L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil
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8 anni di tradimento degli interessi operai
Lo sciopero generale dei metalmeccanici del 20 aprile, proclamato da Fiom, Fim e Uilm e preparato da una serie di attivi unitari dei loro delegati in tutta Italia, ha suggellato la ritrovata unità sindacale fra le tre federazioni di questa importante categoria della classe operaia e con essa la chiusura di un ciclo durato oltre otto anni, apertosi all’indomani dell’ultimo precipitare della crisi economica mondiale del capitalismo, nel 2008. Qui ne ricapitoliamo le vicende per trarne le necessarie lezioni.
Prime manovre contro il contratto nazionale
Nel maggio 2008, con il varo di una Piattaforma Comune titolata “Linee di riforma della struttura della contrattazione”, Cgil, Cisl e Uil inaugurarono le grandi manovre contro il contratto nazionale, che già questi sindacati si erano dati ad indebolire negli anni precedenti.
La Piattaforma infatti si proponeva di:
– «migliorare gli spazi di manovra salariale e normativa della contrattazione aziendale o territoriale»;
– nella contrattazione aziendale legare gli aumenti salariali a «parametri di produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia»;
– «superare il biennio economico e fissare la triennalità»;
– rafforzare gli enti bilaterali «anche sui temi del welfare contrattuale».
E, sul piano dei rapporti fra organizzazioni sindacali:
– la certificazione da parte dello Stato del numero degli iscritti alle organizzazioni sindacali, analogamente a quanto già fatto nel Pubblico Impiego;
– il rafforzamento dell’unità fra Cgil, Cisl e Uil stabilendo che nei rinnovi contrattuali le piattaforme sindacali sarebbero state «proposte unitariamente».
Ma a gennaio 2009 questa unità d’intenti venne rotta: Cisl e Uil, insieme all’Ugl, firmarono con le associazioni padronali un “Accordo quadro per la riforma degli assetti contrattuali” che accolse i punti del documento del maggio 2008, escluse la certificazione della rappresentatività e, giocoforza, l’unità sindacale, e introdusse per il calcolo del “tasso di inflazione programmata”, stabilito con l’Accordo del luglio 1993 sulla “politica dei redditi”, un nuovo Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato (Ipca) per i paesi dell’Unione Europea, che non avrebbe tenuto conto conto dei prezzi dei beni energetici importati.
La Cgil non firmò adducendo quali motivazioni che:
– il nuovo indice Ipca non avrebbe difeso il potere d’acquisto dei salari, il che era vero, ma lo era già col calcolo dell’inflazione previsto dall’accordo del luglio 1993, che la Cgil allora promosse e firmò;
– l’accordo non favoriva lo sviluppo dei contratti aziendali.
Entrambe le motivazioni non riguardavano la difesa del contratto nazionale che quindi, si deduceva, non era affatto interesse della Cgil.
L’offensiva contro i metalmeccanici
Dopo questo accordo fra confederazioni l’iniziativa dell’attacco al contratto nazionale passò alle loro federazioni di categoria.
Il 20 gennaio 2008 Fim, Uilm e Fiom avevano firmato l’ultimo contratto nazionale unitario metalmeccanico, quello per il quadriennio 2008-2011.
A giugno 2009 Fim e Uilm comunicarono la disdetta della parte economica del contratto unitario e ad ottobre ne firmarono con Federmeccanica uno separato, di validità triennale sia per la parte economica sia per quella normativa (2010-2012).
L’assemblea nazionale dei delegati Fiom del 29 ottobre 2009 a Bologna decise allora la rottura del “Patto di solidarietà” con Fim e Uilm.
In base all’accordo sulle RSU del 23 luglio 1993 un terzo dei seggi RSU era riservato alle organizzazioni firmatarie dei contratti nazionali di categoria: un modo per meglio garantire a Fim, Fiom e Uilm il controllo di queste rappresentanze aziendali, privando “statuariamente” i sindacati di base, laddove presenti in azienda, di un terzo dei seggi. In forza del “Patto di solidarietà” i tre sindacati si spartivano ugualmente fra loro quei delegati, ad evidente svantaggio della Fiom, primo sindacato nella categoria, che però accettava questo sacrificio considerandosi da sempre alleata a Fim e Uilm e ostile al sindacalismo di base.
L’attacco della Fiat
Dopo le manovre confederali e quelle delle loro federazioni metalmeccaniche entrò in gioco la Fiat.
Sabato 16 maggio 2009 si svolse a Torino una manifestazione nazionale dei lavoratori del gruppo automobilistico indetta da Fim, Fiom, Uilm e Fismic che solo chiedevano, al solito, “chiarezza” sul piano industriale dell’azienda.
Alla manifestazione partecipò un consistente spezzone di operai iscritti allo Slai Cobas, molti dei quali erano parte di quei 316, in buona parte di questo sindacato, trasferiti dalla fabbrica di Pomigliano al reparto “confino” di Nola, a 20 chilometri di distanza, per isolarli e spezzare la forza che lo Slai aveva in quella fabbrica da anni (alle elezioni RSU del 1994 aveva ottenuto circa 1.500 voti, come la Fiom). Questo era avvenuto con un accordo sindacale firmato, oltre che da Fim e Uilm, anche dalla Fiom.
Durante il comizio finale, tenuto dal pianale di un camioncino, i lavoratori dello Slai contestarono i bonzi confederali e cercarono di far parlare il loro responsabile nazionale. Quando finalmente questo riuscì a salire sul camion, il segretario della Fiom Rinaldini, non si sa per quale ragione, ne cadde giù trascinando con sé il microfono. Nacque una parapiglia che inficiò l’efficacia dell’intervento del dirigente dello Slai Cobas, il quale, per altro, aveva cercato di evitare il goffo scivolone del segretario Fiom. I giornali invece fecero passare la caduta come provocata da una aggressione: “I Cobas contro la Fiom. Rinaldini buttato giù dal palco”, titolò la Repubblica. Tesi che i vertici Fiom avvallarono: «Un episodio deplorevole, costruito in modo organizzato; un’aggressione di alcuni teppisti dello Slai Cobas», commentò Giorgio Airaudo, allora segretario generale della Fiom torinese, dal 2010 nella segreteria nazionale e responsabile del settore auto.
Quella di Torino sarebbe stata l’ultima manifestazione di forza dello Slai Cobas.
Il 22 aprile 2010 la Fiat presentò – per la soddisfazione dei sindacati confederali – il piano industriale denominato “Fabbrica Italia”, il quale prevedeva la produzione di 1.400.000 auto nel 2014, con incremento dal 2011, in corrispondenza della ripresa produttiva allo stabilimento di Pomigliano, dopo il rinnovo degli impianti.
Rinaldini – come già aveva fatto nel 2008 – prese «atto positivamente del piano industriale», secondo la tesi fondante del sindacalismo collaborazionista per la quale il sindacato non deve “limitarsi” a difendere il salario, le condizioni di lavoro e l’unità degli operai, ma anche esigere e consigliare gli investimenti all’azienda.
Pochi giorni dopo la Fiat dettava le condizioni cui subordinare gli investimenti a Pomigliano, volti ad aumentare sensibilmente lo sfruttamento degli operai. A tal scopo diveniva inservibile la finzione della democrazia in fabbrica, cioè la cosiddetta concertazione, che contestualmente l’azienda pretendeva drasticamente di ridimensionare, facendola divenire aperta collaborazione.
L’amministratore delegato Marchionne – nominato nel 2006 Cavaliere del Lavoro dall’allora presidente della Repubblica Napolitano – espresse efficacemente la sua intenzione di imporre, sul piano delle condizioni di lavoro e su quello delle relazioni fra azienda e sindacati, una svolta storica: «Io vivo nell’epoca del dopo Cristo, tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non lo so e non mi interessa», disse.
Quanto ai livelli produttivi, dopo le 661 mila auto prodotte nel 2009 e le 573 mila nel 2010, si passò a 485 mila nel 2011, 396 mila nel 2012, 388 mila nel 2013 (grosso modo il livello del 1958!), 401 mila nel 2014 e 663 mila nel 2015.
Il 15 giugno, Fim, Uilm, Fismic e Uglm accettavano le condizioni poste dalla Fiat e firmavano l’accordo per Pomigliano che stabiliva: aumento a 18 turni settimanali; aumento dello straordinario obbligatorio da 40 a 120 ore; riduzione delle pause da 40 a 30 minuti; possibilità di spostare la pausa di mezzora per la mensa a fine turno; discrezionalità dell’azienda di non pagare i primi tre giorni di malattia; esigibilità degli accordi, cioè, in caso di mancata adesione all’accordo o della sua violazione, blocco delle prerogative sindacali: versamento delle quote sindacali col metodo della delega, permessi sindacali, possibilità di convocare assemblee retribuite sul posto di lavoro, disponibilità di una bacheca sindacale.
Il XVI congresso della Cgil
Dal 5 all’8 maggio 2010 si era tenuta a Rimini l’assise nazionale confederale a conclusione del XVI Congresso della Cgil, con ospiti invitati, in perfetto stile corporativo, il ministro del welfare Maurizio Sacconi, il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia e la ex segretaria dell’Ugl Renata Polverini.
Al Congresso fu approvata una modifica allo Statuto che consentiva al Direttivo confederale di decidere su eventuali accordi interconfederali senza consultare preliminarmente le federazioni di categoria. Strumento che sarebbe stato utilizzato un anno dopo con l’Accordo interconfederale sulla Rappresentanza del 28 giugno 2011.
La mozione congressuale di maggioranza – con primo firmatario il segretario generale Guglielmo Epifani – ottenne l’82% di preferenze.
La corrente di sinistra “Lavoro e Società” appoggiò la mozione di maggioranza, così come già aveva fatto al XV congresso, nel 2006, col cosiddetto “Patto dei 12 segretari” che, in cambio del sostegno alla maggioranza, le dava in garanzia il mantenimento nelle segreterie e nei direttivi della stessa percentuale conquistata nel precedente congresso.
La mozione di minoranza, denominata “La Cgil che vogliamo”, aveva quali primi firmatari il segretario generale della Fiom Rinaldini, l’ex segretario generale della Funzione Pubblica Carlo Podda e il segretario generale della Fisac, la federazione dei bancari, Mimmo Moccia. Ottenne il 17% dei voti, un risultato che deluse per le aspettative di uno schieramento eterogeneo costituito solo allo scopo di far numero.
Infine il Congresso confermò la carica a segretario generale a Epifani, fino alla scadenza del mandato, a fine settembre 2010, quando gli sarebbe succeduta Susanna Camusso, entrambi compagni dei ministri Sacconi e Brunetta nel Partito Socialista di Craxi all’epoca del primo attacco alla scala mobile, con il decreto di S. Valentino nel 1984.
La Fiom difende la concertazione
La Fiom, che il 1° giugno 2010 aveva eletto a nuovo segretario Landini, alla Fiat rifiutò di sottoscrivere l’accordo di Pomigliano, e per questo fu presentata da stampa e televisione come il solo baluardo a questo storico attacco contro la classe operaia, enfatizzando la sua contrapposizione con la Cgil. Questa invece aveva assecondato il piano Fiat, con la sua struttura provinciale napoletana che indicò di votare a favore al referendum aziendale e con Epifani che infine affermò: «Ad occhio e croce i lavoratori voteranno sì e sarà un sì all’occupazione, al lavoro, agli investimenti».
Ma l’opposizione della Fiom fu solo verbale – e “legale” – senza il dispiegamento di alcun vero movimento di sciopero, né prima del referendum di Pomigliano, che il 22 giugno avallò l’accordo, né nei mesi successivi, per impedirne l’estensione agli altri stabilimenti.
Nemmeno lo Slai Cobas fu in grado di promuovere una mobilitazione generale degli operai del gruppo e dei metalmeccanici, l’unica che avrebbe potuto fermare l’offensiva padronale. Lo Slai era forte a Pomigliano, dove però parte degli operai da mesi lavoravano pochi giorni al mese e gli altri erano in cassa integrazione, ma debole, come il resto del sindacalismo di base, nelle altre fabbriche.
La posizione della Fiom fu subito chiara: «La Fiat riapra la trattativa – disse Landini – siamo disposti a una turnistica massacrante e a una redistribuzione delle pause che aumenti la produzione. Ma sia tolto dal tavolo ciò che mette in discussione i diritti civili dei lavoratori, come l’eliminazione del diritto di sciopero e la malattia» (“La Repubblica”, 2 luglio).
In discussione, però, non era il diritto di sciopero bensì le prerogative sindacali per quelle organizzazioni sindacali che avessero combattuto gli accordi, scioperando. Una differenza importante: ciò che la Fiom difendeva era il suo posto al tavolo delle trattative e il godimento delle prerogative al pari degli altri sindacati apertamente collaborazionisti; per mantenerli si diceva pronta a cedere sulle condizioni di lavoro degli operai e, molto presto, si sarebbe dimostrata disponibile anche ad accettare la limitazione della libertà di sciopero.
D’altronde non era affatto una novità. Per quanto riguarda il passaggio ai 18 turni giova ricordare che furono applicati per la prima volta a Melfi nel 1993, poi a Termoli nel 1994 e nel 2008 alle Meccaniche di Mirafiori, e sempre col consenso della Fiom. A Melfi si passò dai 18 turni con doppia battuta ai 15 turni nel 2004 solo grazie allo sciopero ad oltranza di 21 giorni degli operai, cui la Fiom non fece che accodarsi.
Finta mobilitazione
Dentro la Cgil, intanto, il 6 luglio lo schieramento che aveva sostenuto la mozione di minoranza al XVI Congresso si costituì in area interna “La Cgil che vogliamo”, contando su 27 membri del direttivo nazionale confederale Cgil, sulla maggioranza Fiom – col segretario Landini e il suo predecessore Rinaldini quale coordinatore nazionale – e sulla Rete 28 Aprile di Cremaschi e Bellavita.
Dentro la Fiom il Comitato Centrale del 20 luglio elesse la nuova segreteria nazionale che vide confermata Laura Spezia, uscire Rinaldini e Cremaschi e subentrare Airaudo e Bellavita. Cremaschi fu confermato presidente del Comitato Centrale.
Sul piano della lotta, solo ben quattro mesi dopo il referendum di Pomigliano, la Fiom organizzò – il 16 ottobre 2010, sabato – una manifestazione nazionale dei metalmeccanici a Roma che, grazie alla grande partecipazione di decine di migliaia di lavoratori, accreditò il suo preteso ruolo di sindacato “duro”.
Ma una manifestazione non è uno sciopero, non colpisce la sola cosa che sta a cuore al padronato: il profitto. Fecero finta di ignorarlo tutti nella sinistra Cgil – e in molti anche a sinistra della Cgil, nel sindacalismo di base – contribuendo così ad accreditare e puntellare la falsa azione difensiva di questo sindacato.
Dal palco fece il suo ultimo comizio da segretario generale Guglielmo Epifani, simbolicamente affiancato da Cremaschi e Landini – e più defilato Bellavita – i quali fecero mostra di applaudire vistosamente i passaggi cruciali del suo discorso e di calmare con ampi gesti i “contestatori”. Il significato era chiaro: anche se la Cgil pugnalava i metalmeccanici – alleandosi a Cisl e Uil al servizio della Fiat e di tutti gli industriali – la sua unità non poteva essere messa in pericolo con una lotta veramente a fondo contro la sua direzione antioperaia.
A novembre la Camusso succedette a Epifani, che avrebbe proseguito la sua carriera al servizio della classe dominante in parlamento, in particolare votando a favore del Jobs Act.
L’autunno passò senza che alcuno sciopero fosse organizzato dalla Fiom. Il 23 dicembre 2010 Fim, Uilm, Fismic e Uglm firmarono l’estensione dell’accordo di Pomigliano a Mirafiori, stabilendo di sottoporlo anche qui alla validazione di un referendum, il 14 gennaio. La Fiom questa volta organizzò uno sciopero ma… due settimane dopo, il 28 gennaio!
In Fiat la partita era chiusa, con piena vittoria padronale. Lo sancirono nei mesi successivi due importanti vertenze:
– a maggio, allo stabilimento ex Bertone di Grugliasco (Torino), i delegati RSU Fiom, pur in maggioranza assoluta con otto seggi sui dieci, accettarono l’estensione dell’accordo di Pomigliano;
– a settembre, alla Lear di Caivano (Napoli), azienda dell’indotto, la RSU Fiom non solo firmò un analogo accordo ma, dopo che in questa occasione fu respinto al referendum, grazie all’azione dello Slai Cobas presente in fabbrica, giunse a riproporlo sostanzialmente identico per farlo approvare con una seconda votazione.
Il “doppio referendum” per spezzare la lotta operaia non è una novità nella storia della Fiom e più volte abbiamo ricordato la storica vicenda di Termoli nel 1994, quando l’accordo per il passaggio ai 18 turni, firmato da Fim, Uil e per la Fiom dall’allora responsabile del settore auto Susanna Camusso, fu respinto dai lavoratori nel referendum con il 64% di voti contrari. Nelle assemblee i delegati Fiom, insieme a quelli Fim e Uilm, terrorizzarono i lavoratori avvalorando la minaccia aziendale dello spostamento della produzione del nuovo motore “Fire” a sedici valvole da Termoli a Mirafiori. Per spezzare l’opposizione operaia scesero in fabbrica i segretari generali dei tre sindacati. Queste le belle parole dell’allora segretario generale Fiom Claudio Sabattini: «Se deciderete per il no [come se col referendum gli operai non avessero già deciso!] noi rispetteremo la vostra decisione. Però non si dica che non vi abbiamo avvisato che così veniva distrutta una realtà industriale al Sud» (“La Repubblica”, 15 dicembre 1994).
Almeno oggi Marchionne non ha l’ipocrisia di affermare che in caso di voto contrario rispetterebbe l’opinione espressa dai lavoratori! Fu nel fuoco di quella lotta, l’ennesima spezzata dalla Fiom, che nacque con forza anche a Termoli lo Slai Cobas, con un numero di iscritti uguale a quello della Fiom.
Manovre di rientro
Inferta la sconfitta agli operai in Fiat, padronato e sindacati di regime tornarono a manovrare sul terreno confederale.
Il 28 giugno 2011 Cgil, Cisl e Uil ritrovarono l’unità perduta nel gennaio 2009 siglando con Confindustria un primo Accordo sulla Rappresentanza, che avrebbe portato, tre anni dopo, al Testo Unico del 10 gennaio 2014.
La Cgil ottenne la misurazione statale della rappresentanza, risultante dalla media fra iscritti e voti alle elezioni per le RSU, e posta a base del riconoscimento della rappresentatività, che era stata esclusa dall’accordo separato del gennaio 2009.
In cambio accettò:
1) che si andasse oltre a quanto stabilito dall’accordo del gennaio 2009 nell’attacco al contratto nazionale, ampliando lo spettro di materie su cui i contratti aziendali potevano derogare ad esso (tutte tranne i minimi salariali). Se, all’indomani dell’accordo del gennaio 2009, Maurizio Sacconi – allora Ministro del Lavoro del governo Berlusconi – affermò che esso comportava «lo spostamento del cuore della contrattazione dal livello nazionale alla dimensione aziendale e territoriale», si può capire bene come l’accordo sulla rappresentanza del 28 giugno 2011, e le sue versioni successive, inferissero un colpo decisivo al contratto nazionale;
2) che fosse introdotta l’esigibilità degli accordi;
3) che non si facesse menzione dell’indice Ipca, l’unica fra le motivazioni per cui la Cgil aveva rifiutato la firma dell’accordo di gennaio 2009 che interessasse i lavoratori, in quanto con esso «il livello nazionale del salario non avrebbe recuperato mai l’inflazione reale», e che ora, sotto silenzio, accettava.
Ciò a conferma del fatto che la ragione per cui la Cgil non aveva firmato l’accordo quadro del 2009 non era la difesa del contratto nazionale e del salario, ma la possibilità di stare ai tavoli di trattativa con Cisl e Uil, garantita dall’introduzione della misurazione certificata dallo Stato della rappresentanza.
L’accordo del 28 giugno sulla rappresentanza fu anche un primo tentativo di ricucire le relazioni dentro il sindacalismo di regime – fra la Fiom e gli altri sindacati – e fra questo e il principale gruppo industriale in Italia, la Fiat.
Da un lato le deroghe al contratto nazionale e l’esigibilità furono una mano tesa alla Fiat che per applicare gli accordi di Pomigliano e Mirafiori, i quali andavano in deroga al contratto nazionale e introducevano l’esigibilità, aveva costituito due nuove società – le New. Co. – che non avevano aderito a Confindustria e minacciava di farne uscire l’intero gruppo.
Dall’altro, con l’introduzione della misurazione della rappresentanza si offriva alla Fiom la possibilità di tornare ai tavoli di trattativa con Federmeccanica e con Fiat, in quanto primo sindacato nella categoria. Infatti, dopo una iniziale opposizione di facciata, la Fiom accettò l’accordo e poi passò a difenderlo.
La Fiom getta la maschera ma la sua sinistra difende “l’unità del sindacato”
Il Comitato Direttivo Cgil del 5 luglio 2011 stabilì una consultazione degli iscritti delle varie federazioni di categoria in merito all’accordo interconfederale del 28 giugno. Il 21 settembre 2011 la Cgil – senza nemmeno attendere l’esito della consultazione referendaria degli iscritti della Fiom – lo ratificò.
Il giorno dopo la Fiom riunì a Cervia l’Assemblea Nazionale dei delegati. La ratifica dell’accordo venne accettata e bocciata la proposta della sinistra di rifiutarsi di applicarlo, che si appoggiava sul mancato rispetto formale della consultazione democratica. Quella degli iscritti Fiom fu completata il 25 ottobre, vide la vittoria dei contrari all’accordo con il 77% dei voti ma non ebbe quindi alcun effetto pratico.
All’assemblea di Cervia del 22 settembre 2011 fu affrontata un’altra questione cruciale: la definizione della nuova piattaforma contrattuale, in vista della scadenza a fine anno del contratto unitario del 2008. Nonostante la disdetta da parte di Fim e Uilm nel giugno 2009 del contratto nazionale, la firma a ottobre 2009 del contratto separato con Federmeccanica e gli accordi separati di Pomigliano e Mirafiori, la chiave di volta della piattaforma fu ancora una volta la ricerca dell’unità con questi sindacati ancora più apertamente antioperai. Ciò non poteva avvenire che offrendo nella piattaforma un parziale cedimento alle loro posizioni. La strada della lotta contro Federmeccanica separatamente dagli altri sindacati, minoritari, venne liquidata da Landini come «follia: noi non firmeremo mai un contratto senza Fim e Uilm».
Dal canto suo, la corrente più a sinistra nella Cgil, formalmente ancora sciolta all’interno della generale ed eterogenea area “La Cgil che vogliamo”, nonostante la mancata organizzazione di un reale movimento di sciopero nei sei mesi intercorsi dall’accordo di Pomigliano a quello di Mirafiori, nonostante l’accettazione dell’Accordo sulla Rappresentanza del 28 giugno, che dava un colpo decisivo al contratto nazionale e introduceva l’esigibilità degli accordi, in nome della unità della Fiom votò a favore della piattaforma che fu approvata con 506 voti favorevoli, 1 voto contrario, 7 astenuti.
In nome dell’unità sindacale, cosa diversa e spesso opposta all’unità d’azione di lotta dei lavoratori, la sinistra Fiom restava unita alla sua maggioranza, la Fiom alla maggioranza Cgil, questa a Fim e Uilm.
La Fiat – nonostante l’accordo del 28 giugno che apriva alle deroghe al contratto nazionale e introduceva l’esigibilità – tirò dritto per la sua strada e uscì da Confindustria, e il 13 dicembre estese gli accordi di Pomigliano e Mirafiori a tutte le fabbriche italiane del gruppo con un Contratto collettivo specifico di primo livello (Ccs1L), senza la Fiom, valido dal 1° gennaio al 31 dicembre 2012.
Ugualmente dritto tirarono Fim e Uilm che, ignorando l’offerta della Fiom con la piattaforma approvata a settembre a Cervia, il 22 dicembre firmarono con Federmeccanica un protocollo d’intesa sulla disciplina specifica per il comparto auto, cioè per le fabbriche dell’indotto.
Lo stesso giorno il parlamento approvò la peggior controriforma delle pensioni nella storia d’Italia, e secondo alcuni d’Europa, quella del governo Monti. La Fiom fece finta di contrapporvisi con 8 ore di sciopero. Quanto bastò a distinguersi dalla Cgil che ne proclamò, per le restanti categorie del settore privato, solo tre!
Il Comitato centrale Fiom del gennaio 2012, in riferimento all’estensione a tutte le fabbriche italiane del gruppo Fiat dell’accordo di Pomigliano, con il Ccs1L, recitò: «Tale intesa, firmata anche da Fim-Cisl e Uilm-Uil, si pone al di fuori e in contrasto con l’accordo unitario del 28 giugno 2011». In sei mesi la Fiom quindi era passata dal rigetto di quell’Accordo, al rifiuto di non applicarlo – proposto dalla sua sinistra – una volta ratificato dalla Cgil, alla sua difesa ed utilizzo quale preteso strumento di difesa dei lavoratori.
Nuovo episodio di “la FIOM sulle barricate”
Dopo aver sfondato sul fronte delle pensioni, senza incontrare resistenza alcuna, il governo Monti passò a lavorare a una riforma del lavoro che ebbe quali principali contenuti la modifica peggiorativa degli ammortizzatori sociali, con l’abolizione di diverse forme di integrazione salariale e l’introduzione al loro posto di una Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASpI), e una prima importante modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Dopo aver favorito la sconfitta alla Fiat, aver accettato l’accordo del 28 giugno e non aver fatto nulla contro la riforma delle pensioni la Fiom tornò a rinfocolare l’illusione sul suo presunto ruolo di “sindacato di lotta” in opposizione al padronato e alla sua stessa Confederazione.
Il 9 marzo dispiegò otto ore di sciopero generale dei metalmeccanici, a sostegno della piattaforma approvata a settembre e in opposizione a qualsiasi modifica all’articolo 18, mentre la Cgil trattava col governo sulla riforma del lavoro. Altre due ore di sciopero furono indette il 19 marzo. Si trattò di un modo per fare pressione sulla sua Confederazione seduta al tavolo, anticipandone le decisioni, non di indisciplina esecutiva, come avrebbe invece implicato accettare la proposta della sinistra Fiom di settembre a Cervia in merito all’accordo del 28 giugno 2011.
Il 21 marzo il Direttivo Nazionale Cgil proclamò 16 ore di sciopero, 8 da svolgere divise per territorio ed azienda e altre 8 con uno sciopero generale di tutte le categoria, a data da definirsi. In questo modo ogni possibile rinfocolarsi del contrasto fra Fiom e Cgil fu spento sul nascere. Il 4 aprile fu depositato in parlamento il disegno di legge con una piccola modifica che bastò alla Cgil per temporeggiare sulla proclamazione dello sciopero generale, per poi ritirarlo al Direttivo Nazionale del 19 giugno.
Fu in questo lasso di tempo, dal Direttivo Nazionale Cgil del 21 marzo a quello del 19 giugno – tre mesi – che la Fiom dimostrò nuovamente l’insussistenza delle sue proclamate velleità di lotta e della sua presunta contrapposizione alla Confederazione.
Una nuova assemblea nazionale dei delegati Fiom – il 10 e l’11 maggio – affermò la necessità che la Cgil desse seguito a quanto deciso il 21 marzo, ma si rifiutò di anticipare nuovamente la Confederazione, come aveva fatto il 9 marzo, proclamando lo sciopero generale dei metalmeccanici. A maggior ragione si guardò dal compiere quello che sarebbe stato un vero atto coraggioso e di contrapposizione, ossia unirsi allo sciopero generale proclamato il 22 giugno dal sindacalismo di base, che tornava dopo del tempo ad agire unito (con la sola esclusione della Confederazione Cobas).
Per non lasciare adito a dubbio, dopo la proclamazione il 4 giugno dello sciopero da parte dei sindacati di base, la Fiom organizzò tre giornate di manifestazioni e scioperi, di poche ore e divisi per azienda, il 13, 14 e 15 giugno, per indebolire la mobilitazione del 22, e quello stesso giorno Landini presenziò come ospite a Bergamo all’assemblea nazionale di Confindustria!
La sinistra Cgil diede allora sostegno allo sciopero dei sindacati di base contestando Landini al suo ingresso all’assemblea degli industriali con un piccolo corteo composto da militanti sindacali, operai della Same di Treviglio (Bergamo), della Piaggio di Pontedera e di altre aziende.
Il 27 giugno la riforma fu approvata. La rottura fra la maggioranza Fiom e la sinistra era consumata.
E nuova manovra di rientro
Il 23 luglio Fim, Uilm e Federmeccanica iniziarono la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale separato in scadenza a fine 2012, escludendo la Fiom. Questa proclamò 4 ore di sciopero per quello stesso giorno. Ma, al Comitato Centrale del 5-6 settembre, votò per l’abbandono della piattaforma approvata dall’Assemblea Nazionale dei delegati di Cervia a settembre 2011 e per una nuova proposta a Fim, Uilm e Federmeccanica ancor più cedevole, come logica vuole, verso le loro posizioni.
In quel Comitato Centrale si ribaltarono anche le alleanze interne: la maggioranza centrista di Landini si alleò con la minoranza di destra, allineata con la maggioranza Cgil, in opposizione alla minoranza di sinistra, il cui unico esponente nella segreteria nazionale, Sergio Bellavita, fu buttato fuori attraverso un escamotage organizzativo. La contestazione di Bergamo e l’adesione allo sciopero generale del sindacalismo di base erano ripagate.
La nuova proposta della Fiom fu di nuovo rigettata da Fim, Uilm e Federmeccanica che il 5 dicembre 2012 annunciarono la firma del nuovo contratto separato 2012-2015 mentre Landini parlava a Milano dal palco della manifestazione per lo sciopero generale, a mettere in chiara luce l’inconsistenza dell’azione di lotta della Fiom.
Nel frattempo le deroghe al contratto nazionale previste dall’accordo del 28 giugno 2011 furono accolte nei rinnovi contrattuali, unitari, dei lavoratori delle cooperative di distribuzione (febbraio 2012), dei chimici (settembre 2012), degli alimentaristi (ottobre 2012), del settore energia e petrolio (gennaio 2013), delle telecomunicazioni e degli elettrici (febbraio 2013).
Il 1° febbraio la Fiom siglò con Fim e Uilm un accordo per il cantiere navale di Castellammare di Stabia della Fincantieri nel quale furono inserite deroghe persino al contratto nazionale separato metalmeccanico appena firmato, e il 5 aprile un altro accordo analogo fu sottoscritto per il cantiere di Sestri Ponente (Genova).
Il 12 aprile Landini avanzò a Fim e Uilm una “proposta d’intesa” offrendo il ristabilimento del patto di solidarietà – quello per spartirsi il terzo dei seggi Rsu riservato ai sindacati firmatari del Ccnl – che era stato rotto nell’ottobre 2009 all’indomani della firma del primo contratto separato.
Ma la proposta perdette di valore perché il 30 aprile gli Esecutivi Nazionali di Cgil, Cisl e Uil – riuniti congiuntamente a Roma – approvavano una nuova intesa sulla rappresentanza che introduceva l’esigibilità degli accordi votati a maggioranza e il diritto a far parte delle Rsu solo a quei sindacati che la accettavano.
Si trattava di uno degli elementi centrali di quello che sarebbe stato il Testo Unico sulla Rappresentanza del gennaio 2014. Un attacco al sindacalismo di base, posto di fronte alla scelta se difendere la propria libertà di sciopero o le prerogative sindacali. Tutti i componenti dei direttivi votarono a favore, compreso il segretario generale della Fiom, con la sola esclusione del capo storico della sinistra Cgil, Cremaschi, al quale fu persino impedito di parlare e che, a seguito delle sue proteste, fu sbattuto fuori dalla sala.
Con una prassi collaudata del sindacalismo di regime, l’ulteriore passo contro il sindacalismo di classe fu coperto con una finta mobilitazione, in questo caso con una manifestazione, tenutasi a Roma sabato 18 maggio, che significativamente portò in piazza un numero di lavoratori sensibilmente inferiore a quello del 16 ottobre 2010.
Il 31 maggio, questa volta col pieno sostegno della Fiom, sindacati confederali e Confindustria firmarono il “Protocollo d’intesa sulla rappresentanza” che accoglieva l’esigibilità, per ora, solo per i contratti nazionali di categoria.
A giugno veniva ufficializzato lo scioglimento della minoranza congressuale “La Cgil che vogliamo”, di fatto giunta al suo epilogo già un anno prima.
Il settembre successivo, l’Assemblea Nazionale dei delegati Fiom si svolse alla presenza, dopo quattro anni, del segretario generale della Cgil, a sancire l’allineamento della maggioranza Fiom con quella Cgil, in vista del XVII Congresso dell’anno successivo, e quindi il ribaltamento dell’alleanza al XVI congresso del 2010 e l’isolamento della corrente più a sinistra. L’Assemblea affermò essere «ineludibile e non più rinviabile l’applicazione dell’Accordo interconfederale del 31 maggio 2013».
Ancora sconfitta a Pomigliano
L’8 marzo 2013 Fim, Uilm e Fismic avevano siglato il rinnovo del Contratto Collettivo Specifico di Lavoro (Ccsl) per i lavoratori FIAT, scaduto a fine 2012, nuovamente di validità annuale.
Come abbiamo scritto, il 2013 sarebbe stato l’anno peggiore per i livelli produttivi degli stabilimenti italiani, con 388 mila automobili, all’incirca la quantità che veniva prodotta nella seconda metà degli anni ‘50.
Nello stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco la produzione, dopo il rinnovo degli impianti, era ripartita dal dicembre 2011. Dei suoi 4.500 operai un anno e mezzo dopo ne erano impiegati in modo continuativo circa 1.800. La maggioranza restava in cassa integrazione, applicata dall’azienda arbitrariamente per dividere i lavoratori, lasciando a casa certi operai e chiamandone al lavoro altri.
In questa situazione, da fine maggio la FIAT iniziò a ricorrere allo straordinario obbligatorio il sabato, per fronteggiare una lieve salita produttiva. La Fiom e lo Slai Cobas correttamente reagirono proclamando lo sciopero dello straordinario per sabato 15 giugno, rivendicando al suo posto il richiamo degli operai fuori produzione e una equa rotazione della cassa integrazione. Il giorno dello sciopero un ingente schieramento poliziesco intervenne a spezzare i picchetti.
Per il sabato successivo fu rilanciato lo sciopero. Questa volta però intervenne la Fiom nazionale che in pompa magna annunciò la sua partecipazione: fu organizzata nella notte del venerdì una sorta di festa, alla presenza di Landini, con delegati da varie parti d’Italia e anche qualche parlamentare. Ma questa volta il picchetto non provò nemmeno a opporre resistenza al nuovo intervento poliziesco: appena le forze dell’ordine si fecero avanti Landini ne ordinò lo scioglimento. L’intervento dei dirigenti della Cgil – come insegna mezzo secolo di battaglie operaie in Italia – non era volto a rafforzare la lotta ma a fare pompieraggio.
Lo Slai Cobas, dal suo canto, palesò il suo profondo declino, colpito dal trasferimento al polo logistico di Nola dei suoi iscritti e militanti, dalla cassa integrazione e, a livello nazionale, dalla scissione che nel 2010 portò alla nascita del SI Cobas.
Il sabato successivo Marchionne si recò nella fabbrica per festeggiare la nuova sconfitta operaia.
Altro passo verso il “rientro”
Pochi giorni dopo, il 3 luglio, la Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità dell’esclusione della Fiom dal diritto a costituire le Rappresentanze Sindacali Aziendali (RSA) in FIAT e quindi a godere delle relative prerogative sindacali, come stabilito dall’articolo 19 della legge 300, lo Statuto dei Lavoratori, che l’azienda aveva disposto dopo il rifiuto della Fiom a firmare gli accordi di Pomigliano e Mirafiori e il nuovo Ccs1L, e la Fiom questa aveva contestato con una sessantina di ricorsi legali nei vari stabilimenti d’Italia.
Era una fondamentale vittoria legale per la Fiom che consentiva il suo rientro nel circolo delle organizzazioni tutelate dai cosiddetti “diritti sindacali in azienda” e della quale essa avrebbe potuto giovarsi per improntare la sua azione a obiettivi che effettivamente riguardassero la condizione degli operai e non solo l’agibilità del sindacato. A conferma del fatto che, invece, questo rientro era un obiettivo in sé, a cospetto del quale tutti gli altri erano sacrificabili, la sentenza segnò il passo verso un ulteriore abbandono di ogni velleità di lotta, sempre rimasta nel campo delle vaghe affermazioni.
Il 18 ottobre la FIAT riconobbe la RSA Fiom nello stabilimento di Mirafiori. Il segretario torinese della Fiom – Federico Bellono, succeduto ad Airaudo – commentò: «La Fiat avrebbe potuto aspettare che i giudici dei singoli tribunali assumessero la sentenza della Consulta per dar corso al riconoscimento delle RSA (…) Invece a settembre Marchionne ha fatto una dichiarazione di riconoscimento (…) e ha interrotto la guerriglia giudiziaria». Insomma, il riconoscimento di una condotta volta alla cessazione delle ostilità e al ritorno alla collaborazione. L’11 dicembre Fiom e FIAT siglarono una riconciliazione che pose fine al contenzioso giudiziario.
Il Testo Unico sulla Rappresentanza
Il 10 gennaio 2014 Cgil, Cisl, Uil e Confindustria siglavano il Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR) col quale si intendeva dare definitiva sistemazione ed applicazione ai due precedenti accordi interconfederali del 28 giugno 2011 e del 31 maggio 2013.
Il TUR estendeva l’esigibilità degli accordi da quelli nazionali di categoria – come stabilito dal Protocollo d’Intesa del 31 maggio 2013 – a quelli aziendali, approvati a maggioranza della RSU, e, per assicurarne il rispetto, introduceva un sistema di sanzioni economiche e disciplinari per chi eventualmente non li avesse rispettati. La minoranza di delegati eventualmente contraria a un accordo approvato a maggioranza non avrebbe potuto, secondo il TUR, né proclamare scioperi né svolgere propaganda contro di esso, pena la perdita delle prerogative sindacali.
I sindacati che non accettavano questa limitazione della libertà di sciopero, non potevano aderire al TUR, e perciò perdevano sia il diritto a veder misurata la loro “rappresentatività”, e quindi ad avere la possibilità di essere considerati “rappresentativi”, sia a far parte delle RSU, e quindi ad avere garantito l’accesso alle prerogative sindacali. Rimaneva, per i sindacati che non avessero aderito all’accordo, al fine del godimento delle prerogative sindacali, l’ardua via del riconoscimento della RSA.
La firma del TUR cadde all’inizio dei lavori per il XVII Congresso della Cgil.
Per le differenze del TUR rispetto al Protocollo del 31 maggio 2013 – l’esigibilità estesa ai contratti aziendali e le sanzioni – la Fiom assunse posizione avversa ad esso, analogamente a quanto aveva fatto all’inizio con l’Accordo del 28 giugno 2011, ma con toni più duri: sospese i lavori congressuali; annunciò una consultazione fra gli iscritti con regole diverse da quelle proposte dalla segreteria della Cgil, affermando – al Comitato centrale del 22 febbraio – che solo nel caso in cui fossero state applicate da tutta la Confederazione avrebbe considerato vincolante l’esito della consultazione; denunciò – per bocca di Landini – come “antidemocratiche” e “inaccettabili” le regole per la consultazione degli iscritti stabilite dal Direttivo Cgil del 26 febbraio.
Il 14 febbraio, la Cgil Lombardia giunse a convocare un attivo a Milano senza invitare i dirigenti e i delegati della Fiom. Cremaschi, che vi si recò ugualmente e cercò d’intervenire, fu cacciato fuori dalla sala a spintoni dal servizio d’ordine. Due episodi, l’esclusione della Fiom e la cacciata di un suo storico dirigente da un attivo regionale, che per la loro gravità avrebbero dovuto incoraggiare a proseguire in modo conseguente il confronto della Fiom verso la maggioranza Cgil.
Invece, già il Comitato Centrale del 3 marzo – svoltosi alla presenza della Camusso – si limitò a definire le regole della sua consultazione interna senza nulla affermare in merito al valore di quella della Confederazione.
Per quanto riguarda il Congresso, i lavori erano stati ripresi pochi giorni dopo la loro sospensione, evidentemente farsesca, e la segreteria Fiom confermò il suo appoggiò al documento della maggioranza Cgil.
Infine, come già era avvenuto per la consultazione sull’Accordo del 28 giugno 2011, la vittoria dei contrari al TUR (85%) nella consultazione interna alla Fiom non ebbe alcuna conseguenza pratica: Landini si sottomise, a dispetto delle precedenti affermazioni, all’esito plebiscitario della consultazione nelle altre federazioni, col 97% dei favorevoli.
Il XVII Congresso Cgil
Al congresso, quindi, la parte maggiore della disciolta area “La Cgil che vogliamo” – cioè la maggioranza Fiom col segretario generale Landini e l’ex segretario Rinaldini – aderì al documento di maggioranza della segreteria confederale, limitandosi a sostenere undici emendamenti. L’area programmatica “Lavoro e Società” sostenne il documento di maggioranza senza alcun emendamento, come ai precedenti due congressi. Solo la Rete 28 Aprile presentò un documento contrapposto intitolato “Il sindacato è un’altra cosa”. Il documento di maggioranza guadagnò nei congressi territoriali e di categoria il 96,7% di consensi. Quella de “Il sindacato è un’altra cosa” nella minoranza di assemblee di base dove fu presentato si attestò quasi al 20% ma nel complesso non andò oltre un risicato 2,4%.
Al Congresso Nazionale – svoltosi dal 6 all’8 maggio a Rimini – Landini, Nicolosi e Moccia si risolsero all’ultimo a presentare un documento alternativo nel quale fra l’altro si denunciava il carattere fasullo del processo congressuale, con una partecipazione degli iscritti alle assemblee di base del 17% e una platea alla quale erano stati presentati e spiegati gli emendamenti e il documento di minoranza ancora minore.
L’elezione dei 151 membri del nuovo Comitato Direttivo nazionale vide il documento della maggioranza scendere all’80,5% delle preferenze, il documento degli ex emendatori guadagnare 16,7% e 25 componenti, il documento della minoranza di sinistra attestarsi al 2,8% con 4 delegati.
A giugno fu eletta la nuova segreteria nazionale confederale, sette elementi più il segretario generale. La rottura al congresso da parte di quella area di sinistra che si era inizialmente limitata a presentare gli emendamenti al documento di maggioranza fu sancita con l’esclusione del suo rappresentante (Nicolosi).
Per questa ragione, a luglio questo schieramento costituì una nuova area, da statuto definita “minoranza congressuale”, denominata “Democrazia e lavoro”, patrocinata da Rinaldini, Nicolosi – già dirigente di “Lavoro e società” – e da altri elementi considerati ancora più a destra.
Il Jobs Act
A fine del febbraio 2014 entrava in carica il Governo Renzi, che riprese risoluto a spron battuto l’offensiva contro la classe lavoratrice.
Il 20 marzo il governo emanò il decreto legge Poletti – dal nome del nuovo ministro del lavoro, già presidente della Lega Coop – che sarebbe stato convertito in legge il 16 maggio. Il decreto era una prima parte della nuova riforma del lavoro, dopo quella cosiddetta Fornero del governo Monti, cui era stato dato il noto titolo di Jobs Act.
Questo primo attacco del governo Renzi stabilì:
– l’elevazione da 12 a 36 mesi della durata del rapporto di lavoro a tempo determinato per il quale non è richiesto il requisito della causalità;
– la possibilità di prorogare fino ad un massimo di 8 volte il contratto a tempo determinato entro il limite dei tre anni;
– il limite massimo, per i contratti a tempo determinato, del 20% dell’organico complessivo del datore di lavoro, lasciando però alla contrattazione collettiva aziendale la possibilità di ampliare tale quota;
– il peggioramento delle condizioni di assunzione col contratto di apprendistato.
La parte più consistente del Jobs Act fu presentata sotto la forma di legge delega, un provvedimento legislativo che definisce i limiti entro i quali il governo successivamente legifera attraverso dei decreti legislativi – anche detti attuativi – che non richiedono l’approvazione parlamentare. Uno strumento per dar mano più libera al governo.
L’8 ottobre vi fu l’approvazione del Senato. La Cgil organizzò uno sciopero generale il 12 dicembre, 64 giorni dopo quella prima approvazione della legge e nove giorni dopo la sua approvazione definitiva, il 3 dicembre!
La Fiom, come già aveva fatto per la riforma delle pensioni del governo Monti, finse di distinguersi con uno sciopero generale di otto ore, il 14 novembre, ovviamente insufficiente a fermare il governo.
La legge delega avrebbe trovato applicazione attraverso otto decreti legislativi, tutti emanati nel corso del 2015, i cui contenuti principali, per sommi capi, sono stati:
– maggiore libertà di licenziamento per le imprese, grazie all’introduzione del contratto “a tutele crescenti” che abolisce l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti nei primi tre anni di impiego;
– libertà per le imprese di demansionare i lavoratori;
– maggiore libertà per le imprese nel controllo a distanza (video, telefono e computer) dei lavoratori;
– sostituzione dell’ASpI (che aveva sostituita l’indennità di disoccupazione con la riforma Fornero) con la NASpI.
Il grande sciopero a Terni
Nel corso dell’approvazione della nuova riforma del lavoro – da l’8 ottobre al 3 dicembre – si svolse la magnifica lotta operaia alle acciaierie di Terni: il più lungo sciopero in Italia in una grande fabbrica da quello alla FIAT di Mirafiori del 1980. E come quello durato ben 35 giorni, tradito da Fiom, Fim e Uilm e risoltosi in una dura sconfitta. Ne abbiamo riferito con dettaglio nel n. 369 di questo giornale.
Un sindacato di classe avrebbe portato a questa importante lotta la solidarietà di tutta la categoria dei siderurgici, dei metalmeccanici e di tutta la classe operaia, inserendola nel movimento generale contro la nuova riforma del lavoro e traendone esempio e alimento. La Cgil e la Fiom invece la isolarono, ne parlarono il meno possibile fra i lavoratori e non chiamarono allo sciopero nazionale in solidarietà nemmeno la categoria dei siderurgici.
Un anticipo della grande battaglia si era avuto nell’estate, quando il pomeriggio del 31 luglio una palazzina all’interno dello stabilimento, dove si stava svolgendo una riunione del consiglio d’amministrazione del gruppo per decidere sui licenziamenti, fu circondata da centinaia di operai in sciopero e solo alle cinque del mattino l’intervento della polizia – per la prima volta nella storia recente inviata all’interno della fabbrica – permise all’amministratore delegato di fuggire precipitosamente in auto, inseguita di corsa dai lavoratori.
Il 17 ottobre, nel corso del corteo a Terni per lo sciopero generale provinciale a sostegno della lotta, toccò alla Camusso, coperta di fischi durante il suo comizio, abbandonare la piazza in fretta e furia protetta dai suoi guardaspalle.
Lo sciopero a oltranza iniziò il 22 ottobre. Il 6 novembre, per un primo tentativo di smorzare lo sciopero, Landini fu contestato dagli operai sotto il MiSE, a Roma.
Il 20 novembre l’ennesima assemblea fuori dai cancelli della fabbrica, ancora alla presenza di centinaia di operai, rigettò la proposta dell’Ugl di “rimodulare lo sciopero”. Ma dietro il sindacato “più a destra”, mandato allo scoperto, si nascondeva la volontà di tutti i sindacati di regime.
Domenica 23 novembre la RSU riunita calpestò la decisione dell’assemblea di tre giorni prima e decise la “rimodulazione” dello sciopero, cioè la sua fine e la sconfitta.
Pompieri a Melfi
Il 12 gennaio 2015 Marchionne annunciò da Detroit l’assunzione di mille lavoratori alla Fiat Sata di Melfi. Intervistato da Repubblica il 14 gennaio, Landini dichiarò: «È un’ottima notizia. Diciamo bravissimo a Marchionne. È la dimostrazione che con gli investimenti e i nuovi prodotti arriva l’occupazione». La logica era la stessa che fece salutare positivamente a Rinaldini il piano industriale “Fabbrica Italia”, poche settimane prima che esso rivelasse il suo significato per gli operai: l’accordo di Pomigliano.
Questo accade mentre alla Fiat di Melfi i delegati Fiom avevano iniziato a promuovere scioperi contro i sabati e le domeniche di straordinario. L’adesione, pur minoritaria, era stata robusta: fra i 300 e i 400 scioperanti sui circa 2.000 operai chiamati al lavoro.
Un analogo sciopero contro lo straordinario fu proclamato a Pomigliano, per sabato 14 febbraio. Qui la Fiom scontava – oltre a tutta la sua storia passata – il peso della messa in scena di un anno e mezzo prima (giugno 2013) – qui sopra raccontata – quando la dirigenza nazionale presente al picchetto ne ordinò immediatamente lo scioglimento non appena le forze dell’ordine si schierarono davanti. Uno sciopero da essa organizzato non aveva alcuna credibilità d’essere condotto sul serio. E come se ciò non bastasse, esso non fu in alcun modo preparato: senza propaganda, né assemblee, né volantinaggi; solo appendendo un volantino nella bacheca. Il suo fallimento – ad arte amplificato dalla stampa borghese – fu colto a pretesto dalla dirigenza nazionale Fiom, decisa ad andare a fondo col disfattismo delle forze del sindacalismo di classe.
Il 20 febbraio, in una riunione fra direzione nazionale, direzione regionale della Basilicata ed RSA dello stabilimento di Melfi, fu decisa la sospensione dello sciopero in quella fabbrica. Il 25 febbraio, a Napoli, Landini confermò il ritiro delle mobilitazioni in FIAT, invocò la necessità di ricorrere a forme di lotta alternative allo sciopero e lanciò la sua “coalizione sociale”, un ennesimo diversivo della sinistra borghese contro la lotta operaia.
L’aspetto più importante della ritiro della mobilitazione da parte della Fiom fu che esso avvenne nel mezzo di una cruciale trattativa sul passaggio da 18 a 20 turni a Melfi. In tal modo questa fabbrica sarebbe divenuta il primo impianto automobilistico a ciclo continuo d’Europa, sottoponendo gli operai a condizioni ancora peggiori di quelle in vigore dal 1993 – coi 18 turni e la cosiddetta “doppia battuta” – contro cui avevano lottato con lo sciopero dei 21 giorni del 2004, ottenendo i 15 turni.
L’accordo fu siglato il 26 febbraio da Fim, Uilm, Fismic e Ugl. Nelle assemblee, i giorni successivi, vi furono contestazioni di un certo peso ma la Fiom non solo non organizzò alcuna azione di lotta ma ritirò, come visto, quella già in campo.
Una minoranza di delegati – cinque su sedici – disubbidì alla decisione presa nella riunione del 20 febbraio e proseguì a proclamare le fermate contro gli straordinari il sabato e la domenica. Il 9 marzo la corrente di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa” lanciò una manifestazione nazionale davanti ai cancelli della Sata di Melfi per sabato 14 marzo a sostegno di un nuovo sciopero contro lo straordinario, appellandosi alla partecipazione del sindacalismo di base. Intervenne allora direttamente il segretario nazionale che due giorni dopo – l’11 marzo – presenziò all’attivo dei delegati della Fiom provinciale di Potenza, allargato ai direttivi della Fiat Sata, nel quale ribadì la fermata degli scioperi e ammonì al rispetto della disciplina da parte dei delegati. Quindi, per confondere gli operai sul suo ruolo di pompiere, Landini si recò a volantinare davanti ai cancelli della fabbrica.
Alla manifestazione di sabato 14 parteciparono diversi sindacati di base (SI Cobas, Usb, Cub, SLAI Cobas), delegati e iscritti della Fiom di Sevel e di Termoli e della minoranza congressuale “Il sindacato è un’altra cosa” nella varie federazioni di categoria. Di quest’area, non partecipò la sua minoranza rappresentata da uno dei suoi quattro rappresentanti nel Direttivo confederale Cgil, a testimonianza delle divisioni interne che si sarebbero manifestate in modo ancora più aperto in seguito.
La Cgil dopo il Jobs Act
Dopo lo sciopero generale del 12 dicembre contro il Jobs Act già approvato da nove giorni, la Cgil riunì il suo Direttivo nazionale confederale il 17 dello stesso mese. Nella sua relazione la segretaria generale ebbe la faccia tosta di affermare che lo sciopero, insieme alla manifestazione nazionale del 25 ottobre a Roma, erano stati «solo l’inizio di una stagione di mobilitazione», che quindi toccava al suo sindacato «la responsabilità di decidere oggi come continuare» e che per questo serviva «fantasia per andare avanti»! Un esempio di questa fantasia fu la proposta del cosiddetto “sciopero al contrario”, cioè andare a lavorare… gratis! Non smentendosi anche Landini votò a favore del documento finale del Direttivo e rilanciò al Comitato centrale Fiom di due giorni dopo questa nuova “forma di lotta”. Queste chiacchiere fantasiose servivano solo a evitare la chiarezza nei propositi, nell’indirizzo d’azione, a camuffare l’insabbiamento di una mobilitazione mai realmente iniziata.
Fu il Direttivo Nazionale successivo, il 18 febbraio, a definire, nel suo documento conclusivo – anche questo votato dal segretario generale della Fiom – come la Cgil sarebbe dovuta “andare avanti”:
1) La difesa del contratto nazionale era indicata come il «primo obiettivo della nostra organizzazione»; da quanto fin qui abbiamo scritto ben si capisce come questa asserzione sia una sfacciata presa in giro dei lavoratori; infatti il documento dichiara che questo obiettivo doveva essere perseguito tenendo a riferimento la «struttura contrattuale… definita nel Testo Unico sulla Rappresentanza», firmato un anno prima, cioè quell’accordo che sanciva lo svuotamento del contratto nazionale aprendo ampiamente le maglie alle deroghe;
2) Nella contrattazione nazionale di categoria andava respinta qualsiasi ipotesi di «restituzione del salario» – bontà loro! – e andava considerata impraticabile, al momento, «la ridefinizione di un modello contrattuale»;
3) Il contrasto al Jobs Act doveva passare dal piano della mobilitazione a quello della contrattazione, di cui doveva persino divenire «baricentro fondamentale», e a quello della proposta, con l’elaborazione di un progetto di nuovo “Statuto delle Lavoratrici e dei Lavoratori”, da tradursi poi in una proposta di legge;
4) Infine, il Direttivo prospettava l’eventuale ricorso allo strumento del referendum abrogativo per parti del Jobs Act.
Vedremo come tutti e questi punti resteranno disattesi, tranne l’ultimo, quello più labile e privo di concretezza.
Il contrasto del Jobs Act a livello contrattuale era il diversivo col quale la Cgil cercava di dissimulare l’abbandono anche della pur farsesca lotta contro di esso. Uno stratagemma spesso usato in passato – anche dalla Fiom in occasione del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici – col quale, passata la sconfitta generale della classe, si prometteva una guerriglia categoria per categoria e fabbrica per fabbrica. Una proverbiale fregatura giacché la forza dei lavoratori è in funzione della loro unità d’azione: non una unità astratta ma nella lotta, nello sciopero. Lotta che invece, condotta divisa per azienda e per categoria, non può che svolgersi in condizioni più sfavorevoli di quella in cui è mobilitata unitariamente tutta la classe operaia.
Inoltre, come sarà confermato nel giro di due mesi, l’atteggiamento delle Federazioni di categoria e dei gruppi di fabbrica della Cgil è in linea generale ancor più cedevole di quella dello Confederazione stessa che, non certo per virtù ma per la sua posizione di primo piano, deve muovere con maggiore cautela ogni passo verso il sempre più esplicito collaborazionismo di classe.
Insomma, era stata una farsa la mobilitazione della Cgil prima dell’approvazione del Jobs Act, ancora più farsa si sarebbe rivelata dopo.
Trappole democratiche
Il ricorso al metodo del referendum popolare e a quello legislativo è fumo negli occhi. Ciò che la Cgil non ha voluto difendere sul piano della lotta di classe, non lo conquisterà certo con questi mezzi, pieni di inghippi e trappole, in cui la forza operaia è sostituita dalla conta delle opinioni dei cittadini, dei membri di tutte le classi, o dai voti dei parlamentari. Quando sono chiamati a votare su questioni che riguardano i lavoratori i membri di tutte le classi e strati sociali, che campano tanto meglio quanto più è sfruttata la classe operaia, la vittoria padronale è garantita. Esempio tipico è quello del referendum del 1984 sulla scala mobile, che segnò l’inizio della sua abolizione, completata con l’accordo fra Cgil, Cisl e Uil nel 1992. Per la borghesia la vittoria più importante è l’aver allontanato i lavoratori, col ricorso a questi mezzi offerti dalla democrazia, dalla loro insostituibile arma difensiva, lo sciopero.
Una eventuale proposta di legge popolare deve naturalmente essere approvata e non si capisce come lo stesso parlamento che – al di sopra dei governi e delle legislature – esegue gli ordini della borghesia nazionale e internazionale producendo le più nefaste leggi antioperaie, dovrebbe licenziare una proposta di legge se non dopo averla cambiata rendendola favorevole agli interessi padronali. Lo stesso per i referendum abrogativi: cancellano gli articoli di una legge, ma il vuoto che lasciano deve poi essere riempito dall’opera legislativa dei governi e dei parlamenti borghesi.
Quindi, quand’anche si raccolga il numero sufficiente di firme, impiegando a questo scopo energie che dovrebbero essere utilizzate per organizzare la lotta di classe; quand’anche la borghese corte costituzionale e borghese la cassazione approvino i quesiti referendari; quand’anche si raggiunga il cosiddetto quorum; quand’anche infine si riesca a vincere l’influenza che i potentissimi mezzi d’informazione borghesi hanno sulla rimbecillitissima opinione pubblica, orientandola a votare contro l’interesse della classe dominante, nemmeno nel caso in cui si verifichi questa remota ipotesi è possibile il raggiungimento dell’obiettivo favorevole alla classe lavoratrice.
Nella palude di queste logoranti procedure si vorrebbe affondare la lotta di classe, lo sciopero, tanto più forte quanto più esteso e duraturo, il solo metodo col quale i lavoratori possono davvero difendere le proprie condizioni di vita.
Il referendum è già uno strumento dannoso alla lotta di classe quando riguarda solo i lavoratori, di una singola azienda o categoria: il voto di un operaio che sacrifica il suo tempo e le sue energie per l’organizzazione sindacale, rischiando la rappresaglia padronale, e che ha esperienza di lotte precedenti, vale quanto quello di un lavoratore inesperto, timoroso, individualista, o anche crumiro. Quando la rabbia cresce ma non è al punto da far esplodere lo sciopero, far votare individualmente i lavoratori in un referendum è il modo migliore per prender tempo, smorzare la determinazione e, spesso, per far prevalere gli indecisi sui più combattivi. Lo sciopero unisce le energie degli operai; il referendum le separa.
Questo indirizzo pratico del nostro partito nel campo sindacale, ossia la denuncia e il rigetto degli strumenti democratici quali il referendum in quanto nocivi alla lotta di classe, non è affatto condiviso dalle correnti più a sinistra nella Cgil né dalla maggioranza del sindacalismo di base, che invece si illudono su una loro complementarità con lo strumento della lotta vera, lo sciopero. Eppure dovrebbe far riflettere il fatto che essi sono proposti dai vertici dei sindacati di regime, che in alcuni casi ne fanno una loro bandiera, come la Fiom che rivendica l’obbligo del referendum per approvare gli accordi aziendali e nazionali.
Un’altra clamorosa ricaduta di buona parte del sindacalismo di base nel campo dell’opportunismo sindacale, anche qui finendo col condividere una pozione propria dei sindacati di regime giustamente tanto avversati, è quella della richiesta di una legge per la rappresentanza sindacale, che accomuna la Cgil, la Fiom e l’Usb.
I rinnovi contrattuali dopo il Jobs Act
L’opposizione della Cgil al Jobs Act sul piano della contrattazione ha palesato subito la sua insussistenza ed ipocrisia. Nel corso del 2015 sono stati rinnovati i contratti nazionali di varie categorie: commercio, bancari, chimico-farmaceutici, gomma-plastica e autoferrotranvieri. Nel 2016, ad oggi, quello alimentaristi, igiene ambientale, lavanderie industriali, industria ottica, industria del vetro e lampade. In questi giorni si svolgerà il referendum sulla ipotesi di rinnovo contrattuale per le aziende dell’igiene urbana. Sono in corso le trattative per i contratti della logistica, di tessili, edili, sanità privata, ferrovieri e metalmeccanici, nonché quello del pubblico impiego.
Tutti questi rinnovi contrattuali hanno introdotto pesanti peggioramenti: aumenti salariali infimi che non fermano la perdita di potere d’acquisto dei salari, in atto dall’abolizione definitiva della scala mobile nel 1992; aumenti della flessibilità dell’orario di lavoro e della sua durata; aggravamento della regolamentazione antisciopero; inasprimento delle sanzioni disciplinari; piena applicazione del Testo Unico sulla Rappresentanza; nessuna deroga al Jobs Act finalizzata a delimitarne l’applicazione; nuovi passi verso la liquidazione del contratto nazionale.
Sul piano salariale, in particolare: quote crescenti del salario che erano fisse sono legate a parametri di produttività ed efficienza e demandate alla contrattazione aziendale; è stata in genere rimandata di un anno, al 2017, l’assegnazione della prima rata dell’aumento stabilito dal nuovo contratto; è stata allungata la vigenza di alcuni contratti; i ritardi nei rinnovi dei contratti sono stati rimborsati con cifre irrisorie o non lo sono stati affatto; una quota degli aumenti è stata devoluta per sostenere fondi previdenziali e assistenziali integrativi e Enti Bilaterali.
Sindacati-azienda
Quest’ultimo aspetto non è di secondaria importanza. Questi enti e fondi, gestiti unitamente da aziende e sindacati, a livello aziendale o nazionale, offrono ai lavoratori prestazioni di vario tipo: pensionistica, sanitaria, assistenziale, formazione professionale, per arrivare, nelle intenzioni dei loro sostenitori e promotori, fino alla gestione degli ammortizzatori sociali. Il loro sviluppo si inquadra nel processo di smantellamento del cosiddetto Stato sociale e della sua sostituzione con un sistema assistenziale e previdenziale privato e aziendale. I sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil lo chiamano “welfare contrattuale” e si vantano di dargli pieno corso. In questo modo risparmia lo Stato borghese e guadagnano i gestori di questi enti, appunto aziende e sindacati.
La Cgil, che nei proclami e nei comizi si dice a difesa dello Stato sociale, favorisce il suo smantellamento e ci guadagna anche sopra. Così come per il contratto nazionale. Inquadrata politicamente nel regime del Capitale fin dalla sua rinascita “dall’alto” nel 1944 per il tramite dei partiti operai borghesi che la controllavano, il PCI e il PSI; sconfitto al suo interno il sindacalismo classista e chiusa dalla seconda metà degli anni settanta ogni possibilità di una sua riconquista, la Cgil compie le ultime tappe di questo processo legandosi alle aziende e al padronato intero, al Capitale insomma, anche sul piano finanziario, dato che gli interessi derivanti dalle attività di gestione di questi fondi ed enti vengono a rappresentare nei loro bilanci una voce importante quanto irrinunciabile.
La politica di conciliazione fra le classi in nome dell’interesse dell’economia nazionale – quella che il PCI, passato in mano al centrismo di Stalin e Togliatti, aveva sostituito alla lotta di classe internazionale del proletariato – necessariamente generò l’aziendalismo, cioè la subordinazione degli interessi operai a quelli dell’azienda, pratica della Cgil in tutto il secondo dopoguerra. Questa ha infine condotto all’aziendalizzazione del sindacato. Per altro un fenomeno che non è affatto nuovo, sul piano internazionale, essendosi delineato in modo netto già dai primi anni del secondo dopoguerra negli Stati Uniti.
Un esempio di questa progressiva dipendenza dei sindacati di regime dal capitalismo, non solo politica ma anche finanziaria, è dato dal bilancio preventivo 2016 della Filcams Cgil, approvato dal Comitato Direttivo del 9 febbraio scorso e non votato dalla minoranza de “Il sindacato è un’altra cosa”, che ha denunciato in un comunicato le ragioni. La quota nel totale degli introiti delle quote degli iscritti è prevista al 36%; e si pensi che la Filcams è la federazione della Cgil con il maggior numero di iscritti nel settore privato. Il restante delle entrate, il 64%, arriverà dai contributi della previdenza e assistenza integrativa e dagli enti bilaterali. Inoltre dalle “quote di adesione contrattuale”, ossia un contributo che ogni lavoratore, iscritto o non iscritto, versa ai sindacati firmatari del contratto nazionale, a meno che esplicitamente non dichiari di non volerlo fare, cosa assai rara perché la maggioranza nemmeno sa dell’esistenza di questo contributo. Un sistema truffaldino col quale i sindacati si garantiscono una ulteriore fonte di finanziamento. E una ragione in più per costoro per firmare i rinnovi contrattuali, a prescindere dai peggioramenti che comportino per i lavoratori.
Qui riportiamo i punti salienti dei principali rinnovi contrattuali firmati da gennaio 2015 nei quali nessuno dei punti in materia contrattuale stabiliti dal Direttivo Nazionale di febbraio – difesa del contratto nazionale, nessuna ridefinizione dell’assetto contrattuale generale, lotta al Jobs Act – è stato rispettato.
Terziario
Nel commercio si è verificata una situazione simile a quella del settore metalmeccanico. Sul fronte sindacale, il contratto nazionale del 2011 fu firmato solo dalle federazioni della Cisl e della Uil. La Filcams Cgil non lo siglò adducendo a motivo peggioramenti quali giorni di malattia non retribuiti, discriminazioni per i nuovi assunti, obbligatorietà del lavoro domenicale.
Sul fronte padronale, la principale associazione del settore, la Confcommercio – come accaduto a Confindustria con FIAT nel 2011 – ha subìto a inizio 2014 l’uscita di colossi aziendali quali Carrefour, Auchan e Ikea, che sono confluiti in un’altra organizzazione padronale, Federdistribuizione. Quest’ultima, ad oggi, a 32 mesi dall’inizio delle trattative, non ha ancora siglato coi sindacati confederali il primo contratto nazionale per i lavoratori delle aziende ad essa associate, circa 220 mila.
Il 30 marzo 2015 la Filcams Cgil ha firmato, insieme alle federazioni di Cisl e Uil, il rinnovo del contratto nazionale con Confcommercio, che riguarda ora circa mezzo milione di lavoratori; con esso ha accettato:
– implicitamente il precedente contratto del 2011 che non aveva firmato;
– la possibilità di “sottoinquadrare” una nuovo assunto di ben due livelli per sei mesi, di un livello per ulteriori sei mesi ed estendibile per ulteriori 24 mesi se il contratto viene trasformato a tempo indeterminato, andando così oltre a quanto previsto dallo stesso Jobs Act in materia di demansionamento;
– l’innalzamento delle settimane in cui poter lavorare 44 ore, divenute 16;
– l’equiparazione del lavoro domenicale, obbligatorio, a quello feriale;
– 85 euro lordi medi di aumento in tre anni (rispetto ai 130 richiesti dai sindacati);
– nessun rimborso per l’anno e mezzo di ritardo nel rinnovo (rispetto ai 255 medi richiesti);
– rafforzamento degli enti bilaterali che «possono essere costituiti e gestiti esclusivamente dalle rappresentanze delle Organizzazioni nazionali che sottoscrivono il CCNL».
Bancari
Il giorno dopo la firma del contratto del commercio, il primo aprile, è arrivata quella del contratto dei bancari – fra l’associazione padronale ABI, la Fisac Cgil, le altre federazioni di Cisl, Uil, Ugl e vari sindacati autonomi – riguardante oltre trecentomila lavoratori. Questi i contenuti più importanti:
– Vigenza, anche per la parte economica, di 4 anni: un anno in più rispetto ai tre anni del precedente contratto, ancora utilizzati negli altri contratti di categoria e che già erano stati un peggioramento rispetto ai due anni utilizzati nei rinnovi contrattuali fino al 2009, quando questo cambiamento fu introdotto dall’accordo interconfederale fra Cisl, Uil e Confindustria, non firmato dalla Cgil che poi lo ha invece accettato completamente e, come si vede, peggiorato; inoltre questo cambiamento ha rappresentato in sé già una modifica dell’assetto contrattuale generale riguardo la quale il direttivo confederale di un mese prima aveva escluso per il momento di intraprendere una trattativa;
– 85 euro di aumento medi e lordi come per il commercio ma distribuiti su 4 anni invece che su tre;
– Per i nuovi assunti nessuna norma di tutela dal Jobs Act.
Chimico-farmaceutico
Il 15 ottobre 2015 Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil hanno firmato il rinnovo del contratto dei settori chimico, farmaceutico, abrasivi, lubrificanti e GPL, che riguarda circa 170 mila lavoratori.
Federchimica e Farmindustria avevano avuto la strafottenza di richiedere persino la restituzione di parte del salario (79 euro), sulla base di quanto affermato a maggio da Confindustria, secondo la quale, a causa dello stato generale dell’economia sull’orlo della deflazione, gli incrementi salariali dell’ultimo triennio stabiliti dai precedenti contratti erano stati eccessivi. Tanta arroganza non era finalizzata ad ottenere davvero questo obiettivo, almeno per ora, ma doveva servire, com’è infatti servita, a dar la giustificazione ai sindacati di regime per accettare aumenti salariali di minima entità, cantando pure vittoria per aver scongiurato la “restituzione del salario”!
Nei chimici le federazioni di Cgil, Cisl e Uil – Filctem, Femca e Uiltec – da anni si distinguono per fare da apripista alle peggiori innovazioni antioperaie. Questa volta volta il contratto è stato firmato dopo una trattativa durata solo 24 ore e senza una sola ora di sciopero. Questi i punti maggiormente degni di nota:
– rinuncia all’ultima rata dell’aumento previsto dal contratto precedente (2012-2015), trasformata in EDR (una quota del salario base introdotta con l’eliminazione della scala mobile nel 1992), che poi sarà eliminata a fine 2016;
– rate dell’aumento che partiranno dal 2017, dunque congelate per il 2016, e che saranno sottoposte alla verifica annuale dell’effettiva corrispondenza con l’inflazione, con possibilità di riduzione o eliminazione;
– corsi di “cultura aziendale”, fatti dall’azienda, ai delegati RSU!
– inasprimento delle sanzioni disciplinari;
– trasformazione del premio presenza da fisso e “nazionale” a variabile, in quanto legato ad accordi aziendali sulla produttività;
– eliminazione degli scatti di anzianità dal conteggio del TFR;
– infine, secondo quanto correttamente affermato dal presidente di Federchimica: «Il nuovo contratto di lavoro del settore chimico-farmaceutico non contiene disposizioni che derogano alla disciplina del Jobs Act».
Gomma-plastica
Sulla falsariga di quello chimico-farmaceutico di cui un tempo faceva parte, sempre dalla Filctem Cgil e dalle federazioni di Cisl e Uil, il 10 dicembre, dopo due giorni di trattativa e senza un’ora di sciopero, è stato siglato il contratto 2016-2018 per il settore gomma-plastica, che riguarda circa 140.000 lavoratori:
– il rinnovo precedente era avvenuto dopo 20 ore di sciopero e si era chiuso con un aumento di 124 euro lordi; questo con un aumento medio di 76 euro lordi, congelato per il 2016, con prima rata dal 2017;
– le aziende in crisi potranno far slittare di ulteriori tre mesi la seconda misera rata di aumento del 2018;
– come per il contratto chimico-farmaceutico anche questo sottopone le rate dell’aumento a verifiche annuali con eventuale loro riduzione o congelamento;
– viene incrementata l’aliquota del “fondo gomma-plastica”;
– i contratti a tempo determinato e quelli somministrati possono passare dal 25% al 32%; un aumento della precarietà che, sommato al Jobs Act, porterà le aziende a poter avere più lavoratori precari che stabili.
Autoferrotranvieri
Il 28 novembre Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Faisa Cisal e Ugl Fna hanno firmato il rinnovo del contratto nazionale degli autoferrotranvieri riguardante circa 116 mila lavoratori e scaduto da ben otto anni, dal 31 dicembre 2007:
– 100 euro lordi medi di aumento;
– aumento dell’orario di lavoro e della flessibilità: orario medio settimanale di 39 ore calcolato nell’arco di 26 settimane invece delle precedenti 17, con limite massimo settimanale portato a 50 ore; ogni tranviere potrà lavorare 13 ore in più per ogni ciclo;
– aumento dello straordinario, anche obbligatorio, al limite annuo a 300 ore;
– nessuna deroga protettiva del lavoratore al Jobs Act;
– istituzione di due enti bilaterali: Fondo di Solidarietà e TPL Salute;
– aumento del finanziamento del fondo previdenziale integrativo mediante l’iscrizione coatta.
L’ipotesi di rinnovo è stata sottoposta a referendum. I voti contrari hanno prevalso in importanti città quali a Roma, Milano, Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma – il 48% in Emilia Romagna – e in tutta la Toscana. Robuste minoranze contrarie vi sono state a Genova, Venezia e Napoli. Ma sul piano nazionale il nuovo contratto è stato approvato con il 64,89% di voti a favore. Valgono le considerazioni qui poco sopra fatte: se i lavoratori contrari fossero stati in sciopero “selvaggio” ciò avrebbe opposto un forte ostacolo alla nuova vittoria padronale. In quanto “voti” non sono serviti a nulla, affogati nel mare dei lavoratori più intimoriti, di quelli dei centri minori della provincia disabituati alla lotta e dei settori impiegatizi.
Alimentaristi
Il 5 febbraio 2016, dopo aver revocato lo sciopero generale della categoria previsto per il 29 gennaio, Flai-Cgil, Fai-Cisl e Uila-Uil hanno firmato il contratto per i circa 400 mila lavoratori dell’industria alimentare; questi i punti principali:
– durata del contratto portata da tre a quattro anni, come per i bancari;
– la Flai Cgil ha sbandierato un aumento medio di 105 euro lordi; lo scorso rinnovo contrattuale aveva ottenuto 126 euro per una vigenza contrattuale di 36 mesi contro gli attuali 48: il 41% in meno;
– «Le parti convengono sul principio di non sovrapponibilità tra istituti ed i relativi costi della contrattazione nazionale e quelli propri della contrattazione aziendale»: un modo per mettere le mani avanti e tagliare la parte di salario contrattata in azienda;
– congelamento dei contratti aziendali e territoriali in scadenza tra il 1° dicembre 2015 e il 31 dicembre 2017 per ulteriori 12 mesi;
– 16 ore in più di flessibilità dell’orario di lavoro (da 72 a 88) e un aumento del 50% del periodo di calcolo dell’orario plurisettimanale che arriva così a sei mesi;
– incremento del contributo al fondo Fasa, per l’assistenza sanitaria integrativa e creazione di un nuovo ente bilaterale per licenziati e trasformazioni volontarie in par-time.
Igiene ambientale
Il 10 luglio scorso è stato siglata da Fp Cgil, Fit Cisl, Uil Trasporti e Fiadel l’ipotesi di rinnovo per il contratto dei netturbini – scaduto il 31 dicembre 2012 – che lavorano nelle aziende pubbliche dell’igiene ambientale aderenti a Utilitalia: circa 50 mila lavoratori. Lo sciopero nazionale previsto per il 13 e 14 luglio è stato così revocato. Sarebbe stato il terzo dopo quelli del 30 maggio e del 15 giugno. Questi i punti salienti del contratto:
– aumento salariale, a regime (da dicembre 2018!), di 120 euro lordi, al livello medio 3A (parametro 130,07), di cui 30 destinati però a finanziare i fondi previdenziali e sanitari integrativi, un fondo di solidarietà per gli esuberi e il fondo salute e sicurezza;
– 30 mesi di ritardo nel rinnovo compensati con 200 euro lordi (6,6 euro lordi al mese; inferiore alla vacanza contrattuale del pubblico impiego, di 11,7 euro);
– aumento dell’orario di lavoro settimanale da 36 a 38 ore, avvicinando così le condizioni al contratto multiservizi (40 ore) applicati ai lavoratori che operano nelle cooperative cui sempre più sono appaltate parti del servizio di raccolta rifiuti;
– aumento delle ore di straordinario da 50 a 150 e pagate con maggiorazione ridotta;
– creazione di un nuovo livello professionale “S” sotto l’attuale livello 1°, a parametro 90, per i neoassunti;
– si dichiara la volontà di rivedere, ovviamente in peggio, il regolamento sullo sciopero.
Infine, due giorni dopo, il 12 luglio, Fp Cgil, Fit Cisl, Uil Trasporti e Fiadel, hanno firmato, sulla falsariga di quello per le aziende pubbliche, un protocollo d’intesa per il rinnovo del contratto applicato dalle aziende d’igiene urbana private, aderenti ad Fise-Assoambiente (aderente a Confindustria), riguardante circa 40 mila lavoratori. Da segnalare l’introduzione di ben due nuovi livelli inferiori a parametri 80 e 88,38.
La V Conferenza di Organizzazione della Cgil
Il XVII Congresso della Cgil, terminato a maggio 2014, aveva stabilito che entro il 2015 si sarebbe dovuta svolgere una Conferenza d’organizzazione del sindacato. Dopo il lavoro preparatorio di cinque commissioni, il Direttivo nazionale del 14 maggio 2015, svoltosi a Bologna, votò il regolamento e il documento per la Conferenza, che fu così formalmente avviata.
Questa si è svolta prima a livello territoriale, nel mese di giugno, con le riunioni delle Camere del Lavoro, per concludersi nell’assise generale del 17 e 18 settembre 2015 a Roma. È stata la V Conferenza organizzativa della Cgil “tricolore”, quella, non più “rossa”, ricostituita al termine della seconda guerra mondiale. Le precedenti quattro furono nel 1954, nel 1984, nel 1993 e nel 2008.
A Roma si sono riuniti 921 delegati. Delle correnti di sinistra, minoritarie, circa 150 erano dell’area “Democrazia e Lavoro”, 24 de “Il sindacato è un’altra cosa”. I primi – coi loro principali rappresentanti Nicolosi e Rinaldini – hanno votato contro il documento finale; e così pure Landini; i secondi si sono astenuti. Il documento finale è stato approvato con 587 voti favorevoli, 151 contrari, 8 astenuti, rispecchiando le proporzioni fra le varie aree dell’ultimo congresso.
La Conferenza – era legittimata a farlo anche se non era mai accaduto prima – ha introdotto alcune modifiche allo Statuto della Cgil.
1) Sono state ridotte le dimensioni dei Direttivi di categoria, locali e nazionali: per esempio il Comitato centrale Fiom, secondo quanto allora affermato da Landini, dovrebbe passare da 181 a 100 membri, cosa che però ad oggi, un anno dopo, non è ancora avvenuta; sia il segretario generale Fiom sia l’area “Democrazia e Lavoro” sia de “Il sindacato è un’altra cosa” hanno denunciato questa riduzione numerica dei Direttivi di categoria come volta a chiudere il sindacato a una maggiore partecipazione dei delegati sindacali di azienda.
2) La maggioranza ha sostenuto infondata questa critica in ragione di un’altra modifica statutaria che ha istituito un nuovo organismo interno denominato “Assemblea Generale” (riunitosi per la prima volta il 7 e l’8 settembre di quest’anno) presente a tutti i livelli territoriali, confederali e di categoria, con un numero di componenti non superiore al doppio del Comitato direttivo di riferimento, che ne fa parte, ed eletta dal Congresso garantendo ai diversi documenti congressuali le stesse percentuali dei direttivi. Secondo la Segreteria confederale questo nuovo organismo aprirebbe la Cgil ad una maggiore partecipazione della base del sindacato. Le aree di minoranza di sinistra invece hanno sostenuto – ci pare a ragione – che si tratti di un doppione dei Comitati direttivi di categoria privo però delle loro funzioni se non quella unica, concreta, di votare Segretario generale e Segreteria, di categoria e confederale.
La istituzione di questo nuovo organismo sarebbe quindi, da un lato una manovra propagandistica per mostrare un cambiamento nella vita interna della Cgil che in realtà non c’è, dall’altro per bloccare la proposta dell’area “landiniana” – avanzata fin dal settembre 2013 – di elezione del Segretario generale attraverso la votazione diretta degli iscritti, richiamandosi alle cosiddette “primarie”. Questa proposta è stata vista da molti come un espediente del Segretario generale della Fiom per arrivare al vertice della Cgil, succedendo alla Camusso, sfruttando la popolarità acquisita grazie all’ampio spazio concessogli dai media borghesi, lì accreditato quale “sindacalista duro”.
L’area landiniana e quella di “Democrazia e Lavoro” criticano la demagogia della politica renziana tesa a liquidare la concertazione – il che è falso – svilendo il ruolo di quelli che l’ideologia borghese chiama i corpi intermedi della società, fra i quali i sindacati. Ma una analoga demagogia è da costoro proposta all’interno del sindacato, proponendo l’elezione diretta del Segretario generale, esautorando di questa funzione il Congresso e quindi gli organismi intermedi dell’organizzazione, sostituendo quello che dovrebbe essere il dibattito al loro interno, in cui andrebbero coinvolti gli iscritti, con l’influenza che su di essi operano gli organi di propaganda della classe dominante.
3) Infine, aspetto non secondario, nel documento licenziato dalla Conferenza, sotto il capitolo intitolato “Sostenibilità”, sono stati definiti criteri volti al risparmio, accorpando ruoli e funzioni, per far fronte, si presume, a difficoltà finanziarie.
“Democrazia e Lavoro” ha denunciato la Conferenza come “inutile e dannosa”. Rinaldini ha affermato che essa ha determinato il carattere del futuro congresso, che non potrà che svolgersi su mozioni contrapposte, diventando perciò «decisiva la definizione delle regole congressuali che dovranno voltare pagina rispetto alle modalità di svolgimento dei congressi passati (…) È finita la storia di Congressi dove dall’inizio si conoscono i risultati finali e dove la democrazia è un optional in mano ai gruppi dirigenti». Un’affermazione molto grave. Se non fosse che di questa “storia di congressi dove la democrazia è un optional” i dirigenti di “Democrazia e Lavoro” sono pienamente corresponsabili. Infatti questa denuncia – come vedremo – tanto è stata tardiva quanto sarebbe stata facile ad essere revocata e dimenticata.
Rinaldini ha concluso ammonendo: «Non saprei dire se tale irresponsabilità abbia messo in conto la possibilità di avere norme congressuali votate a maggioranza, che determinerebbe il deflagrare della Cgil stessa». Toni insolitamente minacciosi e agguerriti, per un’area che ha sempre oscillato fra una timida opposizione alla maggioranza e l’adesione alla sua linea e che, dopo il XVI congresso del 2010, ha marcato sempre più a fondo la sua distanza dall’area “Rete 28 Aprile/Il sindacato è un’altra cosa”.
Infatti, un anno dopo, nel numero 15 del 13 settembre 2016 di “Progetto Lavoro”, il periodico di “Democrazia e Lavoro”, nell’articolo di prima pagina a firma di Nicola Nicolosi, a commento della prima convocazione, il 7-8 settembre scorsi, dell’Assemblea Generale, quell’organismo creato nella “inutile e dannosa” V Conferenza organizzativa di un anno prima, leggiamo: «I giorni 7-8 settembre si è svolta la prima Assemblea Generale CGIL, nuovo organismo deciso dall’ultima Conferenza di Organizzazione (…) Non vorrei apparire retorico, ma i temi in questione hanno agitato gli animi e aperta una nuova fase di confronto dopo la frattura politica determinatasi con lo scorso congresso nazionale di Rimini [il XVII nel 2014; ndr]. Le scelte politiche dell’ultimo anno della CGIL [la raccolta delle firme per i referendum e per il nuovo Statuto dei lavoratori e l’indicazione di votare “no” al prossimo referendum sulle modifiche alla Costituzione; ndr] (…) hanno nei fatti archiviato il Congresso del 2014 compreso il suo corollario di polemiche! (…) Ancora, tra le decisioni dell’Assemblea Generale quella del superamento delle fratture del 2014 e l’avvio di una fase a più tappe per arrivare al governo unitario della CGIL dove rinnovamento si coniuga con pluralismo e esperienza (…) La CGIL recupera il suo ruolo di protagonista nella vita politica e sociale del Paese».
È significativo come questo riavvicinamento sia avvenuto nel corso di un anno durante il quale, come vedremo, si è consumata una piccola ma importante crisi all’interno della Fiom, che ha portato alla fuoriuscita dal sindacato di un gruppo di iscritti guidato da alcuni delegati RSA delle fabbriche FIAT di Melfi e Termoli nonché dal portavoce nazionale de “Il sindacato è un’altra cosa”, Sergio Bellavita, confluiti – in gran parte – nell’Unione Sindacale di Base.
“Il sindacato è un’altra cosa” dopo il Jobs Act
Facendo un passo indietro di sette mesi rispetto alla V Conferenza organizzativa della Cgil, tornando al periodo immediatamente successivo all’approvazione del Jobs Act – preso in esame nel numero scorso – il 25 febbraio 2015, a Roma, si svolse l’assemblea nazionale dell’area congressuale di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa”.
Questa cadeva una settimana dopo il Direttivo nazionale Cgil del 18 febbraio, quello che definì l’indirizzo d’azione dopo l’approvazione del Jobs Act, e tre giorni prima dell’Assemblea nazionale dei delegati Fiom. Inoltre, in quei giorni, si andava consolidando lo scontro fra la Fiom, con le sue strutture territoriali e quella nazionale, che voleva porre fine agli scioperi contro gli straordinari comandati il sabato e la domenica, e parte dei suoi delegati nelle fabbriche FIAT di Melfi e Termoli, intenzionati a proseguirli, di cui abbiamo scritto nel numero 378 nel capitoletto intitolato “Pompieri a Melfi”.
Il documento conclusivo di questa assemblea de “Il sindacato è un’altra cosa” affermò che lo sciopero generale del 12 dicembre 2014 contro il Jobs Act – svoltosi a legge già approvata da 9 giorni – aveva rappresentato «la fine e non l’avvio della parabola di conflitto della Cgil» e che la Cgil non aveva avuto «il coraggio di fare sul serio» e ne usciva «pesantemente sconfitta».
Queste affermazioni, pur critiche, ancora una volta distorcevano la realtà nascondendo la reale natura della Cgil, al fine di giustificare l’impossibile battaglia al suo interno per riportarla su posizioni di classe.
Una manifestazione nazionale a ottobre ed uno sciopero generale a legge approvata non erano state una “parabola di conflitto” ma la consueta manovra per nascondere la ferma volontà di non organizzare la lotta e di contrastare chi, fuori dalla Cgil, vuole farlo. Questa condotta non è frutto della mancanza di “coraggio” della Cgil ma delle fondamenta della sua impostazione sindacale e della vita stessa dell’organizzazione, che escludono il ricorso alla lotta di classe. Infine, ad uscire sconfitta dall’approvazione del Jobs Act è stata la classe operaia e non la Cgil, che invece, almeno in parte, ha ottenuto il suo obiettivo, cioè la riapertura dei tavoli di confronto col governo, vantata dalla Camusso al Direttivo Confederale del 17 dicembre 2014, cinque giorni dopo lo sciopero.
Si ripeté quanto avvenuto con l’accordo di Pomigliano del giugno 2010, allorché il semplice rifiuto a firmarlo da parte della Fiom era bastato alla “Rete 28 Aprile” – che allora faceva parte dell’area “La Cgil che vogliamo” – per accreditare fra gli operai, per diversi decisivi mesi, la volontà di lotta della dirigenza di questo sindacato, quando i fatti parlarono chiaro subito, visto che essa non organizzò né uno sciopero generale della categoria né dei soli operai del gruppo FIAT, ma solo una manifestazione nazionale ben quattro mesi dopo, il 16 ottobre. Lo sciopero generale dei metalmeccanici arrivò passati altri tre mesi – il 28 gennaio 2011 – e persino due settimane dopo che il medesimo accordo era stato approvato con un nuovo referendum anche a Mirafiori. In ciò la Fiom anticipò la pratica dello sciopero a sconfitta avvenuta, praticato poi dalla Cgil in occasione del Jobs Act!
Anche questo ennesimo dato di fatto, nella sua semplicità e durezza, fu ignorato. Il giorno di quello sciopero il capo della “Rete 28 Aprile”, Giorgio Cremaschi, scrisse in un articolo intitolato “Uno sciopero generale costituente”: «Quella di oggi sarà una grande giornata (…) Il no della Fiom è diventato uno spartiacque sociale e politico: chi sta con Marchionne sta di là, chi sta contro Marchionne sta di qua. Così si è messo in moto un processo unitario di massa (…) Lo sciopero di oggi è dunque costituente di un grande movimento unitario». Abbiamo visto come invece le cose andarono in senso esattamente opposto: quello sciopero non servì a nulla perché l’accordo di Pomigliano era già stato esteso a Mirafiori e lo sarebbe stato, in pochi mesi, a tutti gli altri stabilimenti. Men che meno fu l’atto costituente di un “grande movimento unitario” bensì l’atto conclusivo con cui la dirigenza Fiom chiuse la sua mobilitazione farsesca contro l’attacco della FIAT. In questo modo la “Rete 28 Aprile” rafforzò quella dirigenza della Fiom che avrebbe vanificato la possibilità di costruzione di un vero movimento di lotta operaia nel corso di questa battaglia e che nel giro di breve tempo sarebbe passata a colpirla sempre più duramente, in combutta con la dirigenza confederale della Cgil.
Un mese dopo l’Assemblea Nazionale de “Il sindacato è un’altra cosa” – il 26 e il 27 marzo 2015 – si tenne a Bellaria (Rimini) un seminario dedicato alla discussione interna all’area congressuale. Nella sua “Traccia di discussione seminariale”, il portavoce nazionale dell’area, Sergio Bellavita – che ricordiamo era stato estromesso dalla segreteria nazionale Fiom nel settembre del 2012 – diede una lettura della condotta recente della Cgil diversa da quella del documento dell’assemblea di febbraio, più aderente al reale stato delle cose: «Lo sciopero generale di dicembre non ha spostato di una virgola l’orientamento del governo (…) Una debacle che con occhi attenti appariva inevitabile sin dall’ottobre per due ragioni. In primo luogo va considerato il carattere pressoché mediatico dello scontro ingaggiato tra i vertici della Cgil e Renzi. Mentre sui mass media volavano stracci, insulti, nel paese non si apriva nessun reale scontro sociale dentro e fuori i luoghi di lavoro. Nelle centinaia di aziende in crisi, nelle ristrutturazioni a suon di licenziamenti l’iniziativa della Cgil e di tutte le sue categorie, Fiom compresa, proseguiva unitaria e indisturbata nella contrattazione di restituzione di salari e diritti (…) In secondo luogo modalità, tempi e contenuti in una vertenza non sono variabili indipendenti. L’autunno di contrasto ad un provvedimento tra i più brutali della storia della repubblica sulla condizione di chi lavora è consistito in uno sciopero generale di otto ore e in una manifestazione di sabato».
Questo nuovo atteggiamento – dicendo “le cose come stanno” o quantomeno avvicinandovisi – da un lato mostrava come già ci fosse la consapevolezza del reale stato delle cose all’interno dell’area e che termini e linguaggio venivano piegati ad un dannoso tatticismo; dall’altro manifestava la volontà di una parte dell’area d’intraprendere una linea d’azione più risoluta, disposta ad andare fino in fondo nello scontro con la propria dirigenza non escludendo – gioco forza – la possibilità di uscire dalla Cgil; cosa che – come già abbiamo detto – sarebbe avvenuta 14 mesi dopo.
Si trattava di una decisione presa, presumibilmente, sulla base della previsione dell’approssimarsi dei due passi decisivi che andavano a chiudere il ciclo di falsa opposizione della Fiom: sul fronte del contratto nazionale metalmeccanico – in merito al quale l’Assemblea nazionale dei delegati del 28 febbraio precedente aveva confermato la ricerca dell’unità con Fim e Uilm quale perno dell’azione Fiom – e su quello della FIAT, come facevano presagire il plauso di Landini a Marchionne per le assunzioni a Melfi annunciate il gennaio precedente e il ritiro degli scioperi contro gli straordinari.
Il nuovo atteggiamento del portavoce dell’area congressuale provocò la divaricazione delle divisioni già presenti al suo interno. In un altro documento intitolato “Contributo di Iavazzi, Brini, Grassi per seminario di Bellaria” – dirigenti sindacali di uno dei tre gruppi politici trotskisti che controllano l’area, quello denominato “Sinistra Classe e Rivoluzione” – si affermava, riguardo ai rapporti dell’area col sindacalismo di base, che «in ogni caso (…) preferiamo (…) rivolgerci a (…) realtà (…) come il SI Cobas, piuttosto che a pezzi di burocrazia (…) sindacale rappresentati dall’apparato Usb, in cui recentemente si sono fatti strada anche riciclati dal vecchio apparato della Cgil, che dopo aver fatto i peggiori accordi in Cgil oggi si rivolgono a noi con critiche da super-rivoluzionari. Il crumiraggio attivo dell’Usb del 12 dicembre ha dimostrato per l’ennesima volta quanto il loro settarismo li tiene lontani dalla coscienza della classe». E più oltre: «La nostra alleanza coi sindacati di base deve essere rimessa in discussione in particolare per quanto riguarda l’Usb che sta assumendo posizioni sempre più settarie e puramente speculative». Critiche, condivisibili, che palesavano la volontà di mettere in guardia l’area congressuale di minoranza da un avvicinamento a quel sindacato che si individuava – a ragione – come il più probabile approdo nell’eventualità di una uscita dalla Cgil.
Questa divergenza di indirizzi si rifletté anche nella vicenda che vedeva coinvolti i delegati dell’area nelle fabbriche FIAT di Melfi e Termoli. Il documento conclusivo dell’Assemblea Nazionale dell’area del 25 febbraio a tal proposito aveva denunciato «la gravità della decisione della Fiom di non proclamare più sciopero contro sabati e domeniche comandate e contro la crescente fatica del lavoro negli stabilimenti FCA (ex Fiat) dopo la scarsissima adesione allo sciopero di Pomigliano» e si dichiarava al fianco dei «lavoratori che in questa settimane continuano a scioperare senza la proclamazione ufficiale dell’organizzazione», chiedendo la riapertura della «vertenza contro FCA, contro ritmi e carichi di lavoro, anche alla luce dei buoni risultati ottenuti in alcune elezioni RSA autorganizzate Fiom e di una sostanziosa ripresa dei volumi produttivi».
Come abbiamo scritto nel capitolo “Pompieri a Melfi”, sabato 14 marzo l’area congressuale “Il sindacato è un’altra cosa” aveva organizzato, a sostegno dei suoi delegati e di un nuovo sciopero contro lo straordinario, una manifestazione davanti ai cancelli della FIAT di Melfi. Vi parteciparono, oltre a delegati e militanti dell’area da tutta Italia, tutti i sindacati di base, nessuno escluso. Si distinsero invece, per la loro assenza, come denunciato in una nota a commento del seminario di Bellaria dalla principale delegata Fiom nello stabilimento di Termoli, i militanti dell’area del gruppo di “Sinistra Classe e Rivoluzione”.
Lo scontro alla FIAT
Una settimana dopo la manifestazione davanti ai cancelli di Melfi – con una lettera del primo aprile inviata al Segretario generale, al responsabile del settore auto, ai Segretari e alle Segreterie regionali, provinciali e territoriali della Fiom – 31 delegati e 27 componenti dei direttivi delle fabbriche di Melfi, Termoli, Atessa, Mirafiori, Pomigliano e dell’indotto dichiararono la loro contrarietà alla decisione di fermare gli scioperi contro gli straordinari comandati, denunciando la decisione come un passo verso la resa nella opposizione al peggioramento delle condizioni di lavoro imposto nel gruppo automobilistico dall’accordo di Pomigliano del giugno 2010. Una opposizione, ripetiamo, consistita nel rifiuto a firmare prima gli accordi aziendali di Pomigliano e Mirafiori e poi il Contratto nazionale per il gruppo separato dal contratto nazionale metalmeccanico, e in una battaglia legale, ma senza imbastire una reale azione di lotta.
Dall’avvio dell’offensiva aziendale – il 15 giugno 2010 a Pomigliano – gli scioperi nazionali proclamati dalla Fiom per i lavoratori del gruppo erano stati:
– il 25 giugno successivo, rientrante in quello generale di tutte le categorie, deciso dal Direttivo nazionale Cgil i primi di giugno, quindi precedentemente all’esordio dell’offensiva FIAT, contro la manovra finanziaria del governo e che arrivava ad accordo già approvato;
– il 23 luglio 2010, dei lavoratori del gruppo, ma per un altro obiettivo (il pagamento del premio di risultato);
– il 28 gennaio 2011, di tutti i metalmeccanici, contro l’estensione dell’accordo di Pomigliano a Mirafiori proclamato, come detto, ad accordo già approvato da due settimane.
Tre scioperi in sette mesi, di cui solo uno convocato con lo specifico obiettivo di opporsi al nuovo regime aziendale. Se pure a quel punto solo due erano gli stabilimenti col nuovo contratto, restandone ancora un gran numero – fra quelli per i veicoli commerciali, per quelli industriali e per la componentistica – che permanevano con il contratto metalmeccanico, tuttavia sul piano emotivo, evidentemente importante nella lotta, la duplice sconfitta colpiva duramente il morale della reazione operaia che aveva consentito la grande manifestazione nazionale del 16 ottobre, apriva le porte alla rassegnazione ed alla sconfitta generale, complice la condotta della Fiom anche nel prosieguo dello scontro.
Dopo quello del 28 gennaio 2011, dovevano passare altri sei mesi per il successivo sciopero nazionale dei lavoratori del gruppo, il 15 luglio 2011, come l’estate precedente per il pagamento del premio di risultato – non più corrisposto – e questa volta anche contro l’estensione dell’accordo di Pomigliano.
Nel frattempo, però, a maggio 2011 l’accordo era stato esteso alla Maserati di Grugliasco (Torino) ma qui con l’approvazione della maggioranza della RSU FIOM. Lo stesso accadeva a settembre alla LEAR di Caivano (Napoli), azienda dell’indotto.
Ai primi di ottobre Marchionne annunciò l’uscita – dal 1° gennaio 2012 – di tutta la FIAT da Confindustria, passo necessario all’estensione del nuovo contratto a tutte le fabbriche del gruppo. La Fiom rispose con quello che – sul piano degli scioperi nazionali – risulta essere il suo massimo sforzo di mobilitazione nell’arco di 18 mesi in questa battaglia: il 21 ottobre 2011 con lo sciopero dei lavoratori del gruppo esteso alle aziende di componentistica ed il 16 dicembre 2011, con quello di tutti i metalmeccanici. Reazione largamente insufficiente – 16 ore di sciopero in due mesi – e tardiva.
Tre giorni prima del secondo sciopero, il 13 dicembre, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Fismic, Ugl-Metalmeccanici siglavano con l’azienda il Contratto collettivo specifico di primo livello per tutte le fabbriche del gruppo, valido per tutto il 2012, e il 22 dicembre con Federmeccanica un “Protocollo d’intesa sulla disciplina specifica per il comparto auto” per «poter organizzare le turnistiche e ricorrere alle flessibilità della prestazione in modo allineato e coerente a quello degli stabilimenti Fiat» (comunicato Uilm) nelle aziende dell’indotto.
L’uscita di FIAT da Confindustria e l’entrata in vigore del nuovo contratto specifico per il gruppo portarono all’automatica decadenza delle RSU e alla istituzione al loro posto delle RSA, come previsto dalle legge 300 del 1970 (lo “Statuto dei lavoratori”). La FIAT però riconobbe solo le RSA dei sindacati firmatari del nuovo contratto, non quelle della Fiom, che si vide così privata delle corrispettive agibilità sindacali: questa avviò una battaglia legale con una sessantina di ricorsi, per ottenerne il riconoscimento.
Nel 2012 si contarono due scioperi generali dei metalmeccanici: il 9 marzo e il 5 dicembre. Il secondo, a dimostrazione emblematica della inconsistenza della mobilitazione messa in campo, coincise con la firma del nuovo contratto separato dei metalmeccanici, che fu annunciata proprio mentre Landini teneva il comizio in Piazza del Duomo a Milano.
L’8 marzo 2013 il Contratto collettivo specifico di primo livello venne rinnovato per il triennio 2013-2015.
Il 28 giugno 2013, altri sei mesi dopo quello precedente, si tenne quello che sarebbe stato – ad oggi – l’ultimo sciopero nazionale dei lavoratori FIAT. La rivendicazione centrale – ribadita da Landini nella blanda manifestazione nazionale a Roma, in cui non rimaneva nulla del vigore di quella del 16 ottobre 2010 – non fu più la lotta contro il nuovo contratto separato del gruppo industriale ma la difesa della sua presenza produttiva sul territorio nazionale. Per il quale obiettivo, implicitamente, ci si dichiarava disponibili a cedere sul terreno delle condizioni di lavoro degli operai, come già si era constatato fin dal luglio 2010. Disse Landini: «siamo disposti a una turnistica massacrante e a una redistribuzione delle pause che aumenti la produzione» (“La Repubblica”, 2 luglio), come avrebbero confermato gli eventi successivi.
Cinque giorni dopo, il 3 luglio 2013, la Corte Costituzionale accolse il ricorso della FIOM, costringendo l’azienda automobilistica a riconoscere anche le sue RSA. La vittoria sul piano legale servì al sindacato metalmeccanico Cgil per “rientrare in fabbrica” – come usa dire il sindacalismo di regime – cioè per tornare a godere dei cosiddetti diritti sindacali in azienda. Ma non servì agli operai, i cui peggioramenti nelle condizioni d’impiego sarebbero rimasti immutati, anzi avrebbero continuato ad aggravarsi, mentre la Fiom avrebbe abbandonato anche quella parvenza di lotta, come la vicenda del passaggio dai 18 ai 20 turni a Melfi del febbraio 2015 avrebbe confermato emblematicamente.
Un mese dopo la lettera del 1° aprile 2015 sopra citata, il 1° maggio, delegati delle fabbriche FIAT di Cassino, Termoli, Melfi e Atessa, aderenti all’area di minoranza Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”, all’USB, allo Slai Cobas e alla Flmu CUB, si riunirono a Termoli e costituirono un “Coordinamento lavoratrici e lavoratori della Fca nel Centro-Sud”. Questo organismo non avrà alcun seguito: non si svolgeranno ulteriori riunioni, non saranno organizzate azioni di lotta e nemmeno sarà prodotto alcuna documentazione (volantini, comunicati, ecc). Tuttavia alcuni mesi dopo la sua costituzione sarebbe stata presa a pretesto dalle dirigenze Cgil e Fiom per colpire con un provvedimento disciplinare i delegati FIOM della minoranza delle fabbriche FIAT di Melfi e Termoli.
A partire dalla seconda metà di maggio iniziarono nei vari stabilimenti del gruppo, per la prima volta dopo cinque anni, le elezioni dei Rappresentanti Sindacali per la Sicurezza (RLS), che si sarebbero svolte, a differenza di quelle per le RSA, con la presenza anche dei candidati della Fiom. Nello stabilimento di Termoli, avviato alla piena produzione, la Fiom risultava il primo sindacato e la delegata appartenente all’area congressuale “Il sindacato è un’altra cosa” fu quella più votata. A Pomigliano invece, con metà degli operai in cassa integrazione, i delegati più votati furono quelli della Fim, con 1192 preferenze, davanti alla Uilm (1161), alla Fismic (1059), alla Fiom (676) e all’Ugl (201). Nello stabilimento di Atessa, pienamente attivo, la Fiom era il primo sindacato con quasi il 40% dei voti. Il 3 luglio risultavano aver votato 52.000 lavoratori, quasi i 2/3 di tutto il gruppo. Mancavano i grandi stabilimenti di Cassino, Melfi e Mirafiori, nei quali a tutt’oggi le elezioni non si sono svolte. La Fiom risultava essere il primo sindacato in 27 stabilimenti su 43, con maggioranza assoluta in 12 fabbriche e nella media nazionale, con il 35,8% di voti, seguita da Fim (20,6%), Uilm (16,8%), Fismic (15,5%), Associazione quadri e capi Fiat 3.154 (8,8%) e Uglm 908 (2,5%). La Fim era il primo sindacato solo in due fabbriche – a Pomigliano e alla piccole Officine Brennero di Trento – e così pure la Uilm.
Nonostante questi ottimi risultati, a sostegno della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale specifico del gruppo da cui era esclusa, la Fiom non organizzava alcuna mobilitazione. Il 7 luglio la FIAT – più precisamente Fiat Chrysler e Cnh Industrial – insieme alla Fim Cisl, alla Uilm Uil, alla Fismic, all’Ugl Metalmeccanici e all’Associazione Quadri e Capi Fiat (AQCF), firmavano il rinnovo del Contratto collettivo specifico di 1° livello (Ccs1l), valido dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2018, riguardante circa 85 mila lavoratori, che istituiva la possibilità di estendere a tutti gli altri stabilimenti il ciclo a 20 turni avviato da febbraio a Melfi, senza che nemmeno un’ora di sciopero nazionale fosse stata proclamata.
Il nuovo contratto Fiat
Il nuovo contratto collettivo specifico (Ccsl) per il gruppo Fiat Chrysler e Cnh Industrial, valido per il quadriennio 2015-2018, firmato il 7 luglio 2015 da Fim-Cisl, Uilm-Uil, Fismic, Uglm e AQCF – di cui abbiamo fatto cenno a conclusione della parte precedente di questo lavoro – andava a recepire una precedente intesa del 17 aprile dello stesso anno, su quello che nel contratto stesso (art. 15 della parte terza) veniva definito un “nuovo sistema retributivo”.
La novità constava nel fatto che gli aumenti salariali non erano più fissi e aggiunti alla paga base – com’era stato per i contratti Fiat (Ccs1l) per il biennio 2011-2012 e per il triennio 2013-2015 – ma premi variabili, legati al raggiungimento di determinati obiettivi aziendali, sia riferiti ai risultati di ciascun stabilimento (“Elemento retributivo per efficienza”) sia a quelli dell’ “area geoeconomica” (“Elemento retributivo per raggiungimento obiettivi Piano industriale 2015-2018”) denominata Emea: Europa, Medio Oriente, Africa.
Nella più favorevole delle ipotesi d’andamento economico aziendale, il premio medio fra i differenti livelli, per i 4 anni di vigenza del contratto, risulterebbe essere di circa 10.700 euro lordi, 220 mensili. Nella estrema ipotesi opposta la cifra si ridurrebbe a circa 26 euro medi lordi mensili. Inoltre ciò dipenderà in larga misura dall’andamento economico generale del capitalismo, per cui, se la crisi tornasse a spegnere la fievole ripresa del settore auto di quest’ultimi due anni – per la Fiat trainata soprattutto dal mercato nordamericano – gli operai non riceverebbero alcun aumento.
Le notizie degli ultimi giorni, dopo il salone dell’auto di Detroit, con la guerra commerciale del governo degli Stati Uniti contro gli industriali europei, mascherata da difesa dell’ambiente – prima la Volkswagen ed ora la FCA – evidenzia la fragilità del supposto miglioramento economico previsto per i lavoratori, oltre che della generale condizione operaia nel capitalismo.
A prescindere dall’entità dell’aumento, poi, ferie, permessi, tredicesima, indennità di turno, scatti di anzianità, straordinario e TFR rimanevano congelati alla paga base su cui vengono calcolati, riferita all’accordo del 1° febbraio 2013.
Questo era stato il giudizio del segretario generale della Fiom, Landini, sull’intesa di aprile: «È la fine del contratto nazionale (…) siamo alla conclusione di un percorso [iniziato con l’accordo di Pomigliano del giugno 2010, ndr] (…) C’era il contratto nazionale e la contrattazione aziendale; con questo sistema ci sarà un solo livello» (Il Fatto Quotidiano, 17 aprile 15).
In realtà il contratto aziendale in Fiat, relativo cioè ai soli lavoratori del gruppo e separato da quello metalmeccanico, esiste fin dal dicembre 2011, quando l’azienda uscì da Confindustria. La sostituzione degli aumenti fissi con premi variabili è un fatto certamente gravissimo, ma ha a che vedere solo in parte con la “fine del contratto nazionale”, i cui passi decisivi erano già stati compiuti dall’azienda automobilistica.
In questo senso un peso ben maggiore ha avuto l’accettazione della derogabilità al contratto nazionale su materie quali «la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro», come stabilito dal Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio 2014, firmato anche dalla Cgil, e che la Fiom, dopo averlo inizialmente osteggiato, ha poi posto a perno della sua strategia.
Queste affermazioni di Landini in realtà non erano pronunciate guardando alla Fiat – nella quale la Fiom continuava a non imbastire alcuna lotta – ma al rinnovo del contratto metalmeccanico la cui trattativa si sarebbe aperta da lì a poco. Il contratto aziendale Fiat serviva a giustificare l’arretramento avallato dalla Fiom su quello metalmeccanico, con un formale mantenimento dei due livelli contrattuali – nazionale ed aziendale – e un sostanziale travaso di contenuti dal primo al secondo.
Accettare un peggioramento minore, su cui attestarsi con un accordo fra le parti, per evitarne uno ancor più grave, può essere una scelta necessaria. Il punto è se essa serva a guadagnare tempo per svolgere il lavoro di rafforzamento della capacità di lotta della classe operaia. Al contrario, nell’arco degli ultimi quattro decenni, ogni arretramento accettato dalla Cgil è andato di pari passo ed ha contribuito all’indebolimento della forza operaia.
Ad ogni modo, prendendo per buone le affermazioni di Landini, ci si sarebbe dovuti attendere la massima mobilitazione da parte della Fiom, visto che ha sempre sostenuto di porre la “difesa del contratto nazionale” al centro della sua azione. Invece, come abbiamo visto nel numero passato, non una sola ora di sciopero nazionale – né dei metalmeccanici, né dei soli lavoratori del gruppo Fiat – veniva proclamata dalla Fiom, che si limitava ancora una volta ad enunciare la propria contrarietà al nuovo contratto. Né i lavoratori Fiat saranno coinvolti nelle, poche, mobilitazioni dei lavoratori metalmeccanici durante la lunga trattativa per il rinnovo contrattuale.
Anche a fronte dei risultati delle elezioni di maggio e giugno per i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) negli stabilimenti Fiat, che aveva visto la Fiom primo sindacato, questo atteggiamento del tutto remissivo non cambiava. Lo mostra bene una dichiarazione del segretario generale della Fiom torinese, Federico Bellomo, riportata da Il Sole 24 ore del 17 giugno 2015 (venti giorni prima della firma del nuovo contratto): «Anche se la trattativa sul Ccsl è in fase molto avanzata, credo che l’azienda farebbe un errore ad ignorare il consenso che la Fiom sta raccogliendo in Fca e CnhI (…) Per questa ragione credo che, al di là del Ccsl [!], il confronto dovrebbe tornare a coinvolgere tutti, con pari dignità». Tutto qua, a fronte della… “fine del contratto nazionale”!
Le altre novità del contratto Fiat erano la sua estensione, oltre ai 55 mila addetti del settore auto, ai 12 mila delle aziende di componentistica del gruppo industriale (Comau, Teksid, Magneti Marelli e altre) e ai 18 mila (in 16 stabilimenti) della CnhI (veicoli industriali), per un totale di 85 mila lavoratori, e la possibilità di estendere a tutti gli stabilimenti del gruppo il ciclo continuo a 20 turni settimanali già introdotto a Melfi nel febbraio precedente (i Ccsl del 2011 e del 2013 arrivavano al massimo a 18).
In campo padronale, il nuovo contratto veniva così commentato da parte del segretario generale del sindacato giallo Fismic: «È un sistema retributivo rivoluzionario che rompe gli schemi contrattuali del nostro Paese e ne definisce di nuovi. La Confindustria ne dovrà tenere conto se vuole fare funzionare il sistema manifatturiero del Paese». E la Confindustria rispondeva, per bocca del presidente di Federmeccanica: «Un esempio da guardare con molta attenzione. Basta salario a pioggia, torni ad essere variabile dipendente».
Premesse alla trattativa per il contratto
Il 15 giugno (siamo ancora nel 2015) si era riunito il Comitato Centrale della Fiom. Il documento finale, approvato con 103 voti favorevoli e 11 contrari, era dedicato interamente alla questione del rinnovo del contratto nazionale. Veniva confermata l’indicazione – già data dall’Assemblea Nazionale dei delegati del 28 febbraio a Cervia – della ricerca di una piattaforma unitaria con Fim e Uilm. A tal scopo si auspicava la messa in pratica del Testo Unico sulla Rappresentanza, firmato anche dalla Cgil il 10 gennaio 2014, inizialmente osteggiato, a parole, dal segretario generale Fiom, nonché sottoposto a un referendum degli iscritti che lo bocciò a larga maggioranza: di una sola categoria nella Cgil, ma ora divenuta il perno della sua azione.
Il Comitato Centrale inoltre faceva propria la proposta dalla Segreteria Confederale Nazionale di rivendicare, congiuntamente con Fim e Uilm, nei confronti del Governo un “provvedimento generale” per “la defiscalizzazione degli aumenti salariali”, che li renderebbe – in perfetta logica corporativa – meno gravosi per le imprese a parità di aumento salariale in busta.
La dichiarazione di voto contrario al documento della Segreteria, con primo firmatario Sergio Bellavita, portavoce nazionale dell’area di opposizione “Il sindacato è un’altra cosa”, dichiarava ciò che era tanto ovvio quanto taciuto dalla maggioranza Fiom: «Non si mettono in discussione, si riconoscono e si applicano tutti gli accordi separati sottoscritti dalla Fim e dalla Uilm (…) Il gruppo dirigente della maggioranza della Fiom ha deciso di rientrare nei contratti prima contrastati (…) Con la scelta di questo comitato centrale (…) si aiuta il percorso preteso da Confindustria per la cancellazione di un livello contrattuale».
Quattro giorni dopo, il 19 giugno ad Ancona, si riuniva l’Assemblea annuale di Federmeccanica, il sindacato degli industriali del settore metalmeccanico, ospite, come di consueto, il segretario generale della Fiom, insieme a quelli Fim e Uilm. «Per noi il Contratto nazionale di lavoro ha un ruolo fondamentale di garanzia e di tutela», affermava nel suo discorso il presidente di Federmeccanica. Oltre a questa generica asserzione, che sarebbe potuta uscire dalla bocca del segretario generale Fiom – a conferma di come pronunciarsi a favore del contratto nazionale significhi ben poco – il capo degli industriali del settore meccanico dava, fra altri punti, alcune indicazioni più specifiche da perseguire: aumenti definiti principalmente nella contrattazione di secondo livello; provvedimenti governativi volti a ridurre il carico fiscale e previdenziale sul salario definito a livello aziendale; un contratto nazionale senza costi aggiuntivi per gli industriali. Tutti elementi che, se posti in essere, sarebbero andati ad accrescere il peso della contrattazione aziendale a discapito di quella nazionale.
Il 10 e l’11 luglio, tre giorni dopo la firma del nuovo contratto Fiat, si teneva a Bologna l’Assemblea nazionale dei delegati Fiom. Come nella tradizione e scuola del sindacalismo di regime della Cgil, il segretario generale affogava l’assemblea col fiume di parole del suo discorso introduttivo di quasi due ore. Un abile parolaio che sa anche assumere, all’occorrenza, pose vagamente radicali fin tanto che i temi restano negli alti cieli della “politica”, giocando con le superficiali illusioni della sinistra borghese (spesa pubblica contro austerità, democrazia, coalizione sociale), per poi, quando scende sul concreto terreno sindacale, aprire sempre nuove porte al consociativismo e al collaborazionismo.
Il documento della segreteria, nel merito delle linee fondamentali per una piattaforma unitaria, indicava, fra altri elementi, un ambiguo recupero della “autorità salariale” da ottenersi «agendo su più istituti economici», quindi non solo in paga base; la valorizzazione della sanità integrativa, auspicata anche dagli industriali ad Ancona; il contrasto al Jobs Act «prevedendo anche per i nuovi assunti la tutela dell’art.18». Quest’ultimo elemento fra quelli esposti era l’unico chiaro e che interessasse davvero i lavoratori, e come vedremo decaderà nel corso della trattativa.
Si poneva la questione – già denunciata dalla minoranza nel Comitato Centrale di un mese prima – di quale contratto si sarebbe dovuto proporre di rinnovare, agli industriali e prima ancora a Fim e Uilm. Quello separato, cioè non firmato dalla Fiom, del 2013-2015, figlio di quello a sua volta separato del 2010-2012? o l’ultimo unitario del 2008-2011? Fim e Uilm ovviamente non avrebbero mai accettato una piattaforma unitaria che non riconoscesse gli ultimi due contratti da loro firmati. Una questione tanto cruciale – visto che ribaltava la linea apparentemente tenuta per sei anni – quanto disinvoltamente risolta dal segretario Fiom: «Nello stabilire quale contratto nazionale si rinnova nessuno deve chiedere l’abiura a nessuno. Noi non la chiediamo a Fim e Uilm, loro non devono chiederla a noi». Semplice no? Basta non parlarne! Che candore!
Al lezzo di tanta ipocrisia la grande maggioranza dei delegati presenti in assemblea evidentemente era assuefatta: il documento della segreteria veniva approvato con 452 voti favorevoli; quello dell’area di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa” respinto con soli 37 voti favorevoli.
Quest’ultimo, relativamente al rinnovo contrattuale metalmeccanico, indicava, correttamente, il rigetto dell’unità con Fim e Uilm, della defiscalizzazione degli aumenti salariali, della sanità e della previdenza integrative; la coerenza con la condotta che negli anni precedenti aveva portato a non firmare gli ultimi contratti; la non derogabilità del Ccnl; un forte incremento dei salari sui minimi tabellari.
Inoltre il documento di minoranza denunciava l’avvio di una trattativa riservata fra Confederazioni (Cgil, Cisl e Uil) e Confindustria per la definizione di un nuovo modello contrattuale, ne chiedeva l’immediata interruzione ed una preventiva discussione nel sindacato che desse alla segreteria confederale un mandato con un chiaro indirizzo sulla questione. In ciò la minoranza sembrava trovare appoggio nella segreteria Fiom. Infatti Landini chiudeva il suo sermone richiedendo la convocazione di un Comitato Direttivo nazionale confederale nel quale si discutesse il mandato a trattare sul tema.
Ma era il solito contentino per la minoranza di sinistra interna, un modo per tenere in vita la favola della opposizione fra la segreteria Fiom e quella Confederale, la cui reale consistenza si era già tastata, ad esempio, in merito agli accordi interconfederali sulla rappresentanza del 28 giugno 2011, del 31 maggio 2013 e del 10 gennaio 2014. Infatti il rinnovo contrattuale metalmeccanico non solo accoglierà pienamente i contenuti dell’intesa sulla riforma della contrattazione che i tre sindacati di regime raggiungeranno nel gennaio 2016, ma segnerà persino un ulteriore passo in avanti verso un nuovo modello contrattuale, va da sé peggiorativo per i lavoratori.
Nonostante la proposta della Fiom, il 16 luglio Fim e Uilm presentavano una loro piattaforma separata, con una richiesta di aumento salariale di 105 euro per il 5° livello. Poi altre richieste che sfondavano delle porte aperte, essendo state già avanzate dagli industriali e dalla Fiom: rafforzamento del cosiddetto welfare contrattuale (sanità e previdenza integrativa) e degli enti bilaterali, detassazione degli aumenti salariali definiti a livello aziendale.
Il 23 luglio Landini in una lettera a Federmeccanica richiedeva un tavolo di confronto unitario con Fim e Uilm, propedeutico «all’avvio di un negoziato per la realizzazione di un Contratto nazionale capace di coniugare il miglioramento della competitività delle imprese con il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tutte le lavoratrici e i lavoratori». Il solito bagaglio ideologico della sinistra borghese che vuole la lotta di classe non come il prodotto di un insopprimibile contrasto di interessi fra salario e capitale ma frutto di elementi di caratteri d’ordine culturale e morale, superabili quindi da uomini, partiti o movimenti di “buona volontà”.
Il 7 settembre si riuniva il Comitato centrale della Fiom. Il documento di maggioranza esprimeva soddisfazione per la positiva risposta di Federmeccanica alla lettera del 23 luglio, con la convocazione di un incontro unitario il 16 settembre; faceva propria la proposta della segreteria confederale Cgil per la sperimentazione di «un sistema di contrattazione nazionale annua del salario», la quale vedremo che significato avrà per i lavoratori; avviava un percorso di assemblee – già previsto nell’assemblea di luglio – per la definizione della propria piattaforma da sottoporre successivamente a voto referendario.
Il rappresentante nel Comitato Centrale della frazione sindacale del gruppo trozkista Sinistra Classe Rivoluzione, una delle componenti minoritarie dell’area d’opposizione “Il sindacato è un’altra cosa”, lamentava questa lunga procedura asserendo che in tal modo si lasciava spazio al proseguire della trattativa fra le segreterie confederali per la definizione del nuovo modello contrattuale, mentre la repentina presentazione della piattaforma, a suo dire, avrebbe ostacolato questa manovra. Ciò evidenziava le illusioni che ancora sussistevano all’interno dell’area di opposizione sulla possibilità di avere nella segreteria della Fiom un alleato contro l’offensiva padronale, assecondata dalla segreteria confederale.
Infine, in quanto al contrasto al famigerato al Jobs Act, enunciato, dopo l’approvazione della legge il 3 dicembre 2014, dal Direttivo Nazionale della Cgil del 18 febbraio successivo, calpestato in tutti i rinnovi contrattuali successivamente conclusosi dalle Federazione di mestiere della Cgil (terziario, bancari, chimico-farmaceutico, gomma-plastica, autoferrotranvieri, alimentaristi, igiene ambientale) e di cui la Fiom pretendeva mostrarsi ultima ed autentica portabandiera, esso si vedeva già ridimensionato alla richiesta del riconoscimento dell’articolo 18 nella versione già rimaneggiata dalla cosiddetta legge Fornero e in tempi di maturazione, dopo l’assunzione, da concordare.
Il 16 settembre si svolgeva l’incontro unitario richiesto dalla Fiom per discutere dell’andamento del settore con gli industriali, Fim e Uilm. L’8 ottobre il segretario generale Fiom scriveva una nuova lettera a Federmeccanica per richiedere un nuovo incontro unitario, questa volta per l’avvio della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale.
Il 23 ottobre si teneva a Roma la terza Assemblea Nazionale dei delegati Fiom del 2015. Landini dava nuova prova delle sue qualità di trombone con un’altra relazione introduttiva di quasi due ore in cui, in un mare di concetti vaghi e contraddittori, nascondere i pochi punti concreti ed antioperai della piattaforma contrattuale che la Fiom si accingeva a varare.
Con la faccia di bronzo che compete a chi ricopre i ruoli apicali nei sindacati di regime, iniziava il discorso affermando che «al giudizio devono seguire le azioni!» Quali erano state le “azioni” della Fiom seguite, ad esempio, ai “giudizi” sull’accordo di Pomigliano nel giugno 2010, a quello a Melfi del 26 febbraio 2015 o al contratto nazionale del gruppo Fiat del luglio successivo, lo abbiamo già preso in esame in questo lavoro.
Quindi annunciava che il 21 ottobre Federmeccanica aveva inviato una lettera con la quale, per la prima volta dopo sette anni, il 5 novembre invitava Fim, Fiom e Uilm per avviare una trattativa unitaria per il rinnovo del contratto. Questa era presentata come una vittoria della Fiom, risultato della sua azione sindacale, quando invece si trattava solo di un cambio di strategia degli industriali, utile ai loro interessi come lo era stato l’atteggiamento precedente. D’altronde non è affatto credibile che il padronato italiano abbia mai avuto intenzione, in questi anni, di eliminare la Fiom dalle fabbriche, pienamente consapevole del suo ruolo concertativo grazie al quale, come da Landini ribadito cento volte, gli industriali hanno seguitato a sottoscrivere numerosissimi accordi.
A sostegno di questa sua tesi il segretario Fiom passava a snocciolare alcuni dati molto interessanti: dai risultati delle elezioni RSU in 3.500 aziende associate a Federmeccanica e Asisstel (le due associazioni degli industriali con cui viene siglato quello che generalmente è definito il contratto nazionale dei metalmeccanici e che riguarda circa 900 mila lavoratori), per un totale di circa 480 mila lavoratori coinvolti (quindi oltre il 50% degli interessati al rinnovo contrattuale), la Fiom aveva ottenuto il 64% dei voti, eleggendo 8.781 delegati, risultando il primo sindacato in 20 regioni su 21 e quello con maggioranza assoluta (più del 50% dei voti) in 12.
Facendosi forte di questi risultati Landini ribadiva l’utilità dell’accettazione del Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR). Visto il testo di quell’Accordo, ciò potrebbe avere una sua logica, potendo la Fiom così ottenere la maggioranza assoluta in un buon numero di fabbriche, senza dover scendere a patti con Fim e Uilm se non addirittura sottostare alla loro maggioranza.
Ma il consociativismo e il collaborazionismo della Fiom non sono un suo carattere contingente, dovuto alla condizione di debolezza della classe operaia degli ultimi decenni, che potrebbe esser abbandonato quando ottenesse la maggioranza assoluta della rappresentatività, bensì tara sua propria sin dalla ricostituzione della Cgil sul finire del secondo conflitto imperialista mondiale e che l’ha irreversibilmente permeata e conquistata dalla seconda metà degli anni Settanta. La Fiom non cambierà questa sua natura nemmeno nella ipotesi, difficilmente realizzabile, di conquista della maggioranza assoluta della rappresentatività nella categoria, né come risultato della complesso della sua azione nelle aziende in cui detiene la maggioranza qualificata. Landini ha affermato in molte occasioni che mai siglerà accordi separati che escludano altri sindacati (facendo finta di non sapere che aderire al TUR implica automaticamente la privazione della facoltà di stare nelle RSU ai sindacati che non vi hanno aderito) e quindi dovrà sempre scendere a compromessi con Fim e Uilm.
A ennesima conferma di questo, il segretario generale passava a elogiare la capacità della Fiom – e ammoniva il padronato a tenerne conto – di «gestire situazioni complicate come quella alla AST di Terni»: è solo grazie alla Fiom che in determinate situazioni si è riusciti a contenere la lotta operaia! Dello sciopero alla AST di Terni abbiamo dettagliatamente scritto nel numero 369 del 2015 di questo giornale e di esso raccomandiamo la lettura.
Quindi il discorso entrava nel merito della piattaforma, che ripetutamente definiva “profondamente innovativa”. In in particolare sono da segnalare:
– un indirizzo per passare a una contrattazione annua del salario, in cui non si tenga conto solo dell’inflazione ma anche dell’andamento complessivo del settore;
– la rivendicazione del potenziamento dei “rinvii alla contrattazione aziendale” con la pretesa che ciò non andrebbe a detrimento bensì a beneficio della contrattazione nazionale in quanto porrebbe un freno alla libertà derogare ad esso senza limiti; la solita logica della gestione del peggioramento;
– dopo aver denunciato la demolizione della sanità pubblica, l’indicazione di potenziare quella integrativa;
– infine veniva proposta la costituzione di un Ente bilaterale per la Formazione, presentato con la foglia di fico che esso debba vivere di contributi versati esclusivamente dall’azienda (come già fatto per altri Enti bilaterali in altre categorie), come se ciò non venisse in un modo o nell’altro fatto comunque pagare ai lavoratori, ad esempio inserendo parte del contributo aziendale nel conto del costo complessivo del contratto, come avvenuto per quello della Igiene Ambientale siglato il 10 luglio 2016 (aumento salariale medio a regime di 120 euro lordi di cui 30 destinati a finanziare i Fondi previdenziali e sanitari integrativi, un Fondo di solidarietà per gli esuberi e il Fondo salute e sicurezza).
Su queste basi si apriva il 5 novembre 2015 la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale metalmeccanico che si sarebbe conclusa 12 mesi dopo, il 26 novembre 2016, con la firma di un nuovo contratto unitario fra Fim, Fiom e Uilm dopo due contratti separati consecutivi.
Gli scioperi contro i sabati lavorativi alla Fiat
Nei capitoli precedenti di questo lavoro intitolati “Pompieri a Melfi” e “Il sindacato è un’altra cosa dopo il Jobs Act” abbiamo reso conto del sorgere e dell’acuirsi dello scontro fra alcuni delegati Fiom della Fiat Melfi e di Termoli, appartenenti all’area di minoranza più a sinistra nella Cgil, e le strutture territoriali della Fiom, spalleggiate dalla segreteria nazionale, e del parallelo inasprirsi delle divisioni interne all’area stessa.
A base dello scontro la volontà di questi delegati di continuare gli scioperi contro gli straordinari obbligatori il sabato e la domenica, di cui il 20 febbraio Direzione Nazionale e direzioni territoriali – e a Melfi la maggioranza della RSA – avevano deciso la sospensione.
Il 26 febbraio 2015 a Melfi era stato siglato l’accordo per l’introduzione dei 20 turni. Sabato 14 marzo l’area “Il sindacato è un’altra cosa” aveva indetto una manifestazione nazionale davanti alla fabbrica di Melfi a sostegno di un nuovo sciopero, cui avevano partecipato delegati e lavoratori di tutto il sindacalismo di base ma non la corrente minoritaria interna all’area stessa, appartenente alla frazione sindacale del gruppo trozkista “Sinistra Classe Rivoluzione”, a conferma dei dissidi interni.
Il 1° maggio a Termoli delegati delle fabbriche Fiat di Cassino, Termoli, Melfi e Atessa, aderenti all’area di minoranza Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”, all’USB, allo Slai Cobas e alla Flmu CUB, costituivano un “Coordinamento lavoratrici e lavoratori della Fca nel Centro-Sud”. Fino a qui eravamo giunti.
Sabato 21 novembre, la maggioranza dei delegati RSA Fiom presso la Fiat di Termoli, appartenenti al “Il sindacato è un’altra cosa” e la cui principale delegata aveva guadagnato il maggior numero di voti alle recenti elezioni RSL, indicevano un nuovo sciopero contro lo straordinario. Il segretario regionale della Fiom Molise interveniva con un comunicato ufficiale, appeso nelle bacheche sindacali in fabbrica, in cui disconosceva lo sciopero.
Al Comitato centrale Fiom del 7 e 8 gennaio 2016 veniva comunicato che 16 delegati delle fabbriche Fiat di Melfi, Termoli e Atessa (SEVEL) erano stati denunciati dai segretari generali della Fiom Molise e Basilicata davanti al Collegio Statutario Nazionale della Cgil per aver aderito al “Coordinamento lavoratrici e lavoratori delle fabbriche Fiat del Centro-Sud”, costituito il 1° maggio 2015 a Termoli insieme ai delegati di vari sindacati di base (Flmu CUB, USB, Slai Cobas).
Il 13 gennaio l’area de “Il sindacato è un’altra cosa” replicava con un appello rivolto niente meno che al segretario generale della Fiom e al segretario confederale – cioè a Landini e alla Camusso – intitolato “Non licenziamoli di nuovo”, in cui si chiedeva l’intervento dei due dirigenti nazionali a difesa dei delegati accusati dalle loro strutture territoriali. Il giorno successivo un diverso appello veniva pubblicato dal delegati della frazione sindacale del gruppo di “Sinistra Classe Rivoluzione” e consegnato a Landini e alla Camusso durante un direttivo a Bologna, cosicché risultava mancare anche una unicità d’azione all’interno dell’area congressuale di opposizione.
Il 19 gennaio il responsabile nazionale del settore auto della Fiom, Michele de Palma, inviava una lettera ai delegati Fiat (FCH-CNHI) nella quale spiegava come l’adesione di quei delegati al Coordinamento della fabbriche Fiat del Centro-Sud Italia non era mai stata discussa «in alcuna sede con tutti gli altri delegati di stabilimento o del sud, tanto meno con i Segretari che seguono i due stabilimenti» e poi che «l’idea che ognuno, senza confronto e condivisione con gli altri delegati e la struttura della Fiom, possa decidere se firmare una intesa o proclamare uno sciopero farebbe emergere divisioni su cui la nostra controparte potrebbe far leva».
La discussione interna negli organi di un sindacato a suoi vari livelli, dalle sezioni di fabbrica agli organi territoriali fino ai nazionali, è sempre auspicabile, e necessaria la disciplina esecutiva alle loro decisioni. Non avendo proposto in questi organi l’adesione al Coordinamento intersindacale della fabbriche Fiat del Centro-Sud e proclamando a Melfi scioperi come minoranza della RSA questi delegati dell’area di opposizione in Cgil non avevano ottemperato né a l’uno né all’altra di queste regole fondamentali.
Tuttavia, se a Melfi i delegati che seguitavano a proclamare gli scioperi contro gli straordinari erano una minoranza della RSA Fiom, a Termoli erano invece la maggioranza, ciononostante la Fiom territoriale aveva disconosciuto la loro azione pubblicamente. Alla faccia della “unità di fronte alla controparte”!
Se è vero che nel sindacato si deve tendere ad un massimo di disciplina esecutiva, non solo all’interno dei vari suoi ambiti gerarchici ma anche degli organi inferiori ai superiori, questo obiettivo e disposizione in battaglia deve essere coerente al fine e non può essere imposto in modo meccanico e cieco. La frazione sindacale del partito comunista nel giudicare le situazioni deve valutare quale sia il corretto indirizzo di classe, se esso stia dalla parte di chi esige la disciplina o di chi la viola. Discussione interna e disciplina devono fare i conti col clima di relazioni interno all’organizzazione che, in un sindacato di regime come la Fiom Cgil, non può che confermarsi nemico della lotta operaia.
Fino alla fine degli anni Settanta il nostro partito indicava come possibile la riconquista della Cgil da parte di un indirizzo classista, non per via congressuale, pur dovendosi misurare anche in quel campo, ma solo a legnate, sotto la spinta di potenti lotte operaie, spezzando la disciplina imposta dalle strutture di questo sindacato nato di regime fin dalla sua ricostituzione dall’alto nel 1944. È sulla base di questa valutazione generale, confermata dalla condotta della Fiom in questi anni e presa in esame in questo lavoro, nonché da episodi contingenti quali il disconoscimento pubblico di fronte al padrone di uno sciopero della maggioranza di un gruppo di fabbrica, che ci schieriamo al fianco di questi delegati.
Naturalmente Landini e la Camusso, chiamati in causa dagli appelli de “Il sindacato è un’altra cosa”, si guardarono bene dall’intervenire a difesa di questi delegati, visto che oggettivamente erano i mandanti politici dell’attacco loro mosso dalle strutture territoriali. Landini a settembre-ottobre 2012 aveva epurato la segreteria nazionale Fiom dal rappresentante dell’area, Bellavita, con uno stratagemma organizzativo; non aveva mosso un dito quando nel febbraio 2014 Cremaschi era stato buttato fuori dall’attivo Cgil a Milano cui la Fiom stessa non era stata invitata; era intervenuto in prima persona l’11 marzo 2015 nell’attivo provinciale Fiom di Potenza ammonendo i delegati della minoranza di Melfi che avevano dichiarato di voler continuare con gli scioperi contro gli straordinari.
Il 2 marzo il Collegio statutario Cgil emetteva una delibera che definiva i 16 delegati chiamati in causa “incompatibili” con ruoli di direzione e rappresentanza nel sindacato. Il Comitato centrale Fiom del 7 marzo usava questo giudizio per bloccare l’ingresso, previsto da accordi interni, di due di questi delegati, di Melfi e di Termoli, al suo interno e demandava ai Direttivi regionali Fiom del Molise e della Basilicata la decisione se e come sanzionare i delegati giudicati incompatibili.
Il 22 marzo interveniva direttamente la segreteria nazionale Fiom – a replica dei comunicati di denuncia della minoranza – affermando in modo chiaro e inequivocabile la condivisione delle motivazioni della delibera, cioè l’incompatibilità fra cariche direttive e di rappresentanza nella Cgil e l’appartenenza a «forme associative o parasindacali in competizione con la Cgil o che ne rompono l’unità come soggetto contrattuale nei confronti delle controparti».
Il nuovo contratto
Dopo il primo incontro unitario del 5 novembre 2015 fra Federmeccanica e i sindacati confederali Fim, Fiom e Uilm, il 22 dicembre l’associazione degli industriali del settore presentava una sua proposta per il rinnovo del contratto che partiva dall’affermazione secondo cui il precedente contratto – quello separato del 2012-2015 – aveva assegnato un aumento salariale ai lavoratori che sarebbe risultato, a dir loro, superiore di 73 euro rispetto l’effettivo aumento dell’inflazione. Gli industriali quindi proponevano: nessun incremento del salario per il 2016 e, dagli anni successivi, aumenti definiti a livello aziendali e non per tutti ma solo per una parte minoritaria ai livelli salariali bassi.
Il Comitato centrale Fiom dell’8 gennaio sostanzialmente si limitava alla vaga affermazione di voler cercare un’intesa che rafforzasse il potere d’acquisto di tutti.
Il 14 gennaio gli esecutivi di Cgil, Cisl e Uil approvavano all’unanimità un documento – intitolato “Un moderno sistema di relazioni Industriali – per uno sviluppo economico fondato sull’innovazione e la qualità del lavoro” – con cui procedere ad una trattativa con gli industriali per un accordo di riforma del sistema contrattuale.
Il documento affermava necessaria «una riconsiderazione della composizione quantitativa e qualitativa» del contratto nazionale e che «l’obiettivo di Cgil, Cisl e Uil è quello di rafforzare, quantitativamente, attraverso una sua maggiore estensione e, qualitativamente, attraverso un regolato trasferimento di competenze, la contrattazione di secondo livello, con l’obiettivo di realizzare il miglioramento delle condizioni di lavoro con la crescita della produttività, competitività, efficienza, innovazione organizzativa, qualità, welfare contrattuale» e, chissà poi come, «conciliazione dei tempi di vita e di lavoro».
La strada indicata per i futuri contratti nazionali di categoria – già imboccata coi precedenti recenti rinnovi – è quella, da un lato, del loro svuotamento, rimandando la definizione di sempre più materie alla contrattazione di secondo livello (aziendale, territoriali, di filiera) conservando solo quella dei minimi salariali, dall’altro, il renderli uno strumento per rafforzare la «governance delle relazioni industriali», traduciamo: difendere il ruolo dei sindacati di regime, contro il sindacalismo di classe, mediante l’applicazione del Testo Unico sulla Rappresentanza («occorre rendere pienamente attivo il nuovo sistema della rappresentanza»). Altro pilastro dell’intesa era il rafforzamento del cosiddetto welfare aziendale e degli enti bilaterali («formazione continua gestita dai Fondi Interprofessionali»).
Nulla di nuovo ma l’intesa imprimeva una ulteriore spinta in quella direzione, che la Fiom raccoglierà riuscendo ad andare, come vedremo, oltre. Con buona pace di chi, nell’area de “Il sindacato è un’altra cosa”, aveva indicato nella segreteria nazionale un possibile alleato per fermare la modifica del modello della contrattazione.
Il Comitato Centrale Fiom del 7 marzo nel suo documento di maggioranza si rallegrava dei «passi in avanti» della trattativa «in materia di sanità integrativa, previdenza complementare e formazione professionale» ma registrava «notevoli distanze in materia di salario», e quindi affermava che, qualora nell’incontro previsto per il 15 marzo Federmeccanica non avesse modificato le sue posizioni, la Fiom avrebbe considerato necessario «proseguire il confronto con la mobilitazione».
Il 16 marzo – dopo cinque mesi e quindici riunioni di trattativa – Fim, Fiom e Uilm annunciavano per il 20 aprile uno sciopero generale di 4 ore dei lavoratori della categoria, preparato da una serie di attivi unitari dei loro delegati in tutta Italia. Ciò, nonostante le piattaforme separate, veniva a suggellare la ritrovata unità sindacale.
Come scrivevamo nel volantino distribuito allo sciopero: «Questa ritrovata unità sindacale dovrebbe, a dire di Fim, Fiom, Uilm, difendere meglio i lavoratori. Ma non è affatto così. Ciò che difende i lavoratori è la loro unità nell’azione di lotta. L’unità di Fiom, Fim e Uilm non è costruita sulla lotta bensì a discapito di essa. Fim e Uilm dichiaratamente rigettano la lotta di classe, come la Cgil che sostiene e difende la “concertazione”. La Fiom ha posto al centro della sua strategia l’unità con questi sindacati gialli. Il risultato sono le odierne 4 ore di sciopero. Uno sciopero così non può che far sorridere gli industriali».
Lo sciopero, ormai era dato per scontato, non coinvolgeva gli operai del gruppo Fiat (FCA-CNHI), dimostrando che nei fatti la Fiom accettava il contratto separato per i lavoratori del gruppo. Questa scelta era anche compiuta in nome dell’unità con Fim e Uilm, che difficilmente avrebbero accettato uno sciopero unitario dei metalmeccanici esteso alla Fiat.
L’incontro del 6 maggio con Federmeccanica confermava l’intransigenza degli industriali e l’inutilità dello sciopero di 4 ore del 20 aprile.
Nei giorni successivi si consumava la rottura nell’area congressuale de “Il sindacato è un’altra cosa” con l’uscita del suo portavoce e di altri dirigenti e militanti.
Il 24 maggio la Triplice proclamava altre 12 ore di sciopero per giugno, di cui 8 con manifestazioni regionali, e due sabati di sciopero dello straordinario.
Poi, sull’altare della ritrovata unità sindacale nella categoria, dopo i lavoratori della Fiat erano sacrificati quelli della Fincantieri: il 24 giugno era siglato il rinnovo del contratto integrativo per il gruppo, anticipo di quello che sarebbe stato il contratto metalmeccanico: – nessun aumento se non 5 euro netti al mese solo per i lavori di saldo-carpenteria in spazi ristretti; – riduzione del trattamento di trasferta; – ristrutturazione del premio di produzione: € 70, prima fissi e mensili, ora assegnati come welfare aziendale con cadenza annuale, il resto totalmente variabile, con parametri di valutazione complicatissimi, differenziato per cantiere, officina, operaio; – a fronte di un arretrato salariale accumulato per il ritardo nel rinnovo dell’integrativo (scaduto il 31 marzo 2015) di circa €.2-3.000 a testa, un saldo di 400 netti e altri 500 in prestazioni di welfare per dipendente; – apertura a deroghe al contratto nazionale sulle flessibilità, come la mensa a fine turno e la quarta timbratura; – estensione della “clausola di raffreddamento” (periodo in cui si deve attendere prima di poter scioperare) da 3 a 9 giorni.
Infine il punto più importante riguardo alla trattativa in corso per il rinnovo del contratto nazionale metalmeccanico, cioè l’accettazione del contratto separato: «a far data dal 1 aprile 2015 (…) viene applicato il CCNL per gli addetti dell’industria metalmeccanica, di data 5 dicembre 2012».
Il 28 giugno Fim, Fiom e Uilm proclamavano altre 4 ore di sciopero, divise per territorio, per il rinnovo del contratto metalmeccanico. Qui si chiudeva la mobilitazione, salvo la prosecuzione, teorica, dello sciopero dello straordinario e della flessibilità per il mese di agosto. In tutto 20 ore di sciopero, diluite in quattro mesi, da aprile a luglio, sempre divise per territorio, in una trattativa durata 12 mesi (dal 5 novembre 2015 al 26 novembre 2016).
Il 25 e il 26 luglio si teneva il referendum nei cantieri navali sull’ipotesi di rinnovi dell’integrativo Fincantieri. 64 delegati RSU su 76, l’84%, si sono espressi a favore. L’accordo passava con una percentuale ben minore: il 57% compresi gli impiegati, il 54% fra i soli operai.
Il No prevaleva ad Ancona (51%), dove la Fiom è quasi l’unico sindacato, e a Monfalcone (61%), il più grande ed attivo degli 8 cantieri del gruppo in Italia, per l’orientamento contrario di tutta la RSU Fiom, che in un comunicato del 28 giugno annunciava: «La Rsu Fiom dello stabilimento di Monfalcone, in disaccordo con la Fiom nazionale, informa tutte le lavoratrici e i lavoratori dell’inevitabile uscita dal coordinamento nazionale Fiom». Va tenuto conto come questa RSU si sia sempre distinta per un un indirizzo localista contrario all’unità d’azione fra i cantieri, come nel settembre 2011 quando, con la firma di un accordo per 300 esuberi e maggior produttività, fu la prima a rompere la fragile unità del coordinamento nazionale Fiom, a fronte dell’attacco aziendale di quel periodo.
A Marghera, secondo cantiere del gruppo, 11 delegati RSU su 12 si erano espressi a favore ma il Sì prevaleva solo col 51%. A Palermo e a Riva Trigoso (Sestri Levante – Genova) col 53%.
Il risultato del referendum evidenziava il malcontento fra gli operai ed in parte anche all’interno della Fiom. Pare che la delegazione trattante del sindacato metalmeccanico Cgil fosse orientata a non firmare il contratto e che all’ultimo si sia presentato il segretario generale Landini a pretendere la firma.
L’unico cantiere (fatta eccezione per la controllata Isotta Fraschini) in cui è stata schiacciante la vittoria del Si risultava essere quello di Sestri Ponente, con ben l’85% di favorevoli. Infatti sia a Castellammare sia al cantiere del Muggiano (La Spezia), l’accordo passava col rispettivamente il 68% e il 62%. A Sestri Ponente la Fiom è diretta, in azienda e a livello provinciale, dal gruppo di Lotta Comunista, che aveva dato indicazione di voto favorevole. Questo è interessante non perché rappresenti una novità nell’indirizzo sindacale di questo gruppo politico e della Fiom genovese, bensì perché sarà in contraddizione con l’indicazione di voto che poi avrebbe dato in occasione del referendum per l’ipotesi di rinnovo del contratto metalmeccanico.
Il 31 marzo un decreto dei ministeri del Lavoro e dell’Economia aveva ripristinato la detassazione per i premi di produttività definiti a livello aziendale. Il commento di Michela Spera, entrata nella Segreteria Nazionale nel settembre-ottobre 2012 in sostituzione del portavoce nazionale de “Il sindacato è un’altra cosa”, confermava l’orientamento della Fiom in merito: «Siamo d’accordo con questo provvedimento (…) Ma la platea dei beneficiari è limitata ai lavoratori delle aziende che fanno contrattazione aziendale (…) Da anni chiediamo che il governo scelga di detassare anche gli aumenti nel contratto nazionale di lavoro, in modo che possano goderne tutti i lavoratori. Ma l’esecutivo insiste a restringere il provvedimento ai premi di risultato».
Il 14 luglio un accordo quadro fra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria dava parziale soddisfazione alle richieste della Fiom, nonché un primo seguito pratico alla intesa intersindacale del 14 gennaio per un nuovo modello contrattuale, consentendo anche alle imprese prive di rappresentanze sindacali, in cui quindi non vi è contratto di secondo livello, di erogare premi di risultato aziendali collegati a «incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione» e godere quindi della detassazione prevista dal decreto ministeriale del marzo precedente.
Si confermava la complementarità fra l’azione della segreteria confederale Cgil e quella della Fiom, a dispetto delle aspettative di contrasto fra le due, mal riposte da parte dell’area de “Il sindacato è un’altra cosa”, in particolar modo dalla frazione del gruppo Sinistra Classe Rivoluzione.
Un ulteriore esito pratico dell’accordo intersindacale del 14 gennaio e passo in avanti verso un accordo fra sindacati di regime ed industriali per un nuovo modello contrattuale era la firma, il 1° settembre, di una piattaforma per “i processi di transizione industriale” fra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, da presentare al governo con proposte per la gestione “delle crisi e delle ristrutturazione aziendali”, cioè dei licenziamenti. Con essa la triplice formalizzava l’abiura di ogni presunta lotta contro i licenziamenti e, mediante la formazione di “fondi interprofessionali” per la formazione dei lavoratori delle aziende in crisi, si predisponeva a lucrare anche su questo lato della miseria operaia, favorita dall’azione legislativa che negli ultimi anni ha ridotto gli ammortizzatori sociali, così come già fa in campo previdenziale e assistenziale.
Il 7 e l’8 settembre si teneva a Roma la prima Assemblea Generale della Cgil, il nuovo organismo, formato da 332 componenti, istituito dalla V Conferenza d’Organizzazione tenutasi un anno prima, commentata nella puntata precedente di questo lavoro. Come già accennato, l’assemblea era contraddistinta dalla presa di posizione della Cgil in merito al referendum costituzionale previsto per il 4 dicembre, schierandosi la Confederazione col fronte del No, dal rilancio della campagna a sostegno della proposta di legge d’iniziativa popolare per una nuova “Carta dei diritti universali” (sostitutiva dello Statuto dei Lavoratori del 1970) e di tre referendum abrogativi (art. 18, voucher, appalti), e dall’annuncio di un “nuovo corso” per una gestione più unitaria e pluralista del sindacato. Tutto ciò serviva all’area di “Democrazia e Lavoro” per annunciare entusiasticamente la fine del suo scontro con la maggioranza della Confederazione, che un anno prima, come abbiamo scritto, aveva assunto toni – apparentemente – molto aspri.
Il 28 settembre 2016 riprendeva la trattativa per il rinnovo del contratto metalmeccanico e Federmeccanica avanzava una proposta con alcune modifiche rispetto quella presentata il 22 dicembre 2015, affermando di proporre un aumento di 50 euro, con un recupero dell’inflazione “a scalare”: 100% dell’inflazione reale del 2016 pagata però a giugno del 2017; 75% dell’inflazione del 2017 a giugno del 2018; 50% dell’inflazione del 2018 a giugno del 2019.
Il Comitato centrale Fiom del giorno dopo valutava questa modifica un «risultato delle lotte e delle mobilitazioni unitarie» ma giudicava «la proposta avanzata da Federmeccanica in materia di salario un passo avanti ma insufficiente in quanto (…) la reale garanzia del potere d’acquisto deve avvenire attraverso una rivalutazione dei minimi contrattuali per tutti che recuperi integralmente il valore dell’inflazione e non può essere sostituito da forme di welfare».
Il nuovo portavoce nazionale de “Il sindacato è un’altra cosa” Eliana Como, riguardo alla nuova proposta di Federmeccanica, affermava: «Federmeccanica propone 0 euro per il 2016 e 9 euro al 5° livello per il 2017. Non so perché i giornali dicano 50 euro». Poi ricordava che, anche nel caso l’aumento fosse effettivamente di 50 euro, tutti gli altri rinnovi contrattuali recentemente conclusi, pur peggiorativi, contemplavano aumenti ben superiori (bancari 85 euro; chimici 90; gomma-plastica 76; terziario 85; autoferrotranvieri 100; alimentaristi 105; igiene ambientale 90).
Il 30 settembre Fim, Fiom e Uilm ribadivano quanto già espresso dalla Fiom nel Comitato Centrale del giorno prima, ovverosia che la nuova proposta era un passo in avanti ma ancora insufficiente, e proclamavano un nuovo sciopero “dello straordinario e della flessibilità” che, nella gran parte delle aziende, rimarrà solo sulla carta.
Il 26 ottobre Filcams Cgil, Fisascat CISL e Uiltucs UIL si accordavano con la Confcommercio per la sospensione di una delle 5 rate in tre anni in cui era stato stabilito – dal contratto del 30 marzo 2015 – di suddividere il già misero aumento del salario (85 euro), pari a 16 euro medi lordi, la cui erogazione era prevista per novembre, «alla luce dell’ancora incerto andamento economico». Si trattava della prima applicazione di quella “verifica periodica” degli aumenti salariali introdotta nei recenti rinnovi contrattali.
Il 2 novembre si riuniva il Comitato centrale Fiom che nel merito della trattativa con Federmeccanica non introduceva alcun elemento nuovo e dava mandato alla Segreteria Nazionale di convocare una nuova Assemblea nazionale dei delegati, dopo l’ultima di luglio. Questa si teneva il 18 novembre ed al termine dei suoi lavori venivano presentati tre documenti votati in contrapposizione: quello della Segreteria Nazionale, approvato con 438 voti a favore; quello dell’area “Il sindacato è un’altra cosa” respinto con 35 voti a favore; quello presentato da Augustin Breda, storico delegato della Electrolux di Susegana, dell’area “Democrazia e Lavoro”, respinto con 3 voti a favore. Nei tre documenti erano sostanzialmente ribadite le rispettive posizioni già espresse nelle riunioni precedenti. I due documenti respinti in buona parte coincidevano, fatta eccezione principalmente per la questione del Testo Unico sulla Rappresentanza, accettato dal delegato di “Democrazia e Lavoro”, tranne che per ciò che riguarda le deroghe e le sanzioni.
La trattativa riprendeva dal 23. Il 26 i 4 rappresentanti de “Il sindacato è un’altra cosa” comunicavano l’uscita dalla delegazione trattante per i troppi cedimenti accettati. La delegazione approvava la prosecuzione dei suoi lavori con 6 voti contrari. Poche ore dopo Fim, Fiom e Uilm annunciavano la firma del nuovo contratto.
Al termine della trattativa, ancora seduti al tavolo industriali e sindacalisti di regime, Landini teneva una dichiarazione di otto minuti. È davvero istruttivo vedere gli industriali annuire e applaudire alle sue parole. Nella confusione dei concetti vuoti, retorici e di circostanza vomitati con gran maestria quelli forse centrali sono: – che il contratto è stato rinnovato nelle peggiori condizioni possibili, per la situazione economica e per le relazioni sindacali, e che questo non era il momento della divisione ma della unione: una lapidaria conferma della sua opposizione giurata alla lotta di classe; – che si impone ed estende la contrattazione aziendale; – che si tratta di contratto in cui si “sperimenta”, ad esempio sul tema degli inquadramenti.
Qui ne riportiamo alcuni punti salienti:
SALARIO
I comunicati di Fim, Fiom e Uilm parlano di un aumento di 92 euro. La cifra invece è minore, incerta e non per tutti:
– Ai 92 euro si giunge sommando ai 51 di aumento salariale vero e proprio, voci legate al cosiddetto welfare aziendale: 7,69 euro sul fondo previdenziale Cometa (cui sono iscritti circa il 40% dei metalmeccanici); 12 euro sulla sanità integrativa; 13,6 euro di buoni spesa (!); infine una quota per il “diritto alla formazione continua”. Tutti questi elementi sono senza contributi previdenziali, arrecando quindi un danno anche al salario differito (pensione, Tfr);
– I 51 euro salariali sono definiti in base a un indice chiamato IPCA, adottato per la prima volta nell’accordo interconfederale separato del 2009 fra Cisl, Uil e Confindustria, allora respinto dalla Cgil, che poi è passato ad avallarlo nei rinnovi contrattuali degli anni successivi; la Fiom, ancora nel 2012, non aveva firmato il contratto nazionale 2012-2015 adducendo quale ragione anche l’utilizzo di questo indice, che ora accetta anch’essa;
– Se l’inflazione reale risultasse inferiore a quella prevista, gli aumenti potrebbero essere rivisti al ribasso, come già avvenuto per il settore terziario: quindi si tratta di un aumento incerto;
– Laddove fossero contrattati premi aziendali fissi, a partire dal 2017 questi assorbiranno gli aumenti del contratto nazionale; ciò avrà due conseguenze: che dagli aumenti del contratto nazionale saranno esclusi una parte di lavoratori e che si tenderà a rendere tutti i premi aziendali variabili, come d’altra parte è espressamente scritto nell’ipotesi d’accordo.
PARTE NORMATIVA
– Nel contratto non c’è nessuna norma di contrasto al Jobs act, né riguardo al demansionamento né ai licenziamenti; cade nel dimenticatoio l’unica rivendicazione chiara, e che interessa davvero i lavoratori, inizialmente avanzata dalla Fiom;
– Rinnovando il Ccnl del 2012 la Fiom accetta tutto quello che quattro anni prima aveva rifiutato; ad esempio: l’aumento delle ore di straordinario obbligatorio raddoppiate da 40 a 80; l’aumento delle ore di flessibilità da 64 a 80, cancellando l’obbligo di accordo sindacale.
– Sono cancellate le deroghe salariali previste dal Ccnl del 2012 e sono riconosciute quelle normative con l’applicazione del TUR (prestazione lavorativa, orari e organizzazione del lavoro);
– Per l’applicazione del Testo sulla Rappresentanza è prevista l’istituzione di una apposita commissione fin dal gennaio 2017.
Il giorno dopo la firma si riuniva il Comitato Centrale Fiom. Vi erano presentati due documenti contrapposti: quello della Segreteria Nazionale era approvato con 115 voti a favore e prevedeva un referendum fra i metalmeccanici per approvare il nuovo contratto il 19, 20 e 21 dicembre. L’altro era presentato da tre componenti del Comitato centrale, fra cui lo storico delegato della Fincantieri di Sestri Ponente (Genova), del gruppo Lotta Comunista, e il segretario generale provinciale della Fiom di Genova, del gruppo trozkista denominato Associazione Controcorrente, una ex corrente di Rifondazione Comunista, e veniva respinto con 10 voti a favore. L’area “Il sindacato è un’altra cosa” non presentava documenti in contrapposizione.
Il giorno successivo, il 29 novembre, si riuniva nuovamente l’Assemblea Generale della Cgil che rinnovava la segreteria nazionale confederale, con cinque nuovi componenti, «nell’ottica di una nuova gestione unitaria dell’organizzazione».
Lo stesso giorno si esprimeva contro l’ipotesi di rinnovo del contratto il Direttivo provinciale Fiom di Genova, con 66 voti favorevoli, 1 contrario, 1 astenuto. Il 2 dicembre quello di Trieste, all’unanimità con un solo astenuto. La Segreteria Nazionale Fiom allora inviava una circolare interna nella quale ricordava che, in base a una norma statutaria introdotta al XVI Congresso Cgil del 2010, era fatto divieto ai direttivi territoriali presentare documenti da porre ai voti una volta che un direttivo di livello più alto ha deciso. Insomma, si può discutere una decisione presa a livello superiore ma non può essere reso pubblico l’orientamento maggioritario dell’organismo di rango inferiore. Una norma introdotta, evidentemente, per rendere ancora più sicura l’approvazione delle decisioni prese al vertice. E per altro violata dallo stesso Comitato Centrale Fiom, ad esempio all’epoca della firma dal parte della Segreteria Nazionale del Testo Unico sulla Rappresentanza, il 10 gennaio 2014.
Il 6 dicembre a Firenze si svolgeva una riunione dei delegati metalmeccanici contrari all’ipotesi di rinnovo contrattuale organizzata da “Il sindacato è un’altra cosa”. La riunione era formalmente aperta a tutti i delegati a prescindere dall’appartenenza sindacale ma di fatto non si era lavorato per favorirne la partecipazione all’infuori dell’area. Non era stato rivolto un invito formale, ad esempio, ai delegati e ai militanti di USB né a quelli della Flmu CUB, i due sindacati di base con maggior inserimento, pur piccolo, nella categoria. Si sarebbe dovuto organizzare un coordinamento intersindacale contro l’accordo, che agisse in modo unitario.
Fosse per la sola propaganda per il no o, come noi auspichiamo ed indichiamo, per respingerlo organizzando uno sciopero nelle fabbriche, un simile lavoro si sarebbe scontrato con la repressione interna alla Cgil e alla Fiom. Se si pensa che la semplice adesione ad un comitato che si è riunito una sola volta – quello delle fabbriche FCA del Centro-Sud Italia – è bastato a colpire quei delegati, si può immaginare cosa sarebbe potuto accadere quando la posta in palio era la firma unitaria del contratto metalmeccanico. Questo presumibilmente ha limitato l’azione de “Il sindacato è un’altra cosa” al campo di una campagna referendaria svolta autonomamente dall’area.
Dal lato del sindacalismo di base questo atteggiamento è servito a giustificare la consueta azione isolata e separata di ciascuna organizzazione. L’USB ha convocato una sua Assemblea nazionale dei delegati metalmeccanici il 17 dicembre a Bologna. Di tale riunione non si ha risultanza di alcuna documentazione, se non alcune brevi interviste video. L’indicazione, per altro non troppo chiaramente affermata, non è stata quella del voto contrario al referendum bensì di non votare. Un indirizzo pratico del tutto inutile in assenza dell’organizzazione finalizzata all’indirizzo alternativo al voto, ossia lo sciopero. Significativamente nella sua intervista Bellavita, a commento del nuovo contratto, non faceva alcuna menzione della prevista applicazione del Testo Unico sulla Rappresentanza.
A conferma di come il referendum sia uno strumento padronale contro i lavoratori, così come già si è potuto recentemente verificare per i contratti degli autoferrotranvieri e dell’igiene ambientale, anche quello dei metalmeccanici ha segnato una netta vittoria dei sì, con oltre l’80%, nonostante in importanti grandi fabbriche, nonché gruppi industriali, abbiano prevalso i voti contrari: alla YKK di Vercelli, alla Same di Bergamo e alla GKN di Firenze, tradizionali roccaforti de “Il sindacato è un’altra cosa”; alla Dalmine di Bergamo, nonostante l’assenza di delegati di questa area ma con la presenza della Flmu CUB; alla Pasotti di Pompiano (Brescia); alla Danieli di Udine; alla Motori Minarelli di Bologna; alla Marcegaglia di Forlì; all’ILVA, alle Riparazioni navali, alla Leonardo e all’Ansaldo di Genova; alla Piaggio e alla Guzzi di Pontedera; alla Continental e alla Pistoni Associati di Pisa; alla AST di Terni; alla Aeroavio di Pomigliano, alla Dema di Somma Vesuviana, alla Bticino di Torre del Greco, alla Meridbulloni di Castellammare di Stabia e alla Schneider di Casavatore (Napoli); alla Jabil di Marcianise (Caserta); nei gruppi Fincantieri (Sestri Ponente, Riva Trigoso, Muggiano, Monfalcone, Ancona), Electrolux (Porcia, Susegana, Forlì, Solaro) e Sirti (Milano, Genova, Roma, Benevento).
Dai dati forniti da Fim, Fiom e Uilm, le province in cui hanno prevalso i contrari all’ipotesi di rinnovo contrattuale sono state quelle di Genova, di Legnano-Magenta e di Gorizia. In quest’ultima è stato determinante l’orientamento della RSU della Fincantieri di Monfalcone. A Genova lo è stato l’orientamento del Direttivo provinciale, nonostante l’intervento diretto di Landini che ha partecipato all’assemblea all’Ansaldo il 16 dicembre. Il voto della provincia di Genova è stato determinante anche nella regione, risultando la Liguria l’unica d’Italia in cui il contratto è stato respinto, nonostante nelle altre tre province abbiano prevalso i voti favorevoli. Da notare invece che a Trieste, nonostante l’orientamento contrario del Direttivo provinciale Fiom, hanno prevalso, sia pur non di molto, i voti favorevoli.
La firma da parte della Fiom del nuovo contratto metalmeccanico viene a confermare quanto affermato dal nostro partito fin dall’apertura del ciclo di simulata opposizione di questo sindacato all’attacco padronale apertosi con l’accordo alla Fiat di Pomigliano nel giugno 2010, e su tutta la Cgil, dalla sua fondazione e, peggio, dalla seconda metà degli anni Settanta, quando il suo carattere di regime è divenuto irreversibile.
L’altro insegnamento importante di questo arco di 8 anni del sindacalismo di regime in Italia qui preso in esame è la conferma del fallimento della sua “sinistra”, della sua ambizione di cambiare natura alla Cgil, riportandola sul terreno di classe.