La solfa della pace
Categorie: Imperialism, Pacifism, UN, USSR
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Dal giorno che Malenkov ha assunto al Cremlino l’eredità di Stalin, è tutta una gragnuola di « prospettive di pace », e, in Corea come in Germania e nel palazzo di cristallo dell’U.N.O., gli schieramenti di guerra sembrano affrontarsi con le armi al piede, pronti – si direbbe – a smobilitare.
Ed è ben possibile che un regime di armistizio internazionale s’inauguri, punteggiato di guerriglie e colpi di mano, e che i due centri mondiali dell’imperialismo si accordino per uno sfruttamento congiunto e « pacifico » del mondo ma che non escluda, ai margini e nei debiti intervalli, lo sfogo di periodici massacri di uomini e di cose. In definitiva, che cos’è stato il dopoguerra, con variazioni in più e in meno, se non appunto questo?
Il dosaggio degli scontri militari e degli abbracci politici non obbedisce ad atti di volontà o a imperativi della coscienza di singoli, ma agli interessi obiettivi e ai rapporti di forza maturati nel sottosuolo dell’economia capitalistica. Non avrebbe senso distruggere se ciò non servisse di frusta alla ricostruzione; ma la ricostruzione genera problemi che solo ridistruggendo si possono temporaneamente risolvere. Comunque approdino le « mosse di pace », resta dunque ben fermo che si tratta di una tregua d’armi, di una battuta d’arresto nel ciclo infernale dell’imperialismo, di una sosta per raccogliere le forze e balzare di nuovo all’attacco. Da questo ciclo non si esce, in regime borghese; anzi, più ci si rappacifica, più aumenta la carica esplosiva del futuro sgozzarsi. Il premio capitalista della pace va agli incubatori della guerra.