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Iran-Israele: il capitale celebra la guerra

Categorie: Hekmatism, Histadrut, Iran, Israel, Middle East and North Africa, Pacifism, Palestine, USA

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La recente spirale di tensione tra Iran e Israele è l’ennesima manifestazione della natura bellicosa della borghesia. Mentre la propaganda borghese presenta questo scontro come una questione di «sicurezza nazionale» o di «resistenza», la realtà rivela una guerra imperialista radicata nelle invarianti contraddizioni del modo di produzione capitalistico. 

Dietro la retorica nazionalista o religiosa si nascondono interessi precisi: la lotta per il controllo delle risorse energetiche e le rotte commerciali.

La mondanità frivola e infame della retorica borghese si ripresenta, oggi come sempre, nel suo consunto repertorio: la ricerca del «colpevole» e dell’«innocente», dell’«aggressore» e dell’«aggredito», non è che la riproposizione della menzogna permanente che il Capitale adopera per velare la natura reale dei conflitti tra Stati. Nulla di nuovo sotto il sole. Come già smascherammo, con la chiarezza propria del marxismo rivoluzionario, nel nostro testo del giugno 1967 — Fuori dall’oscena ipocrisia della propaganda borghese di guerra e di pace! (Il Programma Comunista, n. 12/1967) 

«Argomento n. 1: c’è guerra perché c’è stato un bieco « aggressore » e un mite « aggredito »; corriamo a difendere il secondo, condanniamo il primo, e sarà pace. Rispondemmo allora e rispondiamo oggi che, quand’anche fosse possibile stabilire chi ha sparato per primo (e possibile non sarà mai), il colpo di fucile non cade dal cielo: è l’epilogo, non l’origine, di una guerra – politica, commerciale, diplomatica – che si svolge perenne nelle viscere della società della merce e del danaro, del salario e del profitto, la società capitalistica; una guerra che continuerà ad infuriare dopo che l’aggressore presunto sarà tolto di mezzo dai presunti aggrediti. Lo dicemmo, così è stato.»

I fatti principali del conflitto attuale

Il confronto armato tra l’apparato militare dello Stato ebraico e quello della Repubblica islamica ha raggiunto nel giugno 2025 il suo culmine più cruento, trascinando direttamente nel vortice bellico l’imperialismo statunitense sotto la presidenza Trump. Il conflitto ha conosciuto una escalation senza precedenti, con attacchi diretti che hanno infranto definitivamente la finzione del “conflitto per procura”.

Lo Stato d’Israele, longa manus dell’imperialismo atlantico in Medio Oriente, il 12 giugno ha scatenato una vasta operazione di aggressione militare, colpendo con bombardamenti selettivi installazioni nucleari, centri di ricerca, dirigenti del programma atomico iraniano, alti ufficiali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e infrastrutture ritenute strategiche nella proiezione di potenza del regime di Teheran. La manovra viene ammantata della consueta “giustificazione preventiva”, pretesa esigenza di sicurezza che maschera, dietro il linguaggio ipocrita della difesa, il vero carattere imperialistico dell’operazione: impedire che un concorrente regionale possa sviluppare autonome capacità d’offesa, sottraendosi al monopolio militare delle potenze attualmente dominanti.

Sebbene settori dell’intelligence borghese continuino a mettere in discussione la reale possibilità per l’Iran di dotarsi a breve di ordigni nucleari — citando il basso livello di arricchimento dell’uranio e l’assenza di impianti per la produzione di plutonio — non è esclusa la possibilità che il regime islamico opti per armamenti più antiquati, di maggior peso e minore sofisticazione, ma comunque idonei allo scopo intimidatorio. Il 19 ottobre, con l’impiego operativo dei missili Sejjil, si è rivelata nei fatti la maturazione del programma missilistico iraniano, il quale ha ormai raggiunto un grado di efficienza superiore a quanto preventivato dai centri strategici dell’imperialismo concorrente. Tali vettori risultano in grado di trasportare testate pesanti, dimostrando che l’opzione nucleare, anche nella sua forma più rozza, non è più una mera ipotesi.

Il regime israeliano ha potuto scatenare l’aggressione contro l’Iran solo grazie al pieno appoggio logistico e di intelligence fornito dagli Stati Uniti, presente sin dalle fasi preparatorie e sfociato nell’intervento diretto del 22 giugno. Questo evento ha segnato un salto qualitativo nell’offensiva andando a colpire le infrastrutture nucleari sotterranee con l’uso di ordigni “bunker buster” in dotazione soltanto agli strateghi delle aviazioni USA e russe.

Gli attacchi condotti contro tre impianti nucleari iraniani non hanno distrutto l’intero apparato atomico del paese, ma ne hanno compromesso alcune strutture. Le immagini satellitari, che mostrano deformazioni del terreno, confermano la penetrazione profonda degli ordigni e il danneggiamento dell’impianto di arricchimento di Fordow. È un risultato limitato, con valore tattico, utile a ritardare lo sviluppo del programma nucleare iraniano. Non basta tuttavia a dichiararne l’eliminazione, come invece sostengono con toni propagandistici gli apparati di Washington e Tel Aviv.

Alla offensiva israeliana, la borghesia iraniana ha risposto con una serie articolata di lanci missilistici, alternando la cadenza e la tipologia dei vettori con l’obiettivo dichiarato di saturare le difese aeree sioniste, logorarne in tempi rapidi le riserve di intercettori e colpire obiettivi considerati nevralgici per l’apparato economico e militare del nemico. Tra questi, spiccano il distretto finanziario della capitale economica, la raffineria di Haifa — nodo essenziale della rete energetica nazionale — infrastrutture portuali e aeroportuali strategiche, centri di telecomunicazione e apparati d’intelligence.
Eppure, ciò che potrebbe apparire “controintuitivo” agli occhi ingenui del pacifismo piccolo-borghese si conferma perfettamente coerente alla luce dell’economia politica del Capitale: dall’inizio dell’attuale ciclo bellico — inaugurato con l’azione armata del 7 ottobre 2023 — i mercati finanziari israeliani non hanno subito alcuna contrazione sistemica, registrando al contrario un rialzo costante. Ciò non fa che confermare, ancora una volta, la natura parassitaria e sovrastrutturale del capitale finanziario, il quale nella guerra non intravede orrore, ma opportunità. La distruzione materiale, per esso, non rappresenta una perdita: è l’annuncio di nuova distruzione, nuova produzione, nuova circolazione, nuova accumulazione.

Emblematico in tal senso è l’attacco iraniano del 19 giugno contro il distretto finanziario di Tel Aviv. I missili che hanno colpito l’edificio della Borsa israeliana hanno causato una breve sospensione delle contrattazioni, ma non hanno minimamente intaccato la macchina del profitto. Alla riapertura, l’indice TA-35 ha registrato un rialzo del 2,3%, trainato dai titoli del comparto bellico. Nel mese di giugno, l’indice TA-35 è salito del 9,14%, il TA-125 del 10,75%, il 55.75% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’impassibilità del Capitale dinanzi al crollo fisico delle sue strutture più iconiche conferma che esso non possiede radici, né identità nazionale: il Capitale non ha patria, non ha religione, non ha etica. Dove la morte e la rovina colpiscono milioni di proletari, esso già intravede rendimenti, interessi, dividendi.

Il “cessate il fuoco” del 23 giugno e l’ipocrisia borghese

In risposta all’attacco subito, l’Iran ha lanciato alcuni missili contro la base americana di Al Udeid, in Qatar. Un’azione definita “ritorsione”, ma in realtà meticolosamente concertata con il nemico, affinché i danni risultassero “proporzionati”. Un esempio di rara cavalleria tra Stati borghesi, che ha persino suscitato l’elogio ufficiale del presidente statunitense, il quale si è congratulato con Teheran per la misura e il buon senso dimostrati.

Il 23 giugno, lo stesso Trump ha annunciato il cessate il fuoco tra Iran e Israele, rivendicandone la mediazione personale e ponendo così fine alla cosiddetta “guerra dei dodici giorni”. Dietro la farsa diplomatica, resta intatta la regia imperiale, con la tacita complicità degli attori coinvolti.

Nel frattempo, i centri imperialisti occidentali rilanciano lo slogan della «ricostruzione post-bellica» — versione aggiornata del vecchio binomio distruzione/ricostruzione, motore storico del ciclo capitalistico. Cemento sui cadaveri, acciaio sulle macerie, contratti miliardari sul sangue dei proletari iraniani, arabi e israeliani: questa è la vera “pacificazione” capitalista.

La ridicola caricatura generata dall’intelligenza artificiale — con un Trump che passeggia trionfante in una Gaza «ricostruita» a sua immagine e somiglianza — non è una grottesca deviazione, bensì un’anticipazione lucida e cinica del programma reale della borghesia. E fu lo stesso Trump a diffondere tale rappresentazione, quasi a sancire la fusione definitiva tra il capitale finanziario, la tecnologia spettacolare e la guerra d’annientamento.

Una vittoria totale dello Stato israeliano — per quanto improbabile — aprirebbe scenari da «età dell’oro» per la borghesia atlantica: la normalizzazione dei rapporti con le monarchie petrolifere firmatarie dei Patti di Abramo, l’eliminazione dell’ingombro rappresentato dalla questione palestinese, e l’auspicato ridimensionamento geopolitico dell’Iran. In questa prospettiva, un genocidio e un cambio di regime vengono contabilizzati come meri costi d’ingresso per accedere a un mercato pacificato e sottomesso.

Le radici economiche del conflitto e illusione della «soluzione» diplomatica

Di fronte all’escalation bellica, il coro dei pacifisti borghesi invoca ritualisticamente il «ritorno al dialogo» e nuovi «accordi di pace» – illusioni che tradiscono una incomprensione radicale della natura del conflitto imperialista. Questi paladini della pace democratica dimenticano (o meglio, fingono di dimenticare) che i trattati internazionali non sono strumenti di giustizia, ma instrumenta regni del dominio capitalista: essi cristallizzano i rapporti di forza esistenti e legittimano le conquiste dei vincitori temporanei.

La storia mediorientale è costellata di «accordi di pace» rivelatisi meri armistizi preparatori di nuove carneficine: Oslo, Camp David, la Roadmap falliscono sistematicamente poiché si limitano a curare i sintomi politici senza toccare le radici economiche del conflitto. Un autentico accordo di pace richiederebbe l’eliminazione del sistema capitalista stesso – precisamente ciò che la diplomazia imperialista non può concepire senza negare se stessa.

L’evoluzione del conflitto dipenderà dai rapporti di forza tra i blocchi imperialisti. Washington ha già dimostrato la propria determinazione con l’intervento militare diretto. L’offensiva israelo-americana, pur decimando i quadri dirigenti iraniani e danneggiando severamente il programma nucleare, non ha raggiunto l’obiettivo di annientare completamente le capacità iraniane. La questione centrale rimane: sono gli Stati Uniti disposti a un confronto prolungato e costoso contro l’Iran, con il rischio di coinvolgere la Cina – acquirente del 90% del petrolio iraniano – in una crisi più ampia? La risposta determinerà se il conflitto regionale si trasformerà nella scintilla di un nuovo macello imperialista mondiale.

Il totalitarismo speculare di Iran e Israele

L’analisi marxista della presente situazione nel Medio Oriente dimostra come Iran e Israele, lungi dal rappresentare poli antagonisti di un preteso scontro di civiltà, costituiscano in realtà due espressioni gemellari dell’oppressione di classe borghese. Al di là delle mistificazioni ideologiche, entrambi gli Stati dimostrano identica maestria nell’arte del controllo sociale e della repressione sistematica del dissenso.

La loro supposta rivalità non è che la maschera dietro cui si cela la solidarietà di classe tra borghesie nazionali impegnate nella comune opera di sfruttamento delle rispettive masse lavoratrici.
Entrambi i regimi hanno perfezionato i medesimi strumenti di dominio: la censura pervasiva dell’informazione, l’utilizzazione della propaganda bellica per soffocare le proteste interne, la militarizzazione integrale della società civile trasformata in una immensa caserma al servizio del capitale nazionale.

Nel caso iraniano, l’apparato censorio della borghesia militare e teocratica si abbatte metodicamente sui mezzi di comunicazione tradizionali, sulla rete internet e sui social media. Ogni voce che osi sollevare critiche contro l’avventura bellica viene “educativamente” ridotta al silenzio, mentre coloro che hanno la temerarietà di mettere in dubbio la politica guerrafondaia del regime sono destinati a frequentare corsi accelerati di rieducazione politica nelle patrie galere. L’apparato propagandistico di Stato presenta sistematicamente il conflitto imperialista sotto le spoglie di una guerra santa contro il sionismo, sfruttando cinicamente la religione, la retorica del martirio e della «bandiera rossa della vendetta», per imporre il silenzio ai dissidenti – perfetta sintesi dialettica tra misticismo religioso e terrorismo poliziesco.

Nel caso israeliano la sostanza non muta, cambia soltanto l’orchestrazione ideologica. La censura militare dello Stato sionista “protegge” democraticamente le informazioni strategiche sul conflitto, mentre gli organi di stampa “godono” della libertà democratica di subire severe restrizioni alla loro attività informativa. Chiunque osi criticare la politica bellica viene immediatamente accusato di tradimento della patria – prassi questa che costituisce una delle più consolidate tradizioni delle democrazie liberali. L’apparato propagandistico brandisce strumentalmente la memoria dell’Olocausto per benedire preventivamente qualsiasi massacro, trasformando così la memoria storica della persecuzione ebraica in una carta bianca per legittimare future atrocità contro i popoli oppressi.

I social media israeliani vengono sistematicamente inondati di materiale pubblicitario che decanta le presunte gesta caritatevoli della Gaza Humanitarian Foundation, prestando scrupolosa attenzione a non menzionare mai i carri armati della pace democratica che quotidianamente mitragliano i proletari palestinesi mentre questi fanno la coda per procurarsi il pane della sopravvivenza. Nel medesimo tempo, nel pieno di questa guerra di dodici giorni, le telecamere trasmettevano in diretta menzognere immagini di cieli sereni su Tel Aviv, di sole e rondini. Censura totale su qualsiasi video auto-prodotto che mostri gli orrori di questa guerra, controllo assoluto sui giornalisti e reporter stranieri. La finzione democratica procede senza intoppi: nulla deve turbare la quiete borghese, Israele si proclama invincibile e le sue difese vengono presentate come inviolabili.

Questa identità sostanziale tra i due regimi borghesi rivela l’inconsistenza di tutte quelle correnti che pretendono di schierarsi ora con l’uno ora con l’altro fronte imperialista. Il proletariato internazionale non ha nulla a che spartire né con la teocrazia militare iraniana né con la democrazia sionista: entrambe rappresentano forme diverse della medesima oppressione capitalistica che deve essere spazzata via dalla rivoluzione comunista mondiale.

I bonzi sindacali si confermano

I bonzi sindacali dell’Histadrut hanno assolto con disciplina la loro funzione storica di collaboratori dell’apparato statale e di cani da guardia dell’ordine borghese. Non incontrando alcuna resistenza organizzata nel seno del proletariato israeliano — disgregato, disorientato, privo di qualsiasi coscienza di classe autonoma — la direzione sindacale, capeggiata da Arnon Bar-David, ha potuto immediatamente dichiarare il proprio pieno sostegno alla guerra di aggressione condotta dal governo Netanyahu, confermandosi come uno degli ingranaggi centrali della macchina bellica nazionale.

All’aumento del 12% dei salari nei settori civili, dovuto unicamente alla momentanea scarsità di forza-lavoro, l’Histadrut ha contrapposto l’ennesima dichiarazione patriottarda: «Il dovere del sindacato è sostenere la patria in pericolo». A partire dall’inizio dell’operazione militare su Gaza, nessuna rivendicazione è stata avanzata in nome della classe lavoratrice: solo una comunicazione sterile e burocratica in cui si chiede il rispetto del salario per i lavoratori impossibilitati a raggiungere il posto di lavoro. Nessuna parola, invece, per i 45.000 proletari palestinesi gettati nella fame dall’interruzione forzata dei permessi di lavoro. Nessuna denuncia dell’enorme taglio alla spesa sociale, destinato al finanziamento diretto dello sforzo bellico.

Non contenta, la centrale sindacale ha promosso tra gli iscritti — e indirettamente in tutto il proletariato israeliano — una campagna per la sottoscrizione dei cosiddetti «prestiti patriottici», raccogliendo 280 milioni di shekel dalle tasche operaie per sostenere l’economia di guerra.
Neppure un sussurro di dissenso è stato espresso dall’Histadrut contro l’operazione militare israeliana contro l’Iran. Come nel caso di Gaza, il sindacato ha riconfermato la propria funzione di ammortizzatore sociale della guerra borghese, istituendo un fondo di assistenza — riservato esclusivamente ai propri iscritti — per i danneggiati dai bombardamenti, con il solo scopo di soffocare preventivamente ogni forma di malcontento che potesse emergere dal fronte interno.

Speculare è la condotta dei sindacati ufficiali iraniani, incarnati dai cosiddetti Consigli Islamici del Lavoro — organi corporativi istituiti dal regime post-“rivoluzionario” del 1979 per disciplinare il proletariato all’interno del quadro giuridico-religioso della Repubblica Islamica. Lungo tutta la fase del conflitto, questi organismi non hanno svolto alcuna funzione rivendicativa autonoma, limitandosi ad eseguire gli ordini dell’apparato statale, mobilitando i lavoratori in attività assistenziali a favore degli sfollati e appellandosi all’unità nazionale in nome della «resistenza contro l’entità sionista». In realtà, la loro funzione reale — ieri come oggi — è quella di impedire la formazione di organizzazioni proletarie indipendenti, soffocando ogni spinta alla lotta di classe sotto il velo dell’ideologia religiosa e della subordinazione nazionale.

La falsa alternativa del cambio di regime

Una delle narrazioni più insidiose che accompagnano il presente ciclo bellico è quella del cosiddetto «cambio di regime» in Iran. Tanto la propaganda imperialista occidentale quanto quella dello Stato israeliano convergono su un punto: presentare la caduta del regime degli ayatollah come panacea dei mali della regione, come se la sostituzione della forma politica potesse abolire le contraddizioni materiali che generano il conflitto. L’impudenza borghese arriva persino alla dichiarazione esplicita: il cancelliere tedesco, senza più neppure il velo dell’ipocrisia diplomatica, ha affermato che Israele «sta facendo il lavoro sporco per tutti noi». Il capitale europeo applaude, anche se per ora resta dietro le quinte.

Dal punto di vista del marxismo rivoluzionario, questa narrazione è falsa nella radice. Come il nostro partito ha sempre affermato, il nemico non è il regime in quanto tale, ma la forma economico-sociale che esso rappresenta e difende con i suoi apparati repressivi. Non è la foggia dello Stato a determinare la sua natura, ma il contenuto dei rapporti di produzione che lo fondano. Un cambio di regime che lasci intatto il dominio del capitale non è che un maquillage politico: una metamorfosi della forma, non una rottura della sostanza.

Il regime iraniano, fondato su una teocrazia borghese, e quello israeliano, che si regge su una democrazia borghese a regime d’assedio, sono due espressioni differenti — ma non contraddittorie — dello stesso dominio di classe. Entrambi sottomettono il proletariato alla disciplina nazionale, entrambi utilizzano la guerra come strumento di stabilizzazione interna, entrambi fungono da servitori del capitale nazionale e transnazionale. Le loro divergenze ideologiche o geopolitiche non cancellano la loro comune funzione sociale: perpetuare lo sfruttamento del lavoro salariato, garantire l’ordine della produzione capitalista, annientare ogni embrione di lotta autonoma del proletariato.

Un eventuale «cambio di regime» in Iran — se non accompagnato da una rivoluzione sociale che abolisca il modo di produzione capitalistico — non farebbe che sostituire una maschera all’altra. Un governo liberale, laico, o filo-occidentale non trasformerebbe affatto la condizione del proletariato iraniano: continuerebbe a sfruttarlo, a reprimerlo, a imbrigliarlo nella macchina dello Stato nazionale e nei meccanismi del profitto. La storia del Medio Oriente trabocca di questi cambi di facciata: monarchie rovesciate da repubbliche, repubbliche svendute a tecnocrazie, militari sostituiti da civili — ma ovunque il dominio di classe è rimasto intatto.

La borghesia cambia volentieri i suoi rappresentanti politici, purché rimangano intatti i suoi privilegi economici. Il cambio di regime è spesso solo un modo per dare una nuova legittimità a un sistema di sfruttamento che ha perso credibilità presso le masse. La forma politica può mutare – da monarchia a repubblica, da teocrazia a democrazia parlamentare – ma la sostanza economica rimane immutata: l’appropriazione privata del plusvalore estratto dal lavoro salariato.

La storia moderna dell’Iran fornisce un esempio cristallino di questa continuità nella forma e nell’essenza. Il programma nucleare iraniano non è una creatura della Repubblica Islamica: nasce nel 1957, sotto il regime filo-occidentale dello Shah Reza Pahlavi, nel quadro del progetto imperialista americano «Atoms for Peace». Fu l’imperialismo statunitense a installare il primo reattore a Teheran, e nel 1974 il governo monarchico firmava contratti da miliardi di dollari con aziende occidentali per la costruzione di centrali atomiche: un programma borghese, al servizio dello sviluppo capitalistico nazionale, già allora travestito da modernizzazione tecnologica.

Il regime dello Shah, caro all’imperialismo occidentale, non era meno sanguinario di quello attuale. Fondato sulla ferocia della SAVAK — polizia segreta addestrata dalla CIA —, l’Iran monarchico si era specializzato nell’esportazione industriale della tortura. I suoi strumenti di repressione, frutto dell’«eccellenza» tecnologica nazionale, venivano venduti a regimi democratici e dittatoriali senza distinzione, trasformando la sofferenza in merce, il dolore in business. Sedie a griglia rovente, spray nasali all’acido, e la sedia elettrica «Apollo» — con maschera metallica per amplificare le urla del torturato — costituivano il fior fiore dell’ingegneria repressiva made in Iran: vera e propria nicchia produttiva nel libero mercato mondiale.

La rivoluzione islamica del 1979 non ha fatto altro che sostituire una forma di dominio borghese con un’altra. Dove prima c’era la monarchia militarista, ora c’è la teocrazia militarista. Il programma nucleare è proseguito, i lavoratori continuano a essere sfruttati. Cambia la retorica, ma non la sostanza: il capitale iraniano continua la sua accumulazione, ora sotto bandiera islamica invece che sotto quella monarchica.

I proletari iraniani devono guardarsi dalle sirene ingannatrici di tutti quei sedicenti «partiti operai» che, nell’ora della crisi del regime teocratico, si precipitano a raccogliere l’eredità del potere borghese: i mujahidin del Khalq nazional-democratico, le bande nazionaliste curde che sventolano la bandiera dell’autodeterminazione piccolo-borghese, i neo-fascisti pahlaviani che invocano nostalgicamente il ritorno alla monarchia imperialista, e l’intera pletora delle formazioni liberal-socialdemocratiche che pullulano nel movimento studentesco universitario.

Ma il proletariato iraniano non deve neppure cadere nell’errore di riconoscersi nell’ hekmatismo, che pur conservando il merito di denunciare il carattere imperialistico della presente guerra e di smascherare il tradimento di questi movimenti di opposizione borghese, che cercano di influenzare gli operai, rimane tuttavia imprigionato nella retorica democratica e gradualista, incapace di proporre una autentica alternativa rivoluzionaria al proletariato. Questa corrente, pur proclamandosi autenticamente marxista, non sa liberarsi dalle pastoie dell’illusione gradualista, culturalista, consiliarista e quindi democratica.

La posizione dei comunisti rivoluzionari non può ridursi alla sterile propaganda umanitaria di difendere i proletari dagli effetti della guerra – compito questo che compete agli organismi assistenziali della borghesia. I comunisti non possono fare la concorrenza ai Consigli Islamici del Lavoro rimanendo sul loro stesso piano! Il dovere storico della avanguardia comunista è invece quello di inquadrare il movimento proletario iraniano nella prospettiva della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile rivoluzionaria fra le classi. Solo così il proletariato potrà sottrarsi al ricatto dell’unità nazionale e spezzare definitivamente le catene che lo legano ai propri sfruttatori, siano essi vestiti con la camicia coreana o con il colletto.

Il proletariato, la prospettiva e il Partito

Quale posizione deve assumere il proletariato internazionale in questo macello imperialista? La risposta è inequivocabile: i lavoratori non hanno patria da difendere, non hanno alcun interesse a versare il proprio sangue per una delle frazioni borghesi in lotta.

Regime teocratico-militare iraniano e Stato sionista sono ugualmente nemici della classe operaia: entrambi sfruttano spietatamente i propri proletari, entrambi utilizzano la guerra per soffocare le contraddizioni interne, entrambi annientano ogni velleità di organizzazione autonoma operaia. I lavoratori persiani sacrificati per la «gloria della rivoluzione islamica» e quelli ebrei immolati per la «sicurezza nazionale» sono vittime della medesima logica capitalistica.

Il proletariato non ha patria: la sua patria è il mondo intero, il suo nemico è il capitale mondiale. Quando i borghesi si scannano, i proletari devono rivolgere le armi contro la borghesia. Questa posizione, lungi dall’essere utopistica, è l’unica realistica: ogni volta che la classe operaia si è lasciata trascinare nelle carneficine imperialiste ne è uscita decimata e sottomessa.

La guerra imperialista contiene dialetticamente i germi della propria negazione: distruzione sociale, inasprimento delle contraddizioni, militarizzazione crescente creano le premesse della crisi rivoluzionaria. Sarà decisivo che il proletariato ritrovi la propria autonomia di classe, il proprio coraggio e spirito indipendente, per trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria.

L’esempio più emblematico della logica capitalistica: mentre i missili piovevano sulla borsa di Tel Aviv, questa saliva vertiginosamente. Titoli militari, aziende di sicurezza, compagnie edili registravano profitti record. Il capitale aveva già monetizzato la distruzione presente, trasformandola in investimento futuro. Contro questa logica di morte non servono moralismi pacifisti o riforme del diritto internazionale: serve la rivoluzione proletaria, serve l’abbattimento del modo di produzione capitalista. Il Partito rivoluzionario deve preparare questa resa dei conti finale, conducendo la classe operaia verso il bivio storico: socialismo o barbarie.

Il Partito Comunista Internazionale respinge l’isteria piccolo-borghese e la fraseologia pseudo-rivoluzionaria intrisa di moralismo pacifista o umanitario. Non offre false “soluzioni concrete” quando queste non esistono. Piccolo e debole, rimane tuttavia invincibile finché mantiene salda la bussola strategica, immune da compromessi opportunistici, dal piagnisteo democratico e dall’esaltazione nazionalista. La rivoluzione matura nei tempi della storia, non nelle impazienze soggettive.