lotta contro i socialmassoni, fu l’anima della battaglia antimilitarista. Questo non solo con le dispute teoriche e polemiche attraverso gli scritti su “Il Socialista”, “L’Avanguardia”, “L’Avanti!”, con il paziente lavoro di tessitura organizzativa che sfociò poi nella formazione del Partito Comunista d’Italia, ma anche, nonostante le scarse forze, con il tentativo pratico di agitazione e di organizzazione del proletariato contro il macello imperialista. Alcuni episodi significativi:

     «31 gennaio 1915: Comizio a Napoli contro la guerra (…) Ha parlato per primo il segretario della sezione socialista adulta, Gerardo Turi, che con vibrante parola ha prospettato all’uditorio il disastro che per il proletariato scaturirebbe dalla guerra. Ha ricordato le vittime di giugno per dimostrare ancora una volta che la patria ed i signori che la reggono non sono avari di piombo e di manette per i lavoratori».

In questa occasione venne diffuso un manifesto ai lavoratori:

     «Lavoratori! Lo Stato con la sua politica militarista prepara altre e più grandi sciagure al paese, vuole gettarlo senza ragione nel turbine distruttore e micidiale della guerra europea, mentre l’Italia sconta ancora il crimine governativo del brigantaggio libico (…) Ed i poteri dirigenti dello Stato monarchico, complici i rinnegati del nostro partito e tutta la stampa forcaiola o ufficiosa (…) mentre perseverano nella politica del privilegio della classe padronale e dell’immiserimento della gran folla dei produttori, vogliono a scopo di conservazione turlupinare una volta ancora il povero proletariato d’Italia, eterno sacrificato, parlando di irredentismo e di supremi interessi nazionali (…) Ricordatevi che chi vi parla di guerra è il vostro peggiore nemico (…)
     «Lavoratori! Il partito socialista, che oggi (come nel passato e nel futuro) è solo a difendere i vostri interessi e diritti di classe contro tutti gli altri partiti coalizzati ai vostri danni con la monarchia sistematicamente eccidiaria, si serra compatto, agguerrito e minaccioso intorno a voi incitandovi, anche in nome delle vittime invendicate cadute maledicendo al vostro fianco lungo la dolorosa ascesa del vostro calvario, a nome specialmente della donna incinta e del bimbo caduti nella piazza di Roccagorga e delle molte vittime di giugno, a non accordare un minimo di tregua al vostro nemico più cinico e diretto, allo Stato borghese. Pensate che una guerra spaventosa come quella che si va preparando dallo Stato, peggiorerebbe di molto la vostra condizione economica, fiaccandovi e ricacciandovi indietro di qualche secolo nel campo delle conquiste (…) Alla mobilitazione militare il partito socialista risponderà con la mobilitazione del formidabile esercito proletario (…) Abbasso tutte le guerre! Viva il Socialismo! (”L’Avanguardia” del 14 febbraio 1915).

28 marzo 1915, congresso giovanile socialista campano. Conclusioni del relatore sul tema: “la gioventù socialista, il militarismo e la guerra”:

     «Ai fini degli interessi proletari, i giovani socialisti hanno l’obbligo di svolgere una propaganda rigidamente antimilitarista e contraria al sentimento patriottico (…) Né tralascia di attaccare l’attuale guerra europea augurandosi che il proletariato italiano, in caso di guerra sappia rifiutarsi di marciare e che i proletari e i compagni sotto le armi vogliano al momento opportuno fiancheggiare l’azione rivoluzionaria della gioventù socialista. Sostiene infine la necessità di opporre mobilitazione a mobilitazione e la utilità dei comitati di salute pubblica i quali nei momenti opportuni debbono assumersi la dirigenza della azione simultanea e violenta».

Nell’ordine del giorno approvato si legge:

     «Considerato che tutte le guerre comunque mascherate provocate dagli Stati o dalle diplomazie o da gruppi di vampiri tendono a rafforzare i congegni statali e capitalistici dello sfruttamento e dell’oppressione (…) considerato che la patria (…) suona atroce ironia pel proletariato che è costretto a pitoccare oltre i confini fissati dall’egoismo borghese e al di là dell’oceano il tozzo di pane (…) considerato che il militarismo (e quindi anche la guerra) costituisce per le minoranze che tengono il potere economico e politico il mezzo più potente di conservazione e di oppressione (…) dà mandato al compagno che al Congresso nazionale di Reggio Emilia rappresenterà la Campania di sostenere strenuamente quanto segue: (…) guerra ostinata e sistematica alla falsa concezione della patria e del patriottismo (…) disonorare la caserma dinanzi al popolo mostrandone i mali e le brutture; instillare nell’anima di tutti i lavoratori – dei giovani in particolar modo – l’odio per il servizio militare, denunziando gli scopi antisociali ed antiumani e tenendo sempre viva la lotta di classe ad oltranza (…) impedire nel momento attuale l’entrata in guerra dell’Italia con qualsiasi mezzo – il rivoluzionario compreso – agendo di comune accordo con i compagni sotto le armi (…) immediata costituzione in tutta la penisola di forti e seri comitati d’azione rivoluzionaria, meglio di salute pubblica; invogliare ogni lavoratore ad opporre alla violenza statale altra violenza e preferire la morte civile coll’arma in pugno a difesa delle barricate rivoluzionarie, ossia per la rivendicazione dei diritti della classe proletaria, alla morte selvaggia sul campo di battaglia per cause ed interessi non suoi» (“L’Avanguardia” del 14 marzo 1915).

Al Quinto Congresso nazionale socialista di Reggio Emilia (9-10-11 maggio 1915), è il rappresentante della Campania il relatore sull’antimilitarismo. Conclusioni del relatore:

     «Che cosa faranno i giovani socialisti italiani in caso di mobilitazione militare? (…) Indurre, reclamando dal partito degli adulti un analogo atteggiamento, le organizzazioni economiche proletarie, specie quelle seguenti la direttiva della lotta di classe, a proclamare lo sciopero generale che, in tal caso, assume carattere apertamente insurrezionale; è l’unico mezzo per impedire la guerra e non arrivare alla tregua tra le classi, tregua che noi abbiamo giustamente criticata nei riguardi dei compagni della maggior parte degli Stati in guerra. Nel caso poi in cui – in Italia non pare si possa verificare – ciò non fosse possibile ottenere dalle organizzazioni proletarie e dal partito socialista adulto, la federazione giovanile socialista deve invitare ugualmente i suoi aderenti a non rispondere alla chiamata alle armi e gli iscritti già soldati a rifiutarsi di marciare; e – a costo di qualsiasi sacrificio – preparare la generale e simultanea insurrezione armata di tutti i suoi aderenti, ossia un moto rivoluzionario vero e proprio, facendo ogni sforzo per trascinarsi dietro le folle. La Federazione, in altre parole, deve preparare, mediante una bene organizzata istituzione di comitati d’azione rivoluzionaria, la parata simultanea di tutte le sue forze (…) Nel caso infine che nonostante tale azione, la guerra dovesse scoppiare per la cocciutaggine e la delinquenza dei governanti (…) la federazione giovanile socialista deve mantenere il suo atteggiamento di recisa avversione alla guerra, persistendo nella sua propaganda orale e scritta, ed invitare i giovani federati a non rispondere alla chiamata alle armi e a non marciare a seconda dei casi» (“L’Avanguardia”, 8 maggio 1915).

I compagni della sezione socialista di Napoli avevano ben chiaro che la guerra sarebbe stata un disastro per la classe proletaria, e che la si dovesse impedire passando immediatamente allo sciopero generale insurrezionale.

In due articoli su ”L’Avanguardia”, il rappresentante della sezione di Napoli, dopo aver svolto la necessità di mezzi insurrezionali per impedire la guerra, cerca di rispondere agli interrogativi: siamo pronti? – quando? – cosa farà l’esercito? (10 gennaio 1915, “Verso la nostra ora storica”). La risposta si rivelerà purtroppo ottimistica, ma dimostra con quale chiarezza programmatica e quale spirito sovversivo la Sinistra già allora agiva.

Al primo interrogativo: siamo pronti?, si risponde affermativamente ma precisando:

     «Siamo pronti, meglio siamo al momento politico necessario al pronunciamento delle forze rivoluzionarie», e se ne elencano le ragioni: 1) L’infuriare della guerra in Europa e «l’assoluta avversione popolare a qualsiasi impresa guerresca dello Stato». 2) La politica apertamente reazionaria di oppressione dell’apparato statale, la sua azione sul terreno illegale «per cui il proletariato delle città industriose e dei paesi agricoli sin dai tempi della bugiarda unificazione italiana sotto i Savoia è stato sistematicamente mitragliato e baionettato nella schiena dai Centanni, Bava Beccaris, Gregori, ecc. Proditoriamente nei crocicchi di campagna o nelle piazze dei centri popolosi ha subito lo scherno e l’insulto osceni (Ho memoria della povera giovane donna incinta sventrata dalla soldataglia del tenente Gregori… Parla tu per me o misero innocente bimbo di cinque anni ucciso nelle braccia di tua madre pure a Roccagorga, mostra il tuo corpicino traforato dalla regia mitraglia!). E, come atto di riparazione, è stato arrestato e processato in massa, condotto ammanettato per le orribili galere dello Stato» – Questo «ha da circa un quarto di secolo aggiunto quotidianamente altra legna al fuoco rivoluzionario». 3) «La fame la quale da tempo batte inesorabile alle porte delle case dei lavoratori per cui già qua e là le masse insorgono minacciose contro i poteri dello Stato responsabile, il quale di rimando istituisce i crediti nazionali a favore dell’insaziabile militarismo e tassa la miseria per fornire altri miliardi ai preparativi della guerra. Queste le ragioni essenziali le quali ci dicono essere giunta l’ora storica dell’azione proletaria di classe contro lo Stato padrone e affamatore».

Al secondo interrogativo: quando? La Sinistra dette sempre la medesima risposta:

     «È compreso da ognuno di noi che l’epoca propria per l’azione rivoluzionaria debba essere quella in cui ci si accingesse ad entrare in guerra. Deve essere contemporaneo e non posteriore per due ragioni: 1) perché il movimento assuma carattere apertamente rivoluzionario, 2) perché il proletariato italiano oltre a potersi battere meglio durante anziché dopo la guerra, con l’azione risoluta di classe, potrebbe indurre facilmente gli eserciti belligeranti a fraternizzare».

Al terzo interrogativo: che cosa farà l’esercito?, circostanza «oltre ogni limite importante» dalla quale dipende «in gran parte» la riuscita dell’azione, risponde:

     «È però certo che l’esercito si regolerà a seconda della estensione e della capacità del movimento rivoluzionario: se questo si manifesta fiacco e sporadico non potrà tenerlo in considerazione (…) invece se si dimostra generale e robusto è probabile che risponderà meravigliosamente all’appello del partito socialista e del proletariato non militarizzato (…) Gli eserciti europei negli ultimi anni ci hanno dato parecchi esempi favorevoli: gli ammutinamenti nell’esercito e nella flotta della Russia zarista (…) la repubblica portoghese formatasi per contributo imprevisto dell’esercito e della marina da guerra. Gli ammutinamenti di alcuni dei nostri reggimenti in Libia ed altri verificatesi recentemente in Italia – quello del 15° fanteria ad esempio – dovrebbero dare a pensare ai governanti. Non vogliamo neanche ricordare che gli artiglieri e gli specialisti del genio sono quasi tutti con noi. I voti e gli ordini del giorno di numerosi gruppi militari, le numerose adunate di coscritti e richiamati tenutesi in compagnia dei socialisti dovrebbero far comprendere chiaramente alla monarchia che l’esercito non è tanto disposto a seguire le aspirazioni dello Stato maggiore. Senza poi parlare del grave malcontento che serpeggia nelle caserme (…)
     «I soldati italiani tenuti sotto col reclutamento forzato, i quali prima di indossare la divisa nei conflitti tra capitale e lavoro hanno dovuto affrontare la pioggia a mitraglia e le cariche a baionette innestate, non intendendo sacrificare i loro vitali interessi di classe al dio della guerra, anche perché conoscono per esperienza la incapacità tattica e la viltà di coloro che dovrebbero guidarli (…) L’episodio infine riportato dall’”Avanti!” del biondo e pallido soldatino tedesco che salva dieci belgi dalla fucilazione tirando giusto sull’ufficiale che si accingeva a comandare il fuoco, ci lascia sperare (…)
     «Noi – lo diciamo fin d’ora – ci faremo incatenare e fucilare tutti, ma non ci adatteremo. I dirigenti del partito socialista adulto e giovani preparino ciò che occorre per il grande momento» (“Verso la rivoluzione”, 31 gennaio 1915).

10 agosto 1914: ordine del giorno della sezione napoletana del PSI. Dopo aver ricordato che il proletariato non ha nulla da difendere sulle frontiere nazionali e che la guerra risponde agli interessi della borghesia «che della esaltazione del militarismo si fa un mezzo oltre che per le sue cupidigie imperialistiche, anche per la sua difesa contro l’avanzare delle classi proletarie», si fa voti «che il Partito Socialista e le organizzazioni operaie osservino una direttiva di opposizione a qualsiasi guerra» (“Il Socialista”, 13 ottobre 1915).

Febbraio 1915. Sezione socialista di Napoli: «discutendo in merito all’azione da svolgere in caso di intervento dello Stato italiano nella guerra europea», invita ancora una volta il Partito Socialista a mantenere una intransigente opposizione alla guerra, a dare voto contrario alle spese militari, a spezzare tutte le possibili tregue tra partiti, «si associa alla proposta del comitato della sezione milanese per lo sciopero generale in caso di mobilitazione» (“Avanti!” 6 febbraio 1915).

Maggio 1915. Sezione di Napoli, assemblea plenaria, Manifesto di convocazione:

     «Compagni! Mentre il crimine massimo dello Stato italiano diventa realtà, mentre principia l’immane massacro della gioventù lavoratrice (…) vi invito tutti uomini e donne, giovani e adulti – all’assemblea plenaria di domenica 23 per affermare e precisare ancora una volta la nostra irriducibile avversione – immutabile nel tempo e nello spazio – a tutte le guerre capitalistico-borghesi (…) Non accettiamo il fatto compiuto (…) per lanciare in nome del popolo che langue e soffre la nostra maledizione alla guerra; per dichiarare che non smetteremo neppure durante la guerra la lotta di classe (…) Prima che la guerra cominci a diradare il nostro campo, è nostro vivo desiderio vederci tutti, stretti e accomunati in unico patto (…) Abbasso tutte le guerre! Viva il Socialismo Internazionale».

Al Congresso regionale della Campania, svoltosi il 6 dicembre 1914 erano rappresentate 16 sezioni per complessivi 374 iscritti di cui 100 a Napoli. Con queste forze, poi decimate dalla guerra, la Sinistra conduceva la sua coraggiosa battaglia.

Il 22 marzo 1915 la Sezione Socialista napoletana tiene una riunione privata contro la guerra e contro il divieto di manifestazioni pubbliche imposto dal governo. Partecipano in 200, tra cui alcuni provocatori appartenenti al fascio Mussoliniano che tentano invano di provocare incidenti. Parla il segretario della sezione che ribadisce la necessità che il proletariato scenda in piazza in caso di intervento italiano in guerra. Poi prende la parola l’anarchico Melchionna che si scaglia contro il governo liberticida e contro i guerrafondai.

Una lettera riservata del Prefetto, testimonia in quale clima si svolgesse l’attività della sezione:

     «Da confidenziali notizie avute era risultato che per preparare l’ambiente dovevano essere in questi giorni distribuiti a mano manifestini editi dalla libreria dell’”Avanti!”. Date disposizioni per sorprendere in flagranza i distributori, la sera del 19 in Sezione Vasto furono fermati i fratelli Isaia Raffaele e Gaetano, ai quali vennero sequestrati numerosi manifestini dei quali allego sette esemplari. Presentati al Procuratore del Re per rispondere dei delitti di cui agli art. 126 e 247 Cod. Pen. sono stati, dietro ordine del predetto magistrato, inviati alle carceri a disposizione della procura generale e sotto la imputazione di istigazione all’odio fra le classi» (“Origini del fascismo e del comunismo a Napoli”).

Nei giorni successivi al Convegno di Bologna la Sinistra, in aperta polemica con la dirigenza del PSI, compie un ultimo disperato sforzo di mobilitazione proletaria in vista dell’imminente scoppio della guerra. Telegramma del 18 maggio: «a seguito deliberati convegno Bologna, socialisti iscritti partito ufficiale Bordiga Amadeo e Turi Gerardo hanno chiesto salone Borsa Lavoro per una riunione preparatoria allo scopo di indire comizio contro guerra, che dovrebbe tenersi domani».

Ma immediatamente il Prefetto vieta qualsiasi pubblico comizio. Ma la sera del 18 alla Borsa del Lavoro, si tiene la riunione, presenti i capi della sezione e della gioventù socialista, l’anarchico Imondi, i rappresentanti della Borsa del Lavoro. I compagni della Sezione, dopo aver aspramente criticato i risultati del convegno di Bologna, proposero la formazione di un “comitato di agitazione permanente” per «accentuare la propaganda neutralista anche dopo l’eventuale inizio delle ostilità». A questo i dirigenti della Borsa risposero in termini vaghi, che non avevano “mandato”, che giudicavano la proposta “pel momento inopportuna o per lo meno intempestiva”; uno dei presenti si scagliò allora violentemente contro di loro insultandoli. Ma i capi della sezione, fingendo di non accorgersi della manovra dilatoria, tentarono di strappare ai bonzi sindacali almeno una convergenza parziale (era necessario perché solo essi tenevano le file delle organizzazioni proletarie e solo essi potevano proclamare lo sciopero generale). Fu presentata ai convenuti la copia di un volantino rivolto ai lavoratori e alle donne. Il piano che fu esposto dai compagni della Sinistra era che, se il comizio fosse stato numeroso, «si sarebbe dovuto uscire immediatamente in corteo per recarsi a protestare sotto le redazioni dei giornali interventisti e poi scendere in dimostrazione verso i rioni popolari».

Ma prima che ci si potesse muovere scattò l’efficientissimo e informatissimo apparato repressivo: Ecco in proposito il rapporto del Prefetto:

     «Secondo disposizioni in precedenza date, manifestino in parola, che è sprovvisto della indicazione della tipografia, è stato sequestrato appena apparso nelle mani del Bordiga e del Turi e dell’anarchico Sarno Roberto che fu anche fermato. Questore inoltre ha fatto notificare ai promotori Turi e Bordiga – a mezzo dello stesso Commissario S. Lorenzo – che il comizio contro la guerra non sarà permesso neanche nel cortile di S. Lorenzo Maggiore, e nello stesso tempo ha diramato circolare a tutti gli uffici per impedire in modo assoluto distribuzione manifestino specie ingresso stabilimenti e pronta defissione manifesti del genere eventualmente affissi».

Questo il manifesto sequestrato:

     «CONTRO LA GUERRA. LAVORATORI! DONNE!
     «In questa ora tragica e sinistra si cerca con ogni mezzo di ottenere il vostro consenso al delittuoso sacrificio che domani si farà di voi, dei vostri fratelli, dei vostri figli sui campi di battaglia! Vi si inganna turpemente con false notizie ed argomenti menzogneri. La stampa – anche quella fino a ieri stipendiata dai tedeschi! – è unanime nella vile campagna che dipinge la guerra come giusta e necessaria per nascondere le responsabilità dei suoi fautori e afferma che il paese è unanime nel volerla. Ma le organizzazioni economiche e politiche del proletariato terranno mercoledì in tutte le città d’Italia grandi manifestazioni di popolo per riaffermare dinanzi al governo ed al parlamento, che giovedì deve deliberare, l’avversione incrollabile di tutti i lavoratori alla guerra. I socialisti sono ormai soli contro tutti in questa lotta per l’umanità e la civiltà, che non si arresterà neanche dinanzi al “fatto compiuto” della dichiarazione di guerra.
     «Lavoratori e lavoratrici! Accorrete dunque tutti al GRANDE COMIZIO CONTRO LA GUERRA che si terrà mercoledì 19 corrente alle ore 19 nell’atrio della Borsa del Lavoro, oratori On. Arturo Caroti e On. Modigliani, La Borsa del Lavoro, la Sezione Socialista, il Fascio giovanile Socialista, il circolo Ferrer, il circolo Arnaldo Lucci, il circolo S. Anna alle Paludi, gli Anarchici, il Sindacato ferrovieri».

La risposta del proletariato italiano alla prima guerra imperialista

Nei mesi che precedettero l’entrata in guerra dell’Italia le condizioni di vita delle masse proletarie ebbero un ulteriore peggioramento; il rincaro dei prezzi, soprattutto del pane, i licenziamenti, l’imperversare della propaganda guerrafondaia mentre era ancora vivo il ricordo della guerra di Libia e della settimana rossa, eccitavano l’odio delle masse. La lotta per il pane e l’odio per il militarismo si fondevano in tumulti che scoppiarono in tutto il paese prima e durante la guerra.

Il 21 febbraio 1915 il PSI indice manifestazioni contro la guerra: i comizi risultano imponenti. Il 25 febbraio avvengono scontri a Reggio Emilia: i carabinieri sparano sulla folla, uccidono un lavoratore e ne feriscono molti altri. Il 31 marzo a Milano il corteo dei socialisti con alla testa Serrati, si scontra con quello degli interventisti guidati da Mussolini. La polizia interviene a dar man forte a questi ultimi e arresta Serrati. L’11 aprile, a Roma, una dimostrazione socialista è repressa dalla forza pubblica che opera massicci arresti. Lo stesso giorno a Milano la polizia, disperdendo una manifestazione contro la guerra, uccide un giovane meccanico. La Camera del Lavoro, il PSI e l’USI proclamano lo sciopero generale per il 14, che riesce imponente.

Tra la fine di aprile e i primi di maggio, gruppi di richiamati protestano a Reggio Emilia al grido di “abbasso la guerra, viva la rivoluzione sociale”. A Castelfiorentino (FI) i richiamati si rifiutano di partire e invadono la stazione. Analoghi episodi a Vinci, Certaldo, Campi Bisenzio e Prato. Il 19 e 20 aprile sciopera l’intera cittadina di Campi Bisenzio. Il 6 maggio a Piombino sciopero generale contro la guerra che impedisce la partenza dei richiamati. Sempre nello stesso periodo vengono bloccati treni di soldati a Castelnuovo Val di Cecina e a S. Giovanni Valdarno. Le manifestazioni del 1° maggio 1915 risultano imponenti.

A Torino sfilano 100.000 operai inalberando cartelli contro la guerra. Il 12 maggio a Milano un giovane socialista viene ucciso in uno scontro con gli interventisti. A Torino il 15 maggio gli operai si scontrano con gli studenti interventisti; questi ultimi malmenano un carrettiere al grido di “viva la guerra”. Il 16 viene deciso lo sciopero per il giorno dopo, lunedì 17: dalle barriere 100.000 operai irrompono nel centro e si scontrano con la cavalleria. Un giovane operaio viene ucciso e 14 feriti. Il Prefetto cede i poteri alla autorità militare. Nel pomeriggio dello stesso giorno, gruppi di operai saccheggiano negozi di armaioli e si scontrano a fuoco con la truppa. Numerosi feriti da ambo le parti. La Casa del Popolo viene invasa e messa a sacco dai militari. Gli unici dirigenti socialisti non arrestati, cioè i destri, invitano gli operai a tornare al lavoro. Ma nella notte si rinnovano gli scontri e il 18 lo sciopero continua e cessa solo il giorno dopo.

     «Ancora una volta furono dimostrati il coraggio e la decisione dei proletari di Torino, e anche il buono spirito rivoluzionario di quei compagni; ma pure in quella occasione fu commesso un errore di natura “ciclica”. Torino si muove sempre con un errore di fase, ossia è dura a imparare che certe decisioni di lotte di classe devono essere nazionali e non locali. Con una confederazione e un partito italiano che non vanno, non si fa nulla anche con una Torino dalle potenti organizzazioni e cooperative» (“Storia della Sinistra”).

Tra il 1916 e il 1917 si verificano manifestazioni, scioperi, ammutinamenti anche nel resto dell’Europa occidentale. Scioperi contro la guerra a Parigi e a Saint Etienne e ammutinamenti sul fronte francese e tedesco. Vastissimo e represso nel sangue fu quello sul fronte francese del maggio 1917. Gli echi della Rivoluzione Russa si propagano su tutti i fronti, suscitando una ondata di entusiasmo e di speranza. In Italia, dal dicembre del 1916 all’aprile del 1917 vi furono 880 denunce per propagazione di notizie allarmistiche e 2.300 denunce e 3.901 arresti per partecipazione a manifestazioni sovversive e contro la guerra.

Il 1° maggio 1917 a Milano, circa 4.000 donne e ragazzi manifestano con bandiere rosse e cartelli reclamanti “pane e pace”. Il 4 maggio un corteo di donne attacca a sassate gli stabilimenti finché non escono gli operai. Il corteo si ingrossa e presidia i quartieri industriali. Il Prefetto chiede un rinforzo di 6.000 uomini di fanteria e 20 squadroni di cavalleria. Il 5 lo sciopero continua malgrado massicci arresti. I dirigenti della Camera del Lavoro si accordano col Prefetto per far cessare il movimento. Manifestazioni avvengono in molte località e scioperano anche gli operai di fabbriche militarizzate. Dal 3 al 7 luglio sciopera tutta la zona di Biella. Nel maggio 1917 a Mantova si svolge una manifestazione contro l’arresto di un disertore. Per tutto il 1917 si hanno occupazioni di terre in numerose località del Lazio. In quattro mesi e mezzo dal dicembre 1916 alla metà di aprile 1917 si contano 459 dimostrazioni con circa 100.000 partecipanti.

A Torino, la penuria di pane è sempre più insopportabile. Lunghe code inferocite davanti ai fornai. Molti vanno al lavoro digiuni. Il 21 agosto la crisi si aggrava. Gruppi di donne manifestano alla Prefettura e al Municipio. Le autorità promettono, ma è tardi. La mattina del 22 nel rione Vanchiglia la folla attacca la caserma delle guardie; queste sparano ferendo 3 operai. Diversi scontri in varie parti della città. Lo sciopero si allarga, diventa generale e alla rivendicazione di “pane” si aggiunge quella di “pace”. Ecco il racconto di un protagonista:

     «Invece di entrare in fabbrica cominciammo a tumultuare davanti al cancello lanciando alti gridi: non abbiamo mangiato. Non possiamo lavorare. Vogliamo pane! Il cav. Diatto viene allora di persona ad assicurare che chiederà subito un camion di pane alla sussistenza militare. Gli operai tacquero un istante. Proprio un solo istante. Si guardarono negli occhi l’uno con l’altro, quasi per consultarsi tacitamente, e poi tutti assieme, ripresero a gridare: Ce ne infischiamo del pane! Vogliamo la pace! Abbasso i pescecani! Abbasso la guerra! E abbandonarono in massa i pressi dell’officina avviandosi chi verso il centro della città alla Camera del Lavoro, e chi presso altri stabilimenti che ancora lavoravano per invitare gli operai ad unirsi allo sciopero» (Del Carria, “Proletari senza rivoluzione”).

Nel pomeriggio decine di migliaia di operai confluiscono alla Camera del Lavoro. Si saccheggiano negozi di alimentari e di armi. In serata le autorità militari occupano la Camera del Lavoro e arrestano il segretario. Questo esaspera le masse operaie: iniziano gli scontri a fuoco. Il giorno dopo tutta la città è bloccata malgrado nessun ordine sia venuto dai capi sindacali. Si costruiscono barricate. Gli operai sono asserragliati nella zona nord della città. Alla sera del 23 vi sono già 7 morti e 37 feriti.

Il giorno 24 è il momento decisivo: la truppa tiene saldamente il centro. Gli operai premono con un susseguirsi di azioni a piccoli gruppi e cercano di tirare dalla loro parte i soldati con rudimentali volantini e con infiltrazioni di gruppi di donne. Ma la disciplina militare non si incrina. In un settore i soldati vengono travolti, si occupa un commissariato di PS; si punta a impossessarsi della zona dove si trovano la Questura, la Prefettura e le caserme. In tal caso la città sarebbe presa. Ma entrano in campo le autoblindo che mitragliano senza pietà e respingono l’attacco. Alla sera del 24, si contano 21 morti tra gli operai, 3 fra i militari, un centinaio di feriti e 1.500 arresti. La battaglia è persa, ma la resistenza operaia durerà fino alla sera del 26.

     «Nei moti dell’agosto 1917, ancora una volta furono gli operai di Torino a condurre una viva e vera azione di guerra di classe. La gravità della repressione e la violenza del processo avanti un tribunale militare contro tutti i capi locali del partito, compreso lo stesso Serrati coraggiosamente accorso, dato che la censura imbiancava tutto il giornale, oltre alle vivacissime discussioni che seguirono in seno al partito e alla coincidenza storica del rovescio di Caporetto avvenuta poco dopo, formarono intorno a questi moti quasi una leggenda. L’abile marxista Treves poté condannare l’errore di “localismo”, mentre i torinesi giustamente rampognavano il partito di averli lasciati soli, e nella polemica non seppero nemmeno dire che il moto locale era causato dal fatto che, sotto la pressione dei Treves e della loro tradizione, appunto perché non ignobile, la proposta di moto “nazionale simultaneo” e non locale sarebbe dovuta passare sui corpi dei Turati e dei Treves prima di trionfare, come da tutto il resto d’Italia noi sinistri rispondemmo alla “Critica Sociale” ponendo apertamente l’esigenza della scissione del partito come condizione alla presa delle armi in un’azione rivoluzionaria» (“Storia della Sinistra”.

Se le condizioni dei coscritti erano terribili in tempo di pace, si può immaginare quali fossero in tempo di guerra. Mancando da parte del PSI una direttiva rivoluzionaria e un efficace lavoro di penetrazione e di organizzazione clandestina nell’esercito, i soldatini erano costretti a ricorrere alla diserzione, che assunse aspetti massicci, e ad ammutinamenti improvvisi, furono soffocati con relativa facilità.

In una lettera di Cadorna del giugno 1917 si parla di 20.000 disertori tra i soldati siciliani arrivati in licenza ordinaria nell’isola e non più rientrati ai reparti. Secondo altre fonti, nell’aprile 1917 vi furono 2.137 disertori e nell’agosto 5.471. Al 1° ottobre 1917 si contavano complessivamente 56.000 disertori e 48.000 renitenti alla leva. In una relazione al Presidente del Consiglio dei Ministri, il Comando Supremo dichiarò che al 30 settembre 1917 i renitenti alla leva erano 48.282 in Italia e 337.506 nel resto dell’Europa, mentre i disertori dai corpi erano 56.268 in Italia e 3.394 all’estero. In Italia quindi, tra renitenti e disertori erano 104.550.

È soprattutto l’incremento del fenomeno significativo: 650 disertori in più al mese tra il maggio del 1915 e il maggio del 1916; 2.100 in più al mese tra il giugno del 1916 e il maggio del 1917, 5.500 tra il giugno e il settembre 1917. Alla fine del 1918 risulteranno in corso 1.100.000 processi per diserzione. È evidente che questi poveri ragazzi che cercavano di sfuggire al macello trovavano ovunque appoggio tra la popolazione.

Nel marzo 1917 nel corso della decima battaglia dell’Isonzo, tre reggimenti composti in massima parte da siciliani si erano arresi al “nemico” senza combattere. In giugno durante, l’offensiva in Trentino, molti reparti avevano rifiutato di combattere e si erano mostrati scarsamente aggressivi. Nella battaglia del Carso, a maggio, battaglia offensiva, l’armata italiana perse 27.000 prigionieri contro 23.000 fatti agli austriaci. Il 29 maggio 800 uomini della brigata Puglie passarono al “nemico”. Nei giorni successivi un reggimento della brigata Ancona e uno della brigata Verona si arrendono. Per ristabilire la disciplina e lo spirito patriottico, il comando ordinò allora decine di fucilazioni col barbaro sistema della decimazione. Il 16 luglio la brigata Catanzaro si rivoltò mentre stava per andare in trincea. Tra i soldati si sparge spontaneamente il proposito di marciare su Udine. La rivolta viene domata con l’invio di unità di mitragliatrici e di cavalleria: 28 soldati vengono fucilati sul posto e 123 denunciati al tribunale di guerra. Il 15 agosto un sottotenente e 37 soldati si consegnano agli austriaci. Nell’azione contro il monte S. Marco, dopo un tremendo bombardamento di artiglieria, la fanteria si rifiuta di uscire dalle trincee. Nell’estate del 1917 sulle tradotte che andavano al fronte si gridava “viva la pace, vogliamo la pace!”.

A Caporetto i soldati italiani abbandonarono in poche ore posizioni ritenute inespugnabili, interi corpi si arresero senza combattere, intere batterie intatte furono abbandonate dagli artiglieri. Masse di sbandati si diressero verso il Tagliamento; la parola d’ordine era, “si torna a casa la guerra è finita”. Ai ponti di Cornino e Pinzano, due intere divisioni si sfasciarono senza combattere (qui nel 1920 furono ritrovate le posizioni difensive intatte). Una fonte non sospetta, il Generale austriaco Krauss dirà: «fin dai primi giorni, e poi sempre di nuovo, intere colonne di prigionieri ci venivano incontro al grido di “viva l’Austria” e “a Roma”» (dati della Commissione d’inchiesta riportati in “Proletari senza rivoluzione”).

La rottura del fronte a Caporetto fece esplodere il difesismo nazionale; anche il Partito Socialista fu sull’orlo di gettarsi tra le braccia della “Patria in pericolo” e solo la presenza della Sinistra gli impedì questa nuova sbandata e lo obbligò a tener ferma la posizione di no alla guerra.

     «Ma in quelle ore, mentre i veri italiani facevano, molto platonicamente, argine dei loro petti alle “orde” austriache, molti di noi militanti del partito correvamo a Roma per far argine al tradimento dei nostri deputati, e ne potemmo scongiurare la piena effettuazione col trattenerli quasi fisicamente sulla via del Quirinale (…)
     «Durante l’ottobre e il novembre (la “rotta” famosa e il getto delle armi avvennero il 24 ottobre 1917) continuò nel partito questa vera colluttazione, che servì nel seguito a conferire un indebito merito ai nostri vacillanti destri per non essersi disonorati. Il fatto è che noi fummo tanto decisi e attivi, che essi non poterono liberarsi del loro… onore! Lazzari e la Direzione in quel momento erano fermamente decisi ad impedire quello che la forte maggioranza dei deputati voleva fare: se non proprio entrare in un gabinetto di “difesa nazionale”, per lo meno non negare il voto a un tale ministero e ai crediti per la difesa. Era un risultato che sembrò ai giovani dell’estrema ala marxista importante, e per un momento tacque la divergenza sul sabotaggio della guerra che Lazzari aveva sconfessato. In pratica i proletari soldati avevano applicato sia pure in modo insufficiente il disfattismo, disertando il fronte. Avevano gettato le armi invece di tenerle per azioni di classe, come nello stesso tempo avveniva sui fronti russi; se non avevano sparato sui loro ufficiali, era perché gli ufficiali erano scappati con loro anziché impugnare le storiche pistole dell’Amba Alagi 1897 (altra grande tappa italiana) nel tentativo di arrestare la fuga» (“Storia della Sinistra”).

Proprio in questa svolta cruciale, si era finalmente costituito il primo nucleo della Frazione intransigente rivoluzionaria (Firenze, agosto 1917). Fu la Frazione che organizzò a Firenze nella notte del 18 novembre 1917, una riunione clandestina del Partito, nella quale si bloccò ogni ulteriore sbandamento della destra, si ribadì che «l’atteggiamento politico del Partito Socialista non può farsi dipendere dalle alterne vicende delle operazioni militari», si condannò qualunque manifestazione che avesse il senso «di aderire alla guerra o concedere tregua alla classe borghese o comunque modificare l’indirizzo dell’azione proletaria», si ribadì la «irreducibile opposizione alla guerra». «Da quel momento, il gruppo dei più decisi, strettosi in quella riunione, si organizzò sempre meglio (…) e si delineò la piattaforma propria della “sinistra italiana” che non era la stessa cosa della vecchia frazione intransigente, ma molto di più» (“Storia della Sinistra”).

* * *

Oggi i focolai di guerra sono sempre più generalizzati, il riarmo missilistico e tradizionale è all’ordine del giorno della politica delle grandi potenze, il mondo intero si trova nuovamente prossimo ad un conflitto mondiale. Con lo sviluppo della crisi il militarismo si acuisce ogni giorno di più e tende a prendere l’egemonia sulla intera struttura economica e sociale. Questa è l’unica soluzione che la borghesia mondiale può offrire alla specie umana, per uscire dalla sua crisi di sovrapproduzione, per ridare ossigeno all’infernale ciclo di produzione e riproduzione del capitale che si sta inceppando. Ancora una volta il proletariato mondiale si pone l’alternativa O GUERRA IMPERIALISTA O RIVOLUZIONE PROLETARIA.

Ma il capitalismo salterà in aria solo dal suo interno. La macchina del capitalismo imperialista si incepperà sotto i colpi e l’azione del proletariato rivoluzionario che si ribellerà contro i pesanti oneri del militarismo, che si rifiuterà di scannarsi a vicenda per il motivo di indossare differenti divise o parlare lingue diverse. Alla soluzione borghese il partito comunista rivoluzionario offre la soluzione positiva per l’intera umanità, che è quella di promuovere e dirigere la lotta per fermare la guerra imperialista, trasformandola in guerra civile per la presa del potere e per la dittatura di classe, verso il fine ultimo del comunismo. Questo l’insegnamento che Marx, Engels e la gloriosa rivoluzione d’ottobre ci hanno tramandato.

Per assolvere questo compito storico il partito deve armare il proletariato del “desiderio di armarsi”, combattere le politiche che cercano in tutti i modi di consegnare il proletariato al servizio degli interessi nazionali, della patria, della democrazia. Il Partito Rivoluzionario, forte della sua teoria ed esperienza storica, soprattutto all’interno dell’esercito borghese deve creare una sua specifica organizzazione, che prepari le condizioni soggettive della formazione dell’armata proletaria. Il presente lavoro, che qui iniziamo a pubblicare sul rapporto fra il comunismo e la guerra è finalizzato allo scopo di meglio scolpire i compiti del partito, sia nella fase di preparazione alla guerra, sia domani durante la guerra, unica voce sicura nella unanime criminale e demente orgia patriottarda.

II

Esposto alla riunione di settembre [RG37].

Anche il particolare tema che abbiamo intitolato “Comunismo e guerra”, titolo generale che sottintende l’altro “Tattica del partito comunista rivoluzionario di fronte alla guerra in generale e alla guerra imperialista”, trova il migliore svolgimento nella costante e sempre ribadita correlazione con la teoria, i principi e i fini del partito comunista.

Come già affrontato nel rapporto pubblicato in “Comunismo” numero 16, “La battaglia antimilitarista della Sinistra socialista in Italia”, del quale il presente costituisce la continuazione, perveniamo alla presentazione delle nostre posizioni ripercorrendo la storia della nostra battaglia marxista dimostrando come nel processo della formazione di una sinistra rivoluzionaria in Italia si precisasse sempre meglio anche la questione della tattica in generale, in particolare l’atteggiamento da tenersi di fronte e contro il militarismo borghese e la sua massima espressione cinetica: la guerra tra Stati capitalisti. Non ricerca storiografica, ma nostra rilettura della nostra storia. Non si tratta di inventare o interpretare, ma di allineare posizioni note.

Se, percorrendo la storia del movimento rivoluzionario, si ha l’impressione di una scoperta progressiva, per quanto concerne la dottrina ciò deve essere inteso nel senso della penetrazione del marxismo in Italia e di avvicinamento progressivo della curva rappresentante l’andamento alterno del partito formale nelle varie fasi storiche a quella continua e preesistente, dalla nascita del marxismo, del partito storico. Non come elaborazione particolare, “nazionale”, di una, fra le tante, correnti marxiste, perché uno e uno solo è il filone marxista nella storia, accanto ad altri, questi sì innumeri, che nonostante l’attributo di socialista, comunista o addirittura marxista nulla hanno a che fare col genuino marxismo rivoluzionario.

Nell’affermarsi della Sinistra non vi fu asettica e letteraria appropriazione della scienza marxista, ma, nel vivo fuoco di lotte e scontri di classe, una acquisizione organica che dialetticamente confermava, con apporti convergenti di altre correnti internazionali (Lenin in particolare) la dottrina marxista nel senso di un miglior scolpimento del blocco che, intero, ben caratterizzato e distinto, era apparso a metà del secolo scorso, di getto manifestatosi nell’opera di Marx ed Engels.

Si giungerà alle formulazioni migliori per approssimazioni successive, partendo da basi schiettamente rivoluzionarie e di classe contro il regime borghese e richiamandosi, fin dall’inizio, alla dottrina marxista.

Se guardiamo alla tattica in caso di guerra e come fu affrontata la questione dal Partito Socialista e dalla nostra corrente, dobbiamo tener presente il grado di “levigatezza” delle posizioni espresse, che aumenterà sempre più fino a raggiungere di volta in volta quel massimo livello di precisione attualmente compatibile con l’esperienza storica generale.

Ribadiamo: non vi sono stati, ne vi sono o saranno apporti nuovi all’invariante dottrina ma la corretta individuazione della fase che si sta attraversando. La Sinistra si trovò a vivere il 1914 e cioè quel confine che separa la fase 1871-1914, di sviluppo cosiddetto pacifico del capitalismo, dall’epoca dell’imperialismo e delle sue guerre. Ebbe la capacità, con la sinistra internazionale, di vedere la necessità di una lotta per la riaffermazione del marxismo in Italia e nel mondo attraverso affilate precisazioni e delimitazioni tattiche, non nuove al marxismo, ma rispetto alla nuova epoca e al tradimento socialdemocratico.

Il processo, partendo da luminosi sprazzi di luce proletaria e anche marxista che si manifestano in Italia, culminerà nelle tappe fondamentali della formazione della Frazione Astensionista, della scissione di Livorno e della Terza Internazionale, che nell’intenzione di Lenin e nostra doveva costituire il Partito unico mondiale.

Ulteriori lezioni dovevano essere tratte dalla controrivoluzione pochi anni dopo, vincente e tutt’ora imperante in un bilancio del ciclo aperto nel 1926, per la restaurazione del marxismo in una situazione storica mille volte peggiore di quella che dovette affrontare Lenin alla fine del secolo scorso contro il riformismo nascente.

Queste lezioni, questi ribadimenti ulteriori di antichi inossidabili chiodi ci offrono la giusta lente per mettere a fuoco le questioni cruciali: commentando la nostra storia, affrontiamo di volta in volta le varie posizioni per coglierne l’approssimazione alla linea marxista e così facendo riproponiamo le nostre tesi in questa maledettissima fase controrivoluzionaria che stiamo ancora attraversando.

L’ultimo congresso socialista prima della guerra

     «Fu quello di Ancona del 26-29 aprile 1914. Il nuovo atteggiamento del partito e del suo battagliero giornale Avanti! aveva trascinato l’adesione più entusiastica del proletariato italiano, che reagiva alle gesta imperialistiche della guerra di Libia con una vivissima attività di classe» (Storia della Sinistra, pag. 64).

Le energie del congresso furono esaurite di due grandi battaglie necessarie per arrivare ad un partito effettivamente di classe: fu estirpata la lue massonica e fu la fine anche per i blocchi amministrativi con delimitazione ancora più stretta nella tattica da attuarsi nelle elezioni: ma non si affrontò il tema che sarebbe dovuto essere al centro dell’attenzione: l’antimilitarismo.

Nel breve ma lucidissimo discorso di condanna della massoneria Mussolini ricordò:

     «“Il socialismo è un problema di classe. Anzi, è il solo, unico problema di un’unica, sola classe, la classe proletaria. Solo in questo senso Marx ha detto che il socialismo è anche un problema umano: la classe proletaria rappresenta tutta l’umanità e col suo trionfo abolisce le classi. Ma non possiamo confondere il nostro umanitarismo con l’altro umanitarismo elastico, vacuo, illogico, propugnato dalla massoneria”. Disse che altro è l’anticlericalismo massonico di tipo razionalista, e altro l’anticlericalismo di classe proprio del partito» (pag. 65).
     «Soprattutto importante era tuttavia l’argomento dell’antimilitarismo. Nessuno presentì che pochi mesi dopo il tema sarebbe stato non attuale, ma tragico addirittura (…) Non si poté venire ad altra conclusione che il problema della guerra e della patria sarebbe stato trattato in un prossimo congresso, per dargli una figura marxista radicale come si era fatto per gli altri. Lo stesso ordine del giorno che la Federazione Giovanile aggiunse a quello dei due relatori conteneva la condanna dell’imperialismo, ma difettava sulla difesa della patria, accennata male, a proposito dell’abolizione del servizio militare permanente. Mussolini aveva promesso, e i giovani rossi partivano entusiasti per le lotte che dovevano venire e in realtà non mancarono nelle piazze. Ma non venne il congresso. Venne la guerra» (pag. 68).

La figura marxista radicale al problema se la poté dare solo la nuova Internazionale, Lenin in testa, ma, purtroppo, dopo la guerra, pur essendo inequivocabilmente chiaro quale sarebbe dovuto essere l’atteggiamento dei partiti socialisti già da prima della guerra imperialista, già dai congressi internazionali di Stoccarda e Basilea. Non per nulla, come giustamente si affermò, i capi della II Internazionale tradirono.

Il “Partito Socialista Italiano, sezione della Seconda Internazionale”, cioè il partito, allora, del movimento proletario in Italia, sezione nazionale di quella che era l’organizzazione del movimento proletario internazionale, ebbe meriti maggiori rispetto agli altri partiti socialisti europei e conseguì successi, ma ebbe anche limiti teorici e pecche che già allora la Sinistra mise in luce; sottoponendo a critica, decisioni, comportamenti e metodi, la Sinistra assolveva il compito richiesto dal marxismo, null’altro poteva e doveva fare: i tempi storici non possono essere anticipati neppure nella formazione di partiti di classe liberi da scorie riformiste e socialdemocratiche.

Il partito non si fa, ma si dirige, come la rivoluzione; e se la rivoluzione è un’arte esiste anche un’arte nel modo di porsi per i marxisti nel partito di classe. L’arte sta proprio, antivedendo l’accadimento di fatti storici a date condizioni note in precedenza, nella capacità di riconoscere il verificarsi di quelle condizioni e di scientemente indirizzare il movimento storico.

Nel processo di formazione dei partiti comunisti nazionali e della Terza Internazionale si doveva necessariamente passare attraverso lotte interne in cui l’arma impugnata dai marxisti fu l’arma della critica prima di giungere al taglio chirurgico, che fu altrettanto necessario.

Incertezze nelle frazioni di sinistra internazionale dovevano essere superate grazie anche alle brusche accelerazioni dovute a traumi, forse inattesi, come lo scoppio della prima guerra e il tradimento della Seconda Internazionale o a spinte esaltanti, come la rivoluzione russa e la costituzione della Terza Internazionale; fatti che d’altro lato obbligarono l’opportunismo a gettare la maschera nelle sue espressioni socialscioviniste e non violente: in pochi anni sarebbe maturata la scissione.

Tappe fondamentali furono: 1892, separazione con giusta critica dagli anarchici; 1907, separazione con giusta critica dai sindacalisti, giusta critica anche se teoricamente ancora non perfetta. Nel 1914 il socialismo italiano si salvò dal disastro, ma non sulla linea del marxismo rivoluzionario cui si doveva arrivare in virtù della formazione di una Sinistra, che ebbe la sua forza grazie all’apporto dei gruppi marxisti di Napoli, sulla stessa linea di dottrina e di storia dell’Ottobre russo, che vuol dire sulla linea del marxismo.

L’eliminazione delle scorie anarchiche e sindacaliste fu necessaria ma non sufficiente per l’affermazione del marxismo di sinistra nel Partito Socialista, però consentì quell’”onesto” atteggiamento di fronte alla guerra che lo salvò dalla débacle.

Al parlamentarismo borghese e a quello riformista noi opponemmo il parlamentarismo rivoluzionario, che vuol dire utilizzazione anche della scheda elettorale e del parlamento ma allo scopo di buttarlo a gambe all’aria. Si aprì un dibattito nella sinistra marxista internazionale se tale tattica, sacrosanta ai fini dello sviluppo del movimento socialista nell’epoca 1871-1914 e valida nei paesi a rivoluzione doppia, fosse ancora utilmente applicabile nei paesi capitalistici di occidente. Questione tattica che non divideva i marxisti che la affrontavano, con giusto metodo e con disciplina, nell’organizzazione internazionale che ancora non aveva rinnegato il marxismo. In quegli anni la storia aveva posto la questione che i marxisti affrontavano sapendo distinguere parlamentarismo rivoluzionario e astensionismo dal parlamentarismo imbelle riformista. La soluzione fu poi data, gli eventi storici successivi hanno confermato, il limite tattico è ben tracciato e chiaro e la questione non si pone più: chi la pone ora è fuori del marxismo.

Nello svolto storico che stiamo esaminando anche altre questioni si posero e non ultima quella della tattica in caso di guerra. L’analogia è possibile.

Contro il militarismo borghese erano i partiti della Seconda Internazionale, ma nell’antimilitarismo socialista vi erano anche impostazioni e pratiche che poggiavano sull’illusione democratica e su un pacifismo confinante con quello borghese. La Sinistra, con Lenin, si batté per l’affermazione di postulati che poggiassero invece sulla dottrina marxista. Risultati non trascurabili erano stati raggiunti a Stoccarda e Basilea, prima della guerra. Si dovevano però compiere passi ulteriori e in ciò la Sinistra italiana e Lenin furono perfettamente allineati: esprimendo la prima la necessità di passare da un antimilitarismo ormai “vecchio” ad un altro tipo “nuovo”, i cui assi portanti coincidevano con quelli della tattica codificata da Lenin nella dottrina del “disfattismo”.

Non poté essere sciolto il nodo allo scoppio della guerra nell’organizzazione internazionale e non per questioni di tempo: spesso nella storia il tempo è più denso. Non lo fu per tare che non riguardavano solo la tattica, ma tutte le categorie del partito mondiale; e questo affondò nel socialsciovinismo.

Oggi la questione è chiara nel partito e non si pone più; come non si pose alla nostra Frazione allo scoppio della seconda guerra mondiale. Allora fu però il peso immane della controrivoluzione e dello stalinismo a schiacciare classe proletaria e partito marxista, ridotto ai minimi termini. Se si pose non fu nei termini di una rielaborazione della tattica richiesta dallo svolto storico a cavallo della prima guerra, ma di una sistematica ripresentazione di una tattica già stabilita e codificata dalla Sinistra e da Lenin.

La prima guerra mondiale

     «Se in Italia la vivace lotta contro la guerra libica del 1911 aveva costituito un’ottima prova per le forze proletarie, che già avevano una tradizione di battaglia contro le imprese etiopiche della fine del XIX secolo e le gesta del colonialismo, in tutto il quadro mondiale il primo decennio del nuovo secolo si preparava per varie manifestazioni a chiudere il periodo idillico degli ultimi decenni del precedente (…) L’incubo di una guerra, che si capiva non avrebbe potuto che essere generale, era palese, e lo fu anche ai socialisti dei vari Paesi.
     «Il congresso di Basilea del 1912 (novembre) lanciò il memorabile manifesto contro la guerra prendendo a motivo il divampare di quelle balcaniche, che tenevano in specie Austria e Russia sempre sul piede di guerra. I principi stabiliti a Stoccarda non avevano nemmeno bisogno di esprimere “il divieto che i socialisti appoggiassero la guerra nazionale”, ma invitavano la classe operaia e le sezioni dell’Internazionale a compiere ogni sforzo per impedire lo scoppio del conflitto, e, nel caso che esso fosse scoppiato, ad agire per farlo cessare, “approfittando della crisi economica e politica creata dalla guerra per agitare gli strati popolari più profondi e precipitare la caduta della dominazione capitalistica”. La nozione della presa del potere politico è qui chiarissima, anche se la formulazione dottrinale potrebbe essere migliore. Non si può abbattere il sistema sociale capitalistico senza rovesciare la dominazione politica della borghesia; e questo è vero in tempo di pace. Il tempo di guerra non solo non fa eccezione ma presenta anche le condizioni migliori per tentar di raggiungere tale risultato rivoluzionario» (pag. 85).

Fine dei comunisti rivoluzionari non è “impedire lo scoppio del conflitto”, ma certamente loro compito è contrastare la guerra, non appoggiare la guerra nazionale e approfittare della crisi per tentare di compiere la rivoluzione. Commento: la nozione della presa del potere è chiarissima anche se la formulazione non ancora perfetta.

     «Gli stessi concetti erano stati ribaditi non solo nel già ricordato Congresso 1912, ma anche in quello di Copenaghen 1910» (pag. 87).

Bisogna saper cogliere la continuità marxista quando e dove c’è, anche se questa per necessità storica si esprime in posizioni che, pur “oneste” e anelanti a porsi contro il capitalismo, non raggiungono totali coerenza e inequivocabilità.

     «Lenin nel 1915 sottolineò che il Manifesto di Basilea aveva indicato due esempi storici espliciti: la Comune di Parigi del 1871 e la rivoluzione russa del 1905, nei quali, approfittando dei rovesci dello Stato nazionale nella guerra, il proletariato aveva fatto ricorso alla guerra civile insorgendo armato, e nel primo caso conquistando il potere (nozione stessa del disfattismo proletario)» (pag. 87).

Troviamo qui l’espressione “disfattismo proletario” che come nozione è già presente nel Manifesto (Lenin: “Verità fondamentale del socialismo, esposta già nel Manifesto Comunista, cioè che gli operai non hanno patria”) e che trova la sua espressione, il suo manifestarsi in caso di guerra come lotta da parte dei rivoluzionari contro la propria borghesia per la prima volta nel 1871 poi nel 1905, ma quella nozione fu contestata dalla maggioranza dell’organizzazione proletaria internazionale prima dello scoppio del conflitto mondiale, pur potendosi cogliere nelle risoluzioni dei vari congressi, grazie all’azione instancabile della corrente marxista, chiare affermazioni ad essa conformi. Il miglior svolgimento di tale nozione ed il miglior suo inquadramento nella tattica proletaria in caso di guerra, e in particolare di guerra in epoca imperialista, doveva avvenire nel bilancio post 1914, anno del fallimento, del tradimento, della Seconda Internazionale (non applicazione della nozione di “disfattismo”, ma socialsciovinismo), ma che precedette di pochissimo la giusta applicazione, e vincente, da parte dei bolscevichi!

Su questo bilancio, pur senza collegamenti organizzativi, ma con i solidissimi legami che travalicano spazio e tempo e che trovano origine nel marxismo, si trovò allineata la Sinistra italiana; esemplificazione: “Il socialismo e la guerra” scriveva Lenin, “Dal vecchio al nuovo antimilitarismo” scrivevamo noi.

     «Nelle mozioni dei congressi mondiali della Seconda Internazionale non era mai potuta prevalere la formula insidiosa della destra – negli scritti di Lenin per sempre condannata come revisionista e opportunista – che l’azione dei partiti socialisti nei paesi in guerra dovesse essere limitata alla insulsa condizione della simultaneità dai due lati del fronte bellico» (pag. 87).

Importantissimo concetto: l’attesa di una sperata simultaneità equivale a perenne impotenza, poiché azioni simultanee su entrambi i lati del fronte molto difficilmente potranno verificarsi e, soprattutto, l’appellarsi alla simultaneità da parte degli opportunisti discende non dalla sincera volontà della ricerca delle condizioni migliori per la riuscita della lotta rivoluzionaria, ma dalla precisa volontà di non rinunciare alla difesa della patria. Come per la rivoluzione proletaria mondiale, che verosimilmente troverà il suo scoppio in pochi paesi e, ancor più verosimilmente, in un solo paese (l’anello più debole della catena capitalistica mondiale), la tattica marxista prevede la “trasformazione della guerra imperialista in guerra civile” in ogni paese e la lotta per la sconfitta del proprio governo in ogni paese senza attendere assurde condizioni per azioni contemporanee.

L’unico modo per favorire il processo rivoluzionario mondiale è quello di applicare la tattica disfattista anche in un solo paese, con la piena consapevolezza che così facendo si favorisce la sconfitta del proprio governo. Una notevole spinta riceverebbero anche le forze rivoluzionarie degli altri paesi, a maggior ragione in caso di rivoluzione vincente, si fomenterebbe la ribellione anche sugli altri fronti e sarebbe favorito lo scoppio della guerra civile anche negli altri paesi.

     «Se ritorniamo per un momento al Partito Socialista Italiano, dovremo ripetere la constatazione negativa che, malgrado la lunga lotta della corrente rivoluzionaria per prevalere contro la destra, non si era mai giunti a una formulazione completa della tattica del partito in caso di guerra, e soprattutto in caso di guerra europea generale. In materia di antimilitarismo, tali questioni erano state negli anni precedenti agitate sempre da anarchici e sindacalisti soreliani con indirizzi di falso estremismo, quali il rifiuto personale di obbedienza, l’obiezione di coscienza e simili, e nemmeno perfetto era stato il lavoro del movimento giovanile socialista, che pure aveva per primo saputo tenersi distinto dai libertari e combattere il riformismo quando ancora nel partito dominava» (pag. 87).

Vengono messi in evidenza i vizi del Partito Socialista nel suo complesso, nonostante la lunga lotta della corrente rivoluzionaria, e imperfezioni anche del movimento giovanile. Ciò che Lenin nota nel movimento internazionale dell’epoca, la coesistenza della corrente opportunista e della corrente marxista, trova anche nel partito italiano la sua manifestazione. Anche se il comportamento del partito allo scoppio della guerra fu tale da consentire a Lenin di affermare nel novembre 1914: «I socialdemocratici rivoluzionari (“partito socialista“), con l’Avanti! alla testa, lottano, con l’appoggio della stragrande maggioranza degli operai più progrediti, contro lo sciovinismo, e denunciano gli interessi borghesi celati sotto appelli alla guerra» (da “Situazione e compiti dell’Internazionale”).

Le due correnti inconciliabili, riformismo e marxismo, si sarebbero sempre più distinte, fino alla salutare, inevitabile e necessaria rottura organizzativa.

Difficile era la situazione per la Sinistra che doveva battagliare anche all’interno del partito, allo scopo di fargli mantenere la fermezza nella lotta contro la guerra, e nel contempo riaffermare i principi e la tattica del socialismo rivoluzionario.

L’impostazione delle tesi della Sinistra (rifiuto della simpatia per uno schieramento imperialista, negazione della giustificazione delle guerre di difesa, negazione della teoria della “responsabilità” della guerra, riaffermazione che l’origine delle guerre sta tutta nel sistema capitalistico, rifiuto e denuncia della unanimità guerrafondaia) culmina in quell’esortazione “Al nostro posto …”! che, contro tutti i revisionismi, è il vero e feroce grido di guerra alla borghesia!

Interventismo, Neutralismo, Disfattismo

     «Qual’era l’esatta posizione dei rivoluzionari, come la ribadivano vari settimanali di sinistra delle federazioni (tra cui “Il Socialista” di Napoli)? Il soggetto della proposta neutralità o del proposto intervento bellico era l’Italia, lo Stato italiano. Per i bolsi democratici pari a quelli che oggi frodando la delega del proletariato riempiono gli scranni della Camera italiana, ogni azione e posizione politica si riduce a un’indicazione di quello che debba fare lo Stato, quasi che noi ne fossimo parte. Ma il partito di classe è la controparte, il nemico dello Stato borghese, che solo con la sua pressione e in estremi casi storici con le armi può piegare, ed anzi può distruggere. Noi dunque allora, socialisti italiani antiborghesi antibellici ed antistatali, non eravamo neutralisti dello Stato, ma interventisti della lotta di classe e domani della guerra civile, che sola avrebbe potuto impedire la guerra. Erano loro, i guerrafondai, gli interventisti, i patrioti, gli sciovinisti, a meritare il nome giusto di neutralisti della lotta di classe, di disarmatori dell’opposizione rivoluzionaria (…)
     «Ma il problema importante era quello entro il nostro partito. Ben pochi giungevano ad ammettere il disfattismo, quale Lenin lo teorizzò e non solo per la Russia assolutista, bensì per ogni Stato imperialista borghese. Meno che mai la destra turatiana, che aveva a sua volta minacciato l’azione di sabotaggio della mobilitazione ove il reuccio avesse dato l’ordine di partire (…) Nel centro si ondeggiava alle ventate del tempo difficile e si andava elaborando quella tattica castrata di Costantino Lazzari, uomo dai tanti meriti e dai tantissimi errori, che venne sintetizzata nella frase: “né aderire né sabotare” (…)
     «La consegna della sinistra era questa: All’ordine di mobilitazione rispondere con lo sciopero generale nazionale.
     «Nessun congresso o riunione poté discutere queste gravi alternative. Il partito nel complesso difese in tutti i modi e in tutte le occasioni la sua consegna di opposizione alla guerra, ad ogni guerra. Quando vennero in Italia socialisti filobellici degli Imperi Centrali e della Intesa, furono debitamente redarguiti e invitati a tornarsene indietro con le loro proposte corruttrici (Sudekum tedesco, Lorand e Destrèe belgo-francesi).
     «La più grave minaccia di crisi la portò Mussolini (…) Era un bubbone, e scoppiò, anche se dapprima ne fummo smarriti. Il 18 ottobre del 1914 l’Avanti! uscì con l’articolo: “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante”. Era il preludio alla tesi della guerra (…)
     «Ma già nel Partito Socialista prima del maggio 1915 vi era chi poneva nei giusti termini storici questo punto della violenza di Stato e della violenza di classe. Una breve nota del “Socialista” di Napoli che fece il giro dei settimanali del partito, svolgeva la critica del termine neutralisti. Noi non eravamo né neutralisti né pacifisti, né credevamo possibile come punto di arrivo programmatico la pace permanente fra gli Stati. Noi deploravamo il disarmo della lotta di classe, della guerra di classe, per far largo alla guerra nazionale. La nostra alternativa non era: non sospendere la lotta di classe legalitaria, ma: combattere nella direzione della guerra rivoluzionaria proletaria che sola avrebbe un giorno ucciso le radici delle guerre tra i popoli. Noi eravamo i veri interventisti di classe, interventisti della rivoluzione» (pag. 93).

All’interventismo borghese il partito rispose col noto motto ambiguo e col neutralismo, ma così facendo difese comunque la consegna di opposizione alla guerra, escludendo ogni appoggio a governi di guerra, ogni voto di crediti militari, ogni sospensione della sua opposizione. Era giusto, ma era poco: sufficiente sì per non affondare nel socialsciovinismo, ma non per un comportamento da rivoluzionari classisti.

La Sinistra, pur costretta a sostenere la politica delle mani nette della direzione nei riguardi della destra recalcitrante, andava già oltre, sottoponeva a critica il termine stesso di neutralista che mal le si attagliava, si dichiarava per l’interventismo di classe, proclamava che l’alternativa era combattere nella direzione della guerra rivoluzionaria proletaria: era per il disfattismo come Lenin, ammesso da pochi. Ma tempo ancora non era per una crisi interna manifesta. Non bastavano certamente grandi paroloni e frasi ad effetto se poi non si andava oltre la “separata responsabilità”. La Sinistra doveva battagliare contro le indecisioni della Direzione, contro il parlamentarismo demente del gruppo dei deputati, contro il sindacalismo patriottardo. Dichiarava insufficiente l’affermazione della neutralità e proponeva lo sciopero generale. Soprattutto si batteva affinché fosse finalmente chiarita la funzione preminente degli organi direttivi del partito rispetto agli organismi economici e al gruppo parlamentare.

     «I commentatori castrati osano oggi dire che in Italia nessuno prese la posizione di Lenin per il sabotaggio di qualunque guerra, anche di difesa, mentre tale posizione, come da articoli dei giornali “Avanti!” e “L’Avanguardia” e da proposte fatte nei convegni di partito, fu, prima che fossero note le tesi di Lenin, presa dalla estrema sinistra italiana: e noi lo documentiamo nella seconda parte [del volume], dove apparirà chiaro come, fra il 1914 e il 1918, malgrado l’assenza di legami internazionali, la sinistra rivoluzionaria sviluppò in una martellante successione sulla stampa di partito gli stessi temi fondamentali della battaglia leninista contro le suggestioni della propaganda guerrafondaia (tanto più insidiosa quanto più rivestita di orpelli democratici) nelle file del movimento operaio. Ed è un fatto che dalla Sinistra venne sull’ “Avanti!”, proprio alla vigilia della dichiarazione di guerra, l’unica parola inequivocabilmente classista ed internazionalista:
     «“Ancora una volta, o trepidi servitori del fatto compiuto, che vorreste farci leccare la mano che ci ha abbattuti ma non fiaccati, le due vie opposte si tracciano nette e precise: O fuori o dentro dal preconcetto nazionale e dagli scrupoli patriottici. O verso uno pseudo socialismo nazionalista o verso una nuova Internazionale. La posizione di chi nell’avversare la guerra non nascondeva una doppiezza miserabile non può essere che una, oggi che la guerra è un fatto compiuto: contro la guerra, per il socialismo antimilitarista ed internazionale” (“Il fatto compiuto”, 23 maggio 1915)» (pag. 100).

Notevolissimo: non solo la Sinistra sviluppava in quegli anni gli stessi temi della battaglia di Lenin in riferimento alla tattica in caso di guerra, ma contrapponeva allo pseudo socialismo nazionalista l’esigenza di una nuova Internazionale; in piena sintonia con Lenin che nello sviscerare la giusta tattica poneva anche in primo piano la questione del partito internazionale e in martellanti articoli mostrava come opportunismo e socialsciovinismo coincidessero e come la Seconda Internazionale avesse tradito e non potesse essere più possibile per i marxisti rivoluzionari continuare a convivere con correnti che negavano in principio o di fatto la rivoluzione proletaria.

     «Il Partito Socialista mantenne la sua opposizione, ma erano all’ordine del giorno frasi infelici (poco male per poche frasi; ma era la posizione di tutta una parte del movimento, sotto il coperto di un’unità che anche prima del maggio 1915 noi deprecammo apertamente (…) Tuttavia il partito nel suo complesso tenne miglior vita, almeno nel campo della ripresa dei rapporti internazionali. Fu a Zimmerwald (5-8 settembre ’15) e a Kienthal (24-30 aprile ’16). Non possiamo fare qui la storia di questi e altri meno notevoli incontri internazionali, ma va rilevato che le delegazioni italiane, composte, per ragioni intuibili, quasi soltanto di deputati tra cui vi erano pacifisti convinti ma non veri marxisti rivoluzionari, non poterono rispecchiare le posizioni della vigorosa sinistra del partito. Ecco perché il manifesto della Sinistra di Zimmerwald con la firma di Lenin e Zinoviev non reca firme italiane; in effetti, per le cause di guerra, un collegamento organizzato che non passasse per la Direzione del partito i sinistri italiani degli anni 1915 e 1916 non lo possedettero. Le firme italiane del manifesto generale di Zimmerwald sono quelle di Modiglioni e Lazzari. Lenin, come è noto, firmò anche quel testo, apertamente antibellico e di condanna esplicita al socialpatriottismo, considerandolo un buon “passo avanti verso la lotta reale contro l’opportunismo, verso la rottura e la scissione”; esso era stato scritto notoriamente da Trotski e rifletteva bene anche la posizione degli spartachisti tedeschi, degli eroici Liebknecht e Luxemburg» (pag. 102).
     «Le tesi sostenute dalla Sinistra gettarono all’aria tutto il bolso ideologismo ultraborghese. La nostra tesi era chiara; la guerra è venuta perché in regime capitalista non poteva non venire (Zimmerwald lo aveva ribadito) e la questione non è crogiolarsi in una nuova fase storica di pace, ma porsi il problema di non far venire altre guerre. Quale mezzo a disposizione ha il proletariato? Uno solo: rovesciare il capitalismo; quindi, se il programma di oggi (1917) non ha saputo essere quello di fermare la guerra col disfattismo, il programma del dopoguerra dovrà essere quello della presa del potere da parte del proletariato e della rivoluzione sociale. Il proletariato italiano, duramente provato dalla disastrosa guerra (in quel tempo ancora vittoriosa, malgrado il lento procedere dei fronti), avrebbe accolto quest’appello del partito per strappare con mezzi rivoluzionari il potere alla borghesia guerrafondaia; e non avrebbe avanzato la rivendicazione imbelle che divenisse pacifista.
     «Traguardo socialista dopo la guerra non sarà la forma della pace, ma la rivoluzione di classe: questo si disse a Roma e questa la rivendicazione della Sinistra, di cui i mozzaorecchi odierni hanno tutto detto quando la definiscono “teorica”. È proprio perché voi non siete “teorici”, che siete divenuti dei putridi traditori!» (pag. 105).

Non vi era solo il richiamo al disfattismo rivoluzionario, ma precise proposte programmatiche. Se non si era riusciti ad applicare il disfattismo, che avrebbe potuto fermare la guerra imperialista prima dello scoppio o durante il suo svolgimento, non bisognava arretrare verso l’imbelle e perdente pacifismo, ma approfittare della fase del dopoguerra mirando al traguardo della rivoluzione e non alla forma della pace. Le condizioni oggettive avrebbero poi stabilito il positivo esito del processo rivoluzionario o avrebbero sentenziato l’avvento di una ennesima controrivoluzione: compito del partito era comunque approfittare della crisi generale, di cui il dopoguerra è certamente una manifestazione, per agire nel senso della rivoluzione.

Anche qui l’allineamento con Lenin è perfetto!

     «L’atmosfera sociale italiana andava diventando incandescente e da tutte le parti le deliberazioni del convegno ed il manifesto pubblicato dall’ “Avanti!” suscitarono vivaci reazioni. Vivacissima fu quella dei giovani, che facevano propria la mozione di minoranza del convegno di febbraio, e moltissime sezioni fecero voti analoghi: gli atti processuali ricordano le sezioni e federazioni di Vercelli, Novara, Alessandria e, soprattutto, Torino, che respinge il proposito di non promuovere agitazioni per ottenere la fine del conflitto ed afferma: “Principalissimo compito del P.S. è di guidare il proletariato ad imporre la pace usando tutti i mezzi che possano offrirgli le circostanze, e di predisporre ed organizzare a questo scopo le forze della classe operaia” (mozione dell’1-2 luglio).
     «Ma il documento più significativo di questo insorgere di tutto il Partito contro la fiacchezza degli organi centrali deve ravvisarsi nell’o.d.g. votato dalla sezione di Napoli il 18 maggio 1917 e fatto circolare nel partito, che può ritenersi espressivo della posizione politica della sinistra, e che per la sua importanza e sistematicità riportiamo per esteso nella seconda parte (testo 32). Tale testo, riaffermata la relazione di principio tra capitalismo mondiale e guerra, nega tutte le modalità della pace che si pretende possano assicurarne la perpetuità prima che il sistema borghese sia rovesciato. Indica che il programma del dopoguerra non può essere che l’assalto ai governi borghesi per rovesciarli; rileva l’insofferenza delle masse ed afferma che debba essere incoraggiata ed inquadrata nel Partito; deplora l’andazzo col quale la Direzione del partito subordina le sue decisioni al Gruppo parlamentare e alla Confederazione del Lavoro, che dovrebbero invece ricevere dal centro del partito il loro indirizzo, e fa voti affinché il partito sappia compiere il suo dovere ponendosi all’avanguardia del proletariato in lotta – appunto le tesi sostenute nel dibattito al convegno di Roma e qui espresse con estrema lucidità. Questo voto [va inserito] nella serie delle manifestazioni più espressive dell’indirizzo della Sinistra rivoluzionaria» (pag. 110).

Ottobre 1917, Caporetto, Sciopero generale contro la guerra, uguale disfattismo, uguale rivoluzione

      «Nell’estate 1917 la guerra si svolgeva ancora nel logorante ritmo delle trincee; a Claudio Treves toccò il celebre “infortunio” della frase: “quest’altro inverno non più in trincea”. La frase non era estremista sebbene decisa; essa, in fondo, esprimeva il vecchio concetto riformista secondo cui la pressione del proletariato avrebbe indotto le classi dominanti a trovare la via della pace. La sinistra poneva invece chiaramente l’altra soluzione: porre fine alla guerra attraverso il rovesciamento della borghesia e del suo dominio. Treves voleva realmente la fine del conflitto, ma proprio per evitare che sboccasse in guerra civile» (pag. 111).

Chiara posizione marxista: si può porre fine alla guerra solo attraverso la rivoluzione comunista vittoriosa. E ciò nel duplice significato di ordine generale e di ordine particolare: le guerre, che hanno origine nel sistema capitalistico, cesseranno definitivamente solo con la scomparsa del dominio del capitale in tutto il mondo. Anche in un solo paese può vincere la rivoluzione, e per quel paese cesserà la guerra imperialista; se tale vittoria saprà fomentare anche su altri fronti disfattismo e rivoluzione allora tale guerra cesserà anche in altri paesi. Un’altra guerra verosimilmente riprenderà, anche in tempi ristretti, ma la guerra non sarà più tra predoni imperialisti poiché da una parte vi saranno uno o più Stati borghesi che useranno i loro eserciti per la salvezza del capitalismo, dall’altra uno o più Stati proletari con l’armata rossa che si batterà per la piena affermazione del socialismo, in una guerra di difesa o di attacco che la Sinistra e Lenin definiscono rivoluzionaria.

Importante dunque il 1917 anche in Italia: non vi fu la rivoluzione, ma si andò verso uno dei suoi indispensabili presupposti, la chiarezza teorica trovava sempre meglio la via, anche organizzativa, del partito finalmente di classe.

     «Nei moti dell’agosto 1917 ancora una volta furono gli operai di Torino a condurre una viva e vera azione di guerra di classe (…) L’abile marxista Treves poté condannare l’errore di “localismo”, mentre i torinesi giustamente rampognavano il partito di averli lasciati soli (…) Da tutto il resto d’Italia noi sinistri rispondemmo alla Critica Sociale ponendo apertamente l’esigenza della scissione del partito come condizione alla presa della armi in un’azione rivoluzionaria» (pag. 112).

Si dichiara ancora una volta l’esigenza del partito di classe quale condizione sine qua non alla presa delle armi per azioni rivoluzionarie e manifestamente si afferma che l’unica via per arrivare alla formazione del partito passa per la scissione.

     «Da varie parti si deformava la verità sui moti di Torino, anche a favore degli operai e della vigoria della dirigenza socialista di semisinistra, dal che i borghesi costruivano il sogno di una repressione nazionale dei “disfattisti” che poi il fascismo attuò» (pag. 112).

“Disfattisti”, è l’accusa lanciata dai borghesi e dagli opportunisti sfacciati, accusa che Sinistra e Lenin non respingono: voi ci accusate di essere disfattisti, ma noi siamo consci che l’azione rivoluzionaria in tempo di guerra favorisce la disfatta, la sconfitta del governo del paese in cui l’azione di svolge (“del proprio governo”)!

Qui l’accusa era sproporzionata, ma, significativamente lo scopo era quello di reprimere preventivamente i disfattisti e i fatti di Torino erano certamente disfattisti.

     «Si partì da una protesta per la mancanza di pane e poi si proclamò, dalle folle e dalle organizzazioni, la maledizione alla guerra; gli operai presero le armi che poterono e i soldati ne consegnarono loro alcune delle proprie; le donne assalirono le autoblinde, e occorse uno spiegamento di forze enormi, arresti a migliaia di dimostranti e di militanti socialisti, e pressione morale inaudita sui parlamentari e sui capi sindacali di parte operaia, per disarmare il moto con la solita invasione di rito in Corso Siccardi e poi il clamoroso processo con enormi condanne.
     «Va rilevato che proprio agli operai di Torino il pane non poteva mancare più che altrove e la trincea non faceva paura perché erano esonerati delle fabbriche di produzione bellica; anzi, sfidarono la pena d’esser rimandati al fronte perdendo l’ambito “bracciale azzurro”. Come negare che fu fatto politico e non economico quello che spinse alla lotta una tale avanguardia operaia?
     «A veri militanti rivoluzionari fu facile mostrare, senza nulla smentire, ch’era falsa l’accusa di aver fatto muovere Torino per lavorare alla vittoria degli austriaci. Se Torino operaia da sola avesse potuto vincere, sarebbe stato l’invito migliore ai lavoratori di Vienna e ai combattenti del fronte austriaco, perché insorgessero. Vana quindi la campagna della più lurida borghesia d’Europa per provare che il “complotto” di Torino preparò la frana militare di Caporetto, più che non lo avesse provocata la citata frase di Treves.
     «Torino dette con eroismo di classe un vivo, alto esempio, che segnò una tappa sulla via della preparazione del movimento comunista italiano, fino ad altri eventi contrari che troveremo sul nostro cammino» (pag. 112).

     «I proletari soldati avevano applicato sia pure in modo insufficiente il disfattismo, disertando il fronte. Avevano gettato le armi invece di tenerle per azioni di classe, come nello stesso tempo avveniva sui fronti russi; se non avevano sparato sui loro ufficiali, era perché gli ufficiali erano scappati con loro anziché impugnare le storiche pistole dell’Amba Alagi 1897 (altra grande tappa italiana) nel tentativo di arrestare la fuga. Le masse avevano capito quanto possono capire, finché non fa maggior luce il partito rivoluzionario. Ora si trattava di impedire che il partito socialista si unisse al grido: Riprendete le armi e tornate contro il nemico!» (pag. 114).

I proletari soldati dunque avevano attuato un disfattismo a metà, parziale. Sarebbe arrivato a disfattismo pieno se, invece di gettare le armi, le avessero volte contro il nemico di classe interno per azioni rivoluzionarie. Ma ciò non fu perché non poteva essere, mancava il faro del partito di classe. Il compito principale della Sinistra nel partito, in quel frangente e nelle condizioni di allora, purtroppo non potè essere quello di indirizzare le forze proletarie contro la borghesia, ma fu quello di impedire la parola d’ordine controrivoluzionaria “armi in pugno e… di nuovo al fronte per la difesa del sacro patrio suolo”!

Non è garantito che Caporetto più partito comunista avrebbero portato alla rivoluzione in Italia. Si può affermare però che una Caporetto senza partito di classe non porta alla rivoluzione, mentre con partito di classe diventa un momento del processo rivoluzionario che potrà eventualmente andare a buon fine se tutte le altre condizioni necessarie si realizzeranno.

La Sinistra era perfettamente consapevole di quali azioni si sarebbero dovute intraprendere per attuare il disfattismo rivoluzionario conseguente, e dei disastrosi effetti della sconfitta sul governo italiano, ma non poteva far diventare tali convinzioni di tutto il partito, per tramutarle in tattica rivoluzionaria operante: sarebbe stata necessaria prima la netta separazione dei comunisti da… tutti gli altri!

Mentre il partito nel suo complesso continuava a mantenere quell’atteggiamento di “onesta” opposizione alla guerra, grazie però e soprattutto all’azione della sua ala sinistra che in ogni occasione non mancava di mettere alla gogna le posizioni di destra e senza posa criticava la Direzione per i suoi tentennamenti, appoggiandola quando era il caso contro i vari Turati di turno, l’estrema sinistra andava distinguendosi sempre più e sempre meglio anche rispetto alla vecchia frazione intransigente.

Questo il giudizio della Sinistra e di Lenin: il Partito socialista italiano lottò contro la guerra e il proletariato lo seguiva. Però se tale lotta fu conseguente per il partito di allora non lo fu e non poteva esserlo rispetto alla solida impostazione marxista, come invece lo fu per il partito di Lenin. In Italia vi fu un disfattismo a metà, attuato dalle masse proletarie al fronte ma mancante dell’apporto determinante e della indispensabile guida del partito di classe.

La Sinistra ancora una volta fece sentire la sua chiara voce, ma per l’ennesima volta il suo appello non poté tradursi in una mozione (documento ufficiale del partito, vincolante per tutti) altrettanto netta e tagliente. Soprattutto nella vita pratica di partito si tenne poco conto o nulla delle “affermazioni di principi validi ribaditi dalla sinistra”.

     «L’Avanguardia, prese posizione per la linea più radicale in materia di azione contro la guerra. Importantissima conferma se ne ebbe al congresso della Federazione giovanile tenuto a Reggio Emilia il 10 e 11 maggio 1915, ossia alla vigilia dell’intervento dell’Italia in guerra, il cui voto, importantissimo perché contiene il principio disfattista dello sciopero generale in caso di guerra, fu quindi propugnato (come abbiamo esposto) dai delegati della estrema sinistra e della Federazione giovanile stessa al convegno del 15 maggio 1915 a Bologna degli organismi del partito».

Sull’azione contro la guerra fu approvato a grande maggioranza l’ordine del giorno:

     «I giovani socialisti italiani, mentre affermano che sia necessario rendere sempre più sensibile in questo momento il distacco fra borghesia e proletariato e credono e sperano che lo sciopero generale in caso di guerra sarebbe il segno veramente efficace di questo distacco, danno mandato di sostenere le loro convinzioni, e la loro volontà di affermare con qualunque sacrificio il proposito di salvaguardare gli ideali e gli interessi della classe lavoratrice, ai rappresentanti che si recheranno al convegno nazionale di Bologna» (pag. 120).

Proposta concreta, tattica, chiara: proletariato e borghesia hanno interessi contrapposti e il distacco che c’è tra loro deve essere reso un abisso dal partito. Come? Si inizi dallo sciopero generale in caso di guerra! In questa impostazione è il principio disfattista!

     «Il giornale prese un indirizzo di sinistra subito dopo che il partito ebbe respinto la proposta di sciopero generale, e un articolo dell’ottobre 1916, sviluppa le stesse idee, le stesse direttive che l’estrema sinistra affermò con forze notevolissime al convegno di Roma del febbraio 1917 (…)
     «In un articolo successivo, del luglio 1917, dal titolo “Ancora più avanti”, l’organo dei giovani manifesta decisamente l’idea che l’Internazionale Socialista dopo la guerra debba essere scissa in due, e gli antichi capi, che nel 1914 hanno tradito, vadano respinti al di là di un vero abisso che separi i marxisti rivoluzionari da tutti i transfughi in campo socialpatriottico» (pag. 122).

Si noti come la critica alla tattica rinunciataria del partito nel suo complesso e la proposta di guidare il proletariato in azioni disfattiste, sempre respinta, fossero accompagnate dalla manifesta dichiarazione dell’esigenza di rompere con l’opportunismo, con il socialsciovinismo per addivenire ad una nuova Internazionale; come tutti gli scritti di Lenin di questo periodo intorno alla questione guerra.

     «Delle prese di posizione dei giovani nel cruciale periodo febbraio-giugno 1917 informa tuttavia più dettagliatamente la già citata “Memoria al Partito socialista della Federazione giovanile socialista italiana”, in data Roma 24 maggio 1917 (…)
     «Essa è una vivace critica degli organi direttivi del partito che non hanno mantenuto la promessa di prendere in seria considerazione l’o.d.g. presentato dalla sinistra al convegno di febbraio, e che, nei convegni dell’aprile e del maggio a Milano, hanno tenuto un atteggiamento sostanzialmente pacifista e gradualista. Vi sono riportate due proposte di aggiunte o meglio chiarimenti della Federazione Giovanile all’o.d.g. della sinistra al convegno di Roma; la prima chiede di “imporre alla Confederazione Generale del Lavoro un indirizzo nettamente classista; in tutte le occasioni adatte (ricorrenze straordinarie, processi politici, crisi parlamentari, provocazioni internazionali, ecc.) proclamare lo sciopero generale e convocare comizi, affermandosi in quest’unico programma: “la pace, non la vittoria”; tener deste e pronte le forze proletarie e, qual’ora queste scoppiassero al di fuori della nostra iniziativa, intervenire illuminandole e difendendole dalla reazione borghese» (pag. 123).

Anticlericalismo e antimilitarismo

Come abbiamo già ricordato la questione “socialismo e religione” e la questione “socialismo e guerra” sono state talvolta abbinate per meglio presentare la posizione generale e la tattica riguardanti l’una utilizzando le esemplificazioni e le argomentazioni intorno all’altra.

Ciò che notiamo seguendo il processo di formazione della Sinistra in Italia, oltre al ricadimento continuo di classiche posizioni invarianti, è la sempre miglior specificazione di esse riguardo anche alla forma di presentazione e alla terminologia allo scopo di rafforzare il nostro partito e distinguerlo meglio da tutta la ridda di organizzazioni nostre avversarie di ieri, oggi e domani.

Come abbiamo visto, nel 1907, anno del Congresso giovanile socialista in cui fu fondata la Federazione Nazionale Giovanile aderente al Partito Socialista Italiano, si affrontarono entrambi gli argomenti. Si trattò di antimilitarismocon posizioni che, con formulazioni ingenue, istintivamente, affermavano l’internazionalismo proletario.

Si trattò anche di anticlericalismo, seppur con “forma ingenua ma recisa”: soprattutto si prese il toro per le corna non tacendo sul problema della religione.

Nel 1908 altro colpo di scalpello: non solo anticlericalismo, ma propaganda antireligiosa; sull’antimilitarismo “notevole” è il richiamo al congresso di Stoccarda del 1907 (tante volte ricordato da Lenin insieme con quello di Basilea per quelle chiare prese di posizione, poi non fatte proprie dalla Seconda Internazionale nel suo complesso e dai suoi organi direttivi, che avrebbero permesso, se seguite, il levarsi del proletariato in armi contro la guerra imperialista per la guerra civile) mentre il partito adulto “non troverà neppure il tempo” di affrontare il tema.

Nel 1910 “buone tesi sono enunciate sull’antimilitarismo”, sulla concezione borghese di patria e, “sia pure con una certa ingenuità di formulazione”, sulla necessità di combattere la propaganda irredentista, sulla necessità di indurre il gruppo parlamentare (come sempre recalcitrante e restio a sottoporsi alle decisioni della Direzione) ad una conseguente azione socialista, antipatriottica e internazionalista.

“Anche sull’azione anticlericale vi sono affermazioni notevoli”: viene affermata la necessità di andare oltre l’anticlericalismo, “che è divenuto una specie di sport per la borghesia”, per compiere “un’assidua azione antireligiosa”. Si distingue nettamente l’anticlericalismo di tipo borghese da quello di tipo socialista: “l’anticlericalismo dei giovani socialisti deve essere ispirato a genuini concetti di classe” e deve essere espulso chiunque compia “pratiche religiose”.

Il 14 dicembre 1913 viene pubblicato su L’Avanguardia un importante articolo intitolato “Socialismo e Religione” di cui riportiamo alcuni brani.

     «È ormai assodato che la nostra profonda divergenza dai metodi degli anticlericali borghesi, e tutta la viva campagna svolta in questo senso da qualche anno dalla stampa socialista, e specie dal movimento giovanile, non significano e non devono significare una diminuzione di intensità nell’azione anticlericale dei socialisti, come si è qualche volta insinuato dagli avversari» (pag. 219).

Potremmo parafrasare: la nostra profonda divergenza dai metodi degli antimilitaristi borghesi, dei pacifisti, non significa una diminuzione di intensità nell’azione socialista contro il militarismo.

     «Gli ultimi avvenimenti politici ci hanno dato più agio di dimostrare che l’anticlericalismo bloccardo non è che l’etichetta con la quale si vorrebbe coprire la merce avariata dei connubi sul terreno elettorale, per i quali i partiti della democrazia hanno una vera debolezza, così da arrivare fino alla disinvoltura di contrarre alleanze con i clericali per fronteggiare l’avanzata dei socialisti, nello stesso tempo che tentano, ove meglio convenga al loro arrivismo, i soliti vieti motivi del popolarismo piangendo a lagrime di coccodrillo l’intransigenza socialista» (pag. 219).

E non succede lo stesso fenomeno nell’ambito del militarismo e dell’antimilitarismo? Esiste anche un antimilitarismo bloccardo con schieramento di pacifisti e guerristi allo scoppio della guerra di difesa del patrio suolo: antimilitaristi di tutte le sfumature e borghesi guerraioli si alleano “per fronteggiare l’avanzata dei socialisti”, per contrastare la genuina tattica contro la guerra, contro il difesismo, per il disfattismo, per la sconfitta del proprio governo.

Si ribadisce che esiste un preciso “anticlericalismo socialista” che si contrappone a tutti gli altri anticlericalismi da cui bisogna restare “lontanissimi”.

     «Nell’eccitare la classe sfruttata a sottrarsi all’oppressione economica che subisce, il socialismo, basandosi sulle condizioni economiche, deve risalire alla critica di tutte le false concezioni con le quali la borghesia difende i suoi privilegi. Il socialismo non fa esclusivamente la questione economica, come così spesso si ripete dai critici sfaccendati, ma vede in essa la causa prima di tutti gli altri fatti sociali e se ne fa una traccia sicura per affrontare tutti gli altri problemi» (pag. 220).

In tre righe viene sintetizzato il nostro materialismo, non volgare ma dialettico, che ci impone di affrontare tutti i problemi che sono originati dalla società borghese: per questo il socialismo deve lottare a fondo anche contro il clericalismo; e il socialista, ben distinguendosi, poteva definirsi e si definiva “anticlericale”.

Si arriva poi a parlare di antimilitarismo per meglio spiegare l’anticlericalismo socialista.

     «Noi non possiamo quindi accettare che la religione sia una questione privata, senza prestare il fianco ad obiezioni troppo facili e senza commettere una grave imprudenza. Come noi combattiamo, ad esempio, il militarismo non solo perché quotidianamente aggrava il disagio economico delle classi non abbienti, ma soprattutto perché esso è nella sua essenza un poderoso strumento di dominazione della classe borghese e di diffusione di tendenze antirivoluzionarie; così dobbiamo vedere nella religione uno dei mezzi di difesa della borghesia, e quindi un fattore importantissimo della vita sociale collettiva, anziché una privata questione di ciascun individuo» (pag. 220).

Dobbiamo arrivare al 1951 per ritrovare ancora insieme le due argomentazioni rafforzantesi a vicenda. Il Filo del Tempo in Battaglia Comunista n. 6 “Tartufo, o del Pacifismo” è tutto improntato a mostrare come la nostra posizione contro il pacifismo risalga, sul filo del tempo, alle posizioni di Marx ed Engels passando per Lenin. Ed è il ’51 una data importante per la nostra storia di partito, quando si coagularono tutti quegli elementi storici vitali e impersonali che portarono ad un bilancio del maledetto periodo aperto nel 1926 con una selezione delle forze genuinamente marxiste. Da allora proseguì chiaro e continuo l’approfondimento di tutte le questioni riguardanti il movimento proletario e il suo partito marxista al fine di rinsaldare il filo rosso della rivoluzione proletaria.

     «Lenin sulla soglia dello esame marxista della guerra 1914, che condusse a stabilire che essa non era da nessun lato “guerra di progresso”, ma puro conflitto tra sfruttatori imperialisti, sicché il dovere di tutti i socialisti era di lottare contro tutti i governi in tutti i paesi ed in tempo di guerra, Lenin tiene a stabilire che questo dovere non sorgeva da una astratta posizione di “condanna di ogni guerra”, com’è accessibile ad ideologi conservatori o libertarii.
     «Ma vi è di più. Non solo noi ci differenziamo dai pacifisti borghesi perché essi negano l’impiego di armi nella lotta tra le classi sociali, e per la loro incapacità all’apprezzamento storico delle guerre, ma per un altro punto, sul quale Lenin mostra di pensare che anche gli anarchici siano con noi, così come su quello della guerra civile.
     «Ci divide dai pacifisti borghesi “il nostro concetto della dipendenza causale delle guerre dalla lotta di classe nell’interno di ogni paese, e la convinzione della impossibilità di porre fine alle guerre senza l’abolizione della società di classi e senza la vittoria della rivoluzione socialista”. Questo passo, che noi per motivo di propedeutica abbiamo citato per ultimo, è il primo della tesi sul pacifismo, ed è il più importante. Esso distrugge ogni possibile ospitalità nel marxismo-leninismo di movimenti che abbiano a finalità la soppressione della guerra, il disarmo, l’arbitrato o la eguaglianza giuridica tra le nazioni (Lega di Wilson, U.N.O. di Truman).
     «Il leninismo non dice ai poteri capitalistici: io vi impedirò di fare la guerra, o io vi colpirò se fate la guerra; esso dice loro, so bene che fino a quando non sarete rovesciati dal proletariato voi sarete, che lo vogliate o meno, trascinati in guerra, e di questa situazione di guerra io profitterò per intensificare la lotta ed abbattervi. Solo quando tale lotta sarà vittoriosa in tutti gli Stati, l’epoca delle guerre potrà finire.
     «Si tratta di una posizione generale. Il marxista non può essere pacifista o “antiguerrista” poiché ciò significa ammettere che si possa abolire la guerra prima della abolizione del capitalismo. Non basta dire che ciò sarebbe un errore teorico. Esso è un tradimento politico, perché una simile illusione non facilita il convogliamento delle masse ad una lotta più vasta, bensì ne agevola l’asservimento, non solo al capitale, ma anche alla guerra stessa. Le masse proletarie guidate da cattivi marxisti, che si erano sempre detti pacifisti, hanno dovuto fare la guerra contro i tedeschi perché i loro capi hanno detto che quelli soli minacciavano la pace, come la hanno dovuta fare contro i russi per lo stesso motivo: hanno marciato due volte e marceranno forse la terza, e dai campi opposti, a combattere una guerra “che dovrà mettere fine alle guerre”».

E toccando l’altra questione, quella della lotta contro il clericalismo e la religione:

     «Si tratta, diciamo, di una posizione generale. Il marxista non è pacifista, per ragioni identiche a quelle che non ne fanno, ad esempio, un anticlericale: egli non vede la possibilità di una società di proprietà privata senza religione e senza chiese, ma vede finire chiese e credenze religiose per effetto della abolizione rivoluzionaria della proprietà. L’ordinamento della schiavitù salariata vivrà tanto più a lungo quanto più a lungo i suoi complici faranno credere che, senza sovvertirne le basi economiche, sia possibile renderlo immune da superstizioni religiose, o eliminarne la eventualità di guerre, e togliergli gli altri suoi caratteri retrivi, o brutali».

Sintetizzando: i “partigiani del libero pensiero”, i “partigiani della difesa nazionale” e i “partigiani della pace” sono da sempre dall’altra parte della barricata.

     «Nel periodo in cui era evidente che le guerre di sistemazione nazionale erano finite la borghesia si tutelò largamente dalla radicale azione proletaria di classe con i movimenti di “partigiani del libero pensiero” che dilagarono alla fine del secolo. Successivamente, nel periodo delle guerre imperialistiche, si tutelò coi movimenti ibridi di “partigiani della difesa nazionale” e oggi “partigiani della pace”.
     «Sostituire, dinanzi, all’avvicinarsi di nuove guerre, al criterio dialettico di Marx e Lenin – tanto nella dottrina che nell’agitazione politica – lo sfruttamento plateale della ingenuità delle masse nei riguardi della santità della Pace e della Difesa, non è altro che lavorare per l’opportunismo e il tradimento, contro i quali Lenin si dette a costruire la nuova Internazionale rivoluzionaria super han petram; su questa pietra: CAPITALISMO E PACE SONO INCOMPATIBILI!
     «Dedichiamo ai pacifisti di oggi una lapidaria tesi del Terzo Congresso (33.ma, sul compito dell’Internazionale Comunista): Il pacifismo umanitario antirivoluzionario è divenuto una forza ausiliaria del militarismo».

Queste citazioni sono il condensato dell’acquisizione storica del movimento marxista in materia di guerra e di religione e stabiliscono la “posizione generale” cui deve far riferimento la tattica. Sono in linea con posizioni che risalgono a Marx, che via via sono state ribadite, riformulate, per combattere successivi ricorrenti attacchi.

Solo i collitorti possono vedere contraddizioni: “Eravate anticlericali e antiguerristi e ora non lo siete più”! come, pur di rinnegare il marxismo “scoprono” a comando contraddizioni tra Marx, Engels, Lenin, la Sinistra e addirittura in se stessi.

Già nel 1913 si precisava di non confondere la critica all’anticlericalismo borghese con una diminuzione di intensità nell’azione anticlericale dei socialisti. Nella solo apparente contraddizione vi è piena continuità nella sostanza, avvolta da forme imposte dall’epoca storica. L’aspetto essenziale nell’articolo del 1913 era l’affermazione del dovere per il socialismo della lotta non solo al clericalismo ma anche alla religione. Oggi, se non ci definiamo anticlericali, vuol dire che non siamo contro il pretume e il connubio antiproletario tra Stato borghese e Chiesa, qualunque essa sia? Anzi: più chiara sarà la nostra posizione e più efficace la nostra critica e la nostra azione se, giusta la Sinistra (anche 1913!) e giusto Lenin avremo fatto nostro il concetto che noi siamo al di sopra e contro sia il clericalismo (ulteriore manifestazione della politica borghese legata a doppio filo con le strutture ecclesiastiche) sia l’anticlericalismo, come insieme, anche eterogeneo, di movimenti che si illudono di eliminare la nefasta influenza delle Chiese, non della religione, rimanendo nell’ambito delle istituzioni borghesi!

Antimilitarismo vecchio, antimilitarismo nuovo

Nell’ambito della Seconda Internazionale si diceva che compito dei socialisti era quello di impedire la guerra, pur legandolo indissolubilmente alla possibilità e alla necessità per il movimento proletario di trasformare la guerra imperialista, non impedita e scoppiata, in guerra civile: è per questo mancato tentativo che Lenin mise alla gogna i traditori!

Una volta fatta piazza pulita di tutte le posizioni riformiste e opportuniste – una volta arrivati al pieno ripristino del genuino programma marxista il cui apice si situa nei primi anni di buon funzionamento dell’Internazionale Comunista; successivamente, dopo l’altro terribile tradimento perpetrato dallo stalinismo, e dopo l’ulteriore opera di restaurazione del marxismo compiuta a partire dal 1926 e dopo il secondo dopoguerra, sulla scorta degli insegnamenti del maestro Lenin e di tutta l’esperienza storica acquisita nelle battaglie contro la borghesia e nelle lotte interne al partito stesso, dopo cioè un ulteriore affinamento operato nelle categorie del partito marxista (lezione delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni) – si giungeva ad affermare, nella questione che più da vicino ci interessa, che compito dei comunisti non è quello di impedire ai poteri capitalistici di fare la guerra, ma di approfittare dello stato di guerra per rovesciarli.

Ciò non significa che, se possibile, prima della guerra non li si rovescerà oppure che, non potendolo prima, si auspichi lo scoppio della guerra, perché allora certamente sarebbe possibile la rivoluzione: posizione rinunciataria e traditrice la prima e guerrista la seconda.

L’azione del partito di classe, d’altra parte, non deve essere tesa al raggiungimento di condizioni, supposte più favorevoli, con qualunque mezzo: impedire la guerra comunque, se questa si avvicina quando il proletariato e il partito non sono pronti. L’unico mezzo noto ai comunisti per bloccare la guerra imperialista (aprendo un’epoca di guerre rivoluzionarie) è la rivoluzione vincente, prima o dopo lo scoppio. L’effetto è questo e non vale per noi il viceversa: non diciamo se è minacciata la guerra o se scoppia allora per bloccarla noi faremo la rivoluzione. Il nostro grido “o guerra o rivoluzione comunista” ha questo e solo questo significato e al proletariato che lotta per la pace il partito deve chiaramente dire che l’unico mezzo per fermare la guerra è la rivoluzione e questa significa disfattismo, guerra civile e, se vincente, molto probabilmente, se non certamente, guerra rivoluzionaria.

Tutto ciò lo si ritrova anche prima del ’14; ma nei partiti della Seconda Internazionale è confuso in posizioni non del tutto chiare o addirittura spurie per l’operato del revisionismo gradualista e dell’opportunismo. Lenin doveva riportare definitiva chiarezza nel partito su tutte le questioni e in particolare sulla questione socialismo e guerra; codificò il “disfattismo”, formulò nettamente ciò che era comunque implicito per i veri socialisti: non si deve temere e anzi bisogna affrettare, in caso di guerra, la sconfitta del proprio governo, per la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile.

Dovevano sparire definitivamente nella Terza Internazionale le illusioni su disarmo, arbitrato, possibilità di fermare la guerra coi voti parlamentari e simili altre deviazioni secondinternazionaliste, che potevano giustificare la loro presenza nel partito solo nell’epoca 1871-1914.

Si doveva passare da un antimilitarismo vecchio a un antimilitarismo nuovo. Nei pochi anni successivi Lenin e La Sinistra seppero ridefinire la tattica marxista in caso di guerra e se l’atteggiamento tattico generale contro il militarismo e particolarmente in caso di guerra fu detto “antimilitarismo nuovo” dalla Sinistra o “disfattismo” da Lenin, la sostanza fu ed è la stessa. Accusati di “disfattismo” i bolscevichi non negarono e furono “confessi”: si, siamo “disfattisti”, perché a tanto porta la tattica socialista in caso di guerra imperialista; e sul carattere principale della guerra Lenin dovette battere più e più volte, ricorrendo, vecchio vizio marxista, al solito nostro metodo di cogliere il fenomeno principale tralasciando i secondari (vi erano pur questioni “nazionali” anche nel ’14, ma non bisognava prendere lucciole per lanterne!). Porta, se applicata correttamente, ad operare per la sconfitta, per la disfatta del proprio governo in guerra. Il rivolgere le armi contro il nemico interno, le prime mosse rivoluzionarie, la guerra civile favoriscono la sua sconfitta militare e questa a sua volta costituisce la condizione migliore per la vittoria socialista.

Contro i “difesisti”, i “socialsciovinisti”, i “socialpatrioti”, i “socialisti per la rivoluzione però fino a quando la patria non è in pericolo”, contro tutta questa risma di antirivoluzionari Lenin adottò alla nostra tattica il termine “disfattismo” che ben ci contraddistingue.

Forse che da allora non siamo più contro il militarismo borghese, contro gli ordinamenti militari e le guerre borghesi, forse che non siamo più anti-militaristi? Forse che rifiutando il termine di “antifascisti” non siamo più conseguenti nemici del fascismo, in quanto è uno dei modi di governo della borghesia, acerrima nostra nemica? Anzi saremo più conseguenti nella nostra azione contro il militarismo borghese se abbiamo (soggetto è il partito) la piena coscienza e se non nasconderemo al proletariato, anche in tempo di pace, che la nostra tattica in guerra è quella del disfattismo rivoluzionario; solo così i nostri interventi in difesa delle condizioni dei proletari soldati saranno veramente incisivi e nei movimenti che potranno sorgere, anche nelle file dell’esercito borghese, potremo meglio organizzare i proletari in divisa per indirizzare le loro energie, insieme con quelle dei proletari senza divisa, verso la realizzazione della rivoluzione comunista.