Partito Comunista Internazionale

[RG-39] Tesi sulla questione cinese Pt.2

Categorie: China, History of China

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15) Nella sconfitta del 1927, lo stalinismo non volle mai vedere che una “tappa” della rivoluzione borghese in Cina e un “provvisorio” rinculo del movimento operaio. Noi respingiamo questa interpretazione. Le lotte di classe in quel periodo furono così poco “parziali” che si trasformarono in una lotta per la conquista del potere fra borghesia e proletariato, e la sconfitta si accompagnò alla eliminazione fisica duratura di tutta l’avanguardia comunista. Ormai, come disse Trotski, la “rivoluzione democratica” in Cina avrà il carattere non più di una rivoluzione, ma di una controrivoluzione, borghese. Infine, il rovescio del 1927 segna per l’Internazionale di Mosca il rinnegamento completo della tradizione bolscevica in tutti i paesi d’Oriente. Alle “Tesi di Aprile” (1917), con le quali Lenin annunciava l’imminente vittoria della rivoluzione russa, si contrappongono parola a parola le Tesi dell’aprile 1927, in cui Stalin giustifica con la teoria delle “tappe” rivoluzionarie il colpo di stato di Ciang Kai-shek.
     Contro la storiografia nazionale e borghese, il marxismo deve dunque ristabilire la sua concezione proletaria e mondiale del corso storico dei movimenti rivoluzionari borghesi:
– 1789-1871, moti democratico-borghesi nell’Europa occidentale (come pure in America del nord e in Giappone);
– 1905-1950 circa, moti nazional-rivoluzionari nell’Europa orientale e in tutta l’area afro-asiatica; una sola vittoria proletaria: in Russia;
– 1917-1927, strategia mondiale della rivoluzione permanente, con sconfitte successive in Europa (1918-1923) e in Asia (1924-1927), quali premesse alla controrivoluzione stalinista in Russia e nel mondo.

D. “Socialismo contadino” e democrazia “di tipo nuovo”

16) Il marxismo non ha solo denunziato la teoria della “tappa democratica”: ha anche respinto, nella “tappa agraria”, l’impiego ad opera di Stalin della parola d’ordine della “dittatura democratica degli operai e dei contadini” per coprire l’alleanza governativa con il Kuomintang di sinistra. Nella sua forma compiuta, questa teoria è diventata quella della democrazia “nuova”, abbandono completo delle concezioni marxista sulla natura di classe di ogni Stato. «Nel mondo, i vari sistemi statali, in base al carattere di classe del potere politico, possono essere fondamentalmente classificati in tre categorie: a) repubblica sotto la dittatura borghese; b) repubblica sotto la dittatura del proletariato; c) repubblica sotto la dittatura congiunta della varie classi rivoluzionarie […] Fino a quando si tratta di rivoluzioni nelle colonie e semicolonie, la struttura dello Stato e del potere politico sarà necessariamente la stessa nelle linee generali, cioè uno Stato di nuova democrazia sotto la dittatura congiunta delle varie classi antimperialiste» (Mao Tse-tung, “Sulla nuova democrazia”, 1940).
     Non soltanto l’Internazionale di Lenin non ha mai chiamato i proletari delle colonie a fondare questi Stati “intermedi” fra la dittatura del proletariato e quella della borghesia, ma noi neghiamo altresì che ne esista o ne sia resistito uno solo dopo 40 anni di “fronti anti-imperialistici”. L’esperienza del dualismo del potere nella Rivoluzione Russa ha provato che la “dittatura democratica degli operai e dei contadini” non può non trasformarsi, a breve scadenza, o in dittatura del proletariato o in dittatura della borghesia. Trotski estese quest’insegnamento alla rivoluzione di Cina, e noi ne vediamo oggi la conferma nel punto di approdo borghese di tutti i moti anticoloniali.
     «Se i populisti russi e i menscevichi diedero apertamente alla loro effimera “dittatura” la forma di una dualità di poteri, al contrario la “democrazia rivoluzionaria” cinese non si era sviluppata abbastanza per arrivare a questo. E siccome la storia non lavora su ordinazione, non resta che rendersi conto che non c’è e non ci sarà altra “dittatura democratica” se non quella esercitata dal Kuomintang dal 1925» (Trotski, “L’Internazionale comunista dopo Lenin”, 1928).

17) Dopo aver a lungo ignorato il movimento agrario e l’armamento dei contadini, gli staliniani se ne invaghirono al punto di vedervi il «tratto originale della rivoluzione cinese e il fondamento della democrazia di tipo nuovo». «La questione nazionale è, fondamentalmente, una questione contadina», scriveva Stalin in “Il marxismo e la questione nazionale” (1913). Di qui Mao deriverà poi la sua concezione della rivoluzione cinese come essenzialmente “rivoluzione contadina”, che dalle campagne accerchia le città.
     Non è questa, per noi, l’originalità delle rivoluzioni borghesi nell’epoca imperialistica. In passato tutte hanno messo in moto il contadiname in forme diverse, compresa l’organizzazione armata; tutte hanno realizzato in gradi diversi profonde trasformazioni nell’agricoltura. Ma il marxismo ha sempre sottolineato l’incapacità della classe contadina di avere una politica propria. Esso ha dimostrato che le insurrezioni agrarie, parti integranti delle rivoluzioni borghesi, sono riuscite unicamente muovendosi sotto la direzione delle città e cedendo loro il potere. Il “Manifesto” del 1919 dell’Internazionale Comunista insisteva già sul carattere duplice del contadiname e sulle ragioni per cui non può agire come classe indipendente: il contadino non è che il rappresentante sociale di rapporti borghesi; lascia sempre ad altri il compito della sua rappresentanza politica. A tutti i campioni del “socialismo contadino” che, in Russia come in Cina, ci rimproveravano di “sottovalutare” il contadiname, noi abbiamo contrapposto questi insegnamenti del marxismo, rispondendo che l’originalità delle rivoluzioni d’Oriente non risiedeva nell’intervento armato delle masse rurali, ma nella prospettiva di una direzione proletaria verso scopi che non fossero inevitabilmente borghesi.

18) La sconfitta del proletariato cinese spiega come la rivoluzione abbia dovuto ripartire dal fondo delle campagne, ma non giustifica il fatto che i comunisti abbiano barattato le loro concezioni classiste con le teorie del “socialismo contadino”. Nel 1848-’49, l’insuccesso della rivoluzione tedesca aveva lasciato il proletariato in un’analoga disorganizzazione politica: l’aveva posto di fronte allo stesso pericolo d’essere sommerso dalla democrazia piccolo-borghese. È contro questo pericolo che Marx ed Engels scrissero il loro celebre “Indirizzo alla Lega dei Comunisti” (1850). Contro i radicali piccolo-borghesi che «tendono a coinvolgere i lavoratori in un’organizzazione di partito in cui dominino le frasi generiche socialdemocratiche dietro cui si nascondono gli interessi specifici dei piccolo borghesi», l’“Indirizzo” ricordava la necessità di un partito di classe indipendente. Contro ogni tipo di potere della democrazia piccolo-borghese, esso lanciava in questi termini la parola d’ordine della rivoluzione proletaria: «Accanto ai nuovi governi ufficiali gli operai debbono in pari tempo istituire i propri governi rivoluzionari, sia nella forma di giunte e consigli comunali, sia mediante circoli e comitati operai, cosicché i governi democratici borghesi non solo perdano subito l’appoggio degli operai, ma si vedano sin da principio sorvegliati e minacciati da organismi dietro cui si trova tutta la gran massa degli operai».
     È questa la classica risposta del marxismo alle formule reazionarie dei “partiti operai-contadini”, dei “governi operai-contadini” e della “democrazia nuova”. L’“Indirizzo” del 1850 è interamente diretto contro di esse. Se Marx ed Engels non vi parlano di “dittatura democratica”, è perché una tale parola d’ordine non poteva essere quella del proletariato di fronte all’agitazione dei democratici piccolo-borghesi. Stalin e Mao non possono nemmeno appoggiarsi su un’assenza in Germania della particolarità “originale” che si pretende invece di aver scoperta in Cina o addirittura in Russia: la rivoluzione agraria. Al contrario, nella Germania dell’epoca, Marx ed Engels scorsero più di una volta una “riedizione” della guerra dei contadini del XVI secolo sotto la direzione politica del proletariato.

19) Non più di quanto abbia fatto la rivoluzione borghese tedesca, la Rivoluzione Russa non rivela il segreto di un potere “popolare” stabile, rappresentante un blocco di classi. Molto prima del 1917, Lenin aveva spiegato la formula della “dittatura rivoluzionaria e democratica degli operai e dei contadini” come un potere del proletariato “che si appoggia sui contadini” o che “si trascina dietro i contadini”, formula non frontista e neppure “democratica”. Ecco come, nell’aprile 1917, in perfetta continuità con Marx ed Engels, egli la interpreta: «La “dittatura rivoluzionaria e democratica del proletariato e dei contadini” è già un fatto nella rivoluzione russa, poiché questa “formula” prevede soltanto un rapporto tra le classi, e non un’istituzione politica concreta che realizzi questo rapporto e questa collaborazione. Il “soviet dei deputati degli operai e dei soldati” è la “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” già realizzata dalla vita […] Esistono, l’uno accanto all’altro, insieme, simultaneamente, e il dominio della borghesia (governo Lvov-Guckov) e la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, che cede volontariamente il potere alla borghesia e si trasforma volontariamente in una sua appendice […] Se [una forma particolare di “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” distaccata dal governo borghese può esistere in Russia,] non c’è che una via, e una sola, per giungervi: gli elementi proletari, comunisti, devono separarsi immediatamente, in modo risoluto e irrevocabile, dagli elementi piccolo-borghesi» (“Lettera sulla tattica”, 1917).
     Tra il febbraio e l’ottobre, i populisti e i menscevichi furono dei rabbiosi partigiani della “dittatura democratica”, e rimproveravano a Lenin di “sottovalutare” i contadini o di voler “saltare” al di là della tappa delle riforme sociali borghesi. I bolscevichi ricordavano invece che non si trattava di “introdurre il socialismo” in Russia, ma di impadronirsi del potere politico; dopo di che mostrarono come la dittatura proletaria realizzi le riforme economiche della democrazia piccolo-borghese.

20) Dopo la capitolazione di fronte alla borghesia liberale cinese, la “lotta contro il trotskismo” ebbe per scopo di assicurare il trionfo in seno al proletariato sconfitto delle posizioni già difese dal blocco dei populisti e dei menscevichi durante la Rivoluzione Russa. E fu Mao, già membro del Comitato Centrale del Kuomintang e nuovo agitatore del contadiname, a realizzare questo compito. Per noi, egli non ha né “salvato” né “ricostruito” il partito del proletariato conducendolo “nelle montagne” e spingendolo alla guerriglia contadina; l’ha semplicemente annegato nell’enorme magma piccolo-borghese contro la cui corrente Lenin nell’aprile 1917 e Marx nel marzo 1850 avevano saputo preservare i comunisti. Non ha nemmeno sbarazzato la questione del potere nella rivoluzione cinese dalle illusioni piccolo-borghesi che nel 1927 avevano permesso la repressione ad opera di Ciang Kai-shek.
     La teoria della “nuova democrazia” non è che lo sviluppo di queste illusioni in un periodo e in un paese in cui la debolezza della borghesia “nazionale” non lasciava altre prospettive di costituzione di un potere borghese che mediante l’azione delle masse “popolari” e contadine, così inette e lente ad organizzarsi. I democratici piccolo-borghesi amano attribuire alla “reazione” la loro difficoltà di unirsi “efficacemente”, la loro mancanza di carattere e le loro fluttuazioni congenite. Il marxismo vi riconosce al contrario il riflesso della loro situazione economica instabile. Fare appello alla iniziativa politica di queste masse per fondare uno Stato nazionale, combattere l’imperialismo e realizzare il programma socialista, non è solo rinnegare Marx e Lenin, ma compromettere ogni movimento rivoluzionario. Bastano per noi a provarlo le interminabili peripezie della rivoluzione cinese e, ancor oggi [1964], l’anarchia sanguinosa in cui si dibatte la maggior parte dell’Africa nera.
     Ecco perché, nel 1917, Lenin accantonò la “vecchia formula” della “dittatura rivoluzionaria e democratica” che populisti e menscevichi volevano “realizzare” mediante… l’Assemblea costituente. Allo stesso modo, i socialisti seppellirono negli archivi della Seconda Internazionale il nome di “partito socialdemocratico”. Perché, e ciò vale anche per la “democrazia di tipo nuovo”, la «democrazia esprime di fatto ora la dittatura della borghesia, ora il riformismo impotente della piccola-borghesia che si subordinata a questa dittatura» (Lenin, “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”, 1918).

E. L’impotente riformismo piccolo-borghese

21) Nel loro “Indirizzo” del 1850, Marx ed Engels avvertivano i proletari tedeschi che la democrazia piccolo-borghese avrebbe giocato lo stesso ruolo di tradimento che aveva giocato la borghesia liberale nella trasformazione rivoluzionaria delle vecchie strutture sociali e politiche. Queste previsioni si verificarono in Russia con i socialisti rivoluzionari. L’esempio cinese ce ne dà la conferma assoluta alla scala di tutto il periodo storico e di un intero paese.
     «I piccoli borghesi democratici, ben lungi dal voler rovesciare tutta la società per i proletari rivoluzionari, tendono a una trasformazione delle condizioni sociali, per cui la società attuale diventi per loro quanto più è possibile tollerabile e comoda. Perciò essi reclamano […] l’eliminazione della pressione del grande capitale sul piccolo mediante istituti pubblici di credito e leggi contro l’usura, per modo che a loro e ai contadini sia possibile ricevere anticipi a buone condizioni dallo Stato invece che dai capitalisti; perciò vogliono l’applicazione nelle campagne dei rapporti borghesi di proprietà, mediante l’eliminazione completa del feudalesimo […] Per quanto riguarda gli operai, rimane anzitutto stabilito che essi debbono rimanere salariati come sinora; i piccoli borghesi democratici desiderano soltanto che gli operai abbiano un salario migliore e una esistenza sicura, e sperano di conseguire questo risultato con una parziale occupazione di operai da parte dello Stato e con misure di beneficenza […] Queste rivendicazioni non possono in nessun modo bastare al partito del proletariato.
     «Mentre i piccoli borghesi democratici vogliono portare al più presto possibile la rivoluzione alla conclusione, realizzando tutt’al più le rivendicazioni di cui sopra, è nostro interesse e nostro compito rendere permanente la rivoluzione sino a che tutte le classi più o meno possidenti non siano scacciate dal potere, sino a che il proletariato non abbia conquistato il potere dello Stato, sino a che l’associazione dei proletari, non solo in un paese ma in tutti i paesi dominanti del mondo, si sia sviluppata al punto che venga meno la concorrenza tra i proletari di questi paesi, e sino a che almeno le forze produttive decisive non siano concentrate nelle mani dei proletari. Non può trattarsi per noi di una trasformazione della proprietà privata, ma della sua distruzione; non del miglioramento dei contrasti di classe, ma della abolizione delle classi; non del miglioramento della società attuale, ma della fondazione di una nuova società» (Marx-Engels, “Indirizzo del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti”, 1850).

22) Nella questione agraria, il partito di Mao non ha fatto nulla per combattere le tendenze piccolo-borghesi ansiose di sottolineare la rottura con i vecchi rapporti sociali con una consacrazione giuridica dei sacri diritti della proprietà contadina. E tutte le riforme annunziate a gran voce dopo la creazione della Repubblica popolare cinese non hanno contemplato una maggiore concentrazione dell’agricoltura che sulla base dello sviluppo della produzione particellare, degli “interessi” del contadino particellare e dell’“aiuto” statale a esso. E quando si vollero superare questi limiti, che sono quelli dei rapporti di produzione borghesi, la catastrofe sociale che ne derivò non fu meno grave di quella seguita alla falsa collettivizzazione staliniana in Russia.
     Riassumendo, la famosa “rivoluzione agraria” si riduce a una difficile accumulazione del capitale nelle campagne cinesi secondo le due fasi classiche di sviluppo dell’agricoltura capitalista: prima l’instaurazione della proprietà contadina, poi un lento processo di espropriazione e concentrazione sotto la spinta delle forze produttive borghesi e di una giganteggiante economia di mercato. «Quando sarà attuata la riforma del sistema agrario, anche se si tratterà di una riforma elementare come la riduzione dei canoni d’affitto e degli interessi sui prestiti, aumenterà l’interesse dei contadini per la produzione. Dopo di che, si aiuteranno i contadini ad organizzarsi, gradualmente e sulla base del libero consenso, in cooperative agricole di produzione e in altre cooperative, e allora si avrà uno sviluppo delle forze produttive» (Mao Tse-tung, “Sul governo di coalizione”, 1945).
     È occorso un quarto di secolo (1927-1952) perché si compisse la prima fase: confisca e spartizione. Ma, prima che la Cina abbia un’agricoltura “moderna”, concentrata, cioè pienamente capitalista, possiamo sperare che il proletariato comunista mondiale abbia avuto ragione del “socialismo nazionale” contadino e piccolo-borghese.

23) Dallo sviluppo storico dell’agricoltura cinese noi traiamo una conferma di fatto: il suo carattere borghese. Ma dalla politica agraria del PCC traiamo una critica di principio: essa non ha che rispettato i processi molecolari di questo sviluppo senza tentare di anticiparne le conseguenze sociali, specie per ciò che riguarda il sovvertimento dei rapporti borghesi di proprietà. Citiamo ancora dall’“Indirizzo” di Marx ed Engels del 1850: «Il primo punto sul quale i democratici borghesi entreranno in conflitto con gli operai sarà l’abolizione del feudalesimo. Come nella prima rivoluzione francese, i piccoli borghesi vorranno dare le terre feudali ai contadini in libera proprietà, e cioè vorranno lasciare sussistere il proletariato agricolo, e creare una classe di contadini piccolo-borghesi che dovrà attraversare lo stesso ciclo di impoverimento e di indebitamento in cui ancor oggi è preso il contadino francese. Gli operai, nell’interesse del proletariato agricolo e del proprio, devono opporsi a questo piano. Essi debbono esigere che la proprietà feudale confiscata resti patrimonio dello Stato e venga trasformata in colonie di operai, coltivate dal proletariato agricolo associato, con tutti i vantaggi della grande agricoltura e in modo che il principio della proprietà comune riceva subito una forte base in mezzo ai vacillanti rapporti della proprietà borghese».
     Per i comunisti, non si trattava di stabilire se la Cina o la Russia piccolo-borghese fossero “mature” per questa trasformazione: l’abbattimento della dominazione borghese era raggiungibile solo su scala internazionale. Non si trattava nemmeno, in un dato paese, di inventare ricette “collettivistiche” per accelerare lo sviluppo economico. «Noi scriviamo un decreto, non un programma», diceva Lenin commentando il “Decreto sulla terra”, al quale certuni rimproveravano d’essere il programma dei socialisti rivoluzionari (Lenin, “Il Secondo Congresso dei soviet di tutta la Russia. Rapporto sulla questione della terra”, 1917). In un punto decisivo, infatti, questo decreto si distingueva tuttavia dal loro programma: non racchiudeva in forme giuridiche definitive (spartizione, nazionalizzazione) le aspirazioni dei contadini. Qui sta tutta la differenza di programma fra “socialismo” nazionale e comunismo internazionalista.

24) La politica piccolo-borghese del partito di Mao appare in luce ancora più netta nella “questione operaia”. Lungi dall’inscrivere sulle sue bandiere l’abolizione del salariato, il PCC proclama l’associazione del capitale e del lavoro, e non tralascia nessuna “misura di beneficenza” nella tradizione del “socialisti” alla Louis Blanc: «Il compito della classe operaia cinese non è solo quello di lottare per uno Stato di nuova democrazia, ma anche quello di lottare per l’industrializzazione del paese e la modernizzazione dell’agricoltura. Con il regime di nuova democrazia sarà adottata una politica di riassestamento degli interessi del lavoro e del capitale. Da un lato si difenderanno gli interessi degli operai: sarà stabilita una giornata di lavoro di otto-dieci ore a seconda delle circostanze, si provvederà in misura adeguata per l’assistenza ai disoccupati e le assicurazioni sociali, e si difenderanno i diritti sindacali. Dall’altro si garantiranno i legittimi profitti alle imprese statali, private e cooperative razionalmente dirette. In questo modo tanto il settore pubblico quanto il settore privato, tanto il lavoro quanto il capitale, contribuiranno insieme allo sviluppo della produzione industriale» (Mao Tse-tung, “Sul governo di coalizione”, 1945).
     Un tale programma, una tale pratica, non si distinguono più in nulla dal vecchio riformismo dei paesi capitalisti progrediti, dai discorsi elettorali di qualunque deputato “progressista” o ministro “reazionario” d’Occidente. Chiamandoli “socialismo” e rivendicandone l’esclusività contro Mosca, Mao si è portato al livello “ideologico” delle forze di conservazione borghese nel mondo, ha perduto la sua aureola di agitazione contadina. In Cina, la democrazia piccolo-borghese ha cessato d’essere rivoluzionaria dal 1927; fu riformista ancor prima di detenere il potere statale; oggi è reazionaria nel presentare le sue illusioni e soprattutto la sua prassi economico-sociale sotto l’etichetta di “costruzione socialista”. Qui è tutto il significato politico che noi attribuiamo al suo conflitto con Mosca.

25) Così si compie il destino storico del “populismo” cinese. Sin dalla prima rivoluzione borghese del 1911, Lenin sottolineava il doppio aspetto dell’ideologia di Sun Yat-sen. Utopista era l’idea di realizzare il “socialismo” mediante la nazionalizzazione delle terre, la “limitazione” del grande capitale e l’applicazione “onesta” di un piano di sviluppo industriale concertato da parte delle grandi potenze. Ma questo programma aveva un contenuto rivoluzionario borghese che i bolscevichi seppero riconoscere in Cina come in Russia. Adottandolo, realizzandolo, il partito di Mao gli ha conferito il solo “sviluppo originale” che gli fosse riservato: l’utopia del “socialismo” contadino è divenuta l’ideologia reazionaria della “costruzione socialista” in Cina, e il suo contenuto rivoluzionario si è diluito nell’oceano delle riforme piccolo-borghesi. Così è degenerata l’ideologia politica di una classe molto tempo dopo che la storia ne avesse firmato la condanna a morte.
     All’opposto, dal lontano 1894, Lenin poteva annunziare, con i primi passi del proletariato russo, il fallimento ideologico degli “Amici del Popolo”, molti decenni prima che il loro potere “popolare” vedesse la luce: «Effettivamente la campagna si scinde. O meglio si è già completamente scissa. E con lei si è scisso in Russia il vecchio socialismo contadino: da una parte, esso ha ceduto il passo al socialismo operaio; dall’altra, è degenerato in un volgare radicalismo piccolo-borghese. Questa trasformazione non può chiamarsi che una degenerazione. La dottrina di un regime proprio della vita contadina, delle vie originali del nostro sviluppo, ha dato origine a un eclettismo fumoso che non può più negare che l’economia mercantile è divenuta la base dello sviluppo economico, si è trasformata in economia capitalista; ma soltanto non vuol vedere il carattere borghese di tutti i rapporti di produzione, né la necessità della lotta di classe sotto questo regime. Da un programma politico che si proponeva di sollevare i contadini per la rivoluzione socialista contro i fondamenti della società attuale, è nato un programma che si propone di rabberciare, di “migliorare” la situazione del contadino preservando i fondamenti della società attuale» (Lenin, “Che cosa sono gli ‘Amici del Popolo’”, 1894).

F. Antagonismi dell’Oriente borghese

26) A differenza dell’India e di altri paesi coloniali, la Cina è entrata nella storia moderna come la “colonia di tutti”. Ben presto, l’esportazione di capitali prevalse su quella dei prodotti industriali dalla vecchia metropoli inglese. Per proteggere i loro investimenti, le grandi potenze si “accordarono” per la spartizione del paese in sfere d’influenza. A Pechino l’insieme del corpo diplomatico disponeva delle finanze dello Stato. Questa situazione rifletteva, come mostrò Lenin, il passaggio del capitalismo al suo stadio supremo: l’imperialismo. Il programma di Wilson per la “internazionalizzazione delle colonie”, la sua versione “ultra-imperialista” in Kautsky e il progetto di Sun Yat-sen di creare un consorzio delle grandi potenze per lo sviluppo di una Cina “indipendente”, non avevano altra base oggettiva. “Ammettiamo – scriveva Lenin ne “L’Imperialismo” – che tutte le potenze imperialiste formino un’alleanza per la “pacifica” spartizione di questi paesi asiatici. Sarà il capitale finanziario unito alla scala del mondo. Esistono degli esempi pratici di questa alleanza nella storia del XX secolo: i rapporti delle grandi potenze con la Cina. Sorge una questione: è “pensabile” che, vincendo il capitalismo (ed è la condizione supposta da Kautsky), tali alleanze non siano effimere ed escludano gli attriti, i conflitti e la lotta sotto tutte le forme possibili?».
     L’esempio della Cina ha mostrato che era impensabile. Il paese che, sui primi del secolo, offriva le maggiori promesse di sviluppo capitalista e le più sicure garanzie di profitto, è divenuto il campo chiuso delle guerre civili e delle rivalità imperialiste. Meglio ancora, di fronte allo scatenarsi di questi antagonismi, l’imperialismo mondiale ha dovuto rinunciare a tutti i suoi “piani” economici in Cina, trasportando la sfrenata concorrenza fra capitali sulle vecchie colonie e semicolonie: India, Africa, America del Sud. Là sorgono i “piani di sviluppo” e il pacifico sviluppo bolso dei Wilson e dei Kautsky russo-americani. Ma si preparano anche, su scala ancor più vasta, le prossime esplosioni rivoluzionarie.

27) Il partito di Mao ha fatto di tutto perché la sua vittoria non prendesse il carattere di una violenta rottura della catena imperialista in Asia. Aderendo ancor più completamente che Sun Yat-sen alla guerra mondiale, il PCC fece proprie le illusioni della borghesia liberale cinese su una “società delle nazioni” e una “cooperazione internazionale” di cui la Cina fosse beneficiaria. «Il Partito comunista cinese approva la Carta Atlantica e le risoluzioni delle conferenze internazionali di Mosca, del Cairo, di Teheran e di Crimea […] Il principio fondamentale del Partito Comunista Cinese in fatto di politica estera è il seguente: sulla base della lotta per sconfiggere definitivamente l’aggressore giapponese, della difesa della pace mondiale, del rispetto reciproco dell’indipendenza e dell’uguaglianza dei diritti, come anche della promozione del reciproco interesse e dell’amicizia fra gli Stati e i popoli, la Cina allaccerà relazioni diplomatiche con tutti i paesi e le rafforzerà per risolvere tutti i problemi di interesse comune, come quello del coordinamento delle operazioni militari, delle conferenze della pace, degli scambi commerciali e degli investimenti» (Mao Tse-tung, “Sul governo di coalizione”, 1945).
     Fin dal 1924 Sun Yat-sen aveva constatato il fallimento di questo programma! Mao non solo gli è rimasto fedele, ma lo predica a guisa di “socialismo”: «I paesi socialisti, grandi o piccoli, economicamente sviluppati o no, devono stabilire i loro rapporti sulla base dei princìpi dell’uguaglianza completa, del rispetto dell’integrità territoriale, della sovranità e della indipendenza, della non ingerenza negli affari interni, come pure dell’appoggio e dell’aiuto reciproco» (Mao Tse-tung, “Proposte riguardanti la linea generale del movimento comunista internazionale”, 17 giugno 1963).
     Contro l’utopia piccolo-borghese di un “socialismo delle patrie”, realizzante uno sviluppo “armonico” attraverso un commercio “uguale”, noi rivendichiamo la distruzione delle patrie borghesi e lo stabilimento di rapporti non mercantili, che appunto non saranno “uguali”, fra i paesi in cui domani si instaurerà la dittatura proletaria!

28) Lungi dal riflettere “divergenze ideologiche”, il conflitto cino-russo si colloca sullo stesso terreno degli interessi nazionali borghesi. È incontestabile che i compromessi dell’URSS con la borghesia autoctona o con l’imperialismo straniero ritardarono fino alla fine della Seconda Guerra mondiale la costituzione di Stati nazionali borghesi in tutto l’Oriente. Esattamente come la Rivoluzione Russa aveva ridestato i moti anticoloniali d’Asia, la controrivoluzione staliniana ne ha frenato gli sviluppi. Ma il partito di Mao che oggi si leva contro Mosca non ha mai denunciato questo tradimento: né nel 1937, quando il PCC seguì docilmente la svolta dei “fronti popolari” riannodando l’alleanza con Ciang Kai-shek, né nel 1945, quando Stalin firmò con lo stesso Ciang un trattato di pace e di amicizia che doveva durare… 30 anni.
     All’origine del conflitto cino-sovietico, non stanno dunque né la coscienza degli interessi del movimento anticoloniale, né ancor meno la critica del “socialismo” russo, ma le contraddizioni tra lo sviluppo del capitalismo cinese e gli interessi dell’imperialismo russo: «È ancor più assurdo trasporre nei rapporti fra paesi socialisti la prassi consistente nel realizzare profitti a spese altrui – prassi che caratterizza i rapporti fra paesi capitalisti – e giungere sino a ritenere che la “integrazione economica” e il “mercato comune” introdotti dai gruppi imperialisti per accaparrarsi degli sbocchi e spartirsi i profitti possano servire di esempio ai paesi socialisti nella loro mutua assistenza e nella loro collaborazione economica» (Mao Tse-tung, “Proposte riguardanti la linea generale del movimento comunista internazionale”, 17 giugno 1963).

29) Il “Programma” che Stalin fece adottare al Sesto Congresso dell’Internazionale escludeva per la Cina e gli altri paesi arretrati quello che la Russia si era da poco attribuito: il privilegio della “costruzione del socialismo” nelle sue frontiere nazionali. Nel momento in cui gli interessi del capitalismo russo si sono integrati in quelli del mercato mondiale, la Cina riprende per conto suo questo vecchio slogan staliniano. E noi ripeteremo per essa ciò che Trotski diceva del “socialismo russo”: «La divisione mondiale del lavoro, la dipendenza dell’industria sovietica rispetto alla tecnica straniera, la dipendenza delle forze produttive dei paesi avanzati rispetto alle materie prime asiatiche, ecc., rendono impossibile la costruzione di una società socialista autonoma e isolata in un qualsiasi paese del mondo» (“Che cos’è la rivoluzione permanente? Tesi”, 1930).
     La “costruzione del socialismo” in Cina non può significare che l’accumulazione del capitale e l’estensione di un’economia di mercato. Ma questa teoria non riesce a mascherare antagonismi molto più acuti. Il conflitto cino-sovietico, tutta la storia dei movimenti nazionali borghesi d’Asia e di Africa, tutte le conferenze sul commercio mondiale hanno sottolineato con inquietudine il ritardo crescente della maggioranza dei paesi arretrati, “indipendenti” o no, “socialisti” o no, rispetto al pugno di grandi potenze imperialistiche che detengono tutti i poteri politici, economici e militari nel mondo attuale.

30) Per scongiurare la sorte che l’attende, la borghesia dei paesi arretrati si sforza con tutti mezzi di far passare la sua emancipazione politica e nazionale come pegno dell’emancipazione sociale e umana delle masse sfruttate. Doppiamente vittime della loro borghesia e delle contraddizioni accumulate dall’imperialismo mondiale, i proletari delle ex colonie troveranno sempre più ragioni per rompere con l’ideologia democratica e riformista. Essi allora si ricorderanno che il marxismo e l’Internazionale di Lenin non si erano mai aspettati dalla democrazia politica e dall’indipendenza nazionale la liberazione dei popoli coloniali da ogni sfruttamento: «Il capitale finanziario nelle sue tendenze all’espansione compera e stringe a sé “liberamente” il più libero dei governi democratici e repubblicani, e i funzionari di qualsivoglia paese, anche “indipendente”. La dominazione del capitale finanziario, come del capitale in generale, non può essere soppressa da alcuna riforma nel campo della democrazia politica; e l’autodeterminazione si collega interamente ed esclusivamente a tale campo. Ma questo dominio del capitale finanziario non toglie affatto l’importanza della democrazia politica come forma più libera, vasta e chiara, della oppressione di classe e della lotta di classe” (Lenin, “Tesi sulla rivoluzione socialista e il diritto dei popoli a disporre di se stessi”, 1916).
     E’ contro questa forma più libera, vasta e chiara dell’oppressione di classe che il proletariato della Cina “popolare”, come dell’India russo-americana, dovrà riprendere la sua battaglia.