Partito Comunista Internazionale

L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.3

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Articolo genitore: L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato

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La Lunga Marcia e la Conferenza di Zunyi

Come abbiamo mostrato nel capitolo precedente, già negli anni 1931-33, nonostante le proclamazioni radicali della Legge agraria del I Congresso dei Soviet, la politica agraria del PCC nelle zone sovietiche si orientava, timidamente, a favorire il “contadino medio agiato” e di conseguenza il “contadino ricco”, deviazione di rotta che vide all’interno del PCC una vera e propria lotta per la leadership senza esclusione di colpi, polemici e reali, fra i sostenitori di Mao e quelli del gruppo dei 28 bolscevichi legati strettamente a Mosca ed al Comintern.

Nel II Congresso dei Soviet, gennaio 1934, Mao tiene il rapporto sulle questioni economiche delle zone “rosse” i punti riguardanti la politica agraria così suonano:

«Compiti fondamentali della nostra edificazione economica sono lo sviluppo dell’agricoltura, lo sviluppo dell’industria, lo sviluppo del commercio con l’estero e lo sviluppo delle cooperative (…) Nei primi due anni dopo la creazione di una regione rossa si è spesso riscontrato un certo declino della produzione agricola. Ma dopo la ripartizione della terra, quando i diritti di proprietà sono ben definiti e noi prendiamo le misure per incoraggiare la produzione, le masse contadine lavorano con più entusiasmo, la produzione comincia a riprendersi (…) Naturalmente, non è ancora il momento di sollevare la questione della creazione di imprese collettive e statali, tuttavia, per affrettare lo sviluppo dell’agricoltura, è assolutamente necessario organizzare, nelle varie località, piccole aziende sperimentali, scuole agrarie e mostre agricole». (“La nostra politica economica”, del 23 gennaio 1934).

Il linguaggio è diplomatico, ma la sostanza della questione è chiara: il movimento contadino va canalizzato verso soluzioni graduali (ecco il richiamo a ben definire i diritti di proprietà) che diano sicurezza alla produzione e di converso alle illusioni proprietarie dei contadini. Gradualismo e sicurezza sono indispensabili per ben separare, in senso storico, le due fasi classiche e successive della accumulazione di Capitale nelle campagne:
1) Consacrazione della proprietà piccolo-borghese;
2) Suo successivo smantellamento con l’espropriazione capitalistica o, che è la stessa cosa, con la cooperazione.

Ma la seconda fase, che vuol dire un lungo processo di concentrazione e espropriazione dei contadini di fronte alla più larga applicazione della tecnica del Capitale nell’agricoltura, può essere più o meno accelerata dall’ampiezza più o meno grande degli sconvolgimenti provocati dal moto rivoluzionario nelle strutture agrarie precapitaliste.

Mao, lo vedremo nel prosieguo del lavoro, non solo separava le due fasi, dialetticamente legate, ma lo poteva fare solo «reprimendo gli eccessi dei contadini poveri», assicurando ai ceti intermedi sicurezza e traffici, con la pretesa piccolo borghese che «ognuno lavori il suo campo», il che significava in ultima analisi che la stessa prima fase di distruzione dei vecchi rapporti di proprietà e l’instaurazione di quelli borghesi, doveva subire ritardi ed indecisioni.

Nell’ottobre 1934 sotto l’incedere delle offensive del Guo-min-dang, le armate del PCC sono costrette ad abbandonare la regione meridionale del Jiangxi e dopo una marcia durata un anno si trasferiscono nella regione del nord del Shaanxi dove vengono formati nuovi “territori rossi» con capitale Yan’an.

Durante la lunga marcia dei dodici giorni (dal 6 al 18 gennaio 1935) in cui una parte dell’armata rossa occupa la città di Zunyi, avviene la vera e propria investitura come capo riconosciuto del PCC del militare Mao e la decisiva sconfitta di quelli che saranno poi etichettati spregiativamente come gli esponenti della “terza deviazione di sinistra».

Niente è attualmente venuto alla luce di quella “storica” conferenza i cui segreti sono nel capace archivio riservato del Partito Comunista Cinese, come è del resto per le svariate “epurazioni” che caratterizzarono il periodo dell’occupazione rossa del Jiangxi e della scalata di Mao in quegli anni ai vertici del PCC, epurazioni cruente e misere tanto che lo studioso Guillermaz autore di una Storia del PCC che ha il merito di essere onesta anche se non risolutiva, deve commentare che i fini personali di quelle epurazioni ridimensionano davanti alla storia il personaggio Mao.

Certo è che alla vigilia del VII Congresso del PCC nel 1945, nello scritto “Decisioni su certe questioni della storia del nostro partito”, si giudica quella conferenza la vera levatrice dell’ideologia maoista che da lì si dispiegò con tutta la “creatività” propria della controrivoluzione.

Non è solo perché le sue decisioni glorificano Mao come «l’incarnazione della simbiosi fra attività teorica e pratica» e come l’uomo della provvidenza capace di correggere errori e di operare svolte di «grande portata storica», ma perché tra gli incensi nel testo maoista si legge che «avendo la rivoluzione cinese nella fase attuale un carattere di rivoluzione antimperialista ed antifeudale diretta dal proletariato e che ha gli operai e i contadini come forza fondamentale, con la partecipazione degli altri larghi strati della società (…) rimane una differenza tra la borghesia liberale e la borghesia dei compradores (…) e che pertanto, occorre trovare un atteggiamento giusto verso i vari strati intermedi, adoperandosi in ogni modo per allearsi con essi o per neutralizzarli».

Ne conseguiva che in campo agrario «occorre trovare un atteggiamento giusto verso i contadini medi e i contadini ricchi (“prendere da chi ha molto per dare a chi ha poco”, prendere “dal grasso per dare al magro”), ma in pari tempo seguire decisamente la linea dell’alleanza con i contadini medi, salvaguardare gli interessi dei contadini medi agiati, concedere determinate possibilità economiche ai contadini ricchi, mettere anche il comune proprietario fondiario in condizioni di vivere».

Il “giusto atteggiamento” nei confronti dei contadini medi agiati e ricchi si sarebbe visto più tardi, bollata nella storica conferenza come “chiusura settaria” la politica agraria fin allora seguita e che aveva prodotto le Leggi degli anni 1928-31, politica che, leggiamo sempre nelle “Decisioni”, «identificando la lotta contro la borghesia con la lotta antimperialista e antifeudale negava l’esistenza di una terza forza, in particolare sottolineando la lotta contro i contadini ricchi (…) con una politica di liquidazione dell’economia dei contadini ricchi».

Se la valutazione sul carattere rivoluzionario della borghesia cinese, in quanto facente parte di un paese dominato e lacerato dalle potenze imperialiste, non brillava come novità in quanto già Stalin e Bucharin negli infuocati dibattiti sulla questione cinese nel Comintern negli anni 1926-27 avevano sostenuto tale tesi contro la sinistra trotskista, la codificazione di una tattica morbida nei confronti dei contadini medi, agiati e ricchi fu effettivamente la svolta del PCC che fino ad allora in campo agrario, in special modo dopo le sanguinose sconfitte proletarie di Shanghai e Canton, aveva mantenuto pose ed atteggiamenti rivoluzionari.

La conferenza di Zunyi, con Mao e gli altri capi militari che gli facevano ala trionfatori, segna pertanto l’inizio della politica di “fronte unito democratico e patriottico” che da allora, esclusa la breve parentesi della “rivoluzione culturale”, caratterizzò l’intera politica del PCC.

Aneddoti e nomi della Conferenza di Zunyi possono servire per schematizzare. Liu Shaoqi, futuro traditore e rinnegato, financo da sempre agente del Guo-min-dang secondo le accuse delle Guardie Rosse durante la “rivoluzione culturale”, oggi del tutto riabilitato, secondo le “Decisioni” fu decisamente dalla parte di Mao, tanto che si merita un intero capoverso per il suo prudente lavoro nelle “zone bianche”.

Zhou En-lai faceva parte dei “28 bolscevichi” legati strettamente al Comintern e considerava Mao come espressione dei contadini ricchi, come manifestazione del campanilismo e del conservatorismo proprio della coscienza contadina.

Mosca e il Komintern erano lontani: le diatribe all’interno del PCC in quel frangente non potevano, e la situazione si ripresenterà anche nella “rivoluzione culturale”, che premiare chi meglio sapeva maneggiare il potere militare al quale doveva inchinarsi qualsiasi Comitato Centrale di un Partito che ormai era solamente un esercito in fuga attraverso la Cina, evento questo conosciutissimo nella storia di quel paese ricco di rivolte e guerre contadine. Mao nel maneggio della struttura militare era senz’altro il migliore, ma, come già avemmo occasione di dire per la riabilitazione di Liu Shaoqi nel marzo di quest’anno, il partito di classe non ha da incensare né condannare nessuno dei pretesi attori della lotta di classe in Cina, essendo vinti e vincitori comunemente compresi in ciò che fu la controrivoluzione staliniana.

In campo agrario possiamo distinguere come certe misure e provvedimenti del potere statale accelerano lo sviluppo delle fasi 1° e 2°, ma rimane il fatto che non abbiamo da scegliere, per definire i sostenitori del programma marxista rivoluzionario, fra i difensori del kulak-contadino ricco (Mao e compagni) e quelli che invece, secondo le tesi che portarono alla collettivizzazione forzata in Russia negli anni Trenta, ne volevano lo sterminio, atteggiamento questo che senz’altro corrispondeva alle esigenze proprie dei contadini poveri e senza terra cinesi.

Ambedue gli schieramenti difettavano sulla prospettiva internazionale la quale nella visione marxista, lega i destini delle rivoluzioni nazionali dell’Oriente a quelle schiettamente operaie dell’Occidente; altrimenti qualunque sia la politica intrapresa in campo agrario, knut o carota per il kulak poco importa, l’unico risultato al quale si approda è di aver lavorato per il libero svolgersi dell’accumulazione di Capitale, compito certo grandioso per buona parte dell’Asia di allora, ma che è altra cosa dalla “rivoluzione in permanenza» per la quale scrissero e lottarono Marx e Lenin.

Gli sforzi del primo per la Germania del 1848, del secondo per la Russia del 1916 andavano nel senso di accorciare ed anche saltare la tappa di una accumulazione nazionale di Capitale, compito invece al quale si erano venduti i due schieramenti compresi nel PCC, anno 1935, quello di Mao e quello dei “28 bolscevichi».

La politica di riduzione degli affitti durante il Fronte Unito antigiapponese

Dopo la conferenza di Zunyi del gennaio, la Lunga Marcia da poco conclusasi, si ha nel dicembre 1935 la riunione di Wayaopao dell’Ufficio politico del CC del PCC, seguito da una riunione di attivisti presieduta da Mao il quale vi svolge un rapporto titolato “Sulla tattica contro l’imperialismo giapponese”.

La conferenza di Zunyi aveva sconfessato la vecchia politica di “sinistra”; la riunione di Wayaopao segna invece la prima manifestazione della nuova politica “giusta e corretta” nei confronti dei contadini, del popolo, per riprendere la terminologia maoista.

Il rapporto, con l’invasione giapponese che rischia di trasformare la Cina in colonia, rivitalizza oggettivamente la borghesia nazionale il cui atteggiamento è passibile di mutamenti; puntando su tale mutamento il PCC propone di «creare un largo fronte rivoluzionario unito», ed infine di cambiare il nome delle zone rosse Repubblica degli operai e dei contadini in Repubblica popolare.

«Il nostro governo non rappresenta soltanto gli operai e i contadini ma tutta la Nazione», ribadisce il rapporto che più in là afferma: «Nella fase della rivoluzione democratica, la lotta fra il lavoro e il capitale ha dei limiti. Le leggi sul lavoro della repubblica popolare salvaguarderanno gli interessi degli operai, ma non saranno dirette contro l’arricchimento della borghesia nazionale e lo sviluppo dell’industria e del commercio nazionale, poiché tale sviluppo nuoce agli interessi dell’imperialismo ed è a vantaggio degli interessi del popolo cinese».

E del popolo cinese facevano parte a pieno titolo oltre ai contadini medi, agiati e ricchi, anche tutti coloro che si opponevano al Giappone, qualunque fosse la loro appartenenza di classe, porta aperta non solo per la borghesia nazionale membro del popolo maoista ma anche per i proprietari fondiari patriottici !

Anche il Guo-min-dang, anche Jiang Jieshi potevano far parte del popolo cinese, nonostante un decennio prima fossero stati i carnefici del proletariato di Shanghai e Canton; bastava che riprendessero i principi di Sun-Yat-sen. Ed è sulla base dei tre principi dell’ingenuo dottore, indipendenza, democrazia e benessere del popolo, che dal 22 settembre 1937 riprende la collaborazione fra il PCC ed il Guo-min-dang. Sull’altare di questa collaborazione vengono, non poteva essere altrimenti, sacrificate le passate proclamazioni di rivoluzione agraria.

Leggiamo da Mao: «Per mettere fine ai conflitti armati all’interno del paese, il Partito comunista è disposto a cessare la politica di confisca con la forza delle terre dei proprietari fondiari, ed è pronto a risolvere nel corso dell’edificazione della nuova repubblica democratica il problema agrario per via legislativa o con altri mezzi appropriati. Il primo problema da risolvere è di sapere a chi appartiene la terra cinese, se ai giapponesi o ai cinesi. Poiché la soluzione del problema agrario dei contadini è subordinata alla difesa della Cina, è assolutamente necessario passare dalla confisca con la forza a nuovi metodi appropriati» (da “I compiti del Partito Comunista Cinese”, 3 maggio 1937).

E ancora: «La rivoluzione agraria basata sul principio “la terra a chi la lavora” è esattamente la politica proposta dal dott. Sun Yat-sen; oggi, noi cessiamo di applicare questa politica perché vogliamo unire il maggior numero di persone nella lotta contro l’imperialismo giapponese, e non perché la Cina non abbia bisogno di risolvere il problema della terra» (da “Compiti urgenti dopo la realizzazione della cooperazione”, 29 settembre 1937).

I nuovi metodi e la grande unità auspicati dovevano significare solamente l’abbandono delle misure di confisca della terra (sia con la forza che con il bollo tondo della legislazione del Guo-min-dang) e l’inizio della politica di semplice ribasso dei canoni di affitto.

«La decisione del CC del PCC sulla politica della terra nelle aree di base antigiapponese» del 28 gennaio 1942 ricorda e riassume tutta la politica agraria seguita nel decennio 1937-47, politica che essenzialmente si basava su: 1) riduzione dei canoni di affitto del 25% rispetto all’anteguerra, canoni che possono raggiungere al massimo il 37,5% del prodotto; 2) limitazione dei tassi di interessi per prestiti all’1,5% il mese.

Nello stesso tempo la “Decisione” ribadiva che «la garanzia della riscossione degli affitti e degli interessi sono il secondo aspetto della politica agraria del PCC». 3) «Garanzia dei diritti politici oltre che economici dei latifondisti, dei contadini ricchi e dei borghesi che concorrono nel fronte unito anti-giapponese. 4) «Le ragionevoli richieste di latifondisti e contadini debbono essere soddisfatte, ma le parti devono sottomettersi ai supremi interessi della resistenza nazionale».

Certo la risoluzione del 28 gennaio 1942 non fu applicata alla lettera dappertutto; le difficoltà di comunicazione generale e la totale situazione di scontri e guerriglia locale fece sì che i “vecchi quadri» in molte regioni continuassero con le vecchie pratiche, oramai battezzate “deviazioni di sinistra” e contro le quali Mao da Yan’an tuonava.

Un esempio, non l’unico, è nello scritto “Sulla politica” del 25 dicembre 1940, in cui Mao deve rimbrottare non solo le “deviazioni di sinistra” in campo agrario ma anche rispetto alle condizioni dei lavoratori.

Citiamo: «Gli aumenti salariali e le riduzioni delle ore di lavoro non devono essere eccessive (…) è ancora difficile introdurre dappertutto la giornata lavorativa di 8 ore, e in alcuni settori della produzione bisogna ancora permettere che si mantenga la giornata lavorativa di 10 ore. In alcuni settori la giornata lavorativa deve essere fissata tenendo conto delle circostanze (…) gli operai devono osservare la disciplina del lavoro e devono permettere ai capitalisti di realizzare un certo profitto (…) Il peso fiscale non deve essere fatto gravare esclusivamente sui proprietari fondiari e sui capitalisti».

Rimane quindi evidente che, se nemmeno lo stesso PCC riuscì del tutto ad incanalare proletariato delle città e contadini poveri, lo sforzo dell’intera leadership del PCC andava in tal senso e in questo non faceva che riprendere il testimonio dal Guo-min-dang diventando lui stesso il vero Guo-min-dang cioè il Partito nazionale di una Cina borghese !

Non per niente le misure di riduzione dei fitti e degli interessi il PCC le aveva trovate nelle Regioni sotto il suo controllo, nel Codice Penale del Governo nazionalista di Jiang Jieshi; il 30 gennaio 1930 infatti il Guo-min-dang aveva promulgato una legge agraria che proibiva di esigere un affitto superiore al 37,5% del prodotto coltivato, legge che allora il PCC denunciò con violenza come un pannicello caldo, ma che 7 anni dopo riprendeva garantendone l’applicazione cosa a cui mai era riuscito lo screditato ed anche debolmente centralizzato Guo-min-dang.

L’unico risultato della politica della riduzione degli affitti fu il rafforzamento dei contadini medi e ricchi. In mancanza di dati globali citeremo delle cifre relative a 35 villaggi della zona delle regioni del Shanxi-Hebei, che sono di per sé rivelatori di una situazione ammessa, del resto, dai dirigenti cinesi:

CategoriaNumero di
aziende in %
Superficie
coltivata in %
1937
1942
1937
1942
Proprietari fondiari2,42
1,91
16,43
10,17
Contadini ricchi4,50
7,88
21,93
19,56
Contadini medi35,42
44,31
41,69
49,14
Contadini poveri47,53
40,95
19,10
20,12
(Ti Ch’ao pei, “Il problema contadino nella Cina del dopoguerra)

Situazione che ci fece così commentare nel n. 1, anno 1963 del Programma Comunista:

«Vediamo il PCC sdrucciolare sempre più al di sotto del radicalismo borghese: dalla “nazionalizzazione” strappata in Russia, alla “divisione nera” (la spartizione egualitaria delle terre) che Lenin riuscì ad evitare; dalla “divisione nera” all’ “arricchitevi” staliniano – a una riforma alla Stolypin, in cui il proprietario fondiario non ha che da passare la mano al kulak».

Tale risultato era il logico approdo di una politica di “unità nazionale” e di “blocco delle classi” che doveva sacrificare gli interessi economici e politici dei contadini poveri e senza terra come del proletariato delle città alla formazione dello Stato nazionale, alla parola d’ordine: “tutto per il fronte nazionale” !

Giudizio che non viene sfiorato dalla “difficile” collaborazione fra Guo-min-dang e PCC durante gli anni 1937-45 e che, dopo i due primi anni di latte e mieledurante i quali lo stesso Mao definiva Jiang Jieshi come “leader supremo e generale in campo” magnificandone “la direzione della nazione cinese” (dall’opuscolo “Nuova tappa” dell’ottobre 1938, opuscolo ritirato a fine guerra e manipolato totalmente nel testo “Il posto del PCC nella guerra nazionale”), vide una vera e propria guerra sotterranea che più volte sfociò in scontri sanguinosi e crudeli fra le armate del Guo-min-dang e quelle del PCC ribattezzate “popolari”.

Infatti al VII Congresso del PCC, il 24 aprile 1945, poco prima della fine della guerra contro il Giappone, Mao tiene il famoso rapporto titolato “Sul governo di coalizione”; il tono talvolta aspro nei confronti della cricca che deteneva le redini del Guo-min-dang definita «ipocrita, traditrice e fascista, espressione reazionaria dei proprietari fondiari, dei grandi banchieri, dei grandi compradores» non può celare il programma “unitario e borghese” del PCC.

Così Mao: «Proponiamo di instaurare, dopo la completa sconfitta degli invasori giapponesi, un sistema statale che noi chiamiamo di nuovo democrazia, ossia un’alleanza democratica con le caratteristiche del fronte unito, fondato sulla stragrande maggioranza della popolazione e posta sotto la direzione della classe operaia (…) alcuni sospettano che i comunisti cinesi siano contrari allo sviluppo della iniziativa individuale, allo sviluppo del capitale privato e alla difesa della proprietà privata, ma si sbagliano (…bisogna) dare alle masse cinesi la possibilità di sviluppare liberamente l’iniziativa individuale nella società, di assicurare il libero sviluppo dell’economia capitalistica privata che, però, non deve “dominare la vita del popolo”, ma essere utile al popolo, e infine di assicurare la difesa della proprietà privata legittimamente acquisita (…) per un lungo periodo in Cina esisterà una forma particolare di Stato e di potere politico, assolutamente necessaria e razionale per noi, ossia uno Stato e un potere politico di nuova democrazia, fondati sull’alleanza delle varie classi democratiche».

Per il marxismo decifrare la proposta di Mao è semplice: il criterio borghese di una rivoluzione borghese è “libertà, uguaglianza, fraternità e… Benthan” che tradotti nel linguaggio maoista si mutano in “indipendenza nazionale, fronte unito, nuova democrazia e… sviluppo del Capitalismo”, raccogliendo «i tre principi del popolo di Sun Yat-sen che – sempre secondo il testo maoista – gettati a mare dai reazionari del Guo-min-dang, furono ripresi dal popolo, dal Partito Comunista e dagli elementi democratici».

Ma tale risultato ha un prezzo ! Si afferma non già il programma agrario radicale del trasferimento della rendita allo Stato con la nazionalizzazione della terra, ma le mezze misure della politica agraria del Guo-min-dang, situazione che sostanzialmente non cambierà con la riforma agraria del giugno 1950 e la divisione in piccoli lotti della terra, misura tanto inadatta a trasformare la Cina da “paese agrario a “paese industriale che appena realizzata iniziò il periodo della collettivizzazione, questione di cui ci occuperemo nel seguito.

Giudizio conclusivo del periodo preso in esame:come nella rivoluzione del 1924-27 il PCC sacrificò gli interessi politici del proletariato, così nel periodo di incubazione della “Repubblica popolare a nuova democrazia, anni 1937-45, ad essere sacrificati toccò agli interessi sociali dei contadini poveri e senza terra.