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Il corso del Capitalismo Mondiale. Il corso del Capitale è inevitabilmente caotico e catastrofico (Pt. 1)

Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works, Imperialism

Articolo genitore: Il corso del Capitalismo Mondiale. Il corso del Capitale è inevitabilmente caotico e catastrofico

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Rapporto esposto alla Riunione Generale del 24 e 25 maggio 2025

Tutto sembra accelerare; la crisi del capitalismo mondiale sta portando non solo a uno squilibrio generale, ma al disordine e al caos, prima di spingere i vari Stati imperialisti verso un confronto mortale di una terza guerra mondiale.

Il predominio del dollaro sui mercati finanziari e sul sistema dei pagamenti internazionali costituisce una condizione di estrema difficoltà per l’economia statunitense.  Da un lato la sicurezza data da un sistema monetario prevalente, sostenuto da un  fortissimo apparato militare ha permesso agli Stati Uniti di imporre il proprio debito al resto del mondo, ma d’altro canto la costante domanda di dollari, che rappresenta il 90% delle transazioni sul mercato dei cambi, il 75% delle obbligazioni denominate in valuta estera e i tre quinti dei prestiti bancari internazionali, fa salire il valore del dollaro, rendendo l’industria americana meno competitiva sul mercato internazionale. Da qui la volontà del governo statunitense di indebolire il dollaro per rendere più competitiva la propria industria. 

Questo sconvolgimento si aggiunge a molti altri, non ultimi i forti dazi, ora minacciati, ora imposti dall’amministrazione Trump, che hanno spinto il quotidiano francese Les Echos a scrivere che “Trump sta demolendo le basi storiche del commercio mondiale”.

Da anni gli Stati Uniti registrano deficit commerciali record, l’ultimo dei quali, nel 2024, ammonta a 900 miliardi di dollari. Un record assoluto, a cui si aggiunge un immane deficit di bilancio di 1.800 miliardi di dollari.

Se negli anni ’70 gli Stati Uniti erano il primo creditore del mondo, oggi sono il primo debitore del mondo Allo stesso modo, mentre in passato le maggiori riserve valutarie erano detenute dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei – Gran Bretagna, Francia, Germania, ecc. – oggi i dieci maggiori detentori sono, in ordine decrescente: Cina, Giappone, Svizzera, India, Russia, Taiwan, Arabia Saudita, Hong Kong, Corea del Sud e Messico. In questa classifica i vecchi Stati imperialistici sono in secondo piano.

Gli investitori stranieri detengono quasi il 20% delle azioni statunitensi, un record assoluto, e il 30% del debito USA, rispetto a un terzo in meno nel 1971. Per contrastare la tendenza al ribasso del tasso di profitto, un’intera parte dell’apparato produttivo industriale è stata trasferita in Paesi a basso costo, dove i lavoratori sono costretti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro. Il che ha fatto la fortuna delle multinazionali europee, giapponesi e americane, e questo è ciò che ha permesso al capitalismo mondiale di ottenere trent’anni di tregua, al costo di un crescente impoverimento e della precarizzazione di un’intera parte del proletariato americano, europeo e giapponese.

Il risultato è stato uno spostamento del centro di gravità economica dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico. Il tumultuoso sviluppo economico del Sud-Est asiatico, basato sul feroce sfruttamento della manodopera a basso costo, ha comunque avuto un effetto positivo perché ha portato a un miglioramento delle condizioni di vita delle masse lavoratrici e ha posto le basi economiche per la società comunista, anche se ciò è avvenuto, come sempre, in modo ignobile. Allo stesso tempo, sono emersi nuovi Stati imperialisti, mentre i vecchi sono andati incontro a un relativo declino. È emersa anche una nuova superpotenza, la Cina, che mira a sostituire gli Stati Uniti sullo scacchiere mondiale.

La globalizzazione cantata dalle grandi borghesie europee e americane, che è stata fonte di straordinari profitti, si sta rivoltando contro di loro.  Il nuovo governo degli Stati Uniti, consapevole di questo pericolo, sta mettendo in discussione quel libero scambio che finora ha permesso alle sue multinazionali di realizzare straordinari superprofitti. Cercando di costringere i suoi concorrenti stranieri a riequilibrare gli scambi commerciali, il nuovo governo statunitense potrebbe provocare una grave crisi commerciale e finanziaria, peggiore di quella del 1929.

Ogni anno il governo degli Stati Uniti è costretto a emettere una quantità sempre maggiore di debito e quindi, con il progressivo indebolimento del sistema finanziario internazionale, si avrà come effetto la messa in discussione del ruolo del dollaro che porterà ad innescare la sfiducia nel suo ruolo di divisa internazionale dei pagamenti e quindi ad indurre una ulteriore gravissima crisi finanziaria. Allo stesso modo, la chiusura del mercato statunitense avrà per effetto una grave crisi di sovrapproduzione su scala mondiale, data l’importanza di questo mercato. Allo stesso modo, costringere multinazionali americane, come ad esempio Apple, a riprendere la produzione negli Stati Uniti non può che portare a un calo dei loro profitti.

Non sappiamo fino a che punto si spingeranno il presidente degli Stati Uniti e il settore della finanza americana che lo sostiene, ma non c’è dubbio che la crisi di sovrapproduzione del capitalismo mondiale e il nuovo equilibrio di potere inter-imperialista non possono che portare a una guerra commerciale, che aggraverà questa crisi, prima che il mondo si diriga verso una terza guerra mondiale; se nel frattempo il proletariato non sarà tornato sulla strada gloriosa della lotta di classe e del comunismo. Consideriamo ora alcune voci della situazione mondiale.

Inflazione

Dopo aver raggiunto il massimo storico del 9,1% negli Stati Uniti nel giugno 2022 e del 10,6% in Europa nell’ottobre dello stesso anno, l’inflazione è scesa al 2,4% negli Stati Uniti e al 2,2% in Europa nel marzo 2025. La Cina, che è stata in deflazione dall’aprile 2023 all’aprile 2024, ha visto una ripresa dell’inflazione, con un picco del 4,4% nell’ottobre 2024, prima di scendere al 3% nel marzo 2025.

In Europa, l’inflazione nell’Eurozona varia dallo 0,8% in Francia a poco più del 2% in Germania. Il Regno Unito spicca con un’inflazione relativamente alta, pari al 3,4%. La bassa inflazione nell’Eurozona consentirà alla BCE di continuare ad abbassare i tassi di interesse per stimolare l’economia, in particolare il settore delle costruzioni, ancora in recessione.

La produzione industriale

Nonostante i vigorosi incentivi finanziari forniti dall’amministrazione Biden, la produzione industriale degli Stati Uniti ristagnerà allo 0,2% nel 2023 e scenderà leggermente a -0,3% nel 2024. E non sarà la guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump a consentire la ripresa dell’accumulo di capitale nell’industria. Al contrario, dobbiamo aspettarci un calo, soprattutto se queste iniziative saranno spinte al limite. La produzione industriale USA è spinta dal gas e dal petrolio di scisto, di cui gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale. Ma nel 2023 la produzione manifatturiera era inferiore del 7,5% rispetto al 2007, mentre la produzione industriale complessiva, grazie al petrolio e al gas, è superiore dell’1% rispetto al 2007.

Per vedere la tendenza su scala globale, abbiamo riportato nella tabella allegata gli incrementi di produzione industriale dei principali Paesi dal 2019 al 2024. Non disponiamo degli incrementi di Cina e Russia.

Ciò che emerge è che i vecchi Stati imperialisti sono stati in recessione o quasi in stagnazione nel 2019: presentiamo ora in retrospettiva alcuni dati. Si va dal -3,3% della Germania al +0,5% della Spagna con l’eccezione del Belgio, con un +4,9% grazie alla produzione delle Fiandre. La Polonia, il cui tasso di crescita è stato molto forte, ha registrato un incremento del 4,1%. La Turchia, invece, ha registrato un tasso di crescita negativo dello 0,6%.

La recessione ovviamente si è aggravata nel 2020 con la stretta internazionale dovuta alla pandemia del Covid. A parte la Turchia, che registrò una crescita del 2,2%, tutti gli altri Paesi hanno segnato rosso. 

È poi seguita una forte ripresa nel 2021, con incrementi che vanno dal +25,6% del Belgio al 3,9% di Portogallo e Brasile. Ma il Regno Unito, dopo un meno 7,8% nel 2020, ha visto la sua produzione continuare a scendere, con un piccolo calo dello 0,7% nel 2021. Poi, nel 2022, la ripresa è rallentata bruscamente e diventerà addirittura negativa per alcuni Paesi. 

Di seguito abbiamo visto un +10,3% per la Polonia, un +5% per la Turchia, un +3,4%, per gli Stati Uniti e un +2,3% per la Spagna. Per gli altri, gli incrementi vanno dal -6,4% del Regno Unito al -0,3% della Francia. Il Giappone si era fermato allo 0%.

Entro il 2023, quasi tutti i Paesi saranno in territorio negativo, con incrementi che vanno dal -7,5%, sorprendentemente per il Belgio, al -0,9% per il Regno Unito. I Paesi con un incremento positivo sono la Turchia (1,6%), la Francia (0,4%), gli Stati Uniti (0,2%) e il Brasile (0,1%). Ma gli ultimi tre Paesi sono praticamente fermi. Nel 2024, quasi tutti i Paesi saranno in rosso, soprattutto i vecchi Paesi imperialisti, o subiranno una quasi stagnazione. Le uniche eccezioni sono la Corea del Sud (4,1%) e il Brasile (3,1%).

Le ultime due colonne confrontano la produzione industriale del 2024 con quella raggiunta rispettivamente nel 2018 e nel 2007. Facendo il confronto della produzione industriale del 2024 con quella del 2018, vediamo che tutti i vecchi Paesi imperialisti sono in territorio negativo, con cali di produzione che vanno dal -17,3% del Regno Unito al -0,3% degli Stati Uniti, grazie a gas e petrolio. Fa eccezione il Belgio, con un impressionante +15%, grazie alle Fiandre. Tra i positivi, invece, spicca la Polonia, con un aumento della produzione del 29,3%, seguita dalla Turchia con un +26,7%, poi dalla Corea, ma dietro al Belgio, con un +11,2%, e infine dal Brasile, con un piccolo aumento dello 0,7%.

INCREMENTI DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE
2019 – 2024 (fonte OCDE)
2019202020212022202320242024/20182024/2007
Stati Uniti d’America-0.7 %-7.1 %4.4 %3.4 %0.2 %-0.3 %-0.6 %1.1 %
Giappone-2.6 %-10.0 %5.2 %0.0 %-1.4 %-2.1 %-11.1 %-20.9 %
Germania-3.3 %-9.6 %4.6 %-0.3 %-1.9 %-4.7 %-14.7 %-9.1 %
Francia0.4 %-10.5 %5.6 %-0.2 %0.4 %-0.2 %-5.1 %-12.3 %
Regno Unito-1.0 %-7.8 %-0.7 %-6.4 %-0.9 %-1.7 %-17.3 %-20.9 %
Italia-1.1 %-11.0 %12.2 %-0.4 %-2.5 %-2.4 %-6.4 %-22.9 %
Belgio4.9 %-3.5 %25.6 %-0.8 %-7.5 %-1.4 %15.0 %30.3 %
Spagna0.5 %-9.3 %7.3 %2.3 %-1.6 %0.8 %-0.9 %-22.8 %
Portogallo-2.3 %-8.0 %3.9 %0.2 %-3.2 %0.5 %-9.0 %-23.3 %
Polonia4.1 %-1.3 %14.5 %10.3 %-1.2 %0.7 %29.3 %97.3 %
Corea0.3 %-0.3 %8.5 %1.0 %-2.5 %4.1 %11.2 %53.5 %
Brasile-1.1 %-4.5 %3.9 %-0.7 %0.1 %3.1 %0.7 %-8.3 %
Turchia-0.6 %2.2 %16.5 %5.0 %1.6 %0.4 %26.7 %111.0 %

Se guardiamo all’ultima colonna, che confronta la produzione industriale del 2024 con il picco raggiunto nel 2007, la situazione dei vecchi paesi imperialisti peggiora ulteriormente.

I dati di Portogallo, Spagna e Italia sfiorano il -23%, poi il -21% di Regno Unito e Giappone, seguiti dalla Francia con il -12,3% – anche se la realtà è probabilmente peggiore – poi il -8,3% del Brasile, da tempo in recessione, e infine il -9,1% della Germania. 

Questa stessa Germania, che nel 2018 aveva superato il picco del 2008 con l’8,5%, è tornata pesantemente indietro e sta vivendo anch’essa una profonda crisi di sovrapproduzione. Gli Stati Uniti se la cavano grazie agli idrocarburi, con un piccolo +1,1%. Ma la produzione manifatturiera dovrebbe essere del 10% inferiore al picco del 2007.

Tra coloro che sono riusciti a sfruttare al meglio la delocalizzazione dei processi produttivi in altri Stati vi sono la Turchia (+111%), la Polonia (+97,3%) e il Belgio (+30,3%). La Corea del Sud sopravanza il Belgio con un incredibile 53,5%, grazie alla sua posizione nel Sud-Est asiatico, dove il capitale si è accumulato fortemente negli ultimi 30 anni.

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