Partito Comunista Internazionale

Il proletariato rivoluzionario non voterà per nessuno

Categorie: Electoralism, Italy

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Dalla formazione dei Partiti Comunisti attorno al programma della III Internazionale, nel 1920-21 – e, prima ancora, dal programma e dalle posizioni di battaglia dei gruppi rivoluzionari marxisti – fu inseparabile in tutto il mondo la denuncia radicale del parlamentarismo socialdemocratico; la riaffermazione, contro le illusioni elettorali, legalitarie e gradualiste, dell’arma della violenza di classe contro la dittatura violenta del capitale.

Ai proletari che ancora riescono ad orientarsi in una situazione di accumulate sconfitte e di controrivoluzione spiegata su tutti i fronti del capitalismo internazionale e forte di tutte le armi di corruzione politica e di inquinamento ideologico, questi otto anni di regime democratico e parlamentare appaiono come la più schiacciante conferma che la via della conquista del potere non passa né per le elezioni né per il parlamento, ma fuori e contro di essi. Tutto è stato parlamentare, legalitario, elettoralistico, in questo dopoguerra « liberatore »: tutto il potere economico e politico è rimasto, più saldo che al crollo dei regimi fascisti, nelle mani della borghesia imperialista.

Ma altrettanto inseparabile dalla posizione antiparlamentare dei partiti rivoluzionari marxisti era (e rimane) il riconoscimento che il metodo elettorale, parlamentare, democratico, non soltanto non è un’arma proletaria di conquista del potere, ma è una specifica arma di difesa del capitalismo; un’arma alla quale esso ricorre per inquinare la coscienza di classe dei proletari, per cullarli nella illusione di un pacifico trapasso al socialismo, e per ricondurre la classe operaia schifata o ribelle nell’alveo della legalità e della rinuncia all’aperto scontro fra le classi. In otto anni di gragnuola elettorale, di tornei schedaioli sul piano comunale e nazionale, regionale e, magari, europeo, la classe dominante ha, di volta in volta, sviato il fermento e la ribellione dei dominati procedendo al potenziamento delle sue forze repressive e dello Stato, al rafforzamento del dispotismo aziendale, al riarmo in vista di nuovi scontri imperialistici. Non solo il parlamento e tutta l’orchestrazione propagandista che gli fa corona non servono agli interessi dei proletari: servono, contro i proletari, alla conservazione del regime dello sfruttamento e della guerra.

Che i partiti di tutti i colori lanciati alla questua dei voti e sollecitanti l’appoggio dei proletari con una propaganda che tutto mobilita, dagli spaghetti e dalla bistecca fino alla paura della dannazione eterna o al preannuncio di un qualsiasi « ha da venì », che tutti i partiti aspiranti al seggio di Montecitorio e di Palazzo Madama ipocritamente presentino le proprie incruente battaglie oratorie come un torneo da cui dipende l’avvenire della classe operaia, è dunque insieme l’espressione e la conferma della loro natura di pattuglie politiche della conservazione borghese. Sono i partiti della democrazia, uniti quindi nel combattere la dittatura proletaria; della riforma, concordi quindi nell’opporsi alla rivoluzione comunista; della legalità, schierati quindi in una comune negazione della violenza di classe proletaria contro la violenza della dominazione del capitale; del salvataggio dell’industria, solidali quindi nella difesa della sorgente del profitto; e, belanti in commovente accordo alla pace (una pace da ladroni, la pace della « pacifica convivenza » fra Stati capitalisti ed un « regime socialista » che, se tale fosse, non potrebbe mai convivere con essi), agiscono in realtà come truppe d’assalto politiche degli imperialismi di occidente e di oriente.

Elezionismo e parlamentarismo sono la loro arma perché sono l’arma della controrivoluzione trionfante. Né cambia nulla a questa realtà il fatto che lo stalinismo, spudoratamente autoproclamantesi difensore degli interessi operai, sappia, quando occorre, disfarsi della veste parlamentare e democratica per ricorrere alla violenza del colpo di Stato o dell’insurrezione partigiana; giacché questa violenza – alla quale del resto nessun partito parlamentare borghese ha mai esitato a ricorrere di fronte alla marea montante della rivoluzione comunista – è volta non ad abbattere ma a conservare o potenziare il regime della produzione mercantile, del salario e del profitto.

Il proletariato rivoluzionario denuncia la spudorata menzogna della consultazione elettorale: non ha voti da dare agli amministratori della società borghese, ai candidati alla sua dominazione.

Né, in questa paurosa fase di smarrimento ideologico, i rivoluzionari porteranno acqua al mulino della confusione politica, dell’inquinamento ideologico e dell’oscuramento della via maestra della conquista del potere, presentando a loro volta, sia pure col solo intento di svolgere propaganda antiparlamentare ed antidemocratica, una propria lista. L’infernale strumento dei saturnali schedaioli e della tribuna elettorale non si piega ai fini della contropropaganda rivoluzionaria: può soltanto piegare questa contropropaganda ai propri fini. La peste dell’opportunismo ha il suo focolaio e il suo veicolo nel meccanismo elettorale e parlamentare; più che mai, la demarcazione fra interessi proletari e interessi capitalistici, fra rivoluzione e controrivoluzione, esige che al metodo della scheda sia opposto con inequivocabile chiarezza il metodo della preparazione rivoluzionaria alla conquista del potere. Sarebbe già ora una vittoria della classe dominante, se il proletariato rivoluzionario si lasciasse distrarre dal suo lavoro e disperdesse le sue energie, concentrate nella dura opera della ricostruzione del tessuto ideologico ed organizzativo del suo esercito di domani, nel far concorrenza ai partiti della scheda e nel ridare interesse all’indegno baraccone della caccia al voto. Non nell’appestata atmosfera elettorale, non nell’aula parlamentare e davanti ai rappresentanti titolati del capitale ma fuori e contro tutti, il proletariato rivoluzionario agita il suo programma.

Ancora oggi, nonostante la conferma schiacciante dei fatti, la grande maggioranza dei proletari seguirà la corrente, crederà nella virtù risolutrice della scheda, darà il suo voto a qualcuno. Noi anticipiamo con assoluta certezza quel domani in cui il proletariato di tutti i Paesi, ritrovata la sua strada maestra, dirà « no » alla lusinga elettorale per dire « sì » alla potente realtà della rivoluzione, e, impugnate le sue armi di classe, calpesterà per sempre la scheda.