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L’ennesima orgia schedaiola non basterà a fermare la classe operaia australiana

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Le elezioni borghesi rimangono futili spettacoli che perpetuano l’oppressione di classe. I politici si pavoneggiano su “questioni” inventate, ma i mali intrinseci del capitalismo persistono indipendentemente da chi sventoli la sua bandiera. La miseria che produce non dipende dai risultati elettorali; è il prodotto inevitabile dell’ordine borghese e del suo modo di produzione.

Come accade in ogni elezione borghese, il teatrino distrae dalla realtà e cioé dal fatto che le condizioni di vita del proletariato continuano a peggiorare.

Dalla pandemia è emersa una tendenza globale: un aumento inesorabile del costo della vita. In Australia, questo è diventato il tema centrale: oltre la metà degli elettori lo identifica come preoccupazione principale.

A livello internazionale, i costi dei beni di prima necessità sono aumentati vertiginosamente. A partire dalla pandemia di COVID-19 e dalla recessione del 2019-20, i prezzi al consumo sono aumentati nella maggior parte delle potenze imperialiste: circa il 22% negli Stati Uniti, il 24% nel Regno Unito, il 23% in Germania, il 20% in Italia e il 19% in Australia. Non si tratta di un malanno passeggero, ma del confronto quotidiano con il soffocamento economico dove galoppante pressione inflazionistica e diminuzione del salario reale si incontrano.

Anche se la maggior parte degli operai australiani è costretta a rinunciare alle comodità di base per garantirsi una mera sopravvivenza, il governo “laburista” di Albanese continua a vantarsi del suo operato.

In una recente conferenza stampa, il primo ministro ha affermato che “le famiglie della “classe media” sono le maggiori beneficiarie delle politiche contro il carovita”, eppure è proprio sotto il suo governo che le “mezze classi” e il proletariato stesso stanno pagando a caro prezzo le conseguenze dell’austerità economica. Il Partito Laburista, come quello liberale d’altronde, non ha mai tentato di difendere gli interessi della classe operaia, e sarebbe sbagliato immaginare un futuro diverso.

Sotto la guida di Albo [Albanese], nel quarto trimestre del 2024 l’Ufficio australiano di statistica (ABS) annuncia la fine ufficiale della recessione che ha colpito l’Australia negli ultimi quattro anni. L’economia ha finalmente interrotto la serie di sette trimestri consecutivi in cui vi era stato un calo del PIL reale pro capite, registrando con un incremento trimestrale dello 0,1%!

“Evviva!” esclamano i media borghesi. Eppure questa presunta ripresa nulla significa per il proletariato, e nel frattempo sono otto i trimesti consecutivi in cui i consumi delle famiglie continuano a diminuire (consumi reali pro capite delle famiglie). Quasi il 60% del reddito famigliare viene speso per le spese essenziali (servizi pubblici, generi alimentari e sussistenza quotidiana), spingendo così la maggior parte degli australiani al limite.

Nel dicembre 2022 l’inflazione era salita al 7,8%, è poi scesa al 2,4% entro la fine del 2024. Il ritorno di Trump sulla scena mondiale promette ulteriori dazi che potrebbero esacerbare la recessione in corso ed innescare una guerra commerciale, rischiando di intensificare così la pressione inflazionistica. A subirne le conseguenze sarà soprattutto il proletariato. Dazi o meno, lo stato di salute in cui già versavano diversi settori dell’economia australiana resta tutt’altro che lusinghiero: il 92% delle imprese edili è in ritardo con i pagamenti dei salari, mentre il settore alberghiero ha raggiunto un tasso di chiusura record del 9,3% nei 12 mesi terminati a febbraio 2025. A livello nazionale, nel solo 2024 hanno chiuso circa 13.500 imprese.
Il crollo di innumerevoli aziende presto colpirebbe le Big Four bancarie (ANZ Bank, Commonwealth Bank, National Australia Bank, Westpac). Nell’ultimo anno si è già registrato un aumento del 47% dei mancati pagamenti delle fatture e naturalmente il governo borghese dovrà intervenire per difendere, a tutti i costi, gli interessi di questi fondamentali istituti bancari. Già nel 2008-2009 le maggiori banche australiane avevano consolidato la loro posizione assorbendo istituti più piccoli, aiutate dalle garanzie sui depositi da 203 miliardi di dollari australiani del governo laburista di Rudd. Recentemente, la Reserve Bank ha fatto affluire circa 188 miliardi di dollari verso questi stessi colossi, consolidando la loro presa su oltre il 75% del totale delle attività bancarie a livello nazionale.

Le tattiche bancarie utilizzate in Australia non sono unicamente australiane, ovviamente. A livello internazionale, assistiamo allo stesso schema:

“La risposta iniziale delle banche centrali alla recessione del 2019-2020 è stata quella di inondare le banche di liquidità per consentire loro di sostenere le imprese ed evitare un collasso generale. Poi, con il ritorno dell’inflazione, hanno interrotto la loro politica di concessione quantitativa e hanno gradualmente aumentato i tassi di interesse per rendere il denaro costoso e mettere sotto pressione la domanda per ridurre l’inflazione. Ciò ha portato a un calo reale dell’inflazione verso l’obiettivo del 2%.” (Il corso del capitalismo mondiale, Il Partito Comunista 432).

Eppure sono proprio i guru del capitale finanziario a escogitare le proprie ‘soluzioni’ alla crisi che essi stessi alimentano. Alzano i tassi di interesse sui mutui con il pretesto della “gestione del rischio”, mentre contemporaneamente ampliano l’accesso a linee di credito da usura, facendo in modo che la classe lavoratrice rimanga indefinitamente indebitata. Difatti, nel 2024, il volume degli impegni di mutuo ipotecario è aumentato del 12% a livello nazionale: un’aggressiva intensificazione dell’usura.

Dall’inizio della pandemia, gli affitti sono aumentati del 36% a livello nazionale. Solo nel 2024, la città di Melbourne ha assistito a un aumento degli affitti dell’8%, superando l’aumento medio del 4,7% del decennio; Sydney ha subito un aumento del 6,5%, mentre Brisbane del 9%. Quindi le spese per l’affitto delle abitazioni richiedono un’ampia fetta del reddito dei lavoratori a basso salario, a tutto scapito delle altre voci per la loro sussistenza. In questo modo si genera un sistema di rendita perpetua per i proprietari che indirettamente partecipano all’estorsione di plusvalore e che sono una casta parassitaria sostenuta appunto da una non piccola quota del salario dei lavoratori.

Allo stesso tempo, il numero dei senzatetto è aumentato, con diecimila australiani in più per strada ogni mese, un aumento del 22% in soli tre anni.

Anche tra i lavoratori occupati, la percentuale di quelli al di sotto della soglia della povertà, la cui sopravvivenza dipende dalla carità pelosa dello Stato, è cresciuta dal 10,9 del 2018 al 15,3 del 2023. Allo stesso tempo, se nel 2006 le case popolari rappresentavano oltre il 4% del totale delle abitazioni, nel 2023 questo numero è sceso al 2,7% (un calo del 33%).

La crisi che attanaglia le famiglie australiane si estende ora all’insicurezza alimentare, che interessa 3,4 milioni di famiglie, circa l’8% della popolazione, solo nel 2024. Queste difficoltà sono state aggravate dal palese aumento dei prezzi e dalla speculazione del duopolio dei supermercati australiani, Woolworths e Coles.

Per far fronte all’aumento del costo della vita, i lavoratori sono sempre più costretti a cercare un secondo lavoro. La percentuale di australiani che svolgono più lavori è aumentata di circa il 26%, passando dal 5,3% nel 2012 al 6,7% nel 2024.

Nell’anno in corso la fase di recessione economica che ha colpito l’Australia si è nominalmente chiusa, a tutto beneficio della borghesia, ma i suoi effetti sulle famiglie proletarie australiane non sono certo terminati, ed agiscono ancora nel loro seno. Il reddito reale pro capite delle famiglie ha subito un’erosione senza precedenti, diminuendo dell’11% dalla fine del 2021.

Il compiacimento — di maniera — dei media borghesi davanti alle ultime statistiche economiche serve solo a mascherare il peggioramento dello sfruttamento del proletariato.
Questo deterioramente prolungato delle condizioni di vita supera persino le gravi recessioni australiane del 1982-83 e del 1990-91, sintomo della necessaria intensificazione, da parte del capitale, dello sfruttamento della forza lavoro.

Nel 2008, l’Australia aveva sentito meno, rispetto ad altre potenze imperialiste, il peso della grande crisi, un fatto spesso attribuito dai commentatori borghesi alle politiche economiche del governo laburista.

Tuttavia questi commenti ignorano le loro gravi conseguenze a danno dalla classe lavoratrice. Tra il 2008 e il 2010 la sottoccupazione salì a quasi l’8%, colpendo circa 900.000 lavoratori. Inoltre i salari subirono una significativa stagnazione, consentendo all’inflazione di superarne la crescita. Anche da parte dei sindacati, la risposta alla crisi fu quella di trasferne il peso sui lavoratori, proteggendo, e quindi sostenendo, l’ordine borghese. Statisticamente, nel 2008 il reddito disponibile delle famiglie superava le medie OCSE di circa il 15%. Questo primato sarebbe stato sistematicamente compromesso dopo il 2011.

La legge sul lavoro (2009) portò alla scadenza contemporanea di numerosi accordi industriali intorno al 2011, costringendo a rinegoziare a condizioni significativamente peggiori. La legge impose forti restrizioni alle trattative salariali e ridusse drasticamente le azioni sindacali, criminalizzando di fatto la maggior parte delle strategie di sciopero e amplificando i vantaggi del padronato. E con l’insediamento del Partito Liberale quasi un decennio di politiche economiche improntate all’austerità ha ulteriormente colpito i lavoratori, erodendo i salari e intensificando il potere di ricatto dei padroni.

Tuttavia, questo peggioramento del tenore di vita del proletariato australiano non è il risultato di una cattiva gestione di pochi, né è un fallimento di questo o quel governo; è il prodotto delle inconciliabili contraddizioni all’interno del sistema capitalista che vede l’ordine borghese opporsi agli interessi immediati e storici del proletariato.

Laddove un tempo l’industria manifatturiera dominava, raggiungendo il 25% del PIL negli anni ’60, oggi l’economia australiana, leader mondiale nell’estrazione di litio ed uranio, è sempre più dipendente dai profitti generati dal settore minerario, che rappresenta oggi quasi il 15% del PIL nazionale, numero uesto in costante crescita.

Negli ultimi anni, molti privati hanno ritenuto opportuno ridurre i propri investimenti nell’isola, cercando sbocchi per valorizzare i propri capitali all’estero. Il rapporto Q2 ABS per il 2024 ha mostrato che nel 2023-24 268.000 nuovi posti di lavoro sono stati finanziati dal governo, mentre sono solo 33.000 quelli nel settore privato. Si tratta di una crescita annuale del 7,6% per il settore pubblico e di appena lo 0,1% per il settore privato. Il totale dei salari del settore pubblico sono aumentati di circa il 5% nel secondo trimestre, ma i salari del settore privato non agricolo sono aumentati di poco meno dell’1%. L’economia sta diventando sempre più dipendente dal settore pubblico: il 27% del PIL è ora costituito dalla domanda pubblica ed è in crescita. Se l’investimento di capitali statali è aumentato dal 23% pre-Covid, è vero che anche la spesa pubblica sta crescendo molto più velocemente rispetto alla crescita nominale del PIL.

Iniziative come i progetti ferroviari ad alta velocità e i piani speculativi di energia nucleare di Dutton — questi ultimi presentati come rimedi ai crescenti deficit energetici — da un lato non fanno che incrementare il debito pubblico e dall’altro rendono l’economia sempre più dipendente dagli investimenti statali.

All’inizio del 2007, il debito lordo del governo australiano era inferiore a 52 miliardi di dollari: per il 2022-2023 la cifra è salita a 783 miliardi di dollari. Un aumento del 1400%! Questo però vale a livello internazionale. Dopo la crisi del 2008, praticamente tutti i paesi si sono indebitati pesantemente, e continuano a farlo.

È proprio attraverso: 1) l’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro; 2) la crescente partecipazione dello Stato nell’economia (anche attraverso l’assunzione da parte dello Stato del debito privato) che la borghesia cerca di contenere il calo del tasso di profitto, legge intrinseca mortale del modo di produzione capitalista. Queste “manovre” hanno finora permesso alla borghesia australiana (e mondiale) di parzialmente sedare gli effetti della crisi e conservare una posizione dominante. Tuttavia, l’Australia, insieme ad altre vecchie nazioni imperialiste, si trova comunque impantanata in un declino irreversibile.

Storicamente il sistema di produzione del Capitale è destinato a crisi successive sempre più ampie, fino alla distruzione di tutto il surplus prodotto per ricominciare ex novo il suo ciclo di accumulazione. Tale è la nostra analisi rivoluzionaria.

Queste crisi che si succedono sempre più frequenti spingono necessariamente il proletariato sul terreno della lotta economica, verso l’esito della rivoluzione sociale, se il Partito sarà in grado di prenderne la testa. Ancora una volta il proletariato, che nulla ha da perdere e ha un mondo da conquistare, si lancerà nel suo assalto al cielo contro la borghesia e per il comunismo.