Partito Comunista Internazionale

Critica di classe dell’istituto democratico e interclassista del referendum

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L’essenza borghese della campagna referendaria attualmente in corso in Italia è stata espressa al meglio dal segretario della Cgil Maurizio Landini che proclama:

«È una battaglia per un Paese migliore, per un Paese moderno, un Paese nuovo, è una lotta di speranza, una lotta per il futuro, contro chi invece vuole ancora un Paese vecchio, conservatore, arretrato». 

Il richiamo del bonzo è quello alla sempiterna logica borghese del benessere del Paese, della Nazione, della Patria, ovverosia della società capitalistica, che altro non è se non la la logica della difesa dei vigenti rapporti sociali di dominio e per il mantenimento dello sfruttamento della classe lavoratrice.

Così commentammo riguardo al valore del referendum per la classe proletaria sul n.379 (settembre-ottobre 2016) del nostro giornale Il Partito Comunista nell’articolo “L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil: 8 anni di tradimento degli interessi operai”, nel capitolo “Trappole democratiche”: 

«Il ricorso al metodo del referendum popolare e a quello legislativo è fumo negli occhi. Ciò che la Cgil non ha voluto difendere sul piano della lotta di classe, non lo conquisterà certo con questi mezzi, pieni di inghippi e trappole, in cui la forza operaia è sostituita dalla conta delle opinioni dei cittadini, dei membri di tutte le classi, o dai voti dei parlamentari. Quando sono chiamati a votare i membri di tutte le classi e strati sociali, che campano tanto meglio quanto più è sfruttata la classe operaia, su questioni che riguardano i lavoratori, la vittoria padronale è garantita […]

Una eventuale proposta di legge popolare deve naturalmente essere approvata e non si capisce come lo stesso parlamento che – al di sopra dei governi e delle legislature – esegue gli ordini della borghesia nazionale e internazionale producendo le più nefaste leggi antioperaie, debba licenziare una proposta di legge se non dopo averla cambiata rendendola favorevole agli interessi padronali. Lo stesso per i referendum abrogativi: cancellano gli articoli di una legge, ma il vuoto che lasciano deve poi essere riempito dall’opera legislativa dei governi e dei parlamenti borghesi. Quindi, quand’anche si raccolga il numero sufficiente di firme, impiegando a questo scopo energie che dovrebbero essere utilizzate per organizzare la lotta di classe; quand’anche la borghese Corte Costituzionale e la borghese Cassazione approvino i quesiti referendari; quand’anche si raggiunga il cosiddetto quorum; quand’anche infine si riesca a vincere l’influenza che i potentissimi mezzi d’informazione borghesi hanno sulla rimbecillitissima opinione pubblica, orientandola a votare contro l’interesse della classe dominante, nemmeno nel caso in cui si verifichi questa remota ipotesi è possibile il raggiungimento dell’obiettivo favorevole alla classe lavoratrice.

Nella palude di queste logoranti procedure si vorrebbe affondare la lotta di classe, lo sciopero, tanto più forte quanto più esteso e duraturo, il solo metodo col quale i lavoratori possono davvero difendere le proprie condizioni di vita. 

Il referendum è già uno strumento dannoso alla lotta di classe quando riguarda solo i lavoratori, di una singola azienda o categoria: il voto di un operaio che sacrifica il suo tempo e le sue energie per l’organizzazione sindacale, rischiando la rappresaglia padronale, e che ha esperienza di lotte precedenti, vale quanto quello di un lavoratore inesperto, timoroso, individualista, o anche crumiro. Quando la rabbia cresce ma non è al punto da far esplodere lo sciopero, far votare individualmente i lavoratori in un referendum è il modo migliore per prender tempo, smorzare la determinazione e, spesso, per far prevalere gli indecisi sui più combattivi. Lo sciopero unisce le energie degli operai; il referendum le separa».

Tutta la fortuna della forma referendum, strumento che più si confà alla cosiddetta democrazia diretta tanto cara alla sinistra borghese perché rispecchierebbe fedelmente quella volontà popolare che, nella ideologia liberale, alla nostra opposta, dovrebbe scegliere gli uomini di governo ed imporre loro l’indirizzo politico, gira intorno alla menzogna borghese della “sovranità popolare” e della “rappresentanza parlamentare”; ma il concetto di sovranità popolare non è che  una finzione che maschera la realtà, e cioè che esiste una inconciliabile opposizione di interessi di classe che tanto sdegna i garanti della “conciliazione”.

Quali che possano essere i risultati del referendum, nulla nella sostanza cambierà e l’attacco alla classe lavoratrice continuerà in parallelo al peggiorare della crisi del capitale.

La risoluzione di questioni che riguardano i soli lavoratori attraverso lo strumento interclassista del referendum viene affidata al giudizio indistinto di tutti gli elettori, che in buona parte non sono proletari: il Referendum risulta essere dunque l’esatto contrario della lotta di classe poiché assistiamo alla indebita intrusione del populismo di regime e della sua costruita “maggioranza”, su un terreno di lotta esclusiva fra proletari e padronato. A decidere dei problemi che riguardano la classe lavoratrice sono chiamati a votare i membri di tutte le classi sociali e con ciò si afferma e si conferma il principio dell’interclassismo, ovvero della sottomissione della classe operaia alle altre classi.

È naturalmente solo il Padronato ad avere interesse a lasciare “democraticamente esprimere” il “popolo” indistinto, composto in non piccola parte dalla combriccola su cui poggia il regime borghese, tutta materialmente interessata al massimo sfruttamento della classe operaia. Non riponiamo nessuna fiducia, quindi, negli strumenti democratici delle elezioni parlamentari e dei referendum che altro non sono che un teatrino tenuto in piedi per buttare fumo negli occhi dei proletari.

Le leggi le fanno i padroni e i rapporti tra le classi non possono essere realmente regolati dal “diritto”, tanto caro alla borghesia, se non in funzione della sua conservazione: dunque i “diritti” dei lavoratori non possono essere difesi con le consultazioni elettorali ma lavorando per mobilitarne ed organizzarne le forze di classe. Il principio democratico si scaglia contro la lotta di classe, che si basa su un rapporto di forze e non sul conteggio delle opinioni. L’astratto principio democratico di giustizia, calato nel mondo reale del capitalismo si trasforma in una formidabile arma per perpetuare l’ingiustizia della classe privilegiata ai danni dei lavoratori. 

Gli eventuali aleatori miglioramenti guadagnati attraverso il mezzo del referendum, tanto caro anche al sindacalismo collaborazionista, diseducano i lavoratori alla lotta, inducono alla passività e al contempo offrono al padronato garanzie del perdurare delle condizioni di pace sociale che gli hanno garantito anni di arretramenti delle condizioni di vita della classe operaia.  I sindacati di regime non fanno altro che gli interessi dei padroni e dell’economia nazionale, Ma anche i cosiddetti “conflittuali”, in ossequio al democratismo, esitano nello svelare l’inganno alla classe lavoratrice. 

Sempre più necessaria è la riorganizzazione della classe lavoratrice in un vero sindacato di classe che possa in prospettiva essere influenzato e diretto dal Partito Comunista verso la conquista rivoluzionaria del potere politico.

Compito del Partito non può che essere il richiamo ai metodi della lotta di classe e il rifiuto  di strumenti interclassisti , come il referendum, rivolti ad affossarla.