Partito Comunista Internazionale

Qualche insegnamento dal bilancio della Montecatini

Categorie: Italy, Nationalization

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All’assemblea degli azionisti della società Montecatini, tenuta a Milano il 18 marzo u.s. si verificava un fatto « nuovo ». L’ing. Mazzini, presidente del Consiglio di Amministrazione, chiudeva la sua relazione con una presa di posizione polemica di carattere politico, condannando la proposta di legge presentata da alcuni deputati social-stalinisti al Parlamento, per la nazionalizzazione della Montecatini. Sino a quel momento, il ruolo di contraddittore di parte padronale era toccato, nella singolare tenzone tra privatisti e statalisti, alla stampa foraggiata appunto dalle Società industriali e dalla Confindustria. Il diretto intervento del presidente della Montecatini nella controversia doveva far venire il cardiopalma (per eccesso di gioia) al Politburo uno e bino che dirige l’orchestra social-stalinista. Costoro vanno a caccia di attestazioni di socialismo. Quale migliore occasione che la presa di posizione del Consiglio di Amministrazione della Montecatini, per sbandierare agli occhi delle masse il carattere e le finalità anticapitalistiche e para-socialistiche della strombazzata ipotetica nazionalizzazione del vasto complesso monopolistico? « La Confindustria intera è compattamente contro di noi! ». Ecco il grido di guerra del tradimento stalinista. Ma i riformisti sarebbero quei traditori che sono, se non fossero accreditati presso le masse dalle manifestazioni di odio della incarnazione attuale della classe dominante?

Che i padreterni del Consiglio di Amministrazione e i grandi azionisti della Montecatini si ribellino violentemente al solo parlare di nazionalizzazione, è un fatto insieme reale e comprensibile. Ma che proprio per le reazioni più o meno scomposte di codesti sfruttatori, degli azionisti che si minaccia di espropriare e degli amministratori cui si prepara l’espulsione dai posti di comando, si debba considerare la nazionalizzazione come un’arma contro il capitalismo, ciò – lo stiamo ripetendo da anni – costituisce o un marchiano errore di illusi oppure cosciente disfattismo controrivoluzionario, tentativo di passaggio nella piratesca classe degli affari che si mostra di combattere. Stanno a provarlo le induzioni che a rigore possono farsi in proposito.

Due sono le maniere di procedere alla statizzazione o nazionalizzazione delle imprese:

1) RISCATTO. Lo Stato rileva il pacchetto azionario della Società destinata alla nazionalizzazione, pagando un indennizzo agli azionisti. Nel caso della Montecatini, esistono 120 milioni di azioni del valore nominale di L. 700 ciascuna: il loro corso in Borsa si aggira sulle lire 1300 l’una. Se si prendesse a base della fissazione dell’indennizzo il valore nominale delle azioni, lo Stato dovrebbe pagare la somma di 84 miliardi di lire, esattamente quanto cifra, a seguito degli aumenti di capitale approvati nell’assemblea del 18 marzo c.a., il capitale sociale della Società. Non conosciamo il progetto di legge per la nazionalizzazione della Montecatini presentato dai deputati social-stalinisti, ma sappiamo che l’altro progetto di legge per la nazionalizzazione dell’industria siderurgica e meccanica, presentato da deputati social-comunisti prevedeva la corresponsione dell’indennizzo agli azionisti sulla base delle quotazioni recenti dei titoli alla Borsa valori. Se i furiosi nemici della proprietà privata hanno riservato uguale trattamento agli azionisti della Montecatini, allora questi dovrebbero essere rimborsati, ammesso che la legge di nazionalizzazione fosse approvata dal Parlamento, in base al valore commerciale dei loro titoli. In tale caso, per quanto detto sopra, lo Stato dovrebbe sborsare la somma di L. 156 miliardi di lire.

In simili casi, lo Stato si limita a tramutare le azioni in obbligazioni, ai cui possessori paga annualmente un interesse. Se, come già proposto dai deputati social-comunisti per le modalità di pagamento dell’indennizzo agli azionisti espropriandi delle società siderurgiche e meccaniche, il tasso dell’interesse annuo pagato agli azionisti della Montecatini felicemente nazionalizzata fosse fissato al 5 per cento, allora l’utile oggi registrato nel bilancio della Società, a parte gli eventuali aumenti, servirebbe per una buona metà o tutto intero proprio al pagamento annuale degli indennizzi. Infatti, se la espropriazione venisse operata tenendo conto del valore nominale delle azioni (84 miliardi) l’interesse annuo ammonterebbe a oltre 4 miliardi di lire. Ma, poiché i social-stalinisti sono così generosi da concedere ai poveri azionisti da espropriare di farsi rimborsare in base al valore commerciale dei loro titoli (156 miliardi di lire), l’interesse annuo pagato agli azionisti trasformati in creditori si aggirerebbe sugli 8 miliardi.

Orbene, a quanto assomma l’utile dell’esercizio al 31 dicembre 1953 della Montecatini? A un po’ meno appunto di 8 miliardi di lire. Dunque se la nazionalizzata Montecatini, meglio dire il Consiglio di Amministrazione della nazionalizzata Montecatini, spartisse agli ex azionisti lo stesso utile che elargisce oggi come privata impresa, perché mai, qualcuno potrebbe domandare, l’ing. Mazzini, a nome dell’attuale Consiglio di Amministrazione, eleva così alte strida di raccapriccio e di odio al fantasma della nazionalizzazione? Evidentemente non solo dall’utile denunciato nel bilancio ufficiale, valido solo per i piccoli azionisti e pei gonzi, gli oligarchi onnipotenti del Consiglio di Amministrazione, i maneggioni, i mediatori procaccianti parlamentari, [parola illeggibile] che da essi prendono [parola illeggibile] staccano le maggiori fette di profitto destinate alle loro tasche. Un momento, e ci vedremo chiaro. Ora passiamo al secondo caso:

2) CONFISCA. Lo Stato avoca a sé la proprietà del patrimonio e del capitale sociale dell’impresa considerata, senza corrispondere indennizzi. Nemmeno il più arrabbiato nazionalizzatore che possa albergare nel seno della Direzione di Via Botteghe Oscure, oserebbe proporre una misura così « impopolare » e così scarsamente « tattica ». Ma noi vogliamo ammettere che si riuscisse ad espropriare senza indennità gli azionisti della Montecatini, cioè a tenere lo Stato e, per esso, la Società nazionalizzata, fuori dall’obbligo di corrispondere alcunché agli ex azionisti a titolo di indennizzo. In tale caso, l’utile di esercizio sarebbe interamente incamerato dall’Ente statale. Cesserebbe così lo sfruttamento da parte della Montecatini? Facciamo parlare le cifre, per quanto è possibile, visto che i bilanci delle società capitalistiche sono più impenetrabili che testi della diplomazia segreta.

Dal bilancio ufficiale risulta che il fatturato, cioè la registrazione dei prezzi delle merci vendute dalla Montecatini sorpassa la quota di 120 miliardi di lire (trascuriamo gli ammennicoli delle rimanenti voci). Ciò significa che i consumatori delle merci prodotte e vendute dalla Montecatini (pirite, zolfo, acido solforico, fertilizzanti, ecc.) hanno dovuto sborsare, per ottenerle, appunto quella somma. I teorici delle nazionalizzazioni pretendono che l’abolizione della distribuzione del dividendo determinerebbe un ribasso corrispondente dei prezzi, perciò dicono che l’utile dell’azienda nazionalizzata diventerebbe, per così dire, un dividendo di proprietà nazionale distribuito sotto forma di prezzi ribassati. Da ciò tutte le prediche sull’utilità, sull’interesse nazionale, ecc. Nel caso della Montecatini, si avrebbe, sempre in via di ipotesi, che per lo stesso contingente e valore di merci complessivamente alienate dall’azienda, i consumatori (che poi sono prevalentemente imprese industriali cui i prodotti della Montecatini servono da materie prime) pagherebbero in meno appunto la somma di 8 miliardi di lire che come dicevamo recentemente il Consiglio di Amministrazione ha distribuito agli azionisti sotto forma di utile.

Abbiamo già visto che, essendo certo che il Parlamento voterebbe solo un progetto di legge contemplante, come quello steso dai social-stalinisti, la espropriazione con indennizzi, la somma che oggi rappresenta l’utile di esercizio della Montecatini basterebbe appena per pagare gli interessi obbligazionari dovuti per legge agli ex azionisti. Ma ammettiamo, per ipotesi astratta, che il Governo e la Confindustria si lasciassero trascinare al gran passo della confisca. Facciamo, meglio ripeterlo, un’ipotesi del tutto irreale, dato che le misure di limitazione del diritto di proprietà non vanno, sotto i governi borghesi, oltre la espropriazione per causa di pubblica utilità, che prevede appunto il pagamento di un’indennità allo espropriato. Supponiamo, a rendere più verosimile l’ipotesi, che un governo social-comunista sedesse al posto di quello democristiano, e procedesse alla confisca dei beni dei capitalisti. Ammettiamo pure che, in conseguenza dell’incameramento dell’utile della società, i prezzi dei prodotti dell’azienda diminuiscano del 6 per cento (dato e non concesso che il Consiglio di Amministrazione dell’impresa nazionalizzata non troverebbe il modo di papparsi e far pappare abbondantemente larghe fette del profitto di « proprietà del popolo »). Sarebbero eliminate con ciò le cause obiettive del colossale sfruttamento operato ai danni dei consumatori (in ultima analisi delle masse lavoratrici) dalle oligarchie di affaristi pullulanti attorno al monopolio?

Quando si dice che grosse aliquote dei profitti delle società si « perdono nelle pieghe del bilancio », cioè vengono sottaciute, si intende alludere al fatto, non contabilmente provabile ma non meno effettivo, che il ricavo totale delle vendite di una qualunque società, specie dei monopoli, non corrisponde alle cifre del fatturato, cioè della registrazione di comodo delle vendite rese pubbliche dai Consigli di Amministrazione. Ciò si comprende se si tiene presente che accanto alla compravendita dei prodotti si svolge parallelamente il « mercato delle assegnazioni ». Ciò è particolarmente vero nel caso della Montecatini che monopolizza la produzione delle piriti per il 90 per cento, degli azotati per il 68-70 per cento, dei fosfati e degli anticrittogamici per il 75 per cento, dei coloranti organici per il 90 per cento, e di centinaia di altri prodotti chimici per l’industria per il 75-100 per cento. Questa situazione di monopolio permette agli amministratori di ripartire il mercato nazionale, influenzando la attività di un numero enorme di aziende. In altre parole, la Montecatini detta legge ai consumatori, soprattutto attraverso le organizzazioni commerciali cui vengono assegnate le concessioni di rivendita.

L’ing. Mazzini tentava di giustificarsi adducendo che a fissare i prezzi dei prodotti della Montecatini è delegato il Governo tramite il C.I.P. Ciò è vero. Ma, a parte il fatto che il Governo è strumento della Montecatini, chi controlla i non pubblicabili e non pubblicati accordi che intervengono tra gli amministratori della Montecatini e le bande innumeri di affaristi (con il loro codazzo di mediatori di rango parlamentare e giornalistico) che brigano per ottenere assegnazioni di merci, da rivendere e che solo a suon di quattrini riescono ad accaparrarsele? Nei ricavi ufficiali del bilancio fittizio che appare sui giornali, dopo che è stato ammannito ai piccoli azionisti, dovrebbe comparire, accanto alle cifre del fatturato, una grossa quantità di sopraprofitti. Non compare affatto. Non comparirà neppure nei bilanci delle imprese nazionalizzate. Continuerà però a scorrere nelle tasche degli amministratori elevati al rango di funzionari dello Stato. Queste cose sono note persino alla Pravda, che periodicamente denuncia appropriazioni indebite e saccheggi di « pubblico » denaro da parte degli amministratori delle « aziende socialistiche » made in U.R.S.S. Continuerà inevitabilmente a scorrere fin quando i prodotti dovranno scambiarsi tramite il denaro, cioè fin quando esisterà il commercio, che, se è nato storicamente prima del capitalismo, non potrà esistere dopo il capitalismo.

Allora diventa chiaro il movente della contesa tra privatisti e statalisti; per meglio dire, tra coloro che nel seno dei Consigli di Amministrazione delle aziende private detengono le leve del potere economico da un lato, e le affamate bande di politicanti e di sindacalisti che nulla chiedono di meglio che trasformare se stessi in amministratori e sindaci di aziende nazionalizzate dall’altro. Non a caso è successo che solo dopo la cacciata dal governo tripartito cattolico-socialcomunista, i partitoni pseudo-proletari abbiano mobilitato i teorici del tipo di Sereni o di Pesenti, i deputati alla Pajetta, le illustri firme del sindacalismo aziendista, a battere la grancassa delle nazionalizzazioni. Quando erano al governo, evidentemente non mancavano a codesti signori, « amministratori onesti del capitalismo », congrui posti in organismi economici. Scacciati, tendono disperatamente a ritornarci, ben sapendo che la via per arrivarci comodamente è una: la nazionalizzazione. A coloro che, come noi, pervengono a smascherare il profondo inganno delle nazionalizzazioni, codesti arruffapopoli per conto proprio non sanno rispondere che accusandoli di sostenere la proprietà privata. Eh, no! Nulla può questa accusa contro di noi, giacché siamo i soli a sostenere che la nazionalizzazione porta necessariamente ad accrescere le capacità di rapina e di saccheggio operati dall’affarismo, se insieme con l’espropriazione dei proprietari (che è fatto meramente giuridico) non mira ad estirpare il meccanismo della distribuzione mercantile e monetaria dei prodotti. Nazionalizzazione delle imprese e conservazione del commercio sono un modo di essere del capitalismo. Nazionalizzazione e avvio alla liquidazione del commercio sono, solo essi, l’inizio del passaggio dal capitalismo al socialismo. Inutile dire che il proletariato imboccherà questa strada solo dopo che avrà steso a terra i governi borghesi e i partiti pseudo proletari che ne assicurano la conservazione.