Partito Comunista Internazionale

L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil Pt.5

Categorie: FIOM, Racial Question

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Il nuovo contratto Fiat

Il nuovo contratto collettivo specifico (Ccsl) per il gruppo Fiat Chrysler e Cnh Industrial, valido per il quadriennio 2015-2018, firmato il 7 luglio 2015 da Fim-Cisl, Uilm-Uil, Fismic, Uglm e AQCF – di cui abbiamo fatto cenno a conclusione della parte precedente di questo lavoro – andava a recepire una precedente intesa del 17 aprile dello stesso anno, su quello che nel contratto stesso (art. 15 della parte terza) veniva definito un “nuovo sistema retributivo”.

La novità constava nel fatto che gli aumenti salariali non erano più fissi e aggiunti alla paga base – com’era stato per i contratti Fiat (Ccs1l) per il biennio 2011-2012 e per il triennio 2013-2015 – ma premi variabili, legati al raggiungimento di determinati obiettivi aziendali, sia riferiti ai risultati di ciascun stabilimento (“Elemento retributivo per efficienza”) sia a quelli dell’ “area geoeconomica” (“Elemento retributivo per raggiungimento obiettivi Piano industriale 2015-2018”) denominata Emea: Europa, Medio Oriente, Africa.

Nella più favorevole delle ipotesi d’andamento economico aziendale, il premio medio fra i differenti livelli, per i 4 anni di vigenza del contratto, risulterebbe essere di circa 10.700 euro lordi, 220 mensili. Nella estrema ipotesi opposta la cifra si ridurrebbe a circa 26 euro medi lordi mensili. Inoltre ciò dipenderà in larga misura dall’andamento economico generale del capitalismo, per cui, se la crisi tornasse a spegnere la fievole ripresa del settore auto di quest’ultimi due anni – per la Fiat trainata soprattutto dal mercato nordamericano – gli operai non riceverebbero alcun aumento.

Le notizie degli ultimi giorni, dopo il salone dell’auto di Detroit, con la guerra commerciale del governo degli Stati Uniti contro gli industriali europei, mascherata da difesa dell’ambiente – prima la Volkswagen ed ora la FCA – evidenzia la fragilità del supposto miglioramento economico previsto per i lavoratori, oltre che della generale condizione operaia nel capitalismo.

A prescindere dall’entità dell’aumento, poi, ferie, permessi, tredicesima, indennità di turno, scatti di anzianità, straordinario e TFR rimanevano congelati alla paga base su cui vengono calcolati, riferita all’accordo del 1° febbraio 2013.

Questo era stato il giudizio del segretario generale della Fiom, Landini, sull’intesa di aprile: «È la fine del contratto nazionale (…) siamo alla conclusione di un percorso [iniziato con l’accordo di Pomigliano del giugno 2010, ndr] (…) C’era il contratto nazionale e la contrattazione aziendale; con questo sistema ci sarà un solo livello» (Il Fatto Quotidiano, 17 aprile 15).

In realtà il contratto aziendale in Fiat, relativo cioè ai soli lavoratori del gruppo e separato da quello metalmeccanico, esiste fin dal dicembre 2011, quando l’azienda uscì da Confindustria. La sostituzione degli aumenti fissi con premi variabili è un fatto certamente gravissimo, ma ha a che vedere solo in parte con la “fine del contratto nazionale”, i cui passi decisivi erano già stati compiuti dall’azienda automobilistica.

In questo senso un peso ben maggiore ha avuto l’accettazione della derogabilità al contratto nazionale su materie quali «la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro», come stabilito dal Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio 2014, firmato anche dalla Cgil, e che la Fiom, dopo averlo inizialmente osteggiato, ha poi posto a perno della sua strategia.

Queste affermazioni di Landini in realtà non erano pronunciate guardando alla Fiat – nella quale la Fiom continuava a non imbastire alcuna lotta – ma al rinnovo del contratto metalmeccanico la cui trattativa si sarebbe aperta da lì a poco. Il contratto aziendale Fiat serviva a giustificare l’arretramento avallato dalla Fiom su quello metalmeccanico, con un formale mantenimento dei due livelli contrattuali – nazionale ed aziendale – e un sostanziale travaso di contenuti dal primo al secondo.

Accettare un peggioramento minore, su cui attestarsi con un accordo fra le parti, per evitarne uno ancor più grave, può essere una scelta necessaria. Il punto è se essa serva a guadagnare tempo per svolgere il lavoro di rafforzamento della capacità di lotta della classe operaia. Al contrario, nell’arco degli ultimi quattro decenni, ogni arretramento accettato dalla Cgil è andato di pari passo ed ha contribuito all’indebolimento della forza operaia.

Ad ogni modo, prendendo per buone le affermazioni di Landini, ci si sarebbe dovuti attendere la massima mobilitazione da parte della Fiom, visto che ha sempre sostenuto di porre la “difesa del contratto nazionale” al centro della sua azione. Invece, come abbiamo visto nel numero passato, non una sola ora di sciopero nazionale – né dei metalmeccanici, né dei soli lavoratori del gruppo Fiat – veniva proclamata dalla Fiom, che si limitava ancora una volta ad enunciare la propria contrarietà al nuovo contratto. Né i lavoratori Fiat saranno coinvolti nelle, poche, mobilitazioni dei lavoratori metalmeccanici durante la lunga trattativa per il rinnovo contrattuale.

Anche a fronte dei risultati delle elezioni di maggio e giugno per i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) negli stabilimenti Fiat, che aveva visto la Fiom primo sindacato, questo atteggiamento del tutto remissivo non cambiava. Lo mostra bene una dichiarazione del segretario generale della Fiom torinese, Federico Bellomo, riportata da Il Sole 24 ore del 17 giugno 2015 (venti giorni prima della firma del nuovo contratto): «Anche se la trattativa sul Ccsl è in fase molto avanzata, credo che l’azienda farebbe un errore ad ignorare il consenso che la Fiom sta raccogliendo in Fca e CnhI (…) Per questa ragione credo che, al di là del Ccsl [!], il confronto dovrebbe tornare a coinvolgere tutti, con pari dignità». Tutto qua, a fronte della… “fine del contratto nazionale”!

Le altre novità del contratto Fiat erano la sua estensione, oltre ai 55 mila addetti del settore auto, ai 12 mila delle aziende di componentistica del gruppo industriale (Comau, Teksid, Magneti Marelli e altre) e ai 18 mila (in 16 stabilimenti) della CnhI (veicoli industriali), per un totale di 85 mila lavoratori, e la possibilità di estendere a tutti gli stabilimenti del gruppo il ciclo continuo a 20 turni settimanali già introdotto a Melfi nel febbraio precedente (i Ccsl del 2011 e del 2013 arrivavano al massimo a 18).

In campo padronale, il nuovo contratto veniva così commentato da parte del segretario generale del sindacato giallo Fismic: «È un sistema retributivo rivoluzionario che rompe gli schemi contrattuali del nostro Paese e ne definisce di nuovi. La Confindustria ne dovrà tenere conto se vuole fare funzionare il sistema manifatturiero del Paese». E la Confindustria rispondeva, per bocca del presidente di Federmeccanica: «Un esempio da guardare con molta attenzione. Basta salario a pioggia, torni ad essere variabile dipendente».

Premesse alla trattativa per il contratto

Il 15 giugno (siamo ancora nel 2015) si era riunito il Comitato Centrale della Fiom. Il documento finale, approvato con 103 voti favorevoli e 11 contrari, era dedicato interamente alla questione del rinnovo del contratto nazionale. Veniva confermata l’indicazione – già data dall’Assemblea Nazionale dei delegati del 28 febbraio a Cervia – della ricerca di una piattaforma unitaria con Fim e Uilm. A tal scopo si auspicava la messa in pratica del Testo Unico sulla Rappresentanza, firmato anche dalla Cgil il 10 gennaio 2014, inizialmente osteggiato, a parole, dal segretario generale Fiom, nonché sottoposto a un referendum degli iscritti che lo bocciò a larga maggioranza: di una sola categoria nella Cgil, ma ora divenuta il perno della sua azione.

Il Comitato Centrale inoltre faceva propria la proposta dalla Segreteria Confederale Nazionale di rivendicare, congiuntamente con Fim e Uilm, nei confronti del Governo un “provvedimento generale” per “la defiscalizzazione degli aumenti salariali”, che li renderebbe – in perfetta logica corporativa – meno gravosi per le imprese a parità di aumento salariale in busta.

La dichiarazione di voto contrario al documento della Segreteria, con primo firmatario Sergio Bellavita, portavoce nazionale dell’area di opposizione “Il sindacato è un’altra cosa”, dichiarava ciò che era tanto ovvio quanto taciuto dalla maggioranza Fiom: «Non si mettono in discussione, si riconoscono e si applicano tutti gli accordi separati sottoscritti dalla Fim e dalla Uilm (…) Il gruppo dirigente della maggioranza della Fiom ha deciso di rientrare nei contratti prima contrastati (…) Con la scelta di questo comitato centrale (…) si aiuta il percorso preteso da Confindustria per la cancellazione di un livello contrattuale».

Quattro giorni dopo, il 19 giugno ad Ancona, si riuniva l’Assemblea annuale di Federmeccanica, il sindacato degli industriali del settore metalmeccanico, ospite, come di consueto, il segretario generale della Fiom, insieme a quelli Fim e Uilm. «Per noi il Contratto nazionale di lavoro ha un ruolo fondamentale di garanzia e di tutela», affermava nel suo discorso il presidente di Federmeccanica. Oltre a questa generica asserzione, che sarebbe potuta uscire dalla bocca del segretario generale Fiom – a conferma di come pronunciarsi a favore del contratto nazionale significhi ben poco – il capo degli industriali del settore meccanico dava, fra altri punti, alcune indicazioni più specifiche da perseguire: aumenti definiti principalmente nella contrattazione di secondo livello; provvedimenti governativi volti a ridurre il carico fiscale e previdenziale sul salario definito a livello aziendale; un contratto nazionale senza costi aggiuntivi per gli industriali. Tutti elementi che, se posti in essere, sarebbero andati ad accrescere il peso della contrattazione aziendale a discapito di quella nazionale.

Il 10 e l’11 luglio, tre giorni dopo la firma del nuovo contratto Fiat, si teneva a Bologna l’Assemblea nazionale dei delegati Fiom. Come nella tradizione e scuola del sindacalismo di regime della Cgil, il segretario generale affogava l’assemblea col fiume di parole del suo discorso introduttivo di quasi due ore. Un abile parolaio che sa anche assumere, all’occorrenza, pose vagamente radicali fin tanto che i temi restano negli alti cieli della “politica”, giocando con le superficiali illusioni della sinistra borghese (spesa pubblica contro austerità, democrazia, coalizione sociale), per poi, quando scende sul concreto terreno sindacale, aprire sempre nuove porte al consociativismo e al collaborazionismo.

Il documento della segreteria, nel merito delle linee fondamentali per una piattaforma unitaria, indicava, fra altri elementi, un ambiguo recupero della “autorità salariale” da ottenersi «agendo su più istituti economici», quindi non solo in paga base; la valorizzazione della sanità integrativa, auspicata anche dagli industriali ad Ancona; il contrasto al Jobs Act «prevedendo anche per i nuovi assunti la tutela dell’art.18». Quest’ultimo elemento fra quelli esposti era l’unico chiaro e che interessasse davvero i lavoratori, e come vedremo decaderà nel corso della trattativa.

Si poneva la questione – già denunciata dalla minoranza nel Comitato Centrale di un mese prima – di quale contratto si sarebbe dovuto proporre di rinnovare, agli industriali e prima ancora a Fim e Uilm. Quello separato, cioè non firmato dalla Fiom, del 2013-2015, figlio di quello a sua volta separato del 2010-2012? o l’ultimo unitario del 2008-2011? Fim e Uilm ovviamente non avrebbero mai accettato una piattaforma unitaria che non riconoscesse gli ultimi due contratti da loro firmati. Una questione tanto cruciale – visto che ribaltava la linea apparentemente tenuta per sei anni – quanto disinvoltamente risolta dal segretario Fiom: «Nello stabilire quale contratto nazionale si rinnova nessuno deve chiedere l’abiura a nessuno. Noi non la chiediamo a Fim e Uilm, loro non devono chiederla a noi». Semplice no? Basta non parlarne! Che candore!

Al lezzo di tanta ipocrisia la grande maggioranza dei delegati presenti in assemblea evidentemente era assuefatta: il documento della segreteria veniva approvato con 452 voti favorevoli; quello dell’area di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa” respinto con soli 37 voti favorevoli.

Quest’ultimo, relativamente al rinnovo contrattuale metalmeccanico, indicava, correttamente, il rigetto dell’unità con Fim e Uilm, della defiscalizzazione degli aumenti salariali, della sanità e della previdenza integrative; la coerenza con la condotta che negli anni precedenti aveva portato a non firmare gli ultimi contratti; la non derogabilità del Ccnl; un forte incremento dei salari sui minimi tabellari.

Inoltre il documento di minoranza denunciava l’avvio di una trattativa riservata fra Confederazioni (Cgil, Cisl e Uil) e Confindustria per la definizione di un nuovo modello contrattuale, ne chiedeva l’immediata interruzione ed una preventiva discussione nel sindacato che desse alla segreteria confederale un mandato con un chiaro indirizzo sulla questione. In ciò la minoranza sembrava trovare appoggio nella segreteria Fiom. Infatti Landini chiudeva il suo sermone richiedendo la convocazione di un Comitato Direttivo nazionale confederale nel quale si discutesse il mandato a trattare sul tema.

Ma era il solito contentino per la minoranza di sinistra interna, un modo per tenere in vita la favola della opposizione fra la segreteria Fiom e quella Confederale, la cui reale consistenza si era già tastata, ad esempio, in merito agli accordi interconfederali sulla rappresentanza del 28 giugno 2011, del 31 maggio 2013 e del 10 gennaio 2014. Infatti il rinnovo contrattuale metalmeccanico non solo accoglierà pienamente i contenuti dell’intesa sulla riforma della contrattazione che i tre sindacati di regime raggiungeranno nel gennaio 2016, ma segnerà persino un ulteriore passo in avanti verso un nuovo modello contrattuale, va da sé peggiorativo per i lavoratori.

Nonostante la proposta della Fiom, il 16 luglio Fim e Uilm presentavano una loro piattaforma separata, con una richiesta di aumento salariale di 105 euro per il 5° livello. Poi altre richieste che sfondavano delle porte aperte, essendo state già avanzate dagli industriali e dalla Fiom: rafforzamento del cosiddetto welfare contrattuale (sanità e previdenza integrativa) e degli enti bilaterali, detassazione degli aumenti salariali definiti a livello aziendale.

Il 23 luglio Landini in una lettera a Federmeccanica richiedeva un tavolo di confronto unitario con Fim e Uilm, propedeutico «all’avvio di un negoziato per la realizzazione di un Contratto nazionale capace di coniugare il miglioramento della competitività delle imprese con il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutte le lavoratrici e i lavoratori». Il solito bagaglio ideologico della sinistra borghese che vuole la lotta di classe non come il prodotto di un insopprimibile contrasto di interessi fra salario e capitale ma frutto di elementi di caratteri d’ordine culturale e morale, superabili quindi da uomini, partiti o movimenti di “buona volontà”.

Il 7 settembre si riuniva il Comitato centrale della Fiom. Il documento di maggioranza esprimeva soddisfazione per la positiva risposta di Federmeccanica alla lettera del 23 luglio, con la convocazione di un incontro unitario il 16 settembre; faceva propria la proposta della segreteria confederale Cgil per la sperimentazione di «un sistema di contrattazione nazionale annua del salario», la quale vedremo che significato avrà per i lavoratori; avviava un percorso di assemblee – già previsto nell’assemblea di luglio – per la definizione della propria piattaforma da sottoporre successivamente a voto referendario.

Il rappresentante nel Comitato Centrale della frazione sindacale del gruppo trozkista Sinistra Classe Rivoluzione, una delle componenti minoritarie dell’area d’opposizione “Il sindacato è un’altra cosa”, lamentava questa lunga procedura asserendo che in tal modo si lasciava spazio al proseguire della trattativa fra le segreterie confederali per la definizione del nuovo modello contrattuale, mentre la repentina presentazione della piattaforma, a suo dire, avrebbe ostacolato questa manovra. Ciò evidenziava le illusioni che ancora sussistevano all’interno dell’area di opposizione sulla possibilità di avere nella segreteria della Fiom un alleato contro l’offensiva padronale, assecondata dalla segreteria confederale.

Infine, in quanto al contrasto al famigerato al Jobs Act, enunciato, dopo l’approvazione della legge il 3 dicembre 2014, dal Direttivo Nazionale della Cgil del 18 febbraio successivo, calpestato in tutti i rinnovi contrattuali successivamente conclusosi dalle Federazione di mestiere della Cgil (terziario, bancari, chimico-farmaceutico, gomma-plastica, autoferrotranvieri, alimentaristi, igiene ambientale) e di cui la Fiom pretendeva mostrarsi ultima ed autentica portabandiera, esso si vedeva già ridimensionato alla richiesta del riconoscimento dell’articolo 18 nella versione già rimaneggiata dalla cosiddetta legge Fornero e in tempi di maturazione, dopo l’assunzione, da concordare.

Il 16 settembre si svolgeva l’incontro unitario richiesto dalla Fiom per discutere dell’andamento del settore con gli industriali, Fim e Uilm. L’8 ottobre il segretario generale Fiom scriveva una nuova lettera a Federmeccanica per richiedere un nuovo incontro unitario, questa volta per l’avvio della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale.

Il 23 ottobre si teneva a Roma la terza Assemblea Nazionale dei delegati Fiom del 2015. Landini dava nuova prova delle sue qualità di trombone con un’altra relazione introduttiva di quasi due ore in cui, in un mare di concetti vaghi e contraddittori, nascondere i pochi punti concreti ed antioperai della piattaforma contrattuale che la Fiom si accingeva a varare.

Con la faccia di bronzo che compete a chi ricopre i ruoli apicali nei sindacati di regime, iniziava il discorso affermando che «al giudizio devono seguire le azioni!» Quali erano state le “azioni” della Fiom seguite, ad esempio, ai “giudizi” sull’accordo di Pomigliano nel giugno 2010, a quello a Melfi del 26 febbraio 2015 o al contratto nazionale del gruppo Fiat del luglio successivo, lo abbiamo già preso in esame in questo lavoro.

Quindi annunciava che il 21 ottobre Federmeccanica aveva inviato una lettera con la quale, per la prima volta dopo sette anni, il 5 novembre invitava Fim, Fiom e Uilm per avviare una trattativa unitaria per il rinnovo del contratto. Questa era presentata come una vittoria della Fiom, risultato della sua azione sindacale, quando invece si trattava solo di un cambio di strategia degli industriali, utile ai loro interessi come lo era stato l’atteggiamento precedente. D’altronde non è affatto credibile che il padronato italiano abbia mai avuto intenzione, in questi anni, di eliminare la Fiom dalle fabbriche, pienamente consapevole del suo ruolo concertativo grazie al quale, come da Landini ribadito cento volte, gli industriali hanno seguitato a sottoscrivere numerosissimi accordi.

A sostegno di questa sua tesi il segretario Fiom passava a snocciolare alcuni dati molto interessanti: dai risultati delle elezioni RSU in 3.500 aziende associate a Federmeccanica e Asisstel (le due associazioni degli industriali con cui viene siglato quello che generalmente è definito il contratto nazionale dei metalmeccanici e che riguarda circa 900 mila lavoratori), per un totale di circa 480 mila lavoratori coinvolti (quindi oltre il 50% degli interessati al rinnovo contrattuale), la Fiom aveva ottenuto il 64% dei voti, eleggendo 8.781 delegati, risultando il primo sindacato in 20 regioni su 21 e quello con maggioranza assoluta (più del 50% dei voti) in 12.

Facendosi forte di questi risultati Landini ribadiva l’utilità dell’accettazione del Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR). Visto il testo di quell’Accordo, ciò potrebbe avere una sua logica, potendo la Fiom così ottenere la maggioranza assoluta in un buon numero di fabbriche, senza dover scendere a patti con Fim e Uilm se non addirittura sottostare alla loro maggioranza.

Ma il consociativismo e il collaborazionismo della Fiom non sono un suo carattere contingente, dovuto alla condizione di debolezza della classe operaia degli ultimi decenni, che potrebbe esser abbandonato quando ottenesse la maggioranza assoluta della rappresentatività, bensì tara sua propria sin dalla ricostituzione della Cgil sul finire del secondo conflitto imperialista mondiale e che l’ha irreversibilmente permeata e conquistata dalla seconda metà degli anni Settanta. La Fiom non cambierà questa sua natura nemmeno nella ipotesi, difficilmente realizzabile, di conquista della maggioranza assoluta della rappresentatività nella categoria, né come risultato della complesso della sua azione nelle aziende in cui detiene la maggioranza qualificata. Landini ha affermato in molte occasioni che mai siglerà accordi separati che escludano altri sindacati (facendo finta di non sapere che aderire al TUR implica automaticamente la privazione della facoltà di stare nelle RSU ai sindacati che non vi hanno aderito) e quindi dovrà sempre scendere a compromessi con Fim e Uilm.

A ennesima conferma di questo, il segretario generale passava a elogiare la capacità della Fiom – e ammoniva il padronato a tenerne conto – di «gestire situazioni complicate come quella alla AST di Terni»: è solo grazie alla Fiom che in determinate situazioni si è riusciti a contenere la lotta operaia! Dello sciopero alla AST di Terni abbiamo dettagliatamente scritto nel numero 369 del 2015 di questo giornale e di esso raccomandiamo la lettura.

Quindi il discorso entrava nel merito della piattaforma, che ripetutamente definiva “profondamente innovativa”. In in particolare sono da segnalare:
     – un indirizzo per passare a una contrattazione annua del salario, in cui non si tenga conto solo dell’inflazione ma anche dell’andamento complessivo del settore;
     – la rivendicazione del potenziamento dei “rinvii alla contrattazione aziendale” con la pretesa che ciò non andrebbe a detrimento bensì a beneficio della contrattazione nazionale in quanto porrebbe un freno alla libertà derogare ad esso senza limiti; la solita logica della gestione del peggioramento;
     – dopo aver denunciato la demolizione della sanità pubblica, l’indicazione di potenziare quella integrativa;
     – infine veniva proposta la costituzione di un Ente bilaterale per la Formazione, presentato con la foglia di fico che esso debba vivere di contributi versati esclusivamente dall’azienda (come già fatto per altri Enti bilaterali in altre categorie), come se ciò non venisse in un modo o nell’altro fatto comunque pagare ai lavoratori, ad esempio inserendo parte del contributo aziendale nel conto del costo complessivo del contratto, come avvenuto per quello della Igiene Ambientale siglato il 10 luglio 2016 (aumento salariale medio a regime di 120 euro lordi di cui 30 destinati a finanziare i Fondi previdenziali e sanitari integrativi, un Fondo di solidarietà per gli esuberi e il Fondo salute e sicurezza).

Su queste basi si apriva il 5 novembre 2015 la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale metalmeccanico che si sarebbe conclusa 12 mesi dopo, il 26 novembre 2016, con la firma di un nuovo contratto unitario fra Fim, Fiom e Uilm dopo due contratti separati consecutivi.

Gli scioperi contro i sabati lavorativi alla Fiat

Nei capitoli precedenti di questo lavoro intitolati “Pompieri a Melfi” e “Il sindacato è un’altra cosa dopo il Jobs Act” abbiamo reso conto del sorgere e dell’acuirsi dello scontro fra alcuni delegati Fiom della Fiat Melfi e di Termoli, appartenenti all’area di minoranza più a sinistra nella Cgil, e le strutture territoriali della Fiom, spalleggiate dalla segreteria nazionale, e del parallelo inasprirsi delle divisioni interne all’area stessa.

A base dello scontro la volontà di questi delegati di continuare gli scioperi contro gli straordinari obbligatori il sabato e la domenica, di cui il 20 febbraio Direzione Nazionale e direzioni territoriali – e a Melfi la maggioranza della RSA – avevano deciso la sospensione.

Il 26 febbraio 2015 a Melfi era stato siglato l’accordo per l’introduzione dei 20 turni. Sabato 14 marzo l’area “Il sindacato è un’altra cosa” aveva indetto una manifestazione nazionale davanti alla fabbrica di Melfi a sostegno di un nuovo sciopero, cui avevano partecipato delegati e lavoratori di tutto il sindacalismo di base ma non la corrente minoritaria interna all’area stessa, appartenente alla frazione sindacale del gruppo trozkista “Sinistra Classe Rivoluzione”, a conferma dei dissidi interni.

Il 1° maggio a Termoli delegati delle fabbriche Fiat di Cassino, Termoli, Melfi e Atessa, aderenti all’area di minoranza Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”, all’USB, allo Slai Cobas e alla Flmu CUB, costituivano un “Coordinamento lavoratrici e lavoratori della Fca nel Centro-Sud”. Fino a qui eravamo giunti.

Sabato 21 novembre, la maggioranza dei delegati RSA Fiom presso la Fiat di Termoli, appartenenti al “Il sindacato è un’altra cosa” e la cui principale delegata aveva guadagnato il maggior numero di voti alle recenti elezioni RSL, indicevano un nuovo sciopero contro lo straordinario. Il segretario regionale della Fiom Molise interveniva con un comunicato ufficiale, appeso nelle bacheche sindacali in fabbrica, in cui disconosceva lo sciopero.

Al Comitato centrale Fiom del 7 e 8 gennaio 2016 veniva comunicato che 16 delegati delle fabbriche Fiat di Melfi, Termoli e Atessa (SEVEL) erano stati denunciati dai segretari generali della Fiom Molise e Basilicata davanti al Collegio Statutario Nazionale della Cgil per aver aderito al “Coordinamento lavoratrici e lavoratori delle fabbriche Fiat del Centro-Sud”, costituito il 1° maggio 2015 a Termoli insieme ai delegati di vari sindacati di base (Flmu CUB, USB, Slai Cobas).

Il 13 gennaio l’area de “Il sindacato è un’altra cosa” replicava con un appello rivolto niente meno che al segretario generale della Fiom e al segretario confederale – cioè a Landini e alla Camusso – intitolato “Non licenziamoli di nuovo”, in cui si chiedeva l’intervento dei due dirigenti nazionali a difesa dei delegati accusati dalle loro strutture territoriali. Il giorno successivo un diverso appello veniva pubblicato dal delegati della frazione sindacale del gruppo di “Sinistra Classe Rivoluzione” e consegnato a Landini e alla Camusso durante un direttivo a Bologna, cosicché risultava mancare anche una unicità d’azione all’interno dell’area congressuale di opposizione.

Il 19 gennaio il responsabile nazionale del settore auto della Fiom, Michele de Palma, inviava una lettera ai delegati Fiat (FCH-CNHI) nella quale spiegava come l’adesione di quei delegati al Coordinamento della fabbriche Fiat del Centro-Sud Italia non era mai stata discussa «in alcuna sede con tutti gli altri delegati di stabilimento o del sud, tanto meno con i Segretari che seguono i due stabilimenti» e poi che «l’idea che ognuno, senza confronto e condivisione con gli altri delegati e la struttura della Fiom, possa decidere se firmare una intesa o proclamare uno sciopero farebbe emergere divisioni su cui la nostra controparte potrebbe far leva».

La discussione interna negli organi di un sindacato a suoi vari livelli, dalle sezioni di fabbrica agli organi territoriali fino ai nazionali, è sempre auspicabile, e necessaria la disciplina esecutiva alle loro decisioni. Non avendo proposto in questi organi l’adesione al Coordinamento intersindacale della fabbriche Fiat del Centro-Sud e proclamando a Melfi scioperi come minoranza della RSA questi delegati dell’area di opposizione in Cgil non avevano ottemperato né a l’uno né all’altra di queste regole fondamentali.

Tuttavia, se a Melfi i delegati che seguitavano a proclamare gli scioperi contro gli straordinari erano una minoranza della RSA Fiom, a Termoli erano invece la maggioranza, ciononostante la Fiom territoriale aveva disconosciuto la loro azione pubblicamente. Alla faccia della “unità di fronte alla controparte”!

Se è vero che nel sindacato si deve tendere ad un massimo di disciplina esecutiva, non solo all’interno dei vari suoi ambiti gerarchici ma anche degli organi inferiori ai superiori, questo obiettivo e disposizione in battaglia deve essere coerente al fine e non può essere imposto in modo meccanico e cieco. La frazione sindacale del partito comunista nel giudicare le situazioni deve valutare quale sia il corretto indirizzo di classe, se esso stia dalla parte di chi esige la disciplina o di chi la viola. Discussione interna e disciplina devono fare i conti col clima di relazioni interno all’organizzazione che, in un sindacato di regime come la Fiom Cgil, non può che confermarsi nemico della lotta operaia.

Fino alla fine degli anni Settanta il nostro partito indicava come possibile la riconquista della Cgil da parte di un indirizzo classista, non per via congressuale, pur dovendosi misurare anche in quel campo, ma solo a legnate, sotto la spinta di potenti lotte operaie, spezzando la disciplina imposta dalle strutture di questo sindacato nato di regime fin dalla sua ricostituzione dall’alto nel 1944. È sulla base di questa valutazione generale, confermata dalla condotta della Fiom in questi anni e presa in esame in questo lavoro, nonché da episodi contingenti quali il disconoscimento pubblico di fronte al padrone di uno sciopero della maggioranza di un gruppo di fabbrica, che ci schieriamo al fianco di questi delegati.

Naturalmente Landini e la Camusso, chiamati in causa dagli appelli de “Il sindacato è un’altra cosa”, si guardarono bene dall’intervenire a difesa di questi delegati, visto che oggettivamente erano i mandanti politici dell’attacco loro mosso dalle strutture territoriali. Landini a settembre-ottobre 2012 aveva epurato la segreteria nazionale Fiom dal rappresentante dell’area, Bellavita, con uno stratagemma organizzativo; non aveva mosso un dito quando nel febbraio 2014 Cremaschi era stato buttato fuori dall’attivo Cgil a Milano cui la Fiom stessa non era stata invitata; era intervenuto in prima persona l’11 marzo 2015 nell’attivo provinciale Fiom di Potenza ammonendo i delegati della minoranza di Melfi che avevano dichiarato di voler continuare con gli scioperi contro gli straordinari.

Il 2 marzo il Collegio statutario Cgil emetteva una delibera che definiva i 16 delegati chiamati in causa “incompatibili” con ruoli di direzione e rappresentanza nel sindacato. Il Comitato centrale Fiom del 7 marzo usava questo giudizio per bloccare l’ingresso, previsto da accordi interni, di due di questi delegati, di Melfi e di Termoli, al suo interno e demandava ai Direttivi regionali Fiom del Molise e della Basilicata la decisione se e come sanzionare i delegati giudicati incompatibili.

Il 22 marzo interveniva direttamente la segreteria nazionale Fiom – a replica dei comunicati di denuncia della minoranza – affermando in modo chiaro e inequivocabile la condivisione delle motivazioni della delibera, cioè l’incompatibilità fra cariche direttive e di rappresentanza nella Cgil e l’appartenenza a «forme associative o parasindacali in competizione con la Cgil o che ne rompono l’unità come soggetto contrattuale nei confronti delle controparti».