Partito Comunista Internazionale

La crisi mortale del capitalismo Pt. 2

Categorie: Capitalist Crisis

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L’ultima fase del capitalismo

Seguendo Lenin noi siamo entrati nella fase imperialista da circa un trentennio. La guerra ultima non è altrimenti spiegabile che come il portato inevitabile degli antagonismi fra gruppi capitalisti, quando il già congestionato processo economico cozzava contro l’impossibilità di smaltire gli stocks che la produzione ammassava.

La guerra dunque era una manifestazione sia pure grandiosa della crisi del capitalismo. Essa che non ne era la causa scoppiava allorquando, maturate le premesse per la rivoluzione socialista, l’organizzazione del proletariato, la Seconda Internazionale, invece di istradare le masse verso il combattimento decisivo, le consegnava alla discrezione del nemico capitalista.

L’esame delle situazioni del dopo-guerra, non esclusa di quella che viviamo, e di quelle che verranno, per restare inquadrato nella critica e nell’ analisi marxista, il che equivale a dire per un comunista, per illuminarci giustamente e realmente sulla nostra azione rivoluzionaria, non deve operarsi prendendo per dato di partenza la contingenza economica prebellica come se essa fosse di quiete e di sviluppo dell’ economia capitalista. Al contrario tale contingenza era un momento della crisi mortale del capitalismo, l’antecedente diretto della guerra imperialista, che non si è risolta nella fine del regime borghese, solo perchè la Seconda Internazionale ha tradito gli interessi del proletariato rivoluzionario.

Un dato di partenza esatto per la comprensione delle situazioni economiche attuali e successive e più remote e, come dicemmo seguendo Lenin, occorre risalire circa al principio del nostro secolo.

Quand’ anche noi avessimo stabilite che la massa di produzione dell’ ante guerra, che il margine dei risparmi annuali, che il ritmo di produzione dei capitali, hanno toccato od anche oltre passato i termini dell’ ante-guerra in questa o quella nazione, od in tutta l’Europa, noi da questo non potremmo concludere che per la presistenza della crisi mortale del capitalismo mentre tale analisi non ci avrebbe fornito l’elemento essenziale per la nostra azione comunista.

Questo elemento riusciremo a configurarlo solo se applicheremo la stessa indagine marxista che ha permesso a Lenin di accertare la presenza delle premesse rivoluzionarie nell’ avanti guerra attraverso lo studio del congegno economico, delle tavole su cui esso è ingranato, delle leggi della sua vita e del suo funzionamento.

Allora noi non resteremo prigionieri di una contingenza particolare, ma spiegheremo questa secondo le leggi della situazione che l’ha generata, la vedremo come una congiuntura situata nel corso agonico del capitalismo ed opereremo per accelerare la vittoria rivoluzionaria.

Allora non vedremo una inesistente durevole stabilizzazione del capitalismo e tutto il riordinamento economico operato dalla borghesia si profilera’ nettamente non nella direzione della razionalizazione, ma nell’ opposta direzione di un provvisorio assestamento del potente apparato produttivo del capitalismo che la classe nemica ha potuto attuare in seguito alle disfatte dell’ assalto rivoluzionario del proletariato.

Allora i termini di guida dell’ azione comunista non saranno quelli del confronto ante-guerra, dopo-guerra; ma gli altri che costellano nell’ ultima fase del capitalismo la vittoria rivoluzionaria in Russia, le battaglie rivoluzionarie in Germania, in Inghilterra, in Bulgaria, in Estonia, in Italia, in Cina, ed ovunque.

Allora la prospettiva netta che avremo di fronte non sarà quella di un quadro di rapporti di classi dominato dal capitalismo razionalizzatore e di un conseguente attenuazione della lotta rivoluzionaria, ma l’opposta prospettiva dei conflitti decisivi, dei cataclisma sociali da cui potrà uscire per la nostra generazione la catastrofe o la vittoria del proletariato, il fascismo od il comunismo, ma non potrà sortire una fase di composti rapporti fra le classi.

E il dissidio non è quello apparente, relativo alla durata del periodo storico entro il quale il paragone e l’esame devono essere fatti, se deve iniziarsi col 1900-1905  col 1914. Si tratta di un dissidio di ben altra e grande importanza per il movimento rivoluzionario che Lenin aveva già approfondito con il suo studio sull’imperialismo, nella polemica con Kautsky.

La socialdemocrazia ha uno strumento adatto alla spiegazione di tutti i fenomeni dell’ epoca che viviamo. Fascismo, bolscevismo, militarismo, protezionismo, ecc. sono tendenze e fatti appartenenti tutti alle “conseguenze della guerra destinati ad essere riassorbiti dall’ organismo sociale che, guarito dai suoi mali, riprenderebbe il suo tranquillo cammino”. Il binomio chiuso “guerra, conseguenze della guerra” doveva, avere come legittima e naturale conseguenza tutta la politica che puo’ riassumersi nell’ incoraggiamento dalle trasformazioni industriali del capitalismo razionalizzatore. Questa posizione centrale della socialdemocrazia forma l’ossatura dell’ edificio del Bureau International du travail ginevrino che fascisti, socialisti, padroni e governi votano le loro risoluzioni non sulla sabbia di una utopistica collaborazione fra le classi, ma sotto i sinistri bagliori gettati dalla rovente realtà che vede i proletari assassinati perchè non rinunciano alle battaglie rivoluzionarie,

i capitalisti ed i loro lacchè all’ opera
controrivoluzionaria terrorista ed economica anche nella Russia soviettista. La posizione social democratica è controrivoluzionaria non solamente per le ragioni date magistralmente da Marx e lumeggiate da Rosa Luxembourg sulle conseguenze dello sviluppo industriale che comportano un intensificato sfruttamento dei lavoratori e non il loro miglioramento, ma anche per il fatto che sulle tracce del superimperialismo – di Kautzsky – essa occulta alla classe operaia la natura del piano sviluppato dal capitalismo.

Questo procede alla sistemazione ed al perfezionamento del suo apparato non perchè abbia di fronte a sé un domani di sviluppo e di ripresa, ma perchè – allontanato il pericolo immediato della rivoluzione – puo’ estendere i margini del suo profitto sovratutto attraverso una maggiore spogliazione della classe operaia.

Razionalizzare con i termini del linguaggio economico della rivoluzione industriale del secolo scorso significava che, sul cammino del progresso del capitalismo, era concepibile l’ estensione della massa del plusvalore con una linea ascensionale dei salari reali anche se questa non era affatto proporzionale allo sviluppo della produttività del lavoro. Tale razionalizzazione significava altresi’ che l’estensione della produzione era compatibile con l’assorbimento della mano d’opera risultante disoccupata dalla diminuzione del numero degli operai impiegati nella produzione.

La presunta razionalizzazione con i termini del linguaggio del crepuscolo agonico del capitalismo non significa altro che la marcia offensiva contro il proletariato i cui salari diminuiscono di una quota che potrebbe essere valutata solamente tenendo presente il rapporto fra la quantità di lavoro contenuta nei prodotti, quantità di lavoro sempre decrescente per l’aumento della produttività del lavoro e gli indici dei prezzi, mentre la disoccupazione di eserciti di lavoratori diventa una piaga permanente dell’ economia capitalista.

Non è quindi l’apparente diversità del termine iniziale di partenza che separa l’esame marxista e leninista delle situazioni dall’ altro contrastante socialdemocratico. Da una parte abbiamo la comprensione dei fenomeni economici che si succedono in una fase ben definita del capitalismo, nella fase della sua decadenza, dall’ altra abbiamo il semplice binomio della guerra e delle sue conseguenze cioè’ di fenomeni economici eccezionali, patologici destinati a risolversi nel nuovo corso del capitalismo.

Come risultati abbiamo, per noi, insieme con la chiara visione della imminenza delle battaglie rivoluzionarie, la alta valutazione del grado d’influenza che spetta al proletariato sul corso degli avvenimenti, per i socialdemocratici invece, con la prospettiva della “pace industriale” fra capitalismo e proletariato, la più assoluta sfiducia, sulle capacità di lotta di quest’ ultimo. E come sempre il dissenso attiene alla natura stessa dei nostri principi giacchè ci si puo’ muovere nella direzione della socialdemocrazia solo restando ai lati dell’ analisi marxista delle situazioni, solo se invece di penetrare nel vivo del processo economico, si resta alla superficie, scambiando per un male epidermico il tumore che ha il suo fuoco nel cuore dell’ economia capitalista e che ha davanti a se non le crisi periodiche di una volta, ma la guerra, il fascismo, i movimenti rivoluzionari in Europa, in Asia, in Africa, la vittoria rivoluzionaria in Russia.