La questione degli uiguri, antica quanto dimenticata dai media; ovvero, il capitalismo è lo stesso a tutte le latitudini
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Nella questione degli uiguri dello Xinjiang cinese ci sono almeno tre insidiose ideologie nemiche che dividono i proletari e li legano alle manovre di divergenti interessi borghesi.
Il primo nemico è il nazionalismo che si manifesta in un indipendentismo uiguro volto alla costituzione di un “Turkestan orientale” indipendente dalla Repubblica Popolare Cinese. Tale prospettiva è da rigettare in quanto per il nostro programma comunista e rivoluzionario in un mondo pienamente borghese non c’è più da appoggiare i movimenti nazionalisti rivoluzionari che lottano per la formazione di stati indipendenti ma vede dispiegato su tutto il globo un’unica lotta rivoluzionaria del proletariato internazionale, monoclassista, contro l’ordine borghese.
L’altro nemico è la democrazia che usa la favola dei diritti umani per mettere la questione degli uiguri al servizio degli interessi imperialistici delle democrazie d’Occidente, la cui stampa borghese da tempo ha puntato i riflettori sul presunto genocidio degli uiguri dello Xinjiang da parte della Cina. Il fradicio regime del capitale spesso per giustificare le sue infami guerre fa ricorso alla necessità di difesa di popolazioni dal genocidio, proprio come accaduto perfino di recente nella guerra in Ucraina dove l’attacco russo è stato motivato da quel marcio imperialismo anche con la volontà di difendere la popolazione russofona dai “nazisti” di Kiev. In questo modo gli appetiti imperialistici si tingono di toni umanitari pronti per essere utilizzati nella propaganda di guerra.
Infine, tra i nemici del proletariato c’è il falso socialismo cinese che rispetto alla questione uigura sostiene la narrazione secondo la quale la popolazione cinese han e le minoranze di fede islamica vivono in armonia, e che il loro modello economico ha permesso allo Xinjiang di uscire dalla arretratezza e alla sua popolazione dalla povertà. In realtà, questo cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi significa per i proletari nient’altro che la loro sottomissione alle esigenze del capitale, chiamati oggi a versare sudore per l’economia nazionale e domani sangue per la difesa della patria.
Questi sono i tre nemici insidiosi contro i quali deve lottare il proletariato dello Xinjiang per ritrovare la strada della propria autonomia di classe.
La popolazione dello Xinjiang
Sebbene la storiografia cinese tenda a considerare lo Xinjiang come una parte inalienabile della Cina enfatizzando i suoi forti legami storici con la regione, il millenario impero cinese esercitò in maniera discontinua il controllo sullo Xinjiang, o su parti di esso, limitatamente a quei periodi caratterizzati dall’espansione cinese verso l’Asia centrale. Solo a partire dal 1758 la dinastia Qing incorporò definitivamente lo Xinjiang nell’impero cinese. Nonostante ciò, la regione non fu mai saldamente controllata dal potere centrale e già nel corso del diciannovesimo secolo ci furono ribellioni contro i Qing.
Nel periodo del dominio Qing lo Xinjiang non fu mai un territorio interessato da movimenti migratori provenienti dalla Cina e rimase ai margini dell’impero.
Anche nel periodo successivo alla caduta imperiale lo Xinjiang mantenne sempre una certa autonomia dal potere centrale. Agli inizi del XX secolo si manifestarono le prime aspirazioni all’indipendenza uigura sotto forma dell’ideologia panturca che si diffondeva tra gli uiguri più agiati. Poi, a partire dagli anni Venti, l’eco della rivoluzione mondiale si fece sentire anche in questa remota area, testimoniato dalla nascita di un primo movimento nazionale degli uiguri che guardava con simpatia alle politiche dei bolscevichi sulla questione delle nazionalità oppresse, i quali per contrastare la diffusione di movimenti panturchi si adoperarono per inquadrare in una prospettiva rivoluzionaria le lotte della popolazione turca musulmana locale. Lo sviluppo delle tendenze separatiste portò in due occasioni, nel 1933 e successivamente nel 1944, a fondare uno stato indipendente con la formazione della prima (1933-1934) e della seconda Repubblica del Turkestan orientale. Quest’ultima rimase in piedi fino al 1949 quando poi fu incorporata nella nascente Repubblica Popolare Cinese.
L’annessione dello Xinjiang era determinata dalla necessità del consolidamento politico del nuovo Stato e dell’avvio dello sviluppo economico, in quanto con la soppressione del movimento nazionalista uiguro si potevano evitare possibili interferenze straniere che avrebbero potuto far leva sulle minoranze islamiche per continuare la guerra civile contro i “comunisti” di Mao, permettendo lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio, di cui la Cina aveva estremo bisogno, e del cotone. Per realizzare tali obiettivi, fin da subito era stato previsto l’aumento della popolazione han della regione. Ben presto fu messo in atto da Pechino un processo volto a diminuire il peso demografico della popolazione uigura promuovendo il trasferimento di popolazione han nello Xinjiang. Per favorire questo processo dal 1954 Pechino promosse la formazione di corpi di produzione formati da soldati smobilitati che venivano impiegati sia in agricoltura che per il mantenimento dell’ordine pubblico, andando a costituire un pilastro fondamentale per il controllo del potere centrale in questa regione. Così, la popolazione han da 300 mila individui nel 1953 in 30 anni arrivò a superare i 5 milioni. In tal modo, il peso demografico degli han nello Xinjiang è cresciuto fortemente passando dall’8% nel 1949 a circa il 40% nel 1978, restando pressoché invariato negli anni successivi.
Il quadro demografico dello Xinjiang attuale viene fornito da un censimento del 2020. Sebbene lo Xinjiang sia la regione cinese più estesa, di cui costituisce circa un sesto del territorio nazionale, è anche tra quelle meno popolate della Cina con una densità media di 12 ab./km2, ma presenta una grande varietà etnica con ben 13 etnie diverse, con prevalenza di uiguri e cinesi han. Stando ai dati del censimento del 2020 forniti dalle autorità cinesi sui 25,9 milioni di abitanti dello Xinjiang ci sono 11,6 milioni di uiguri, il 44,96%, e 10,9 milioni di han, il 42,24%. Dal 2010, quando la popolazione dello Xinjiang era del 45,84% uigura e del 40,48% han, la popolazione han è cresciuta più di quella uigura, con gli han che sono aumentati del 25% e gli uiguri del 16%. Questi dati sono letti in maniera diversa: mentre secondo i rivali di Pechino confermano la sua politica di voler ridurre il peso demografico delle minoranze musulmane della regione, Pechino li interpreta come una smentita delle accuse occidentali sul genocidio degli uiguri, sostenendo che la crescita degli han sia dovuta alle migrazioni da altre parti del Paese e il calo di uiguri e altre minoranze causato dallo sviluppo economico dell’area, che spingono a sposarsi più tardi e avere meno figli.
Lo scontro tra le opposte propagande, di quella americana e dei suoi alleati occidentali contro la Repubblica Popolare Cinese, va in scena sulla questione del genocidio degli uiguri, che sarebbe perpetrato anche attraverso campi di concentramento e lavoro forzato. Mentre i rivali di Pechino l’accusano dell’esistenza di questi campi di concentramento e di “rieducazione” nei quali sarebbero detenuti oltre un milione di uiguri, ma anche kazaki e kirghisi, costretti a lavori forzati, per Pechino, invece, si tratta di “centri di istruzione e formazione professionale”, necessari per la lotta contro il terrorismo.
In ogni caso, la presenza di questi campi di concentramento nello Xinjiang non rappresenterebbe niente di nuovo sotto il regime del capitale che ha già concentrato e costretto a lavorare masse di uomini e donne, sfruttandoli a morte, per la produzione di plusvalore. Questo sistema di detenzione di massa potrebbe essere direttamente legato a meccanismi di accumulazione primitiva, in quanto mette a disposizione per le fabbriche manodopera a bassissimo costo, trasformando gli uiguri che in precedenza erano prevalentemente piccoli produttori precapitalisti, come artigiani e contadini, in lavoratori salariati. Lo sfruttamento di questa manodopera a buon mercato dei prigionieri ha attratto investimenti di capitale e ha favorito lo spostamento di fabbriche nella regione. Le industrie tessili e dell’abbigliamento ne hanno particolarmente beneficiato, sfruttando lo Xinjiang che è la principale fonte del cotone cinese.
Indipendentismo e repressione
Le attuali caratteristiche del nazionalismo uiguro affondano le radici nel periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. La guerra sovietica in Afghanistan prima e successivamente il crollo dell’Unione Sovietica che portò alla nascita di stati indipendenti in Asia centrale ai confini con lo Xinjiang, il Kazakistan, il Tajikistan, il Kirghizistan, diedero una spinta al sentimento indipendentista radicato da decenni che andò a congiungersi con il ravvivarsi del fervore religioso islamico.
Alla base del riaccendersi delle istanze separatiste vi era il malcontento economico diffuso tra gli uiguri. Lo sviluppo economico della regione avviato negli anni Cinquanta aveva approfondito la divisione tra il Nord industriale che attirava manodopera dal resto della Cina e il Sud, dove era concentrata maggiormente la popolazione uigura, che basava la sua economia su un’agricoltura e un allevamento arretrati. Poi, con la liberalizzazione intrapresa negli anni ’80, il governo cinese si è concentrato sempre più sullo sviluppo economico dello Xinjiang, ma ciò è avvenuto producendo disuguaglianze economiche e diversi livelli di benessere tra gli han e gli uiguri, con quest’ultimi che nel processo di proletarizzazione venivano impiegati in modo significativo in lavori poco qualificati e a bassa retribuzione, con una qualità della vita molto inferiore rispetto al livello dei cinesi han.
Il malcontento economico andò ad alimentare l’instabilità politica che si accese verso la fine degli anni ’80 e che spinse le popolazioni musulmane turcofone ad una lotta contro il governo cinese che univa il richiamo alla “guerra santa” e la lotta per l’indipendenza dello Xinjiang, Turkestan Orientale nella visione dei separatisti, che portò a numerosi attentati nel corso degli anni ’90.
Per questo motivo, agli inizi del nuovo millennio la cosiddetta “guerra al terrorismo” intrapresa dagli Stati Uniti coinvolse anche organizzazioni uigure. Con il pretesto di combattere il terrorismo, la Cina passava a reprimere qualunque manifestazione di aspirazione indipendentistica, e si adoperò per far includere nella lista dei gruppi terroristici il Movimento Islamico del Turkestan orientale, oggi Partito Islamico del Turkestan, esempio dell’aspirazione da parte degli uiguri alla secessione che si presenta sotto le vesti dell’estremismo religioso islamico.
Il Movimento, inizialmente irrilevante, finì per accrescere la sua influenza proprio come reazione alla repressione intrapresa da Pechino nello Xinjiang, divenendo tra le maggiori organizzazioni dell’estremismo uiguro, che si pone come obiettivo la separazione dalla Cina e la fondazione di uno Stato indipendente, maturando anche un’esperienza militare sul campo con la partecipazione alla guerra in Siria a fianco del fronte anti-Assad.
Le ripercussioni della crisi economica del 2008, legate soprattutto al settore petrolifero che rappresenta una risorsa fondamentale per la regione, accrebbero il malcontento degli uiguri per le proprie condizioni economiche che, insieme al pugno di ferro del potere centrale e ai progetti di sviluppo delle regione, con la costruzione di una serie di infrastrutture e interventi urbani che avevano determinato il trasferimento forzato di migliaia di uiguri. Tutto ciò favorì l’aumento della tensione nella regione che esplose violentemente nel 2009 nella capitale Urumqi, dove si verificarono violenti scontri tra han e uiguri che fecero decine di morti. I fatti di Urumqi portarono ad una intensificazione delle misure repressive contro la minoranza uigura considerata fonte delle instabilità della regione, che finì però per dare vigore alla resistenza violenta da parte degli uiguri, con attacchi terroristici (ad esempio gli attacchi alle stazioni ferroviarie di Kunming e Urumqi nel 2014 vengono attribuiti ad organizzazioni terroristiche uigure). Così, dalla seconda metà degli anni 2010, il governo ha ulteriormente esteso la repressione della popolazione uigura avvalendosi anche di quei campi di internamento.
Antistorico nazionalismo uiguro
Dal punto di vista del comunismo rivoluzionario nella questione uigura non si può non partire dal ruolo svolto dalle diverse classi sociali e dalle finalità del movimento sociale che si svolge in quell’area geo-storica. A tal riguardo la questione degli uiguri dello Xinjiang deve essere affrontata prima di tutto riaffermando quanto la nostra dottrina ha stabilito sulle lotte di liberazione delle nazionalità oppresse e quindi ribadendo i punti fermi della nostra concezione sulla questione nazionale.
Su questa questione l’opportunismo si è da sempre presentato sotto due forme: da una parte con la negazione che la formazione dello Stato nazionale rappresentasse un fattore storico decisivo per lo sviluppo della società borghese contro il regime feudale; dall’altra riconoscendo l’importanza della costituzione dello Stato nazionale come un passaggio necessario rispetto alla società precapitalistica ma applicando tale principio anche in quelle aree geo-storiche dove la lotta antifeudale e anticoloniale ha portatogià alla formazione di una società pienamente borghese, seminando il veleno dell’ideologia nazionale e patriottica tra la classe operaia.
Contro la prima forma dell’opportunismo sulla questione nazionale, la dottrina marxista col metodo del determinismo economico ha dato una spiegazione delle lotte nazionali, stabilendo di lottare per l’indipendenza di una nazione oppressa e per la sua unificazione politica in uno Stato nazionale. In questo modo si sarebbero poste le condizioni per la trasformazione delle vecchie strutture economico-sociali in senso borghese, permettendo un rapido sviluppo del capitalismo e di conseguenza lo sviluppo delle piena opposizione tra la borghesia e il proletariato, facendo quindi maturare le condizioni per la rivoluzione proletaria.
Ma nello stesso tempo il marxismo ha stabilito i limiti di spazio e di tempo per l’appoggio alle lotte di liberazione nazionale. Mentre in un contesto di rivoluzione anti-feudale o anti-coloniale il proletariato appoggia la lotta di liberazione nazionale perché crea le migliori condizioni per l’impianto del modo di produzione capitalistico, una volta giunti ad un capitalismo maturo, con la borghesia che si è impadronita del potere statale, dove si è dispiegato l’antagonismo tra la borghesia e il proletariato, il proletariato deve rigettare qualunque appello all’unità e alla solidarietà nazionale e rivendicare come sola prospettiva la sua dittatura. In questo modo, il marxismo aveva stabilito che col 1871, con la sanguinosa sconfitta della Comune di Parigi, si chiudeva per l’Europa occidentale il ciclo delle lotte di liberazione nazionale, in quanto in quest’area geo-storica tutte le borghesie europee erano unite per schiacciare il proletariato, e da allora l’unica lotta diventava quella per la dittatura del proletariato. Movimenti nazionali rivoluzionari si avevano però nell’area dell’Europa orientale e in tutta l’area afro-asiatica. Da diversi decenni ormai queste rivoluzioni nazionali hanno portato alla costituzione di Stati borghesi dappertutto, con il modo di produzione capitalistico ormai imperante in tutto il mondo, per cui anche per l’Africa e l’Asia è ben che chiuso il ciclo delle rivoluzioni nazionali. In nessuna parte del mondo vi è un processo di indipendenza nazionale da completare, anzi vi troviamo le condizioni affinché il proletariato possa combattere la propria borghesia e abbattere il regime del capitale.
Dalle statistiche elaborate dalle autorità cinesi si può ricavare un quadro generale relativo alla struttura economica e sociale dello Xinjiang. I dati riferiti al 2020 indicano che 14,61 milioni di persone vivono nelle aree urbane, pari al 56,53%, e 11,24 milioni nelle aree rurali, il 43,47%. Rispetto al 2010, quindi nel corso del decennio 2010-2020, la popolazione urbana è aumentata di 5,28 milioni e quella rurale è diminuita di 1,24 milioni. Prendendo in considerazione i dati riferiti all’occupazione dei settori primario, secondario e terziario, abbiamo che nel 1955 l’86,9% era impiegato nel settore primario, e si era ridotto al 45,4% nel 2014. Il contributo del settore primario al PIL era del 54,4% nel 1955 e del 16,6 nel 2014. Nel 2019 la quota di lavoratori impiegata nel settore primario si è ridotta ulteriormente arrivando al 36,4%. Da questi scarni dati forniti dalle statistiche borghesi ne ricaviamo il processo di passaggio da un’economia arretrata, precapitalistica, basata su un’agricoltura e un allevamento condotti in maniera tradizionale, ad una società moderna e capitalistica, con lo sviluppo di una struttura industriale locale e delle attività ad essa connesse. La tendenza in atto è quindi quella di liberazione di lavoro rurale in eccedenza che si sta spostando sempre più verso città, determinando la trasformazione di contadini e allevatori in proletari.
Terminato il ciclo delle lotte di liberazione nazionale, per il marxismo rivoluzionario il nazionalismo uiguro, con la pretesa della costituzione di uno Stato nazionale indipendente, è antistorico e reazionario, divide i proletari dello Xinjiang in base alla loro nazionalità, mettendoli gli uni contro gli altri, assicurando in questo modo la perpetuazione dello sfruttamento capitalistico. I proletari non hanno patria, quella uigura compresa.
L’importanza dello Xinjiang
Oggi la questione uigura è utilizzata nello scontro tra imperialismi rivali, le cui opposte propagande celano la notevole importanza che ha assunto lo Xinjiang nella contesa imperialistica.
L’importanza dello Xinjiang è dovuta innanzitutto alla ricchezza delle risorse energetiche presenti nel suo sottosuolo, soprattutto petrolio e gas, ma anche alla sua posizione strategica dal punto di vista economico-commerciale e politico.
Lo Xinjiang è la regione situata più a ovest della Repubblica Popolare Cinese. La sua posizione geografica consente allo Xinjiang di essere ben collegato con il resto del mondo: confina a nord-est con la Mongolia, a nord con la Russia, a nord-ovest con il Kazakistan e il Kirghizistan e a sud-ovest con l’India, il Pakistan e il Tagikistan.
Se nel passato la regione era restata ai margini prima dell’impero cinese e poi della Repubblica Popolare, l’impetuoso sviluppo del capitalismo cinese ha raggiunto quel territorio decisamente inospitale e da lì trasborda per raggiungere i mercati ad occidente. La necessità di esportazione di merci e capitali, e di importazione di materie prime per le industrie del paese, è espressa nel progetto che a Pechino hanno definito Belt and Road Initiative (BRI), la Nuova via della seta. Nello sviluppo della BRI, che prevede la realizzazione di imponenti infrastrutture, la regione dello Xinjiang riveste una enorme importanza dal momento che ben tre corridoi economici ne attraversano il territorio: il New Eurasian Land Bridge (NELBEC), che dalle regioni costiere della Cina orientale si snoda fino ai mercati dell’Europa settentrionale; il Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale (CCAWAEC), che da Urumqi, capitale dello Xinjiang, attraversa il Medio Oriente fino a raggiungere il porto del Pireo in Grecia; il Cina-Pakistan Economic Corridor (CPEC), che parte dalla città di Kashgar nel sud dello Xinjiang, attraversa il Pakistan, e raggiunge le acque del Mar Arabico.
Lo sviluppo della Nuova via della seta necessita quindi di uno Xinjiang stabile e sicuro, che Pechino cerca di garantire con tutti i mezzi, ma le contraddizioni che attraversano lo Xinjiang diventano armi usate dalle borghesie rivali nello scontro con l’imperialismo cinese. Tra queste vi è proprio la divisione etnica della regione, sulla quale fa leva l’imperialismo americano per creare un fronte interno contro Pechino. È l’inasprirsi dello scontro tra le potenze imperialistiche che porta a coinvolgere nella contesa anche alcune zone interne cinesi da tempo ostili al potere centrale: la stessa questione di Taiwan, il punto di massimo attrito tra l’imperialismo americano e quello cinese, è considerata da quest’ultimo come un affare interno. Inoltre c’è stata Hong Kong, dove la diffusa ostilità verso il governo di Pechino al momento segna una battuta d’arresto ma che potrebbe riesplodere come nell’estate del 2020; e anche l’altra vasta provincia periferica della Repubblica Popolare, il Tibet, che come lo Xinjiang è attraversata da tensioni di lunga data che la rendono instabile.
L’interessamento da parte delle potenze del capitalismo occidentale verso la condizione della popolazione uigura rappresenta il tentativo di fomentare le divisioni e l’avversità verso Pechino, che per ambire ad una nuova spartizione mondiale ha la primaria necessità di sedare qualunque minaccia in casa propria. Data la situazione nello Xinjiang, per non versare il proprio sangue al servizio di opposti interessi borghesi, il proletariato della regione deve prima di tutto unirsi al di sopra delle divisioni etniche, dotandosi di proprie organizzazioni di lotta che inquadrino i proletari indipendentemente dalla etnia e insieme a tutto il proletariato dell’immensa Cina, rigettati i richiami nazionalistici e democratici, lottino contro il mostruoso stato borghese cinese ingannevolmente tinto di rosso fino alla conquista della vera dittatura del proletariato.