La crisi mortale del capitalismo
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Una nozione esatta dell’ epoca in cui viviamo è indispensabile per fissare le direttive politiche fondamentali per l’azione comunista. “Il pseudo-marxista” si affanna ad analizzare la situazione per diagnosticare la stabilizzazione instabile la razionalizzazione , la « situazione a sinistra e stabilire quindi la tattica da applicare, se quella del blocco o dell’ intransigenza elettorale, del filo-aventinismo o dell’ anti-concentrazionismo del sostegno o della lotta contro il Labour-Party, dell’ unità o della scissione sindacale, dell’ appoggio o della lotta contro i Koulaks. Ora gli avvenimenti provano ad usura che la tattica stagionata adottata dai partiti comunisti porta invariabilmente ad una posizione di assoluta incapacità quando le masse passano all’ attacco diretto contro il regime capitalista, se non ci conduce poi all’ isolamento ed al putsch quando la borghesia puo’ registrare un parziale successo. Gli è che l’esame delle situazioni è indispensabile per la misura della nostra azione, per la delimitazione e precisazione delle rivendicazioni da assegnare alle lotte proletarie, ma esso non deve mai influire sulla qualità, sulla direzione dell’ azione comunista. Cosi’, ad esempio, noi fummo e siamo contro coloro che vorrebbero lanciare la parola dei soviet in ogni momento, come siamo gli irriducibili avversari di ogni attenuazione del nostro programma fondamentale. Come lottammo contro la social-democrazia che per fare di più voleva astrarre il proletariato nel pantano della collaborazione, cosi siamo contro i nuovi revisionisti del comunismo che per fare di più o sotto il pretesto che le masse non ancora comprendono sostituiscono la parola della dittatura proletaria con altre di tipo proletario e democratico, preparando cosi’ non la vittoria, ma altre disfatte rivoluzionarie.
D’altronde l’esame della situazione che un partito comunista deve fare non è e non deve essere una fotografia presa dall’ esterno per allineare attraverso statistiche imperfette, arbitrarie o discordanti i fenomeni economici e stabilire prospettive che si dimostrano poi fallaci. Al contrario, essendo il proletariato ed il partito comunista uno dei fattori, essendo anzi destinato a divenire il fattore risolutivo, noi faremo un esame reale e i marxista solo se, stabilita la serie di rivendicazioni di classe che puo’ in un dato periodo mobilitare il più vasto strato di masse, volgeremo questa situazione a nostro favore riuscendo a guadagnare alle classe proletaria posizioni di forza più avanzate nella lotta rivoluzionaria.
Una distinzione che non è accademica ma è indispensabile è quella che ci permette di stabilire se viviamo in una fase di sviluppo, di tranquillità, di decadenza dell’economia capitalista. Questa distinzione ha il doppio scopo di allenare la coscienza del partito e del proletariato alla visione che le stabili rivendicazioni di classe, sia pure minime, vanno presto o tardi verso yna battaglia rivoluzionaria e di fare giustamente valutare al partito il grado maggiore di influenza sugli avvenimenti che spetta al proletariato nella fase di decadenza del capitalismo.
L’analisi fatta de Marx dell’ economia capitalista tocca nel vivo il meccanismo economico e produttivo, rileva e spiega l’ossatura del regine borghese e deduce da questa le leggi della sua vita e della sua risoluzione nella superiore economia comunista..
Il contrasto fra l’organizzazione della produzione e della società basata sulla proprietà privata e la natura sociale dei mezzi di produzione, questo contrasto che accompagna l’ascesa della borghesia al potere condanna irreparabilmente questo regime, non solamente perchè iniquo, ma perchè destinato ad incontrare e generare bon l’ordine, l’armonia ed il benessere collettivo, ma l’anarchia economica ed il progressivo immiserimento delle masse lavoratrici. Difatti, l’incedere della sviluppo tecnico è sottoposto alla legge della progressiva riduzione del valore dei prodotti mentre il crescente accentramento della proprietà dei mezzi di produzione opera contro questa legge attraverso l’esercizio della dittatura della classe borghese.
Tuttavia fino al secolo scorso il capitalismo rappresentava un elemento storico progressivo perchè il grado dello sviluppo industriale, l’abbondanza di campi coloniali di sfruttamento permettono ai capitalisti la faticosa accumulazione delle loro fortune mentre l’ingranaggio della libera concorrenza imponeva sia pure a prezzo di dispersioni enormi di ricchezze una regolazione della produzione. Ma le crisi decennali seppure contenevano in esse il fattore della loro risoluzione, non erano che i segni precursori della crisi ben più vasta e profonda che sarebbe inevitabilmente scoppiata quando la caduta dei prezzi non lasciava più all’ accumulazione capitalista una copiosa sorgente di profitti attraverso il perfezionamento industriale e si riduceva il campo dei mercati e delle colonie da rifornire e da sfruttare. Allora il regime capitalista aveva toccato lo zenith del suo sviluppo e la libera concorrenza lasciava il posto al trust ed al cartello. Sotto il regno di questi la riproduzione dei profitti non si verifica più secondo la legge del solo plusvalore contenuto nei prodotti richiesti dal consumo, ma secondo l’altra più complessa del plusvalore ricavato dai prodotti la cui quantità o qualità è imposta da parte del monopolizzatore onnipossente.
In quest’ epoca la quantità della produzione che raggiunge i mercati è inferiore a quella che il grado dello sviluppo tecnico consente e l’insieme dei bisogni del’a collettività richiede. L’organismo economico non riceve l’alimento corrispondente alla sua gestione ed i capitalisti per non urtarsi contro una riduzione dei loro profitti contengono la massa della produzione. La libera concorrenza ed il mercato non regola più la produzione il cui centro direttivo passa alle banche le quali, con il loro potere sovrano, contrassegnano l’ epoca imperialista del capitalismo.
Lenin che ha presentato al proletariato lo studio più completo su questa fase del capitalismo, l’ha definita l’ultima fase, la fase parassitaria del capitalismo e prospetta gli elementi che permettono la conclusione che la fase discendente è iniziata per il regime capitalista mentre sono maturate le premesse per la nuova economia proletaria.
Significano le parole di Lerin che – in questa fase del capitalismo, nell’imperialismo, i progressi industriali, i perfezionamenti nella divisione del lavoro, sono divenuti impossibili? Ma simile attesa non ha nulla a che vedere col marxismo che non si attende l’arresto automatico e fatale della vita del regime borghese, che procede all’ accentramento dello stato di sviluppo raggiunto da questo per stabilire se i si è aperto il periodo che rende possibile l’attacco rivoluzionario del proletariato per fondare il nuovo ordinamento.
La vita della società puo’ proseguire e anche quando quel regime è divenuto un ostacolo al progresso ed alla stessa esistenza della collettività, se la classe rivoluzionaria non riesce a compiere la funzione. In tale ipotesi gli organi del meccanismo economico non cessano affatto di funzionare, l’apparecchio produttivo non si frantuma, ma i valori di ricchezze che si ottengono son estremamente inferiori a quelli che si potrebbero trasformare e produrre, se la nuova economia venisse fondata, condizione questa essenziale per la effettiva fecondità economica delle intenzioni e dei progressi industriali. Sotto il vecchio regime l’apparecchio produttivo può essere benissimo portato a riorganizzazioni, riassestamenti, e perfezionamenti dalla classe borghese la quale, per quanto sia già nella fase del suo declino, è ricca di esperienze e di capacità riorganizzatrici. Ma questi procedimenti non possono essere scambiati con quelli attinenti allo razionalizzazione che si presentava al capitalismo nell’ epoca del suo sviluppo allorché le riforme erano compatibili con il progresso della produzione e del consumo. Nella fase del declino questi procedi menti si accompagnano con l’intensificato sfruttamento del proletariato ed essi rappresentano la taglia imposta a questa classe che non ha trovato nell’ Internazionale Comunista l’organo capace di guidarlo alla sua rivoluzione.
L’ultima fase del capitalismo
Seguendo Lenin noi siamo entrati nella fase imperialista da circa un trentennio. La guerra ultima non è altrimenti spiegabile che come il portato inevitabile degli antagonismi fra gruppi capitalisti, quando il già congestionato processo economico cozzava contro l’impossibilità di smaltire gli stocks che la produzione ammassava.
La guerra dunque era una manifestazione sia pure grandiosa della crisi del capitalismo. Essa che non ne era la causa scoppiava allorquando, maturate le premesse per la rivoluzione socialista, l’organizzazione del proletariato, la Seconda Internazionale, invece di istradare le masse verso il combattimento decisivo, le consegnava alla discrezione del nemico capitalista.
L’esame delle situazioni del dopo-guerra, non esclusa di quella che viviamo, e di quelle che verranno, per restare inquadrato nella critica e nell’ analisi marxista, il che equivale a dire per un comunista, per illuminarci giustamente e realmente sulla nostra azione rivoluzionaria, non deve operarsi prendendo per dato di partenza la contingenza economica prebellica come se essa fosse di quiete e di sviluppo dell’ economia capitalista. Al contrario tale contingenza era un momento della crisi mortale del capitalismo, l’antecedente diretto della guerra imperialista, che non si è risolta nella fine del regime borghese, solo perchè la Seconda Internazionale ha tradito gli interessi del proletariato rivoluzionario.
Un dato di partenza esatto per la comprensione delle situazioni economiche attuali e successive e più remote e, come dicemmo seguendo Lenin, occorre risalire circa al principio del nostro secolo.
Quand’ anche noi avessimo stabilite che la massa di produzione dell’ ante guerra, che il margine dei risparmi annuali, che il ritmo di produzione dei capitali, hanno toccato od anche oltre passato i termini dell’ ante-guerra in questa o quella nazione, od in tutta l’Europa, noi da questo non potremmo concludere che per la presistenza della crisi mortale del capitalismo mentre tale analisi non ci avrebbe fornito l’elemento essenziale per la nostra azione comunista.
Questo elemento riusciremo a configurarlo solo se applicheremo la stessa indagine marxista che ha permesso a Lenin di accertare la presenza delle premesse rivoluzionarie nell’ avanti guerra attraverso lo studio del congegno economico, delle tavole su cui esso è ingranato, delle leggi della sua vita e del suo funzionamento.
Allora noi non resteremo prigionieri di una contingenza particolare, ma spiegheremo questa secondo le leggi della situazione che l’ha generata, la vedremo come una congiuntura situata nel corso agonico del capitalismo ed opereremo per accelerare la vittoria rivoluzionaria.
Allora non vedremo una inesistente durevole stabilizzazione del capitalismo e tutto il riordinamento economico operato dalla borghesia si profilera’ nettamente non nella direzione della razionalizazione, ma nell’ opposta direzione di un provvisorio assestamento del potente apparato produttivo del capitalismo che la classe nemica ha potuto attuare in seguito alle disfatte dell’ assalto rivoluzionario del proletariato.
Allora i termini di guida dell’ azione comunista non saranno quelli del confronto ante-guerra, dopo-guerra; ma gli altri che costellano nell’ ultima fase del capitalismo la vittoria rivoluzionaria in Russia, le battaglie rivoluzionarie in Germania, in Inghilterra, in Bulgaria, in Estonia, in Italia, in Cina, ed ovunque.
Allora la prospettiva netta che avremo di fronte non sarà quella di un quadro di rapporti di classi dominato dal capitalismo razionalizzatore e di un conseguente attenuazione della lotta rivoluzionaria, ma l’opposta prospettiva dei conflitti decisivi, dei cataclisma sociali da cui potrà uscire per la nostra generazione la catastrofe o la vittoria del proletariato, il fascismo od il comunismo, ma non potrà sortire una fase di composti rapporti fra le classi.
E il dissidio non è quello apparente, relativo alla durata del periodo storico entro il quale il paragone e l’esame devono essere fatti, se deve iniziarsi col 1900-1905 col 1914. Si tratta di un dissidio di ben altra e grande importanza per il movimento rivoluzionario che Lenin aveva già approfondito con il suo studio sull’imperialismo, nella polemica con Kautsky.
La socialdemocrazia ha uno strumento adatto alla spiegazione di tutti i fenomeni dell’ epoca che viviamo. Fascismo, bolscevismo, militarismo, protezionismo, ecc. sono tendenze e fatti appartenenti tutti alle “conseguenze della guerra destinati ad essere riassorbiti dall’ organismo sociale che, guarito dai suoi mali, riprenderebbe il suo tranquillo cammino”. Il binomio chiuso “guerra, conseguenze della guerra” doveva, avere come legittima e naturale conseguenza tutta la politica che puo’ riassumersi nell’ incoraggiamento dalle trasformazioni industriali del capitalismo razionalizzatore. Questa posizione centrale della socialdemocrazia forma l’ossatura dell’ edificio del Bureau International du travail ginevrino che fascisti, socialisti, padroni e governi votano le loro risoluzioni non sulla sabbia di una utopistica collaborazione fra le classi, ma sotto i sinistri bagliori gettati dalla rovente realtà che vede i proletari assassinati perchè non rinunciano alle battaglie rivoluzionarie,
i capitalisti ed i loro lacchè all’ opera
controrivoluzionaria terrorista ed economica anche nella Russia soviettista. La posizione social democratica è controrivoluzionaria non solamente per le ragioni date magistralmente da Marx e lumeggiate da Rosa Luxembourg sulle conseguenze dello sviluppo industriale che comportano un intensificato sfruttamento dei lavoratori e non il loro miglioramento, ma anche per il fatto che sulle tracce del superimperialismo – di Kautzsky – essa occulta alla classe operaia la natura del piano sviluppato dal capitalismo.
Questo procede alla sistemazione ed al perfezionamento del suo apparato non perchè abbia di fronte a sé un domani di sviluppo e di ripresa, ma perchè – allontanato il pericolo immediato della rivoluzione – puo’ estendere i margini del suo profitto sovratutto attraverso una maggiore spogliazione della classe operaia.
Razionalizzare con i termini del linguaggio economico della rivoluzione industriale del secolo scorso significava che, sul cammino del progresso del capitalismo, era concepibile l’ estensione della massa del plusvalore con una linea ascensionale dei salari reali anche se questa non era affatto proporzionale allo sviluppo della produttività del lavoro. Tale razionalizzazione significava altresi’ che l’estensione della produzione era compatibile con l’assorbimento della mano d’opera risultante disoccupata dalla diminuzione del numero degli operai impiegati nella produzione.
La presunta razionalizzazione con i termini del linguaggio del crepuscolo agonico del capitalismo non significa altro che la marcia offensiva contro il proletariato i cui salari diminuiscono di una quota che potrebbe essere valutata solamente tenendo presente il rapporto fra la quantità di lavoro contenuta nei prodotti, quantità di lavoro sempre decrescente per l’aumento della produttività del lavoro e gli indici dei prezzi, mentre la disoccupazione di eserciti di lavoratori diventa una piaga permanente dell’ economia capitalista.
Non è quindi l’apparente diversità del termine iniziale di partenza che separa l’esame marxista e leninista delle situazioni dall’ altro contrastante socialdemocratico. Da una parte abbiamo la comprensione dei fenomeni economici che si succedono in una fase ben definita del capitalismo, nella fase della sua decadenza, dall’ altra abbiamo il semplice binomio della guerra e delle sue conseguenze cioè’ di fenomeni economici eccezionali, patologici destinati a risolversi nel nuovo corso del capitalismo.
Come risultati abbiamo, per noi, insieme con la chiara visione della imminenza delle battaglie rivoluzionarie, la alta valutazione del grado d’influenza che spetta al proletariato sul corso degli avvenimenti, per i socialdemocratici invece, con la prospettiva della “pace industriale” fra capitalismo e proletariato, la più assoluta sfiducia, sulle capacità di lotta di quest’ ultimo. E come sempre il dissenso attiene alla natura stessa dei nostri principi giacchè ci si puo’ muovere nella direzione della socialdemocrazia solo restando ai lati dell’ analisi marxista delle situazioni, solo se invece di penetrare nel vivo del processo economico, si resta alla superficie, scambiando per un male epidermico il tumore che ha il suo fuoco nel cuore dell’ economia capitalista e che ha davanti a se non le crisi periodiche di una volta, ma la guerra, il fascismo, i movimenti rivoluzionari in Europa, in Asia, in Africa, la vittoria rivoluzionaria in Russia.
L’ANALISI OPPORTUNISTA DELL’INTERNAZIONALE
Dal 1924 in poi l’analisi delle situazioni economiche è proceduta allontanandosi sempre più dal metodo marxista magistralmente impiegato da Lenin.
II V Congresso che si teneva all’ indomani della Conferenza di Londra e dell’ elaborazione del piano Dawes, della vittoria labourista in Inghilterra e del Cartello di sinistra in Francia, si ispirava alla tesi centrale della “stabilizzazione” dell’ economia capitalista. Sotto la suggestione di questa tesi si dava vita al Comitato Anglo-Russo e ci si apprestava a sacrificare l’Internazionale sindacale Rossa ai capi labouristi nella fallace prospettiva di avere in cambio il loro appoggio alla Russia Sovietista quando, per la stabilizzazione non si poteva contare sull’ appoggio diretto delle battaglie rivoluzionarie del proletariato..
L’Esecutivo Allargato del 1936 precisava chiaramente la tesi della stabilizzazione.
Oggi conosciamo la risposta inequivocabile degli avvenimenti, nel 1926 il grandioso sciopero generale inglese trova e il partito comunista assolutamente impreparato mentre i capi labourisţi, i firmatari del patto anglo-russo, compiono tranquillamente la loro missione di traditori e non solo non vengono, in questo menomamente disturbati dal comunisti, ma un anno dopo impongono ai dirigenti sindacali russi una completa rinunzia alle loro critiche il che equivale ad una imposizione di complicità nei misfatti controrivoluzionari. Ed il partito inglese, orientato nella prospettiva della stabilizzazione resta sorpreso dallo sciopero, non riesce modificare di una linea il corso delI’ inevitabile tradimento dei cape e il proletariato inglese non ha potuto – per colpa dell’ Internazionale – consolidare le lezioni di quella esperienza importantissima.
L’Esecutivo Allargato del marzo 1926 dava, all’ allora oppositore, Zinovief, là consolazione di attenuare la formula della stabilizzazione cambiata con l’altra di stabilizzazione-instabile. Ma si trattava in effetti di una ? di consolazione nello stesso tipo di quelle relative al regime interno di partito votate in quelle sessioni e che trovarono tutte il solo voto contrario del comp. Bordiga il quale, da grande capo rivoluzionario aveva fintato al di là delle parole il senso degli avvenimenti che si preparavano e che avevano avuto una prima espressione con la sorte imposta all’ opposizione proletaria di Leningrado. Quelle risoluzioni dell’ Allargato erano senza alcun valore di fronte alle altre ben più importanti che venivano prese nel corso della lotta contro il sedicente trotzskysmo da parte della direzione del partito russo.
Le relazioni di Staline e di Bouklurine nel 1926 e nel 1917, ma sovratutto nel 1926 si dipartivano tutte da una falsissima idea centrale sulla stabilizzazione vista come una fase in cui il capitalismo dopo avere riconquistato, e in parte superato le posizioni delI’avanti-guerra, poteva iniziare sicuramente il nuovo corso razionalizzatore. E’ sulla linea di questa prospettiva del centro direttivo del partito russo e dell’Internazionale che si trovano le idee essenziali che hanno presieduto, nell’economia sovietista, al prudentissimo ritmo dell’ industrializzazione ed alla politica filokulakista nelle campagne; nella rivoluzione cinese, alla falsa valutazione del compito della classe borghese in quei movimenti; nella politica dei partiti comunisti in Europa alla condotta di questi nei confronti dell’ offensiva borghese e dei movimenti rivoluzionari nelle colonie. Altrettanto chiara è stata la risposta degli avvenimenti.
In Russia la marcia insufficiente delI’ industrializzazione espone il monopolio del commercio estero ai colpi diretti ed indiretti del capitalismo occidentale, mentre nelle campagne kulak – dopo avere magnificamente approfittato dell’ appello di Bonkurine che li incitava ad arricchirsi – hanno rafforzato le loro posizioni nel campo della proprietà degli strumenti di lavoro, come del bestiame; della disponibilità delle terre in lavorazione, come nelle stesse cooperative di produzione e di credito. In Cina le tragedie di Shangai, dell’ Hou-Nan, le molte altre non esclusa l’ultima di Canton, questi avvenimenti hanno provato, con il duro linguaggio delle ecatombi proletarie, la funzione di quella classe borghese che rivoluzionaria nei secoli scorsi, era come dice Lenin nelle tesi del 2ª Congresso sulla questione coloniale destinata a diventare la rappresentante del capitalismo europeo decadente nella carneficina del proletariato e dei contadini cinesi.
In Europa abbiamo avuto le insignificanti scosse alla “stabilizzazione” rappresentate dall’ insurrezione di Vienna dall’impetuoso carattere delle manifestazioni di Sacco e Vanzetti, e dai recenti avvenimenti balcanici.
Nel contempo, per i rovesci del proletariato rivoluzionario, la situazione della Russia Sovietista è diventata sempre più grave: una catena ininterrotta lega il Succo di Pechino, la rottura delle relazioni anglo-russe, l’assassinio di Voikof, il caso Rakowsky, l’uccisione dei compagni russi a Canton, ke i-prese degli antichi proprietari delle miniere del Donnetz, le vicende delle trattative commerciali russo-tedesche.
Il centro direttivo dell’ Internazionale che ha ? di tali risultati può annebbiarli di fronte al proletariato russo ed internazionale con la campagna di calunnie contro la sinistra, ma fatti proveranno – come d’altronde hanno già provato – che i difensori della Russia sovietista sono da cercarsi tra coloro che seppero difenderla e sostenerla con le armi, non fra i membri della nata-morta organizzazione dei pseudo amici della Russia; i fatti proveranno altresì che la politica attuale dell’ Internazionale condurrà a posizioni sempre peggiori per il proletariato russo ed Internazionale….
Al XV Congresso russo infine, si è fatto un nuovo passo nell’ esame opportunista della situazione con una trovata di Boukharine sul risorgente capitalismo di stato. L’intervento di Chatskyne, se ha determinato una prudente ritirata di Boukharine, non dà nessuna garanzia seria. Si è giunti tanto oltre da ritenere che il capitalismo si trovi ad una fase di tale sviluppo da potere abbandonare alcuni rami della gestione economica che verrebbero assunti dall’amministrazione statale. I fatti ovunque, non esclusa l’Italia che Bonkurine prendeva ad esempio, provano invece che il processo cui assistiamo è esattamente l’opposto di quella del capitalismo di stato la gestione ai quelle stesse economie che in altri tempi erano considerate di pertinenza dello stato (ferrovie, poste, telefoni, ecc.) passano all’ intrapresa privata mentre i grandi trusts prendono diretto possesso della amministrazione governativa.
Ne vorrebbe affatto concludere dall’ apparente parallelismo di forma fra il capitalismo di stato e la trustificazione dello stato giacchè non solamente i due processi sono di natura contraria, ma essi corrispondono a due epoche antitetiche allo sviluppo del capitalismo l’uno, alla decadenza del capitalismo l’altro.
Contro le analisi opportuniste la sinistra ha costantemente messo in rilevo la natura reale delle situazioni viste nella catena di avvenimenti disposti riel corso della crisi mortale del capitalismo quando l’ora è scoccata del duello supremo fra la classe borghese ed il proletariato rivoluzionario. La condizione risolutiva di questo duello non è fatale, bensi essa è data dalla colpevolezza e dalla capacità che il proletariato puó acquistare solo attraverso il suo partito per non essere condannato a restare lo spettatore e la vittima degli avvenimenti.
La guerra imperialista trovò il proletariato russo con la ferma guida del partito bolscevico e la soluzione si è avuta nella vittoria rivoluzionaria, al altrove questa guida mancò ed avemmo una disfatta, la dispersione delle energie rivoluzionarie, il tradimento dei partiti.
Fondatasi l’Internazionale il difficile problema della direzione della lotta rivoluzionaria, della capacità dei partiti non è stato felicemente risoluto ma non per questo il duello fra borghesia e proletariato ha cessato di essere il centro motore del periodo storico che viviamo. Ad ogni disfatta rivoluzionaria segue un periodo di frettoloso riassestamento
un periodo di frettoloso riassestamento del capitalismo e, mentre la nuova filosofia della sconfitta permanente nutre le sfere direttive dei partiti e dell’ Internazionale, la borghesia che ha registrati dei successi, saluta l’esilio di Trotzsky, del capo delle armate rivoluzionarie che nel ’15, nel ’18, nel ’20 frantumò i piani degli eserciti imperialisti.
Ma malgrado le le disfatte subite il capitalismo non ha sanato la sua crisi che resta ancora aperta in tutta ka sua ampiezza. E la lotta è diventata più difficile e sanguinosa per il proletariato, ma la vittoria non mancherà. Noi non oseremo pronunziare delle date per questa vittoria né stabilirle con un impossibile analogia con il ciclo delle rivoluzioni borghesi ma coerenti con tutta la nostra tradizione di sinistra riprendiamo con la convinzione, appurata attentamente, che tutti gli avvenimenti marciano verso i conflitti decisivi dei quali noi, proletariato rivoluzionario, siamo il contendente che vincerà solo se un partito capace di profittare delle situazioni non per aprire un tragicomico Congresso ove i dirigenti si palleggiano le responsabilità o riconoscono i loro errori, ma per convocare le assemblee sovietiste vittoriose.
Guardata dai maschietti delle camicie nere o protetta dalla socialdemocrazia propugnatrice della pace sociale, la borghesia sorride soddisfatta per le vicende interne dell’ Internazionale Comunista e per la situazione imposta alla sinistra di questa. Ma non bastano né i fascisti, né la socialdemocrazia, né la confusione e l’equivoco nell’ Internazionale per quietare le forze che devastano il meccanismo economico. La vittoria spetta alla sola classe che puó dirigere queste forze, la vittoria spetta al proletariato il quale la conseguirà anche nella dannata ipotesi che gli errori, le esitazioni od anche i tradimenti dovessero far cadere il grandioso fortilizio del proletariato mondiale.
Sulle tracce di questa gigantesca esperienza, anche da quei lutti, sorgerebbe non la duratura restaurazione borghese ma la rivoluzione comunista, sia pure dopo un periodo di spaventosa reazione per l’estirpazione dei proletari rivoluzionari.