La crisi del capitalismo non può che generare venti di guerra
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In questa fase storica, dopo 80 anni dalla fine dell’immane tragedia della seconda guerra mondiale, torna a mostrarsi all’orizzonte l’evento che per noi marxisti rappresenta il punto culminante della crisi generale del capitalismo, necessità ineluttabile per sanare le sue contraddizioni ed azzerare debiti e crediti prodotti nel ciclo del profitto, distruggendo tutto il surplus di merci prodotte che non possono essere altrimenti consumate, compreso il surplus di forza lavoro umana, ricominciando quindi ex novo il ciclo infernale di produzione ed accumulazione.
Se vogliamo un esempio storico di questa affermazione, mai nella storia si era verificata un’esplosione economica, dalla Rivoluzione industriale, pari a quella generata dopo la guerra del 1945.
I comunisti non sono “pacifisti” a prescindere e sanno che la guerra tra gli Stati imperialisti è l’evento più nefasto per il proletariato mondiale, se non viene fermata nel suo “scatto”. Dopo il disastro e l’immane distruzione, sempre più grave viste le possibilità distruttive delle armi attuali, ammesso e non concesso che l’umanità possa sopravvivere all’olocausto, molto difficilmente si potrà assistere alla rinascita di un poderoso movimento rivoluzionario di classe che la faccia definitivamente finita con il sistema del profitto, e con tutto l’apparato che lo difende, gli “Stati” in primis.
La nostra dottrina, proprio perché analizza la natura essenziale di questo modo di produzione e le sue insanabili contraddizioni, nega ogni possibilità effettuale al pacifismo piccolo borghese, e alza la parola d’ordine di trasformare la guerra tra gli Stati in guerra tra le classi. Se questo non si realizza, non ci sono speranze di pace in alcun modo; naturalmente qui si tratta di una previsione a medio periodo, nessuno avendo la “palla di vetro” per conoscere il preciso istante nel futuro.
Poco conta che, per ora, il senso comune delle popolazioni delle metropoli imperialistiche sia lontano dal “sentimento” della guerra, che l’aspirazione alla pace per ora predomini nella maggioranza del corpo sociale. Quando la crisi finanziaria prima ed economica poi getterà nella miseria non soltanto i proletari, ma le mezze classi che hanno prosperato all’ombra del capitalismo, si troveranno facilmente i “nemici” contro i quali si dovranno muovere gli eserciti, e tutti gli apparati d’informazione faranno ferocemente a gara ad incitare alla difesa dei sacri confini, contro chi vuol rovesciare l’ordine nazionale, contro chi vuol violare la libertà e l’indipendenza delle patrie europee.
Un’anticipazione di questo la viviamo nel nostro quotidiano, con l’isteria bellica propugnata in modo ossessivo, con i “nemici” già identificati che minacciano il “nostro modo di vivere”, le “nostre” abitudini, la “nostra” civiltà. Già ora, che simile orizzonte appena si intravede, si scatena la canea contro gli avversari già individuati, contro i nemici della beneamata forma democratica. Il refrain del “maggio radioso”, che preannunciò la prima guerra mondiale, si sta già imponendo nel panorama informativo, e le voci che tentano di contrastarlo non escono dal quadro di quell’impotente pacifismo piccolo borghese. Questo è un dato di fatto che purtuttavia non turba e non deve turbare il nostro lavoro rivoluzionario.
La derelitta Europa, creazione fittizia delle impotenti borghesie nazionali, si è già schierata in prima linea contro il nemico all’Est, e favoleggia di un impossibile esercito sovranazionale in difesa da un altrettanto assolutamente improbabile attacco militare, quando l’alleanza militare post bellica guidata dagli Stati Uniti si indebolisce perché le loro risorse militari si stanno orientando verso il contenimento del gigante asiatico, che li sovrasta tanto sul piano della produzione che delle esportazioni, nel quadrante strategico essenziale del Pacifico.
Ma evidentemente i burocrati europei intravedono, anche loro, i futuri fronti di guerra, e cercano disperatamente di “farsi trovare pronti”. Lo sforzo bellico maggiore per gli USA sarà sul Pacifico, mentre il contenimento sul fronte dell’Est Europa dovrebbe gravare sulle spalle degli Stati europei. Che naturalmente, senza il sostanziale aiuto dell’America sarebbe un compito impossibile, e pretenderlo in autonomia, come vorrebbero i governi di Francia ed Inghilterra, un puro atto velleitario. Mentre un discorso a parte sarà il riarmo della Germania, il vero potente elemento di novità che scombina tutti gli assetti europei in questa tragica guerra USA-Europa-Russia. Tutti lo sanno benissimo, ma la necessità tutta borghese della “difesa” dei confini ad Est ha scatenato la canea bellicista degli Stati europei.
Quindi gli indicatori sicuri del futuro macello imperialistico sono già presenti nella situazione attuale: in particolare la crisi finanziaria, la crisi della produzione che i trucchi contabili del calcolo del PIL mascherano in modo sempre meno credibile, ed infine la guerra commerciale, che generalmente prelude quella militare. E questo l’abbiamo visto nei giorni appena passati. È bastato che un fanatico esagitato, nominalmente a capo della declinante, ma pur sempre prima potenza mondiale, abbia preso formalmente l’iniziativa di dichiarare un disimpegno dal finanziamento dell’alleanza europea, e parimenti agitare lo spettro dei dazi per contenere le importazioni che affossano l’economia nazionale del suo paese, che la UE è precipitata nel panico ed ha presentato un suo programma di difesa delle produzioni nazionali dalle incerte possibilità.
Curiosamente il colpo durissimo, altrettanto grave, della perdita delle risorse energetiche a prezzi ben più convenienti fornite dalla Russia, era stato accettato senza alcuna opposizione, anzi quasi con entusiasmo e dimenticato in fretta.
Per voce del loro presidente, gli Stati Uniti hanno minacciato una guerra commerciale con l’imposizione di feroci dazi ad alleati ed avversari; anche se poi i dazi si sono limitati ad un più ragionevole 10% e non generalizzati, salvo quelli imposti alla Cina, il vero avversario commerciale, oltre che politico e militare, nei confronti della quale sono stati imposti fino al 140% su una serie critica di prodotti. Tutto ruota attorno a questa necessità, di sopraffare il gigante imperialista che minaccia oggettivamente la declinante primazia degli Stati Uniti. Poco conta quindi, da un punto di vista politico-militare che l’imposizione sia stata sospesa “a tutti gli altri” per 90 giorni, trascorsi i quali non è chiaro come intenda procedere il “Presidente”.
Ma questa è cosa per noi poco significativa. Invece il fatto davvero importante è che gli accordi internazionali sul commercio, che sembravano sempiterne tavole della legge capitalistica, siano stati brutalmente denunciati, mentre si sta sviluppando una situazione generale in cui guerre guerreggiate, o minacciate o in attesa di deflagrare scuotono l’assetto mondiale dopo 80 anni di relativa “pace” tra gli Stati imperialistici. Poi, per tutti gli altri Stati, decideranno le situazioni contingenti tattiche e necessità del capitalismo americano.
Dalla crisi finanziaria del primo decennio del secolo, la più grave dalla fine della II guerra mondiale, che ha preso il nome dai crediti inesigibili, i tristemente celebri “subprimes”, il mondo del capitale ha conosciuto riprese e nuove crisi, in un alternarsi sempre più serrato, ma in un quadro sostanzialmente controllato di stabilità sul piano militare, dove le tante sanguinosissime guerre non hanno mai messo davvero in pericolo l’assetto complessivo scaturito dopo la guerra mondiale. A ben vedere, nemmeno la crisi missilistica di Cuba degli anni ’60 del passato secolo aveva veramente minacciato un nuovo conflitto mondiale, anche se, agli occhi di chi visse allora quegli episodi, la guerra sembrò ad un passo.
Ma quello trascorso è stato soprattutto un periodo di relativa pace nel campo sociale delle metropoli del capitale. Le guerre si sono accese soltanto nelle aree periferiche dei grandi Stati capitalistici; non per questo meno distruttive ed atroci, ma comunque contenute. I trattati internazionali, finzioni giuridiche di un diritto sovranazionale stabilito da impotenti organismi internazionali, hanno messo un illusorio sigillo legale alla traballante pace sul piano militare.
Del pari, nelle metropoli del Capitale, la classe operaia e gli altri strati subordinati del corpo sociale si sono posti, bene o male, nella completa subordinazione degli Stati nazionali, e le fiammate di insurrezione sociale che caratterizzarono il primo dopoguerra, fino alla scalata al cielo della Rivoluzione d’Ottobre, non si sono più presentate sulla scena storica. Dopo la seconda guerra mondiale, quando la situazione si è man mano fatta più stabile e aree di influenza si sono ben definite, lo scontro sociale si è fatto sempre più debole ed impotente, complice prima lo stalinismo, e poi l’opportunismo politico e sindacale; anche se eventi eccezionali, come ad esempio fu il 1968 o i poderosi moti dei cantieri polacchi, hanno brevemente ricordato alle classi borghesi da dove provenisse il pericolo per il loro predominio. Per loro la lezione appresa non è stata vana.
Lo Stato del Capitale ha sempre potuto smorzare e poi mettere a tacere tutti i tentativi di rivolta, che pure ci sono stati e violentissimi nelle aree periferiche, repressi spesso nel sangue. La guerra nel sud est asiatico, i tanti scontri in Medio Oriente, in Africa, che hanno segnato le naturali fratture ed accomodamenti alla periferia degli imperi, fino alla guerra nella stessa Europa conclusa con la sanguinosa frantumazione della Jugoslavia, si sono svolti in un quadro complessivo di instabilità finanziaria con fasi molto critiche ma non decisive per il crollo del sistema capitalistico. Per questo motivo la prospettiva della guerra generale tra gli Stati imperialistici nel passato non è mai davvero apparsa un evento prossimo venturo, come in questa fase.
Il destino del processo capitalistico appare segnato. I focolai di guerra si moltiplicano, dalla invasa Ucraina, alle aree medio orientali ove, dopo il genocidio della Palestina, si sviluppa lo scontro con l’Iran che punta al nucleare, alla Siria smembrata ed invasa; mentre nell’area del Pacifico la questione Taiwan è il punto focale del prossimo scontro Cina – USA.
Solo il proletariato internazionale, senza patrie, senza frontiere, potrà e dovrà fermare la follia della guerra del Capitale.