RG 152: Confluire del lavoro collettivo del Partito nella periodica Riunione Internazionale
Categorie: Economic Works, France, General Meeting, Organic Centralism, Party History, Union Question
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La Riunione Generale del partito, la numero 152 dal 1973, si è tenuta a Firenze nei giorni 24 e 25 maggio. Alla riunione hanno partecipato compagni da diversi paesi europei, dalle Americhe e dall’Australia, tanto che può essere considerata la più internazionale di tutte quelle tenute in presenza sino ad oggi. Ai compagni presenti si sono poi aggiunti, collegati online, numerosi altri compagni e simpatizzanti di numerosi altri paesi.
La riunione è stata quindi molto riuscita, sia per l’atmosfera di cameratismo che l’ha permeata, sia per la qualità dei rapporti presentati. Di seguito sono presentati i riassunti dei lavori, che saranno a tempo debito pubblicati in extenso sui nostri organi di stampa.
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Il corso del capitalismo mondiale
Il corso del capitalismo è necessariamente caotico e catastrofico. Nella crisi di sovrapproduzione in crisi di sovrapproduzione, gli squilibri non fanno che aumentare; in questo modo è inevitabile giungere prima a una guerra commerciale, e poi sfociare inevitabilmente nella guerra guerreggiata fra gli Stati. A meno che il proletariato non sovverta questo processo mettendo in campo la sua rivoluzione internazionale. In questo ultimo rapporto mettiamo in evidenza questi squilibri sempre più evidenti e catastrofici, che portano da un lato a surplus commerciali record e dall’altro a deficit di enormi dimensioni. Allo stesso modo, intere regioni, un tempo prospere, si stanno trasformando in deserti industriali, lasciando la popolazione impoverita e insicura.
Contemporaneamente, il debito aziendale e nazionale, per non parlare di quello delle famiglie, cresce sempre di più, fino al punto in cui la situazione non è più sostenibile. Mentre i vecchi Stati imperialisti decadono, se ne affermano di nuovi, alterando le relazioni inter-imperialiste e aggravando le tensioni tra gli Stati. Questo è il percorso del capitale che abbiamo cercato di illustrare nel rapporto presentato alla Riunione Generale, con ampia documentazione di dati statistici.
La funzione del Centro nella Tradizione della Sinistra
È continuata, con la seconda puntata, la serie di rapporti sulla funzione del Centro con citazioni tratte da vari testi, dei quali alcuni compongono il Corpo unitario e invariante delle tesi del Partito. In questo resoconto breve ne daremo un piccolo assaggio, con la precisazione che in tutti i nostri lavori si sottolinea costantemente l’importanza di mai abbandonare anche solo per un attimo il metodo di vita interna e di conduzione della struttura organizzativa, pena l’innesco di una spirale mortale per il Partito.
Questo pur piccolo nucleo di combattenti è l’anticipazione della società comunista non come testimonianza esemplare o fatto estetico, ma come compagine operante e ravvisabile nel suo modo di essere. Il Partito sa cos’è il comunismo, quindi deve applicare il corrispondente metodo comunista al suo interno. Come è ben noto l’Internazionale Comunista adottò quale criterio di funzionamento per le proprie sezioni nazionali il centralismo democratico a cui la nostra corrente oppose il centralismo organico, aggettivo che non significa che ciascun militante può arbitrariamente interpretare le disposizioni del partito; o che il partito si struttura senza una gerarchia e che in questa gerarchia chi sta in alto possa altrettanto arbitrariamente lanciare ordini, reprimere e condannare.
Il problema della disciplina, invece, si deve porre non come il punto di partenza, come il prodotto di un bel piano statutario, ma come il risultato della coscienza dell’avanguardia proletaria, della sua capacità di collegarsi con le grandi masse dei lavoratori, della giustezza della sua strategia e della sua tattica politica. Dunque la disciplina organizzativa è il risultato della capacità del Partito di muoversi sulla base della teoria ed in piena fedeltà ad essa, della sua capacità di intervenire nelle lotte fisiche che le masse lavoratrici intraprendono per i loro bisogni materiali, con una strategia ed una tattica giusta.
Chi decide? Chi “comanda”? Ecco la domanda “decisiva” che da un secolo sentiamo emettere dalle oramai secche gole democratiche. Il rompicapo si scioglie da sé proprio immergendosi nella vita reale del Partito comunista, e di questo partito soltanto: è il corpo unitario del Partito che imbocca e segue la sua via; e in esso “nessuno comanda e tutti sono comandati” il che non vuol dire che non ci sono ordini, ma che questi combaciano col naturale modo di muoversi e di agire del partito, chiunque sia a darli. Ma se l’unità di dottrina, programma e tattica viene rotta, allora tutto crolla, e logico e storicamente giustificato diviene lo stalinismo, come logica e storicamente giustificata diviene la rovinosa subordinazione al meccanismo falso e bugiardo della consultazione democratica. Il legame tra la base del Partito ed il centro ha quindi una forma dialettica. Se il Partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base.
Il movimento sindacale in Francia
Dopo aver sottolineato l’importanza dell’attività sindacale del partito, la prima parte del lavoro presentato si concentra sulle generalità che evidenziano le caratteristiche specifiche di alcuni tipi di sindacalismo in Europa. In primo luogo, è stata fatta una distinzione tra due aspetti dell’emergere delle organizzazioni economiche volte a difendere le condizioni di vita e di lavoro dei proletari nel XIX secolo: il primo riguarda le organizzazioni di mutuo soccorso per i lavoratori (malattia, infortuni, morte) su cui la borghesia voleva mantenere il controllo e che comprendeva anche la creazione di cooperative, e il secondo le organizzazioni di lotta e di trattativa proprie dei lavoratori. Nel rapporto sono state esaminate poi la situazione economica e sociale dei principali paesi europei, l’importanza di un’industria sviluppata e centralizzata, come in Gran Bretagna e in Germania, o la persistenza di un grande artigianato, come in Francia, che ha portato al prevalere di concezioni anarchiche con il sindacalismo rivoluzionario, ostile per principio al cooperativismo, considerato una forma di collaborazione con la borghesia. La presentazione si conclude con la distinzione di quattro tipi di sindacalismo operaio: il sindacalismo britannico, che nacque e rimase collaborazionista; il sindacalismo tedesco, che nacque socialista ma si evolvé verso il riformismo a partire dalla fine del XIX secolo; il sindacalismo francese, che fu segnato fin dall’inizio dal movimento anarchico e si discostò dal marxismo, dove il rapporto partito-sindacato fu conflittuale; e infine il sindacalismo comunista, che emerse dalla rivoluzione russa del 1917 e fu caratterizzato da un legame organico tra i sindacati e il partito rivoluzionario.
Per la Storia del Partito
Gli italiani non sono, come qualcuno ebbe a definirli, un “popolo di eroi, di santi, di poeti, di navigatori”; gli italiani sono un popolo di emigranti. In cento anni più di 26 milioni di italiani avevano abbandonato la “patria”, costretti dalla miseria, dalla fame e spinti dalla speranza di un futuro migliore.
Con l’avvento del fascismo al potere a questa marea migratoria economica se ne aggiunse e intrecciò una politica che interessò quelle masse di proletari, soprattutto comunisti, che si erano distinti nella lotta aperta contro la reazione.
Dal punto di vista legale, il governo Mussolini non aveva emanato nessuna disposizione che impedisse al partito comunista di esistere e di funzionare. Però quella espressione che ai comunisti sarebbe stata lasciata una sola alternativa, “o tutti in galera o tutti in Russia”, non tardò ad essere ampiamente messa in pratica.
Infatti già dai primi giorni del 1923 cominciarono a rendersi più frequenti le perquisizioni e gli arresti di comunisti: l’arresto dei dirigenti del partito, come quello di migliaia di comunisti in tutta Italia fu motivato dalla pubblicazione di un Manifesto contro il fascismo sottoscritto dalle due internazionali di Mosca.
Il fatto veramente curioso fu che, il 6 febbraio, tutta la stampa italiana, compreso il “Popolo d’Italia” voce ufficiale del fascismo, riprodusse per intero il manifesto incriminato dandogli una diffusione così capillare che nessun altro documento dell’I.C. avrebbe mai avuto.
In una relazione del partito all’Internazionale si diceva: «Il governo non disarma né attenua la sua offensiva. Vi sono nelle carceri italiane più di 5.000 comunisti, oltre ad altre migliaia di sovversivi e di operai senza partito. Gli arresti in massa proseguono senza requie. Il fascismo mira a spargere la disperazione e la sfiducia nel partito comunista rendendo evidente la sua incapacità di soccorrere materialmente coloro che vi militano e vi lottano». (13/02/1923).
La lettera continuava facendo appello alla solidarietà internazionale per sopperire alle difficoltà soprattutto finanziarie del partito, per portare un minimo di aiuto ai compagni arrestati e alle loro famiglie.
Più che naturale quindi che, data la situazione descritta, migliaia di comunisti per sfuggire alla repressione ed anche per salvare la vita abbandonassero l’Italia. Di conseguenza al nostro partito si pose l’immediato problema di salvare l’organizzazione dalla sua dissoluzione e fare in modo che i compagni che avevano dovuto abbandonare l’Italia non abbandonassero il partito, infine tenere alla larga gli immancabili profittatori.
In lettere inviate ai partiti fratelli di Europa si chiedeva «di favorire la applicazione delle norme che abbiamo dato e che daremo sulla organizzazione dei comunisti profughi e dei senza partito».
La maggior parte degli emigrati politici si indirizzò verso la Francia dal momento che lì già si trovava una estesa e radicata emigrazione italiana dovuta a flussi migratori iniziati addirittura nei secoli precedenti.
All’estero i proletari italiani dovettero lavorare sodo per guadagnarsi un minimo per vivere, conducendo in massima parte una vita da clandestini, angariati dai padroni, perseguitati dalla polizia.
In terra di Francia i proletari italiani si distinsero per la loro attività sia politica che sindacale: oltre 5.000 furono gli iscritti al PCF e soprattutto dobbiamo evidenziare che si trattava di compagni aderenti alla impostazione della Sinistra italiana. In precedenti rapporti abbiamo visto come gli stalinisti italiani facessero costante pressione sull’Internazionale affinché gli aderenti alla Sinistra comunista venissero individuati ed immediatamente espulsi.
La posizione della Sinistra è che dal partito non si esce, ma si resta per combattere ogni tipo di deviazione opportunista.
Il rapporto ha quindi preso in esame quello che fu il primo tentativo di costituire, all’interno dell’emigrazione italiana, una organizzazione comunista autonoma, il gruppo di “Réveil Communiste”. La poca chiarezza teorica e la voglia di “fare qualcosa” portò quel piccolo gruppo a scivolare rapidamente da un generico richiamo alla Sinistra comunista al confusionismo ed immediatismo sia di Korsch che del KAPD.
Il lavoro proseguirà seguendo lo svolgersi di quella “Frazione” che nella bufera della controrivoluzione riuscì comunque a non abbassare mai la bandiera del comunismo rivoluzionario.
CONTINUANO NEL PROSSIMO NUMERO