Negare il lavoro del Partito Comunista nelle lotte operaie significa ritardare l’estensione dell’organizzazione proletaria e abbandonarla alle ideologie borghesi e piccolo borghesi Pt. 2
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- Inglese: Denying the Work of the Communist Party in Workers’ Struggles Means Retarding the Expansion of Proletarian Organization and Abandoning It to Bourgeois and Petty-Bourgeois Ideologies Pt. 2
- Italiano: Negare il lavoro del Partito Comunista nelle lotte operaie significa ritardare l’estensione dell’organizzazione proletaria e abbandonarla alle ideologie borghesi e piccolo borghesi Pt. 2
(continua dal numero precedente)
da “Il Partito Comunista” n. 77/1981
La lotta economica è un dato oggettivo che scaturisce dalle contraddizioni del modo di produzione capitalistico; nessuna riforma, nessuna concessione, nessuna legge speciale, nessuna operazione poliziesca può eliminarla finché permane la proprietà privata dei mezzi di produzione e il lavoro salariato.
Dopo una prima fase in cui la borghesia negava in assoluto la lotta e l’organizzazione operaia, essa è stata poi costretta a tollerarla e, con il fascismo, ha tentato di darle un inquadramento nel proprio ordinamento giuridico con la creazione di organizzazioni sindacali sotto il controllo diretto dello Stato.
Al tempo della I Internazionale il proletariato era ancora una esigua minoranza della popolazione. Il nascente movimento proletario si sviluppava in uno scontro diretto e aperto con la legalità borghese: scioperi e manifestazioni di piazza erano vietati. Le dimostrazioni operaie e contadine assumevano quasi sempre l’aspetto di sommosse; saccheggi, scontri con la polizia, l’esercito, arresti di massa, sparatorie, morti, feriti. Sempre, anche per le rivendicazioni più limitate, gli operai si trovavano di fronte lo Stato nella sua vera essenza di apparato repressivo, con le sue milizie e i suoi tribunali, schierato in difesa della proprietà. Qualsiasi movimento rivendicativo portava allo scontro con lo Stato perché ad esso lo Stato dava sempre una risposta poliziesca che non lasciava altro spazio che quello dell’azione di massa.
Scioperare, partecipare a una dimostrazione significava allora rischiare la vita o anni di galera.
Le lotte economiche perciò divenivano immediatamente politiche perché presupponevano la coscienza che non si potevano colpire i capitalisti e i proprietari fondiari senza scontrarsi con l’apparato predisposto a difesa dei loro privilegi: lo Stato. Non era perciò netta la distinzione tra lotta economica e lotta politica rivoluzionaria; esse coincidevano perché la lotta economica poteva condursi solo con metodi rivoluzionari. In Italia in questo periodo i capi delle prime grandi agitazioni operaie – come quella degli edili nel 1888 – sono gli anarcosindacalisti.
Nella seconda fase, quella che vede lo sviluppo dei grandi partiti socialisti della Seconda Internazionale, la borghesia da una parte non può più contenere i movimenti di un proletariato, enormemente cresciuto nel numero, con metodi puramente polizieschi, dall’altra ha enormemente accresciuto i suoi profitti e può fare delle concessioni corrompendo alcuni strati operai. Nasce qui il terreno oggettivo per lo sviluppo del riformismo e del tradeunionismo che sfocerà nella degenerazione e passaggio nel campo borghese dei partiti della II Internazionale. I metodi polizieschi da soli, avrebbero portato sul terreno dello scontro aperto un proletariato sempre più numeroso e concentrato; ecco perché la borghesia, fattasi più accorta, abbina alla repressione l’opera di imbonimento dei capi socialdemocratici che incanalano le lotte operaie verso conquiste parziali nel quadro dell’ordine sociale borghese. Le lotte operaie, per la mutata situazione economica e politica, sfociano in richieste di riforme, di miglioramenti salariali, di alleviamento delle condizioni di lavoro, non più come tappe verso l’assalto al potere borghese per la distruzione completa di ogni forma di proprietà privata e di sfruttamento, ma come rivendicazioni fini a sé stesse, perfettamente compatibili con una economia capitalista in piena espansione.
Il movimento economico delle masse procede compatto in questa direzione sotto la guida dei capi riformisti delle grandi socialdemocrazie e dei grandi sindacati di classe. Non che cessino – beninteso – gli scontri di piazza, le fucilate, gli arresti, ma si verifica un notevole miglioramento delle condizioni di vita proletarie, fertile terreno per l’opera di imbonimento democratico, pacifista e legalitario.
L’organizzazione politica rivoluzionaria non coincide più con le associazioni operaie, progressivamente viene isolata e ridotta a piccoli gruppi o frazioni in seno ai partiti della II Internazionale.
Il movimento delle masse fu portato allora sul terreno del riformismo e della collaborazione di classe, fino al sostegno delle rispettive borghesie nella guerra imperialista. Essere rivoluzionari comunisti significava allora non seguire le masse su questo terreno, ma distinguersi nettamente per salvaguardare la prospettiva della rivoluzione. Questo fu fatto da Lenin, dalla Sinistra Comunista Italiana e da pochi altri che dichiararono guerra alla guerra mentre le masse proletarie venivano portate al macello sotto le rispettive bandiere nazionali.
Con l’ondata rivoluzionaria 1917-23 si realizza la saldatura tra il programma rivoluzionario e il moto spontaneo delle masse, non perché quello si adatti a quelle, ma perché gli obbiettivi per i quali si muovevano le masse, in quel breve scorcio storico, non potevano essere perseguiti che con la realizzazione del programma rivoluzionario.
L’esempio della Russia è chiarissimo: le masse sfruttate volevano la fine della guerra e le terre dei grandi proprietari. Ma né pace né terra si potevano ottenere senza una insurrezione che abbattesse lo Stato borghese e la formazione di una milizia operaia e contadina.
Le masse furono con loro in uno di quei rarissimi momenti in cui azione e coscienza, movimento spontaneo e organizzazione rivoluzionaria divengono la stessa cosa, si fondono e formano un cuneo formidabile che sbaraglia le difese avversarie.
Il fascismo, espressione del moderno capitalismo delle banche e dei monopoli, riunì i due metodi, quello delle riforme e quello della aperta repressione poliziesca e realizzò il vecchio sogno riformista di inquadrare giuridicamente nella legislazione borghese le lotte e le organizzazioni sindacali. La novità da esso introdotta consiste appunto nella creazione di sindacati di Stato con iscrizione obbligatoria da parte dei lavoratori. Questi sindacati difendevano economicamente i lavoratori arrivando anche alla proclamazione di scioperi, ma lo facevano a condizione che la lotta economica non intaccasse mai l’interesse nazionale.
I sindacati sorti nel secondo dopoguerra, le attuali confederazioni, anche se formalmente sono ad adesione libera e non sottomessi giuridicamente allo Stato, ricalcano la politica fascista: sottomissione aperta e dichiarata allo Stato, lotta economica sì ma solo nella misura in cui questa è compatibile con l’andamento dell’economia capitalista. Questo significa: lotta per miglioramenti salariali e normativi quando l’economia è in espansione, controllo della classe operaia per far passare licenziamenti e aumento di sfruttamento quando l’economia è in crisi, collaborazione con lo Stato per la mobilitazione patriottica in caso di guerra.
Con la crisi economica siamo in uno di quei periodi in cui le rivendicazioni operaie divengono incompatibili con la stabilità del regime. Ieri era una rivendicazione puramente economica la richiesta di aumenti salariali o la riduzione dell’orario di lavoro. Oggi lottare semplicemente per impedire aggravi di lavoro, per abolire lo straordinario, per impedire i licenziamenti, per ridurre l’orario di lavoro, acquista un sapore sempre più eversivo perché queste rivendicazioni, compatibili ieri, cozzano contro il piano borghese di scaricare la crisi sulle spalle del proletariato. Ecco perché vediamo lo Stato, tutti i partiti, tutti i sindacati, tutte le istituzioni, schierate a difesa dell’economia nazionale, contro le necessità proletarie.
In questo senso oggi la lotta economica tende a diventare politica perché i proletari che vogliono muoversi in difesa dei loro bisogni sono costretti a prendere atto che: 1) i sindacati ufficiali sono schierati dalla parte dei padroni e dello Stato; 2) per poter lottare è necessario che i lavoratori formino delle proprie organizzazioni autonome dallo Stato, dai partiti, dai sindacati del regime.
La questione diviene allora squisitamente politica non soltanto perché le rivendicazioni di classe metterebbero in pericolo l’ordine sociale, ma anche perché è evidente che lo Stato difende in ogni modo i suoi sindacati, in primo luogo concedendo loro il diritto di esclusiva rappresentanza della mano d’opera.
Questo significa che le organizzazioni di lavoratori che sorgono e che sorgeranno spontaneamente sono di fatto illegali, a meno che non si sottomettano allo Stato (come ha fatto Solidarnosc), e che è vietato a tutti i singoli padroni, a tutte le amministrazioni aziendali private o pubbliche di concludere accordi di qualsiasi tipo con associazioni spontanee di lavoratori che agiscano fuori dal controllo dei sindacati ufficiali.
Questo significa che oggi non basta dire agli operai che si deve lottare contro i padroni; bisogna anche dire che per lottare contro i padroni ci si deve liberare dal controllo poliziesco dei sindacati di regime e ridar vita a delle vere organizzazioni classiste. Ma anche questo non basta; bisogna anche dire che il risorgere delle organizzazioni di classe non potrà mai avvenire “liberamente”, ma soltanto in lotta feroce contro lo Stato, tutti i partiti, tutti i sindacati che lo sostengono.
In questo senso quindi le rivendicazioni che ieri si inquadravano perfettamente in una politica tradeunionista, assumono carattere politico; non per delle caratteristiche insite, ma in rapporto alla mutata situazione che vede ridursi i margini di manovra della borghesia la quale, non potendo più fare concessioni, dovrà ben presto ricorrere apertamente alla forza denunciando come elementi sovversivi e antisociali tutti quelli che lottano per avere una casa o un lavoro.
Ma se le lotte economiche assumono un carattere nettamente politico, ciò non vuol dire che cambi la natura delle organizzazioni economiche di classe. Le determinazioni oggettive che spingono il proletariato alla lotta e all’organizzazione sono sempre le stesse, anche nei momenti di più acuta lotta rivoluzionaria e sono di carattere materiale, non ideale.
L’organizzazione economica perciò, anche nei rari momenti in cui è guidata da una politica genuinamente classista, conserva sempre i suoi limiti oggettivi che ne fanno un organo adatto per la difesa non per l’attacco. I sindacati di classe, da soli possono egregiamente difendere le condizioni di vita operaia contro lo sfruttamento, ma non possono costituire da soli una organizzazione adatta per il rovesciamento del potere della borghesia.
Una rivoluzione non è il “beau geste” di un pugno di disperati, né la sollevazione delle folle in una “grande giornata”. Proprio in Italia si sono fatti tutti gli esperimenti: dai ridicoli tentativi mazziniani, al terrorismo individuale (che arrivò allora al lusinghiero risultato di uccidere il re Umberto I), dall’azione delle bande di anarchici (che sulle montagne del Matese dichiararono deposta la monarchia e abolita la proprietà privata), dalle rivolte contadine, alla sommossa di Palermo del 1866, alle grandi sommosse proletarie del 1893 e del 1898 che interessarono contemporaneamente gran parte del territorio nazionale, dalle agitazioni contro la guerra di Libia, dalla settimana rossa del 1914, alla occupazione armata delle fabbriche nel 1920; dagli scioperi del ’43 alla mezza insurrezione in occasione dell’attentato a Togliatti nel ’48.
È già esistito in Italia un partito che si identificava con le associazioni operaie e al quale potevano aderire soltanto proletari: il Partito Operaio Italiano: forte di 30.000 aderenti con una larga influenza sul proletariato della Lombardia, del Piemonte, della Liguria, fu la prima organizzazione autonoma del proletariato italiano che si separava finalmente dalla sinistra borghese e dalla piccola borghesia radicale.
Questo partito non era in pratica che una associazione di leghe e sosteneva il disinteressarsi della politica generale e di occuparsi soltanto delle lotte proletarie. Nel 1886 venne posto fuori legge con l’accusa di preparare la insurrezione, la sua organizzazione venne praticamente distrutta in una grande retata poliziesca e i suoi resti confluirono poi nel futuro partito socialista. Stessa sorte toccò alla organizzazione degli anarchici – numerosi e sparsi in tutta Italia – dopo il 1888.
La storia di questi tentativi è ben conservata negli archivi della polizia che senza soluzione di continuità sono passati dai Borboni ai Savoia, al Fascismo, alla Repubblica democratica: passano i governi, i partiti, le istituzioni, ma l’essenza dello Stato, il “questurino vecchia volpe” che sa tutto di tutti, che ha appreso la lezione e sa quando bastonare e quando vestirsi da agnello, rimane; nessun cambiamento di governo, nessuna sommossa gli ha fatto lasciare il suo posto.
I poveri fessi di oggi, che non sanno nulla di nulla e pretendono con le loro balorde improvvisazioni di “attaccare lo Stato”, dovrebbero riflettere che uno per uno tutti i loro tentativi, tutte le loro strade sono state provate e lì hanno fallito uomini ben più decisi, masse ben più numerose, agguerrite ed esasperate.
La storia ha dimostrato che per abbattere il regime capitalistico e per condurre le lotte operaie in questa direzione occorre una organizzazione speciale appositamente nata e preparata a questo scopo e questa organizzazione si chiama Partito Comunista, un’organizzazione che fa tesoro dell’esperienza passata in modo da non ripetere i vecchi errori, che sa prevedere le situazioni e non si lascia sorprendere, che è in grado di resistere alle repressioni perché non ritiene di avere “spazi da difendere” in questa società, che possiede un piano preciso e collaudato nel quale si inquadrano le lotte proletarie quotidiane, l’assalto al potere borghese e le misure politiche ed economiche da prendere dopo l’abbattimento della borghesia.
Un Partito che sappia guidare le organizzazioni proletarie non sul terreno delle conquiste parziali effimere, ma verso l’abolizione definitiva dello sfruttamento del lavoro salariato. Un partito come tendeva ad essere il Partito bolscevico, la Terza Internazionale, il Partito Comunista d’Italia del 1921 che, possiamo dirlo con orgoglio, non fu sconfitto dalle repressioni fasciste alle quali resisteva e rispondeva, ma dal tradimento dei socialisti prima e degli stalinisti poi. Questo manca al proletariato oggi e senza questo possono venire tutti gli scioperi, agitazioni, sommosse di questo mondo ma il potere della borghesia non sarà minimamente scalfito. Chi dice di voler abbattere questo regime infame deve perciò essere conseguente e accettare gli strumenti necessari a questo scopo.