Partito Comunista Internazionale

Il Partito di fronte ai sindacati nell’epoca dell’imperialismo Pt. 1

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A seguito della riproduzione integrale del nostro fondamentale testo “Il Partito di fronte ai sindacati nell’epoca dell’imperialismo” pubblicato nella nostra rivista “Comunismo” n° 10 del 1982, e recentemente inserito, in versione integrale, nel nostro sito, siamo qui a tratteggiare alcune parti di esso che descrivono la storia dell’attività sindacale del Partito a partire dal secondo dopoguerra. È questo percorso che intendiamo qui descrivere brevemente (per poi riprendere successivamente passaggi di particolare rilevanza), allo scopo di evidenziare la continuità dell’attività sindacale del Partito, pur nel mutare delle circostanze in cui essa si svolgeva e che hanno prodotto via via formulazioni tattiche, indicazioni di prospettiva ed immediate rivolte alla classe e tradotte nell’attività dei nostri militanti impegnati nell’azione sindacale.

Intendiamo qui per il momento concentrare questo studio sull’intervento del Partito in campo sindacale in Italia, dove si è reso possibile esplicarlo, pur in forma estremamente ridotta e tuttavia ricca di significati e di insegnamenti.

L’effetto congiunto delle vicende negative che hanno fatto seguito alla sconfitta del potente movimento proletario entrato in azione nel primo dopoguerra hanno permesso «il trapasso mondiale dei sindacati di classe ai sindacati “tricolore” del secondo e di oggi». … «La parabola di questa involuzione andrebbe studiata, in riferimento ad ogni paese capitalisticamente avanzato, così come in generale la questione sindacale andrebbe affrontata, alla scala mondiale, analizzando le caratteristiche dei sindacati attuali in ogni paese, o almeno in ogni area geopolitica in cui si può suddividere il pianeta, per poter pervenire ad una soluzione tattica che non può che essere diversificata a seconda delle situazioni particolari dei vari paesi. Un’ analisi del genere, tuttavia, è oggi impossibile date le nostre esigue forze, non fosse altro perché non possiamo certamente basarci esclusivamente sui materiali scritti esistenti, mancando la presenza diretta del Partito nei vari paesi. La tattica di intervento non può infatti che essere anche il risultato dell’esperienza diretta del lavoro pratico o quanto meno della possibilità di vivere direttamente la situazione per potere percepirne i caratteri fondamentali che sono, oltre alla natura e alle caratteristiche specifiche delle organizzazioni sindacali con cui si deve operare, l’atteggiamento dei proletari nei loro confronti e in generale la loro attitudine e la loro predisposizione alla lotta, che solo la presenza fisica dei militanti può permettere di recepire correttamente.

Tuttavia ciò non esclude che sia possibile delineare delle tendenze di massima particolarmente valide per l’insieme dei paesi capitalisticamente sviluppati che, se non permettono di delineare una tattica specifica valida ovunque, consentono di mettere in rilievo le linee prospettiche classiche del marxismo rivoluzionario e permettono comunque di escludere che la dinamica del futuro incendio mondiale di classe possa percorrere strade a noi ignote e originali, tali da modificare la prassi generale dei conflitti di classe così come la descrisse il marxismo.

Non a caso il nostro testo classico “Partito rivoluzionario e azione economica” [1951] afferma a chiare lettere: “Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato, ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe rivoluzionario nel quale militi una minoranza dei lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quello della classe e del potere borghese”».

Già dai tempi della prima Internazionale il Partito riconobbe che «[…] i comunisti devono entrare nei sindacati per trasformarli in consapevoli strumenti di lotta per la caduta del capitalismo. […] I comunisti devono costituire dovunque, nei sindacati e nei consigli di fabbrica, frazioni comuniste, con l’aiuto delle quali impadronirsi del movimento sindacale e guidarlo».

Il Partito Comunista, con Marx e Lenin, nella Seconda e Terza Internazionale, ha sempre considerato centrale l’intervento nelle organizzazioni economiche del proletariato. Così agì anche la Sinistra Comunista italiana e il Partito Comunista d’Italia da essa guidato, impegnando nelle file della CGL del primo dopoguerra, i militanti operai comunisti organizzati in frazione sindacale, in lotta contro i dirigenti riformisti, divenuti poi complici del fascismo nella disfatta del movimento proletario e nell’affossamento delle sue organizzazioni.

Il bilancio della sinistra comunista in campo sindacale nell’immediato secondo dopoguerra sul filo rosso del marxismo rivoluzionario

«[…] la Sinistra colloca il sindacalismo nato dalla resistenza e dall’antifascismo democratico in una posizione antitetica al periodo del primo dopoguerra. […] Il sindacalismo tricolore fu il degno erede del sindacalismo fascista, così come la democrazia, ristabilita dai bombardieri e dai cannoni degli Alleati, altro non avrebbe potuto essere che la continuazione del riformismo totalitario fascista.

Il Partito ha definito i sindacati, risorti nel dopoguerra come “organizzazioni cucite sul modello Mussolini. […] La salvezza della classe operaia, la sua nuova ascesa storica, dopo lotte e traversie tremende” […] “non è presso nessuno di tali organismi”».

«In questa affermazione è già implicita l’asserzione che, comunque ci si fosse posti dal punto di vista tattico nei confronti della CGIL, se lavorarvi o meno all’interno, era chiaro che l’atteggiamento non poteva essere analogo a quello tenuto dai comunisti nei confronti dei sindacati rossi del primo dopoguerra». E quale è la grande e sostanziale differenza tra i sindacati rossi del primo periodo dell’imperialismo e del primo dopoguerra, e quelli attuali? I primi, per quanto diretti dall’opportunismo riformista, erano sindacati forgiati nel processo di progressiva organizzazione del proletariato come classe in lotta contro il capitalismo, nel tentativo di superare le divisioni per fabbrica, territorio e categoria. Erano sorti nei primi anni del secolo sotto lo stimolo di possenti moti di classe, e in essi si riflettevano, in contrapposizione tra loro, con pieno diritto di organizzazione autonoma, tutte le componenti politiche che si richiamavano alla classe operaia e che in essa avevano solide radici. Certamente era la frazione riformista e controrivoluzionaria che ne aveva tenuto le redini fino ad allora.

«La CGIL unitaria partorita nel ’45 non ha più nulla di simile a queste caratteristiche, se non la forma organizzativa. Anziché essere un’organizzazione di classe controllata dall’opportunismo è un sindacato messo in piedi da un blocco di forze politiche unite nell’unità nazionale, a cui appartengono indifferentemente partiti apertamente borghesi e partiti sedicenti operai, il tutto sotto l’egida dell’imperialismo americano e la benedizione della Chiesa […]».

Posto tutto ciò, non per questo il Partito negò allora la necessità del lavoro dei comunisti all’interno dei sindacati post bellici, in particolare la necessità di lavorare all’interno della CGIL. Infatti, «per decidere se lavorare o meno in un sindacato non può essere sufficiente individuare le tendenze storiche della forma sindacato e verificare quali siano attribuibili all’organizzazione in questione. Non basta cioè dedurre la tattica dalla natura politica di questo organismo, ma occorre soprattutto riferirsi all’atteggiamento degli operai verso di esso. Da materialisti non possiamo attribuire ai lavoratori iscritti a un sindacato la coscienza di ciò che esso storicamente rappresenta all’indagine marxista. Se i lavoratori, o la gran parte di essi e soprattutto quella più combattiva, vede in un dato sindacato il suo rappresentante, lo strumento per la sua difesa e per esso e con esso lotta, il nostro posto di battaglia non può che essere in quel sindacato. Era appunto questa la propensione delle masse operaie più combattive in Italia negli anni del dopoguerra e il Partito decise di lavorare, come frazione organizzata, nella CGIL».

Nel 1951 scrivemmo: «La situazione sindacale di oggi diverge da quella del 1921 non solo per la mancanza del Partito Comunista forte, ma per la progressiva eliminazione del contenuto dell’azione sindacale col sostituirsi di funzioni burocratiche alla azione di base: assemblee, elezioni, frazioni di partiti nei sindacati e via, di funzionari di mestiere a capi elettivi, ecc. Tale eliminazione, difesa nel suo interesse dalla classe capitalistica, vede sulla stessa linea storica i fattori: corporativismo tipo CLN, sindacalismo tipo Di Vittorio o Pastore. Tale processo non può essere dichiarato irreversibile. Se l’offensiva capitalista è fronteggiata da un Partito Comunista forte, se si strappa il proletariato alla tattica (sindacalista) CLN di fronte a quelli, se lo si strappa all’influenza dell’attuale politica russa, nel momento X o nel paese Y, possono risorgere i sindacati classisti ex novo o dalla conquista, magari a legnate, degli attuali. Ciò non è storicamente da escludere. Certamente quei sindacati si formerebbero in una situazione di avanzata o di conquista del potere» (Lettera del 05/01/1951). Per sindacati classisti non si intende un’organizzazione economica necessariamente controllata dal Partito, ma un organismo in cui esiste la possibilità di azione e di movimento per una frazione organizzata al proprio interno.

Posta in questi termini l’alternativa, il Partito non poteva certo assumere un atteggiamento di cautela, in attesa che gli eventi sciogliessero il nodo, quindi diede la naturale e scontata disposizione di organizzarsi, là dove i suoi debolissimi effettivi operai lo permettevano, in frazione all’interno della CGIL. «Il sindacato […] è oggetto di interessamento del Partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro, distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale e dal momento che il concreto rapporto numerico dei suoi membri, i simpatizzanti e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non essere esclusa l’ultima possibilità di attività virtuale e statutaria autonoma classista, il Partito esplicherà la penetrazione e tenterà la conquista alla direzione di esso». (Tesi caratteristiche del partito, 1951)

Perché la CGIL e non gli altri sindacati tricolore o corporativi? «Nella CGIL si era raccolta […] la parte più combattiva del proletariato italiano, che vedeva in essa il sindacato “rosso”, una sigla, il simbolo di una tradizione non ancora spenta. […]Fu questo stato d’animo del proletariato italiano – e non altro – che ci portò a non escludere la possibilità di una riconquista “a legnate” della CGIL ad una direzione classista. Questa riconquista non poteva essere graduale, ma sarebbe stata possibile soltanto al verificarsi di un potente movimento proletario che avrebbe travolto le direzioni opportuniste e spezzato la struttura da queste messa in piedi».

Il Partito si richiamava alla tradizione della CGL rossa che l’opportunismo non poteva in quel momento disconoscere apertamente: «Per poter controllare e inquadrare gli operai italiani, gli opportunisti erano stati infatti costretti a richiamarsi alle parole delle gloriose tradizioni delle lotte proletarie passate, ad agitare ogni tanto la bandiera rossa. Noi vedemmo in ciò un elemento positivo: per fregare gli operai italiani bisognava appunto sventolare la bandiera rossa, ovvero gli operai italiani si lasciavano ancora commuovere dalla loro bandiera. La CGIL rappresentò per buona parte del proletariato italiano quell’insegna, quel simbolo. Sotto quella bandiera gli operai scatenarono forti scioperi, uscendo talvolta dalle direttive impartite dai vertici opportunisti, scontrandosi con formidabile coraggio con le forze di polizia che si dimostrarono spesso incapaci di contenerne la furia, affrontando i licenziamenti, le bastonate, la galera, lasciando sulle strade e sulle piazze centinaia di caduti.»

Tuttavia la conquista di quella organizzazione, in piena fase avanzata dell’imperialismo, non poteva che essere intesa come la distruzione di tutta l’impalcatura organizzativa di un sindacato ormai legato per mille fili alle istituzioni del nemico di classe, sotto la spinta e nel vivo dell’azione di una classe risorta alla vera lotta sociale anticapitalista e antiopportunista. «L’eventuale futura CGIL “rossa” non avrebbe potuto che risorgere sulle rovine di quella che i comunisti si trovavano di fronte».

«La nostra azione poggiava costantemente su una tattica legata ai principi generali del Partito, calata di volta in volta nelle singole situazioni: nessuna azione di sabotaggio o boicottaggio delle lotte sindacali e degli scioperi organizzati e controllati dai sindacati, partecipazione ad essi con la costante opera di denuncia attiva della politica antioperaia delle centrali sindacali, indicazione ai proletari degli obiettivi generali di classe su cui lottare per tendere all’affasciamento di tutte le categorie operaie, indicazione dei metodi classisti di lotta, primo fra tutti lo sciopero generale senza limiti di tempo e senza preavviso, raccordo costante di queste indicazioni immediate di obiettivi e di lotta con il fine politico ultimo dell’azione del Partito».

Le battaglie più significative del Partito

La nostra incessante opera di denuncia dell’opportunismo sindacale fu sempre accompagnata dalla costante partecipazione alle lotte operaie e, ovunque si presentasse la minima occasione, dal tentativo di organizzare forze operaie su un piano di classe in aperta opposizione alle centrali sindacali».

Nei primi anni ‘60 il Partito dette vita ai primi organi specifici per l’orientamento della attività sindacale: «Nel novembre 1961 uscì il “Tranviere Rosso” – bollettino dei tranvieri comunisti internazionali aderenti alla CGIL. Nel cui primo numero si leggeva: «Nel novembre 1961 uscì il “Tranviere Rosso” – bollettino dei tranvieri comunisti internazionali aderenti alla CGIL. Nel cui primo numero si leggeva:
Noi comunisti internazionali, continuatori del glorioso partito di Livorno, delle tradizioni di combattimento del sindacato, delle organizzazioni proletarie in tutta la classe, non abbiamo cessato un istante di contestare agli attuali dirigenti sindacali (emanazione dei partiti opportunisti) la loro rovinosa opera di distruzione del sindacato di classe».

«Il “Tranviere rosso” era lo strumento di agitazione e di propaganda del nostro piccolissimo gruppo di lavoratori tranvieri e riportava corrispondenze su problemi specifici della categoria di lavoratori, resoconti di assemblee e di scioperi esaltando sempre la combattività dei lavoratori e mettendo in evidenza i tradimenti dei bonzi, ma anche articoli di carattere generale su tutte le questioni di interesse per gli operai. La sua pubblicazione durò fino al 1963. Nel maggio 1962, essendosi estesa l’attività sindacale del partito in concomitanza di grandi scioperi operai, usciva “Spartaco” – Bollettino centrale di impostazione programmatica e di battaglia dei comunisti internazionali aderenti alla CGIL: “[…] Se perciò, oggi, noi cerchiamo di estendere e di coordinare meglio questo lavoro, non è già perché una particolare “idea nuova e originale” sia passata per la testa di chicchessia, ma perché la situazione generale, lo sviluppo sia pur disorganico delle lotte di classe, e il processo di consolidamento della rete di partito, ci hanno imposto di tradurre in una azione il più possibile continua e sistematica, un compito riconosciuto permanente anche quando gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini lo limitavano (come in parte lo limitano tuttora) “ad un piccolo angolo dell’attività complessiva”. Era la necessaria risposta ad interrogativi che giungevano a noi, alla periferia come al centro del partito, dalle agitazioni in corso; una risposta che potevamo dare su scala più larga che in passato proprio perché, nella lunga e non ancora conclusa fase di “ristabilimento della teoria del comunismo marxista, che ha occupato l’ultimo decennio della nostra vita organizzativa, i rapporti fra la nostra rete ideologicamente rafforzata e strati sia pur esili di proletari, si sono andati allargando e rafforzando”. Non “svolta”, dunque, ma potenziamento di un lavoro che non si è mai interrotto anche quando le circostanze esterne, fuori dalla volontà o dai desideri anche del più battagliero ed entusiasta militante, ne limitavano il raggio». (Punti fermi di azione sindacale”, Il Programma Comunista n° 19/1962)

Così si presentava Spartaco: «Ci battiamo perché il sindacato operaio tradizionale, la CGIL, rinasca come sindacato di classe; un sindacato che affermi e difenda esclusivamente e senza quartiere gli interessi di vita e di lavoro dei proletari, e non accetti mai di subordinarli alle cosiddette superiori esigenze dell’azienda, dell’economia nazionale, della patria, meno che mai alla difesa di istituti borghesi». (n. 1/1962)

Nel luglio 1968 iniziammo la stampa de “Il Sindacato Rosso” – organo mensile dell’Ufficio Sindacale Centrale del Partito Comunista Internazionale.

Era la stessa testata dell’organo sindacale del partito nel 1921. Sorto per coordinare ed indirizzare l’attività sindacale del Partito portava questa manchette:

«Per il sindacato di classe! Per l’unità proletaria contro l’unificazione corporativa con CISL e UIL! Per unificare e generalizzare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro il riformismo e l’articolazione! Per l’emancipazione dei lavoratori dal capitalismo! Sorgano gli organi del partito, i gruppi comunisti di fabbrica e sindacali, per la guida rivoluzionaria delle masse proletarie!».

«Il Sindacato Rosso era l’organo di agitazione e propaganda dei nostri gruppi operai e costituiva all’interno e all’esterno del sindacato, l’unica voce che si levava contro il tradimento degli interessi operai.

Nel 1969 i bonzi portarono a conclusione la campagna per le deleghe facendo inserire nei contratti la clausola che impegnava le direzioni aziendali ad amministrare la riscossione dei contributi sindacali. Questo atto, che fu naturalmente presentato come una vittoria, sanciva difinitivamente la delega come unica forma di adesione al sindacato

[…] Noi organizzammo allora in tutti i posti di lavoro in cui eravamo presenti una violentva campagna rivendicando il ritorno all’iscrizione diretta tramite i “collettori”, rifiutando e invitando gli operai a rifiutare la delega. […] Si trattava di un passo gravissimo verso l’inserimento dell’organo sindacale nell’ingranaggio statale e padronale: era un atto politico in direzione del sindacalismo fascista. La delega servì anche per espellere dalla CGIL i rivoluzionari e gli operai più coscienti poiché i bonzi rifiutarono il rinnovo della tessera a chi non accettava di firmare la delega […]». (Il Partito di fronte ai sindacati …) «Rifiutare le deleghe non vuol dire uscire dal sindacato. Al contrario vuoi dire opporsi alla definitiva degenerazione della CGIL […]. No alle deleghe sì al sindacato di classe!». (Sindacato Rosso, n. 18/, 1969).
«È questo al tempo stesso il periodo delle lunghe lotte contrattuali che segnarono l’apice del movimento sindacale italiano del secondo dopoguerra. In questo periodo in diverse grandi fabbriche, alla Pirelli, alla FIAT, ecc., sorgono i primi Comitati Unitari di Base, organizzazioni operaie spontanee che tentano in alcuni casi di scavalcare i sindacati e in alcune occasioni di sostituirsi ad essi».

È negli anni immediatamente successivi alle lotte del ’68-’69, che si va lentamente delineando un processo di progressivo avvicinamento dei sindacati alle istituzioni statali. «Questo colpo di acceleratore non avviene per caso, ma coincide con l’inizio del ciclo di crisi internazionale del capitalismo». (Il partito di fronte ai sindacati …) «L’organizzazione sindacale si avvia a diventare un apparato altamente burocratizzato, liberandosi di ogni residuo classista. Quel poco di vita sindacale, di rapporto diretto tra funzionari e iscritti ancora esistente, e che aveva permesso o poteva permettere un certo lavoro interno ai militanti comunisti, si spegne definitivamente. La CGIL, così come già la CISL e la UIL, diventa progressivamente un’organizzazione refrattaria ad ogni stimolo di classe se non per castrarlo sul nascere e si inizia un lento ma inesorabile distacco, sempre più evidente con il passare degli anni, tra struttura territoriale del sindacato e gli iscritti, che negli anni precedenti avevano in generale seguito le direttive sindacali con una certa convinzione».