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La guerra civile sudanese: una lotta locale parte del flagello imperialista mondiale Pt. 2

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Riprendiamo questo studio sul Sudan, la cui prima parte fu pubblicata nel n. 431 de Il Partito Comunista, dove abbiamo trattato la storia del paese dalle invasioni ottomane all’indipendenza.

Il Sudan nasce debole

Prima ancora che la guerra imperialista generale riesplodesse nel 1939, gli esecutori finanziari del Sudan Political Service (SPS) – organo amministrativo del condominio anglo-egiziano – si distinsero per il loro servile ossequio ai dogmi del liberismo. Nella loro ottusa visione, lo Stato non doveva oltrepassare il ruolo di custode della proprietà privata e di arbitro della circolazione mercantile, rifuggendo l’eresia di un intervento diretto nell’economia. Il loro più grande timore, del tutto infondato, era quello di passare alla storia come promotori di un inesistente “esperimento socialista” in Sudan. Nulla di più grottesco: il controllo statale dell’economia capitalistica non è, né può mai essere, socialismo.

Ma al di là di questo equivoco, la realtà fu che, nel loro zelo per la conservazione dell’assetto economico coloniale, essi giunsero perfino a scoraggiare lo sviluppo industriale, tanto per mano del capitale locale quanto di quello straniero. Unica eccezione: il settore cotoniero, già avviato negli anni Venti, ma strutturato secondo i rapporti di mezzadria e confinato alla coltivazione della materia prima per l’esportazione. Qui si manifesta plasticamente il dilemma dell’imperialismo: da un lato, il capitalismo esige l’espansione produttiva; dall’altro, la logica coloniale impone il mantenimento di un’economia subordinata e arretrata. Più che le fobie sullo “statalismo” socialista, la vera preoccupazione dell’amministrazione coloniale era che il decollo industriale rafforzasse il proletariato sudanese al punto da renderlo capace di sovvertire l’ordine sociale vigente.

Durante la guerra, si paventava un’ondata inflazionistica, alimentata tanto dall’aumento della massa monetaria in circolazione – passata da 1,75 milioni di sterline nel 1939 a 4,25 milioni nel 1943 – quanto dalle difficoltà di importazione dei beni di consumo. Tale scenario avrebbe potuto spingere i proletari urbani e i braccianti a rivendicare consistenti aumenti salariali. Per scongiurare questo pericolo, furono adottate misure di stabilizzazione dei prezzi, anche attraverso accordi commerciali con il Regno Unito, che in cambio ottenne cotone a condizioni vantaggiose. Anche i mezzadri accettarono compromessi: i produttori di cotone, rinunciando ai profitti derivanti dall’aumento del prezzo, vedevano accantonate le proprie eccedenze in uno speciale fondo assicurativo, che aveva lo scopo di compensarli nei periodi di ribasso.

Durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo, la produzione cotoniera conobbe una crescita significativa, specie nel Gezira, con ripercussioni su Khartoum e Port Sudan, snodo logistico fondamentale. Si avviò inoltre la produzione di cotone di qualità inferiore nel Kordofan, presso le montagne Nuba.

Inoltre, poco prima del conflitto, furono completate opere di raccolta delle acque del Gash, nella provincia di Kassala.

Nella provincia di Equatoria si avviò lo Zande Scheme, con coltivazioni di cereali, legumi, caffè e tè, generando un relativo sviluppo economico nella regione più meridionale. Tuttavia, le difficoltà di trasporto e comunicazione impedirono a Equatoria di stabilire legami economici solidi con il resto del paese, ancorandola piuttosto alla sfera economica della Colonia del Kenya.

Nel contempo, le regioni periferiche, in particolare il Darfur, sprofondavano nella carestia e nella miseria.

La guerra e il dopoguerra non fecero che ampliare il divario tra le zone centrali e la periferia. Questa disparità si rifletteva anche nelle istituzioni, dove i ruoli di maggiore responsabilità erano riservati ai madrelingua arabi, a scapito delle popolazioni meridionali, escluse da ogni possibilità di ascesa sociale e prive di una propria borghesia o di un ceto tecnico.

Così, mentre il Sudan contribuiva all’economia di guerra britannica, il suo stesso sviluppo restava bloccato. Gli stanziamenti postbellici dell’impero – miseri due milioni di sterline – non potevano che scontrarsi con il dilemma di ogni economia coloniale: modernizzare significava scatenare contraddizioni sociali ingestibili, mentre l’inerzia condannava il paese alla stagnazione.

Del resto, i funzionari coloniali e l’élite sudanese ebbero già modo di confrontarsi con le prime manifestazioni di lotta proletaria. La Sudanese Workers’ Federation of Trade Unions (SWFT), fu fondata nel marzo 1949, anno di grandi scioperi, specialmente dei ferrovieri.

Il sindacato già dalla fondazione era rappresentativo della maggioranza dei lavoratori salariati del paese.

Nel 1950, l’SWFT testò la propria forza proclamando lo sciopero generale, che fu poi ritirato dai bonzi sindacali. Fu sufficiente minacciare di scatenare la lotta di classe per ottenere una nuova legge sul lavoro, che riconosceva ai proletari sudanesi il diritto di sciopero e di associazione. Ma di soli diritti non si sfama il proletario: nel 1952 ebbe luogo una grande ondata di scioperi, culminata in tre giorni consecutivi di sciopero generale. A trainare la lotta furono i ferrovieri sudanesi, che rivendicavano forti aumenti salariali.

In seguito, furono arrestati il presidente e il segretario della SWFT, provocando una seconda ondata di scioperi politici nel maggio, con ulteriori arresti e gravi atti di violenza di classe.

Dunque, spaventati dalla modernità della lotta di classe, nel 1954, i pianificatori locali decisero di perpetuare il circolo vizioso: puntare nuovamente tutto sull’espansione della produzione di cotone, con ulteriori contratti di mezzadria, rafforzando le infrastrutture idriche del Gezira e ignorando deliberatamente il resto del paese, soprattutto le province meridionali, condannate alla miseria cronica.

Inevitabilmente, l’indipendenza del 1956 trovò il Sudan economicamente impotente e politicamente fragile. La dipendenza esclusiva dal cotone si rivelò un’arma a doppio taglio: il crollo dei prezzi mondiali tra il 1954 e il 1958 fece saltare ogni previsione di bilancio, rendendo impossibile il finanziamento delle opere infrastrutturali per le province marginalizzate, prive anche dei servizi più elementari.

Questo portò già dal 1955 all’ ammutinamento dell’esercito e della polizia di Equatoria, che presto degenerò in una vera e propria guerra, contro il governo centrale. La rivolta, come si leggerà in seguito, fu il principio della prima guerra Anyanya, un conflitto terribile che durò ben 17 anni, segnando gravi contraddizioni irrisolte sul paese.

In questo periodo di instabilità, prese forma un vero e proprio braccio di ferro fra lo Stato e le organizzazioni sindacali, fortemente influenzate dal partito comunista sudanese (PCS).

La crisi del cotone inoltre lasciava al PCS l’opportunità di inquadrare i mezzadri dietro la rivendicazione di una lotta per annullare i contratti che legavano i produttori del cotone ai creditori e agli enti che gestivano le infrastrutture idriche del Gezira. Lo fece, però, con una tattica populista del tutto simile a quella che abbiamo già ampiamente denunciato in Italia, quando il PCI andava costituendo la spina dorsale della propria organizzazione con i mezzadri toscani e emiliani, sostituendosi in questo al partito fascista che utilizzava i mezzadri come forze di retroguardia della conservazione.

Mezzadri e coltivatori diretti si trovano di fronte a un processo sempre più rapido ed esteso di industrializzazione dell’agricoltura, al quale non possono accedere per il carattere parcellare della loro conduzione, circoscritta com’è al ristretto ambito del podere. Ne segue che l’impostazione della loro «lotta» muove dall’ aspirazione a possedere in proprio, individualmente, mezzi di produzione che, per loro stessa natura e funzionalità, richiedono un lavoro associato. Nel caso sudanese, in modo esemplificativo, il lavoro associato era condizionato dal complesso sistema di gestione idrica del Gezira, che esce per forza di cose dai limiti del piccolo appezzamento e della conduzione individuale. È su questa base antagonistica che, crescendo la penetrazione delle macchine nell’agricoltura, rendendosi strutturalmente necessaria una gestione centralizzata delle risorse idriche, si rendono storicamente inadeguate sia la mezzadria che il sistema della piccola proprietà contadina.

Oltretutto, la produzione stessa di cotone si inserisce in dinamiche di mercato che non solo sfuggono al controllo del piccolo produttore, ma anche a quello dello stesso Stato sudanese. I mezzadri, vedono accentuarsi la loro crisi, spinti ad agitarsi contro la pressione dei proprietari terrieri, dei creditori, dell’ente che gestisce l’infrastruttura idrica e del mercato mondiale del cotone. Tuttavia, reagiscono rivendicando un ritorno a un’utopistica economia per aziende familiari o, al massimo, con impiego modesto di forza-lavoro associata, mai in vista del superamento rivoluzionario del capitalismo. La loro posizione politica e la loro lotta nascono dalla psicologia del «parente povero» che vorrebbe arricchire, o almeno non proletarizzarsi, non da quella del proletario che non sa che farsi della proprietà privata e può attendersi una liberazione soltanto da un regime di produzione e distribuzione sociali.

Dunque, l’anti-marxista PCS, che fa proprio il programma democratico e populista dei mezzadri, dei piccolo borghesi e delle associazioni di professionisti, rinuncia, in questo frontismo da manuale dell’opportunismo, alla prospettiva proletaria e rivoluzionaria. Ciononostante, la forza considerevole del proletariato sudanese, quando nell’ottobre del 1958 condusse un forte sciopero generale, mise gravemente in difficoltà la tenuta del governo. Dunque, fallendo completamente la propria politica economica, il potere centrale sudanese si espose a contraddizioni insanabili. La rivalità anglo-egiziana, intrecciata alle dinamiche della guerra fredda, fece il resto: nel novembre 1958, la crisi politica si risolse con la caduta del sistema democratico e l’instaurazione della dittatura militare di Abboud.

Il regime di Abboud

I militari, espressione diretta dello Stato quale comitato d’affari della borghesia, identificarono la legittimazione politica con la crescita economica, sostituendo il suffragio con la misurazione del reddito pro-capite. In questa prospettiva, lo sviluppo capitalistico nelle regioni più avanzate non è che l’ennesimo espediente per perpetuare la dominazione di classe e garantire la stabilità dell’ordine borghese. Così, con il loro avvento al potere, nulla muta nella sostanza dei rapporti economici e sociali: la dittatura della classe dominante si conserva intatta, mentre la miseria del proletariato permane e si approfondisce.

Il colpo di Stato non è che la sintesi dell’equilibrio tra le frazioni della borghesia nazionale, sancito dal tacito consenso dei due partiti principali: l’Umma, voce della classe dei proprietari terrieri del cotone, e il Partito Democratico Popolare (PDP), strumento della borghesia militare. La crisi economica, dovuta alla caduta del prezzo del cotone, esaspera le condizioni di vita delle plebi urbane, dei braccianti e delle masse rurali, spingendole alla rivolta. La debole borghesia sudanese, nel suo perenne terrore della rivoluzione proletaria, vede come minaccia non solo i movimenti federalisti delle province reiette, ma anche le associazioni professionali, i sindacati e lo stesso Partito Comunista Sudanese (PCS), il quale, lungi dall’essere un’avanguardia rivoluzionaria, rimane intrappolato nella mediazione riformista, radicandosi all’università, nelle associazioni di professionisti, tra i ceti medi e i mezzadri del Gezira, senza mai sottrarsi al giogo del capitale.

Per l’Umma e il PDP, il governo militare è la necessaria parentesi per ricondurre il processo economico entro i margini della stabilità borghese, in attesa che il prezzo del cotone si stabilizzi e possa essere restaurata la farsa delle elezioni democratiche. La struttura imperialista del capitale internazionale si manifesta nell’afflusso di prestiti dai centri del potere occidentale – Stati Uniti, Regno Unito, Germania Ovest – e il Fondo Monetario Internazionale. Il flusso del capitale non ha bandiere: anche l’Egitto di Nasser, nella sua mistificazione nazionalista, si piega alla logica della valorizzazione, concedendo lo sfruttamento delle acque del Nilo con ulteriori dighe, per alimentare la rendita agraria della borghesia «araba». Inoltre, in questo periodo, il Sudan fu attenzionato per la prima volta anche dalle monarchie arabe, giacché il Kuwait concesse un importante prestito per espandere le infrastrutture ferroviarie del paese africano.

Il regime di Abboud, come ogni governo borghese, si abbandonò alla superstizione dell’“equilibrio economico”, fondando la sua intera strategia sulla monocoltura del cotone. Era questa la merce feticcio, il cuore pulsante della rendita agraria e del dominio imperialista in Sudan. L’illusione economica borghese si fondava su calcoli da ragionieri di Stato: si stimava che persino un crollo dell’80% del prezzo del cotone avrebbe mantenuto la produzione profittevole. Ma tale “miracolo” non era che il prodotto di un meccanismo di spoliazione brutale, in cui l’unica variabile comprimibile era, come sempre, la carne viva del proletariato e dei mezzadri sudanesi. Non bastava che il cotone fosse venduto a buon prezzo sui mercati internazionali: il capitale, per sua natura, esigeva il pagamento del tributo agli usurai della finanza mondiale.

La borghesia sudanese, nella sua servile subordinazione, si cullava nell’illusione che i suoi “amici” del blocco occidentale avrebbero concesso clemenza. Si attendeva una benevola sospensione dei pagamenti quando, nel 1962, una raccolta disastrosa minacciò i profitti. Sperava in qualche indulgenza nel 1964, quando, strangolata dal deficit, fu costretta a mendicare nuovi prestiti per portare avanti il proprio illusorio “piano di sviluppo”. Ma il capitale non conosce amici: la stretta creditizia non è una scelta politica, bensì una legge ferrea del dominio economico. I tassi d’interesse non sono concessioni sempre rinegoziabili, bensì il tributo che ogni borghesia nazionale subordinata deve versare ai propri padroni imperialisti.

Nel frattempo, nelle province meridionali, la guerra per l’autonomia esplose come manifestazione delle contraddizioni insopprimibili del dominio centrale. A sostenere la ribellione contro il potere centrale di Khartoum, vi furono i paesi confinanti: l’Etiopia, l’Uganda e il Kenya. La ribellione si estese geograficamente trascinando anche le province di Bahr al Ghazal e l’Alto Nilo, benché conflitti interni fra nilotici e equatoriani finirono per indebolire le forze ribelli nonostante l’estensione geografica della guerra. La guerra costituiva un problema serio specialmente per l’immagine del regime di Aboud, che reprimeva la guerriglia separatista facendo largo uso del terrore, commettendo rappresaglie indiscriminate sulla popolazione civile con centinaia di migliaia di morti.

Quando nell’ottobre del 1964 fu organizzata una conferenza all’università di Khartoum intitolata “il problema del Sud Sudan”, i militari di Abboud fecero irruzione provocando una grande ondata di proteste civili e un imponente sciopero generale. Dal momento che lo sciopero non si placava nonostante decine di proletari uccisi nei vari focolai del paese, fu lo stesso Abboud a sciogliere il governo e il consiglio supremo delle forze armate, per evitare che la situazione sfuggisse di mano.

Il regime di Abboud si sgretolò sotto il peso delle proprie menzogne: il reddito pro-capite non crebbe, la “stabilità” non si realizzò, il consenso non fu comprato. Non furono le mancanze di un governo incapace, né l’assenza di una politica economica più avveduta, bensì la stessa logica del capitale a decretarne il destino.