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Il conflitto in Europa prepara la guerra imperialistica

Categorie: Capitalist Wars, China, Europe, Imperialism, Russia, Ukraine, USA

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Le trattative per il cessate il fuoco e le prospettive della finta pace borghese

Già dopo poco tempo la sua elezione a presidente degli Stati Uniti, il candidato repubblicano pare aver ribaltato tutta l’architettura della politica estera e nazionale perseguita dai suoi predecessori democratici. L’apparato e le istituzioni create nel dopoguerra per garantire il libero scambio e la stabilità monetaria sono state messe in discussione, se non apertamente denunciate. In particolare il “libero scambio”, un vero e proprio dogma commerciale per gli Stati del democratico occidente è stato denunciato dalla nuova amministrazione, con i rischi di aggravare la crisi economica che attanaglia le economie e le produzioni degli Stati europei. Gettando, questo sì, nel panico, gli Stati d’Europa che vedono in questa misura, il peggioramento drammatico delle loro economie, basate appunto sull’esportazione garantita dal libero commercio internazionale.

Le regole e gli accordi stabiliti nel GATT del dopoguerra, che hanno reso possibili trent’anni di “prosperità”, i famosi “trenta gloriosi anni”, sono stati frantumati dalla crisi globale del capitalismo e dal profondo cambiamento nel rapporto di forza tra gli Stati. Parimenti è aumentato il loro squilibrio finanziario accompagnato sul piano politico dall’emergere di nuovi vigorosi e bellicosi attori regionali, come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Brasile, l’India e soprattutto l’emergere di una nuova superpotenza, la Cina, mentre i vecchi Stati imperialisti stanno declinando.

E di concerto, per quanto riguarda l’Europa, è andato in crisi il sistema militare di alleanza che ha garantito la pace imperialistica per tutti i decenni del secondo dopoguerra. Gli Stati europei, fino a ieri costretti sotto l’ombrello protettivo NATO, espressione del potente imperialismo americano a cui era demandata la “difesa” da qualunque aggressore esterno (!), si trovano ora a brancolare per trovare un’alternativa oltre i limiti degli eserciti nazionali; la certezza che la maggior parte dei costi del mantenimento di questo enorme apparato sovranazionale dovrà ricadere sulle loro economie pone un difficilissimo problema alla banda di tetri ed incapaci funzionari al governo della cosiddetta Europa Unita. Queste scialbe figure cercano miracolose ricette per trovare risorse finanziarie tutte rigorosamente basate sull’aumento del debito statale; quando proprio il suo controllo rigoroso era un principio irrinunciabile della pratica finanziaria nella UE, che in altre occasioni aveva significato il macello sociale, spacciato come cura miracolosa per le economie nazionali del Sud Europa.

Del pari si industriano a come predisporre il famigerato deterrente nucleare, garantito ad abundantiam dagli USA, quando gli unici possessori di ordigni nucleari in territorio europeo sono Francia e UK, che mai e poi mai condivideranno i loro arsenali con gli altri Stati di questa nuova “coalizione di volenterosi”, come è stata definita in sede UE, con involontario umorismo, una traballante alleanza prossima ventura.

Nella prossima guerra imperialistica, che ci sarà perché è il solo modo con cui gli USA potranno eliminare il loro debito stratosferico verso il resto del mondo, ci saranno dei fronti su cui si dovranno schierare gli Stati, ed è su quello dell’Occidente che bene o male la derelitta UE si dovrà schierare.

L’imperialismo americano, che nel 1956 rappresentava il 40% della produzione industriale mondiale, ha visto il suo peso relativo su scala globale diminuire costantemente, fino a raggiungere appena il 16,7% nel 2018. E questa percentuale continua a diminuire. Allo stesso tempo, la Russia, che come parte della URSS valeva quasi il 13% nel 1960, nel 2018 quotava solo il 4%, lo stesso peso del Giappone, pur essendo ai tempi attuali molto indietro rispetto al Giappone, alla Germania, alla Francia in termini di tecnologia. Tutte le grandi potenze europee di un tempo sono ora potenze di medie dimensioni e, come gli Stati Uniti e la Russia, sono sulla via del declino.

Inoltre gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare per diversi anni, per non dire decenni, anche importanti squilibri, tra cui un notevole deficit di bilancio che nel 2024 aveva superato 1.800 miliardi di dollari, abbastanza da far sembrare ridicolo il deficit di bilancio degli Stati europei, con un deficit della bilancia commerciale di 900 miliardi di dollari.

Per avere un’idea dell’entità del deficit commerciale, si consideri che questo dato supera tutte le esportazioni giapponesi (718 miliardi di dollari nel 2023), nonostante il Giappone sia il quarto esportatore mondiale. A questo deficit commerciale si aggiunge un deficit della bilancia dei pagamenti; di qui la necessità di tagliare le spese e di imporre dazi doganali sulle importazioni. Il problema è che il deficit commerciale è un fatto strutturale, anche a causa della delocalizzazione che ha permesso di aumentare il tasso di profitto delle aziende americane. E che l’attuale amministrazione americana tenta di mettere sotto controllo tanto con i minacciati dazi che con gli incredibili vantaggi fiscali per le aziende che vorranno impiantare le loro produzioni nel territorio degli States.

Questa manovra, che elimina il dogma del libero mercato e della concorrenza, finzione dell’imperialismo finanziario, allo sviluppo presente della crisi capitalistica non ha alcuna possibilità di sanare il declino produttivo degli USA, anche perché l’imposizione di tasse del 25% sui prodotti messicani o sulle aziende di trasformazione, metterà in ulteriore crisi le aziende americane che si sono trasferite in paesi a basso costo per aumentare il tasso di profitto, che sta crollando drasticamente.

È un fatto che negli ultimi venticinque anni, il centro di gravità economico si è spostato dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico. È qui che negli ultimi trent’anni è avvenuto il principale sviluppo economico per il capitale. È il prodigioso accumulo di capitale in Cina e nel Sud-est asiatico in questo periodo che ha permesso al capitalismo globale di sopravvivere fino ai giorni nostri e ha consentito a Stati Uniti, Giappone e Germania di raccogliere enormi profitti in eccesso e sfuggire per un certo periodo al crollo del tasso di profitto.

Ma in questa fase finale del capitalismo l’imperialismo cinese è a sua volta colpito dalla crisi di sovrapproduzione. Il risultato, ovviamente, è la nascita di un feroce concorrente e di un nuovo imperialismo globale che sfida la leadership americana. E questo è il nuovo grande problema che deve affrontare l’imperialismo americano.

In breve, la superpotenza USA è in declino e la sua leadership è messa in discussione dalla Cina, la seconda superpotenza che presto supererà gli USA. L’Europa è composta da potenze di medie dimensioni che sono anch’esse in relativo declino. Come abbiamo detto il baricentro geopolitico si sta spostando dall’Atlantico al Pacifico e gli Stati Uniti intendono allentare la loro presenza in Europa, che comunque non abbandoneranno mai.

Qualche dato in proposito: alla fine degli anni ’80, le forze statunitensi in Europa contavano 315.000 uomini, ma dopo il crollo dell’URSS, con il disarmo dell’Europa, gli americani hanno ridotto drasticamente la loro presenza militare, al punto che nel 2019 le forze armate statunitensi erano appena 65.000 militari. In seguito all’invasione russa dell’Ucraina, sono salite a 100.000 uomini. Si tratta di 35.000 militari che sono stati aggiunti a rotazione. Per rafforzare il concetto della necessità di una difesa europea nei confronti di un presunto espansionismo russo, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, in una riunione della NATO a Varsavia lo scorso febbraio, ha dichiarato che l’Europa non può dare per scontato che la presenza di truppe americane nel continente “durerà per sempre”.

Affermazioni riportate e ingigantite dalla stampa europea che per interessi di bottega deve martellare sulla esigenza di uno stanziamento di 800 miliardi, naturalmente tutti “a debito”, da trovare sacrificando ogni spesa sociale.

In questa fase storica appare chiaro che per gli Stati Uniti, l’obiettivo è quello ridurre drasticamente la propria presenza da un teatro di operazioni che è diventato secondario per rafforzare la sua presenza in Asia. L’imperialismo americano non può ovviamente ridurre la sua presenza militare nel Mar Cinese, o anche permettersi di non sostenere attivamente Taiwan, che occupa una posizione strategica. Se gli Stati Uniti abbandonassero Taiwan, perderebbero ogni credibilità con la Corea del Sud e il Giappone, e con tutti gli Stati asiatici in generale. Peggio, lascerebbero campo libero, militare, politico ed economico alla Cina che è, in questo momento, il principale avversario a tutto campo dell’America. Eventi manifestamente impossibili.

Questo detto però, ad affermare che l’Europa, con tutte le basi Nato disseminate negli Stati e le basi extra territoriali americane potrà essere prima o poi abbandonata dagli Stati Uniti, ce ne corre.

Le precedenti amministrazioni democratiche hanno operato vigorosamente per aumentare la pressione militare sulla Russia, che è attualmente, dopo il tracollo culminato con l’era Eltsin, una potenza imperialistica di “rango inferiore” anche se dotata di un apparato nucleare e missilistico di tutto rispetto. Ma nelle condizioni generali presenti, economiche, finanziarie e produttive, l’attuale amministrazione americana ha necessità di riallacciare i rapporti con la Russia sia per risolvere il conflitto in Ucraina che si trascina da tre anni senza una ragionevole via d’uscita, che per altre crisi mondiali, in primis nel Medio Oriente. E, come già detto per arginare l’espansionismo cinese. Crisi che si moltiplicano ed approfondiscono. La scelta di una parte della borghesia americana che in questo momento ha prevalso, ha inteso quindi di cambiare la prospettiva della presenza massiccia in Europa.

Più remota ed improbabile la prospettiva che certa stampa avanza, di una pretesa da parte dell’America, di “strappare” la Russia dall’abbraccio oneroso della Cina, che non nasconde le sue mire sulle ricchezze della Siberia. Al momento le loro sorti non paiono potersi separare, anche se non è immediatamente ipotizzabile quale forma nel futuro questa “partnership” attuale evolverà verso un’alleanza d’armi. Ma il “vettore storico” che indica la direzione dei due imperialismi, quello in declino e quello in crescita, sembrerebbe non discutibile.

La nostra dottrina materialistica indica che la fase storica presente si sviluppa nella direzione della crisi generale del modo di produzione capitalistico. Questo come dato generale, ma per la federazione Russa a rafforzare la tendenza c’è anche una guerra di tre anni, anche se limitata come estensione. Circolano in proposito, e da tempo, notizie catastrofiche sulla sua economia, sulle sue finanze, sulle sue potenzialità produttive. Quanto di tutto questo sia frutto anche della propaganda occidentale che ne prevedeva il crollo a breve termine, non è dato con certezza sapere.

Ma i dati pubblici mostrano uno stato di difficoltà generale e finanziariamente una situazione molto difficile. Tasso di inflazione in crescita e tassi di interesse bassi per finanziare lo sforzo bellico, in concomitanza con la svalutazione del rublo rispetto ad altre valute, dollaro, yuan cinese, che in questo momento è la valuta di un partner essenziale per la Russia, sono delle evidenze indiscutibili.

Anche sul piano strettamente militare le recenti pur riuscite controffensive rallentano di slancio. Le perdite sono rilevanti ed hanno imposto avanzate molto più contenute.

In questa fase della guerra lo sforzo principale si è concentrato sulla piccolissima area dell’oblast di Kursk a suo tempo invasa, ed ora ridotta ai minimi termini quando la strategia bellica russa ha deciso di liquidarla, riducendo la pressione su altre aree ritenute critiche; tanto per fare un nome, le operazioni sulla criticissima area di Pokrovs’k, vero snodo strategico per reggere una estesissima linea del fronte da parte dell’esausto esercito ucraino e bastione fortemente armato, sono quasi sospese. Eppure il crollo di quel caposaldo metterebbe davvero in crisi tutto il congegno difensivo dell’oblast del Donetsk, e sarebbe un colpo quasi fatale per l’Ucraina.

Quanto ancora potrebbe durare lo sforzo della Russia per il mantenimento della guerra, non è dato sapere, anche se lo sbruffone attuale presidente americano ha cianciato di un “rapporto segreto” della CIA, che pone il limite al 2026. Ma qui siamo nel campo della più becera propaganda.

Appare comunque evidente la necessità di porre un freno, e i faticosissimi colloqui per un cessate il fuoco vanno avanti, con difficoltà, ma vanno avanti. Quando e come si concluderanno, è altra questione. Il disgraziato Stato ucraino, stretto tra i tanti lupi confinanti pronti ad approfittare del suo smembramento, ha una sorte che appare comunque segnata.

L’impotente UE, nano politico e militare, spinge per un riarmo che ha lo scopo nemmeno tanto recondito di risollevare le sue esauste capacità produttive, naturalmente fatte tutte a debito, sulla falsariga degli Stati Uniti d’America nella fase immediatamente precedente la II Guerra Mondiale, che permise loro di dispiegare la propria enorme potenza. Ma la debole e divisa Europa odierna non è la potentissima America di allora, che stava risorgendo dalla crisi generale capitalistica.

UK e gli altri Stati europei hanno immaginato una “coalizione dei volenterosi”, alla quale si potranno aggregare anche Canada e Turchia ma questa fantasiosa alleanza non potrà mai trovare una unità militare, che presuppone la forma unitaria dello Stato. I fantasticati “Stati Uniti d’Europa” sono un sogno – o un incubo, dipende dal punto di vista – totalmente irrealizzabile, fuori dalla storia, impossibili da realizzare da parte di borghesie che hanno esaurito totalmente da secoli il loro ciclo progressista, e non sono in grado di andare oltre alleanze di comodo militari o economiche: prontissimi a denunciarle se si manifestano occasioni migliori; riottose a subordinarsi se non al prepotente padrone che abbia la forza di metterle in riga.

Al netto degli isterismi degli Stati baltici, tre gatti che la situazione confusa ed ondivaga della UE ha portato ad una ridicola visibilità, Germania, UK, Francia si stanno avviando in ordine sparso sulla strada del riarmo, senza neppure uno straccio di politica comunitaria che non sia il fritto e rifritto “dobbiamo aiutare l’Ucraina a resistere all’invasore”. Davvero poco per chi si illude di rappresentare un’alternativa all’imperialismo statunitense, contro Federazione Russa e Cina.

E così, mentre gli Stati borghesi preparano il loro domani di ulteriori guerre e lutti, i proletari di Russia ed Ucraina si massacrano in una sanguinosa guerra che è in nome della “patria”, ma nei fatti è soltanto per gli interessi della borghesia nazionale. I proletari di Europa, ugualmente sono e di più saranno schiacciati dalle loro borghesie, fino alla vigilia di guerra.

Il compito dei comunisti è chiaro ed univoco, come lo fu alla vigila del 1918, “mutare la guerra tra gli Stati in guerra tra le classi”. Il Partito non esprime alcuna particolare inclinazione per nessuno dei fronti in guerra, ma li bolla tutti come frutti del mondo capitalistico, che lancia gli uni contro gli altri i fratelli di classe, fratelli oltre le divisioni nazionali e la “patrie”.

Per questo odiamo dello stesso odio tutti gli Stati che combattono la “santa guerra” senza distinzione; la bandiera dei comunisti non è quella di alcuno Stato, ma quella dell’’internazionalismo proletario.