Il proletariato rivoluzionario non voterà per nessuno
Dalla formazione dei Partiti Comunisti attorno al programma della III Internazionale, nel 1920-21 – e, prima ancora, dal programma e dalle posizioni di battaglia dei gruppi rivoluzionari marxisti – fu inseparabile in tutto il mondo la denuncia radicale del parlamentarismo socialdemocratico; la riaffermazione, contro le illusioni elettorali, legalitarie e gradualiste, dell’arma della violenza di classe contro la dittatura violenta del capitale.
Ai proletari che ancora riescono ad orientarsi in una situazione di accumulate sconfitte e di controrivoluzione spiegata su tutti i fronti del capitalismo internazionale e forte di tutte le armi di corruzione politica e di inquinamento ideologico, questi otto anni di regime democratico e parlamentare appaiono come la più schiacciante conferma che la via della conquista del potere non passa né per le elezioni né per il parlamento, ma fuori e contro di essi. Tutto è stato parlamentare, legalitario, elettoralistico, in questo dopoguerra « liberatore »: tutto il potere economico e politico è rimasto, più saldo che al crollo dei regimi fascisti, nelle mani della borghesia imperialista.
Ma altrettanto inseparabile dalla posizione antiparlamentare dei partiti rivoluzionari marxisti era (e rimane) il riconoscimento che il metodo elettorale, parlamentare, democratico, non soltanto non è un’arma proletaria di conquista del potere, ma è una specifica arma di difesa del capitalismo; un’arma alla quale esso ricorre per inquinare la coscienza di classe dei proletari, per cullarli nella illusione di un pacifico trapasso al socialismo, e per ricondurre la classe operaia schifata o ribelle nell’alveo della legalità e della rinuncia all’aperto scontro fra le classi. In otto anni di gragnuola elettorale, di tornei schedaioli sul piano comunale e nazionale, regionale e, magari, europeo, la classe dominante ha, di volta in volta, sviato il fermento e la ribellione dei dominati procedendo al potenziamento delle sue forze repressive e dello Stato, al rafforzamento del dispotismo aziendale, al riarmo in vista di nuovi scontri imperialistici. Non solo il parlamento e tutta l’orchestrazione propagandista che gli fa corona non servono agli interessi dei proletari: servono, contro i proletari, alla conservazione del regime dello sfruttamento e della guerra.
Che i partiti di tutti i colori lanciati alla questua dei voti e sollecitanti l’appoggio dei proletari con una propaganda che tutto mobilita, dagli spaghetti e dalla bistecca fino alla paura della dannazione eterna o al preannuncio di un qualsiasi « ha da venì », che tutti i partiti aspiranti al seggio di Montecitorio e di Palazzo Madama ipocritamente presentino le proprie incruente battaglie oratorie come un torneo da cui dipende l’avvenire della classe operaia, è dunque insieme l’espressione e la conferma della loro natura di pattuglie politiche della conservazione borghese. Sono i partiti della democrazia, uniti quindi nel combattere la dittatura proletaria; della riforma, concordi quindi nell’opporsi alla rivoluzione comunista; della legalità, schierati quindi in una comune negazione della violenza di classe proletaria contro la violenza della dominazione del capitale; del salvataggio dell’industria, solidali quindi nella difesa della sorgente del profitto; e, belanti in commovente accordo alla pace (una pace da ladroni, la pace della « pacifica convivenza » fra Stati capitalisti ed un « regime socialista » che, se tale fosse, non potrebbe mai convivere con essi), agiscono in realtà come truppe d’assalto politiche degli imperialismi di occidente e di oriente.
Elezionismo e parlamentarismo sono la loro arma perché sono l’arma della controrivoluzione trionfante. Né cambia nulla a questa realtà il fatto che lo stalinismo, spudoratamente autoproclamantesi difensore degli interessi operai, sappia, quando occorre, disfarsi della veste parlamentare e democratica per ricorrere alla violenza del colpo di Stato o dell’insurrezione partigiana; giacché questa violenza – alla quale del resto nessun partito parlamentare borghese ha mai esitato a ricorrere di fronte alla marea montante della rivoluzione comunista – è volta non ad abbattere ma a conservare o potenziare il regime della produzione mercantile, del salario e del profitto.
Il proletariato rivoluzionario denuncia la spudorata menzogna della consultazione elettorale: non ha voti da dare agli amministratori della società borghese, ai candidati alla sua dominazione.
Né, in questa paurosa fase di smarrimento ideologico, i rivoluzionari porteranno acqua al mulino della confusione politica, dell’inquinamento ideologico e dell’oscuramento della via maestra della conquista del potere, presentando a loro volta, sia pure col solo intento di svolgere propaganda antiparlamentare ed antidemocratica, una propria lista. L’infernale strumento dei saturnali schedaioli e della tribuna elettorale non si piega ai fini della contropropaganda rivoluzionaria: può soltanto piegare questa contropropaganda ai propri fini. La peste dell’opportunismo ha il suo focolaio e il suo veicolo nel meccanismo elettorale e parlamentare; più che mai, la demarcazione fra interessi proletari e interessi capitalistici, fra rivoluzione e controrivoluzione, esige che al metodo della scheda sia opposto con inequivocabile chiarezza il metodo della preparazione rivoluzionaria alla conquista del potere. Sarebbe già ora una vittoria della classe dominante, se il proletariato rivoluzionario si lasciasse distrarre dal suo lavoro e disperdesse le sue energie, concentrate nella dura opera della ricostruzione del tessuto ideologico ed organizzativo del suo esercito di domani, nel far concorrenza ai partiti della scheda e nel ridare interesse all’indegno baraccone della caccia al voto. Non nell’appestata atmosfera elettorale, non nell’aula parlamentare e davanti ai rappresentanti titolati del capitale ma fuori e contro tutti, il proletariato rivoluzionario agita il suo programma.
Ancora oggi, nonostante la conferma schiacciante dei fatti, la grande maggioranza dei proletari seguirà la corrente, crederà nella virtù risolutrice della scheda, darà il suo voto a qualcuno. Noi anticipiamo con assoluta certezza quel domani in cui il proletariato di tutti i Paesi, ritrovata la sua strada maestra, dirà « no » alla lusinga elettorale per dire « sì » alla potente realtà della rivoluzione, e, impugnate le sue armi di classe, calpesterà per sempre la scheda.
Primo comandamento: uccidere
È risultato da inchieste svolte da alti ufficiali americani che la percentuale dei soldati U.S. che, in azioni di guerra, sparano, è estremamente bassa. Oscillò durante la II guerra mondiale fra il 12 e il 25 per cento: durante la guerra in Corea segnò un lieve « miglioramento » (25-35 per cento) ma i casi di interi effettivi di divisioni che hanno ceduto senza sparar colpo agli attacchi avversari sono stati tutt’altro che infrequenti. E la cosa ha fatto scandalo.
Non vogliamo azzardare ipotesi sulle cause di questo scarso spirito bellicoso. Interessa molto più rilevare come le autorità militari americane intendano reagirvi, ad illustrazione del fatto che la « civiltà » capitalista segue dovunque gli stessi criteri e si muove in tutti i paesi sullo stesso binario, in senso opposto alle sue vantate ideologie di rispetto ed anzi esaltazione della « personalità umana » e di rifiuto di ogni forma di totalitarismo. L’esercito americano si preoccuperà di sviluppare fra i soldati una « psicologia di massa » (mob psychology: ve le ricordate le sdegnose filippiche contro il « livellamento spirituale » provocato dal regime comunista?), e di condurli « a disfarsi della loro identità individuale » e a sentirsi parte di un gruppo verso il quale è « in certo modo giusto » che sentano il dovere di uccidere l’avversario (ricordate le lacrime sulla crudeltà e rozzezza della « coscienza di classe » coltivata nei proletari dal marxismo e, prima di questo, dalle condizioni obiettive di vita in regime capitalista?): inoltre, le unità in azione saranno dotate di « capi paterni » (fatherlike leaders) che i soldati considerino come sommamente forti, saggi e giusti, sicché ne accettino gli ordini anche quando questi vadano contro i tabù concernenti l’atto di uccidere »; insomma, di una nuova edizione di stregoni o capi-tribù investiti del compito altamente civilizzatore e cristiano di rendere perfettamente accettabile il massacro del prossimo (ve le sentite, le orazioni sulla difesa della « civiltà cristiana »?) e soffocare anche la più elementare reazione di disgusto del sangue.
Psicologia di massa, esaltazione del capo-stregone, o non erano le tanto deprecate ideologie del totalitarismo fascista, non sono le tanto condannate ideologie dello stalinismo? Ebbene, gli « antitotalitari » le fanno proprie in nome del supremo dovere di sparare. Il loro « paterno » amore della persona umana diventa « paterno » amore dell’assassinio organizzato e paterno orrore del comandamento cristiano. Certo, se si pensa che l’America possa un giorno non disporre di carne da cannone non-nazionale da mandare allo sbaraglio, e debba far sparare i suoi figli, è grave – nonostante il rispetto della persona umana e della libertà una e quadrupla – che solo il 25-35 per cento dei suoi fantaccini, nella migliore delle ipotesi, faccia fuoco! Un consiglio paterno: sparate! Buono da sapersi, per i proletari.
Siderurgia e regime capitalista
Aumento della produttività è la stessa cosa che diminuzione del tempo di lavoro socialmente necessario per produrre una determinata merce. Perché il capitalismo tende irresistibilmente, mobilitando la coercizione e la persuasione, il terrorismo di fabbrica e la propaganda, a spingere al massimo gli indici di produttività? Perché meno tempo di lavoro risulta condensato in una merce, mettiamo un profilato di acciaio, meno forza di lavoro deve erogarsi da parte della mano d’opera salariata. E dato che la forza di lavoro è una merce che l’operaio vende «a tempo», il capitalista imprenditore pagherà, accrescendo la produttività del lavoro, meno salari. Ma la diminuzione nella spesa dei salari non viene effettuata in base all’unità lavorativa: in altre parole, non viene praticata sulla busta-paga dell’operaio singolo o del complesso degli operai occupati, i quali possono non solo riuscire a conservarsi inalterato il salario, ma anche in certi casi, a migliorarlo. Lasciamo agli autori la falsa tesi che il salario operaio discenda storicamente, per cui la Rivoluzione antiborghese dovrebbe attendere, per erompere, che il salario scendesse a quota zero!…
La realtà prova invece che il capitalismo tende a risparmiare sulla «massa» della spesa di salari. Succede in pratica questo: l’introduzione di macchinario nuovo a più alto coefficiente di produttività, permette di ridurre la mano d’opera occupata nell’impresa, mettiamo, da 4000 unità lavorative a 2500. Il salario dei 2500 scampati al licenziamento risulterà invariato, e se gli operai sapranno lottare, potrà anche migliorare fino ad un certo punto. Ma gli altri 1500 operai saranno gettati sul lastrico: saranno altrettanti salari che l’impresa non dovrà corrispondere, pur riuscendo a disporre di un volume di produzione maggiore.
Chi, volendo spiegare agli operai il fenomeno degli sconvolgimenti sociali che il Piano Sinigaglia sta provocando, non pone questa premessa, agisce da volgare imbroglione o da inetto.
Negli articoli apparsi precedentemente su questo foglio, abbiamo dimostrato, oltre a spiegare il fenomeno, come i rimedi proposti dalla C.G.I.L. siano pure misure demagogiche, o espressioni genuine del più reazionario e forcaiolo aziendismo. La C.G.I.L., e il P.C.I. che la manovra, non solo riconoscono le esigenze di rinnovamento degli impianti, ma rimproverano alla Finsider di effettuare scarsi investimenti, si lamentano della parziale inattività degli impianti esistenti, sbraitano che non lavorano a pieno regime. Gli organismi di fabbrica vengono mobilitati per obiettivi produttivistici, procurano di redigere inventari degli impianti non utilizzati al completo della loro capacità, propongono progetti di razionalizzazione della produzione, invocano con ardente fraseologia nazionalistica nuovi forni, laminatoi più potenti, acciaierie più automatizzate. Ma – e qui casca l’asino del nazionalismo industriale della C.G.I.L. – si lanciano fulmini contro la smobilitazione dei vecchi impianti, che in qualche caso coincide con la chiusura di intere fabbriche (vedi alla Magona d’Italia, a Piombino). I conseguenti ragionatori della C.G.I.L. vogliono il progresso tecnico della industria nazionale, e così facendo collaborano con il capitalismo: ma, per tenersi buoni gli operai che il progresso tecnico getta sul lastrico, fingono di opporsi ai licenziamenti. Chi, in regime capitalista, rivendica il «progresso» dell’industria, non può che fingere di volere il vantaggio degli operai.
Consapevoli, però, dell’assurdo di volere due cose diametralmente opposte: l’aumento della produttività nell’industria siderurgica e il mantenimento della piena occupazione della mano d’opera, la C.G.I.L. e il P.C.I. chiedono a gran voce la nazionalizzazione dell’industria siderurgica e meccanica. Abbiamo mostrato, negli articoli precedenti, che, in base al progetto di legge socialcomunista, la siderurgia nazionalizzata non sfuggirebbe di un pelo alle mani della impersonale classe capitalistica e nemmeno degli ex azionisti, cui il progetto riconosce il diritto di cambiare le proprie azioni in obbligazioni fruttifere dell’interesse annuo del 5 per cento. Ma la nazionalizzazione dovrebbe assicurare i mezzi finanziari dello Stato per pagare il plus di mano d’opera che il processo di ammodernamento degli impianti scaraventa nel triste esercito della disoccupazione. Ecco il toccasana demagogico della C.G.I.L.
Gli operai dell’industria siderurgica che ci leggono, specie quelli che vivono sotto l’incubo del licenziamento, sono portati ad aggrapparsi alla tavola di salvezza delle sovvenzioni statali che la C.G.I.L., in cerca di facile popolarità, strepitosamente sbandiera. Ma pensano gli operai siderurgici a talune categorie di loro fratelli di classe che vivono in spaventose condizioni di vita? Milioni di proletari, e intendiamo alludere ai braccianti agricoli, vivono da decenni e decenni in un regime di semi-disoccupazione, che, quando si interrompe per i lavori stagionali, nemmeno toglie la fame. I braccianti, specie nel Sud, debbono sgobbare dodici ore al giorno per un salario che a volte scende al di sotto delle 300 lire, e arriva persino alle 200. La nazionalizzazione dell’industria siderurgica che i partiti social-stalinisti inseriscono nel loro programma elettorale insieme alla nazionalizzazione della Montecatini e della industria elettrica non è escluso che possa normalizzare situazioni disperate esistenti in talune di esse. Sotto l’ombrello riparatore dello Stato, che già in gran parte le ripara, ingrassate da iniezioni di pubblico denaro, insomma prese sotto protezione dallo Stato finanziatore, imprenditore, spedizioniere, esportatore, non è escluso che tali industrie possano attingere nuovo vigore, come è accaduto del resto in Inghilterra, dove l’industria del carbone sarebbe perita senza l’intervento nazionalizzatore dello Stato.
Esonerando le esportazioni dagli oneri delle tasse e delle imposte, rimborsandole delle spese di esportazione, praticando i doppi prezzi, lo Stato potrebbe in una certa misura favorire il commercio estero della meccanica, della chimica e di altri rami del settore nazionalizzato della produzione. Ma l’aumento delle spese nel bilancio statale (non esclusi gli interessi da pagare agli ex azionisti espropriati) provocherebbe un corrispondente inasprimento della fiscalità, un aumento del volume delle imposte e delle tasse, che ricadrebbe sulle masse lavoratrici, sui braccianti agricoli, sulle masse del medio ceto. Risultato: ulteriore impoverimento del mercato interno e abbassamento del potere di acquisto dei consumatori che, secondo la C.G.I.L., la nazionalizzazione delle industrie lodate dovrebbe mettere in grado di raddoppiare gli acquisti di genere di consumo.
Non si comprende invero perché la Confindustria, organo sindacale del capitalismo, rigetterebbe il piano di nazionalizzazione della C.G.I.L., se questo veramente avesse l’effetto, una volta attuato, di aumentare la produzione, abbassare i costi, allargare il mercato interno ed incrementare le esportazioni delle industrie italiane. La risposta da parte del social-stalinismo è quanto mai fessa: La Confindustria difende gli interessi della proprietà privata, dei Consigli di Amministrazione dei «gruppi monopolistici» popolati dagli uomini di fiducia dei Crespi, dei Valletta, dei Piaggio o dagli stessi capitalisti. In realtà, la Confindustria e il Governo difendono gli interessi generali del capitalismo; non solo, quelli privati, ma quelli dell’affarismo anonimo ed impersonale che pirateggia indisturbato negli organismi economici dello Stato, nei consigli di Amministrazione delle industrie nazionalizzate, nelle supreme sfere dirigenti delle grandi organizzazioni statali e parastatali (Consorzi agrari, Assicurazioni, lavori pubblici, bonifiche, ecc.). Del resto è provato che in Italia il settore economico statale domina, attraverso decine di Istituti (I.R.I., E.N.I., I.N.A.-case, A.R.A.R., Cassa del Mezzogiorno, ecc.) sul settore privato. In realtà, il rifiuto di nazionalizzare le imprese si origina nella classe sfruttatrice dal fatto che la produzione e la distribuzione italiana vivono già comodamente nelle braccia paterne dello Stato protezionista, mentre il sistema misto (né tutto statale né tutto privato) permette all’astuta borghesia italiana di destreggiarsi con abilità nelle congiunture diverse.
Il danno maggiore procurato alla classe operaia italiana dalla demagogia confederale e dalla politica dei partiti pseudo-proletari, si deve ravvisare nella deleteria opera di disgregazione e di divisione corporative. L’aziendismo esclusivista praticato dalle varie organizzazioni di mestiere della C.G.I.L. (come della C.S.I.L. o della U.I.L.) fa sì che ogni lega o organizzazione abbia rivendicazioni aziendali da porre: la F.I.O.M. si batte per i siderurgici, la F.I.O.T. per i tessili, la F.I.L.I.A. per gli addetti alle industrie alimentari, lo S.F.I. per ferrovieri. Ciascuna si batte per la propria azienda, per i propri licenziati. Nessuno si cura di mostrare agli operai che gli interessi dell’azienda sono opposti agli interessi della classe lavoratrice. Nel nostro caso, la C.G.I.L. chiede una sovvenzione di 100 miliardi di lire allo Stato per evitare i licenziamenti delle aziende Finsider; gli operai ossessionati dallo spettro della fame si schierano compatti dietro tale richiesta. Ma se fosse valido il principio che ogni categoria, ogni azienda deve lottare con le unghie e gli artigli per i propri particolari interessi, allora i braccianti avrebbero il diritto di pretendere che i 100 miliardi richiesti dai siderurgici fossero destinati dal governo poniamo ad aumentare i salari agricoli. La sirena opportunista che fa? Imbastisce un progetto di sovvenzioni statali per i braccianti agricoli accanto a quello dei chimici, dei tessili, dei mugnai, ecc. Ma le finanze dello Stato sono forse inesauribili? E poi, è forse il denaro che crea i beni? Succede perciò che il governo, assecondando la politica disfattista dell’opportunismo, interviene di volta in volta nei vari settori, qui sanando una crisi di super-produzione, là erogando sussidi e via dicendo. Le categorie di lavoro ora ottengono ciò che chiedono, ora ricevono l’impressione di essere state esaudite; le aziende si risollevano, ricadono in crisi, ottengono le medicature statali, si risollevano, cadono di nuovo, ecc.; le confederazioni sindacali hanno così sempre un successo o un mezzo successo da vantare… gli anni passano, e il capitalismo dura. La classe operaia rimane classe operaia, cioè classe salariata, sfruttata, venditrice di forza di lavoro.
«Che fareste voi? Che fareste ad esempio per l’industria siderurgica se foste al potere?» obiettano gli avversari e gli scettici. Per rispondere classisticamente al quesito, facciamo tutto l’opposto degli aziendisti dell’opportunismo, risaliamo cioè all’indivisibile interesse di classe del proletariato, non dei siderurgici, dei tessili, dei meccanici e delle loro aziende presi isolatamente, ma di tutta la classe operaia considerata in opposizione a tutto l’insieme della produzione capitalista.
Siamo partiti dall’esposizione del meccanismo della produttività e delle conseguenze sociali dell’aumento della produttività, in regime di produzione capitalista. Esaminiamo ora quale conseguenza l’aumento della produttività, ottenuto con l’installazione di nuovo macchinario, la automatizzazione dei processi di lavoro, ecc., eserciterà in regime socialista. La questione si pone così, e non altrimenti, per chi non è un ciarlatano.
Onestà in buone mani
L’« Unità » del 29-4 scrive che, avendo il P.C.I. lanciato la proposta di un incontro fra partiti « per una campagna elettorale onesta e leale », già sono giunte favorevoli risposte del P.S.I., dell’Alleanza Democratica Nazionale e del M.S.I. La presenza di quest’ultimo partito in un eventuale comitato interpartitico garantisce – è chiaro per tutti gli operai – la… onestà delle elezioni.
Evviva la disonestà!
Candidati in fregola, televisionatevi!
Si legge che nelle elezioni presidenziali americane, i partiti hanno speso complessivamente, nella sola pubblicità radiofonica e televisiva, 6 milioni di dollari (un po’ meno di 4 miliardi di lire), suddivisi quasi esattamente fra i due veicoli.
Un tecnico dell’organizzazione della campagna elettorale ha riconosciuto che la televisione è stata un elemento di prim’ordine nel decidere l’elettore e che il Generale si è rivelato, per il partito repubblicano, un « articolo eccellente » (agli effetti della telefotogenicità). Chi sarà il nostro articolo migliore?
Il trionfo di Marmittone
Sui poveri muri impiastricciati della Penisola, fra tanto ciarpame è apparso il manifesto che ci voleva. Utilizzando il lato buono dei romanzi a fumetti gli autori hanno riassunto in una dozzina di fotogrammi, polemicamente appaiati, il «curriculum vitae», la biografia in pillole, dei massimi battilocchi della politica ufficiale: l’on. Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio, e l’on. Palmiro Togliatti, aspirante ad un posto qualunque del tavolo ministeriale del Viminale.
Il primo fotogramma mostra gli occhiali da miope e le fattezze giovanili di Palmiro sovrastate da un cappellone da alpino con tanto di penna nera. Potrebbe anche trattarsi dell’eguale copricapo in dotazione alle guardie di finanza, ma conoscendosi le qualità morali e patriottiche dell’Uomo Togliatti, si può escludere che abbia trascorso il suo servizio militare dando la caccia ai contrabbandieri intercomunali di salami o di fiaschi di vino. La didascalia parla chiaro: «Prestò servizio sino alla fine della guerra 1915-18, nell’esercito italiano» A parte la omissione dell’aggettivo «regio», in quanto capo di tutte le forze armate era S.M. Vittorio Emanuele III, si capisce che un futuro capo di un formidabile partito dovette trovarsi sulla linea del fuoco, dove più aspra ferveva la pugna: sul san Michele o sul carso o sul Grappa. Dove si trovava invece l’on. De Gasperi? Né sul Sabotino né sull’ Altopiano di Asiago. La prova fotografica che riproduce non si sa che documento ufficiale del regno Austro-Ungarico sta a provare che l’attuale capo della Democrazia Cristiana sedeva nel Parlamento austriaco. Ai lettori, cioè agli spettatori, la conclusione.
Naturalmente non solo Palmiro Togliatti prestò servizio nel Regio Esercito durante la guerra 1915-18, ma moltissimi proletari che nel 1921 entrarono nel partito comunista d’Italia. Per costoro il duro calvario delle trincee, e le cicatrici delle ferite riportate, erano una voce del lungo conto di sfruttamento e di oppressione che la borghesia italiana doveva pagare, e lottarono per farglielo pagare. Per la direzione del P.C.I. e per Palmiro Togliatti, comunista dell’ultima ora e dell’ultima fila nel 1921, il servizio militare prestato durante la prima guerra e il giuramento alla voce al Re d’Italia, costituiscono motivo d’orgoglio e di patriottica gioia! Vuol dire che la Direzione del P.C.I. crede di estendere alla prima guerra mondiale il presunto carattere di «guerra democratica» appiccato alla seconda carneficina. Non ci stupiremo proprio adesso, cioè a pochi giorni dalla apertura dei bidè… pardon, volevamo dire delle urne elettorali!
La seconda guerra mondiale, durante la quale Togliatti, a differenza di quanto fece in quella del 1915-18 prestò servizio militare… sedentario nell’esercito delle mezze maniche del Cremlino, fu e viene definita «democratica e di liberazione dei popoli» per la presenza della Russia, «Paese del Socialismo» nella coalizione antifascista. Ora nelle opposte alleanze della prima guerra mondiale non figurava affatto nessuno Stato che nemmeno lontanamente potesse essere definito, anche dal più sfrontato impostore opportunista, non capitalista, non borghese. Anzi nella alleanza Inghilterra-Francia-Italia, la Triplice Intesa, si allineava l’impero assolutista degli Zar. Nel corso delle ostilità entrarono a farne parte gli Stati Uniti, allora alla fase iniziale della loro potenza mondiale.
Allo scoppio delle ostilità, nel luglio del 1914, i partiti socialisti della Seconda Internazionale tradirono vergognosamente gli impegni presi al Congresso di Stoccarda (1907) e riconfermati al Congresso di Basilea (1912) di opporsi alla guerra che fermentava nelle viscere del capitalismo internazionale. Alla prova dei fatti, ogni partito socialista si schierò col proprio Governo, cioè passò nel campo borghese imperialista, sostenendo la tesi dell’aggressione esterna. Quasi solo, il partito italiano mantenne un atteggiamento di opposizione alla guerra, sebbene non conseguente ad una impostazione intransigentemente classista del problema. La guerra doveva provocare così la prima profonda scissione nel campo socialista internazionale, che doveva delinearsi appieno a seguito della Conferenza di Zimmerwald. A coloro che escono ogni mattina di casa con la fregola irresistibile dell’ultimo manifesto del partito X e della risposta del partito Z, interesserà poco riesumare «anticaglie», ma visto che il P.C.I. ci tiene a fare sapere ciò che fecero i suoi capi durante la guerra del 1915-18, legittima è la nostra di mostrare quello che fecero durante lo stesso tremendo sconvolgimento i socialisti conseguenti che si ribellarono al tradimento della Seconda Internazionale e si rifiutarono di allearsi ai governi borghesi nella campagna di reclutamento e di ubriacatura della carne da cannone proletaria.
La Conferenza di Zimmerwald si tenne nel settembre del 1915. Vi parteciparono rappresentanti del partito Socialista Italiano (Angelica Balabanoff, Lazzari, Modigliani, Morgari, Serrati), dell’ala sinistra del partito socialdemocratico di Germania, socialisti isolati, delegati dei partiti socialisti di Polonia, Romania, Bulgaria, Olanda, Svezia, Svizzera. Vi partecipò pure, quel che importa a noi, una rappresentanza del partito socialdemocratico russo: Lenin per la corrente bolscevica, Axelrod per quella menscevica, Trotzky per il suo gruppo. La conferenza emanò un Manifesto contro la guerra, che, tra l’altro diceva: «Qualunque sia la verità sulle responsabilità immediate della guerra questa è il prodotto dell’imperialismo, ossia il risultato degli sforzi delle classi capitalistiche di ciascuna nazione per soddisfare la loro avidità di guadagni con l’accaparramento del lavoro umano e delle ricchezze naturali del mondo intero. La guerra rivela il vero carattere del capitalismo moderno e dimostra che esso è inconciliabile non solamente con gli interessi dei lavoratori, non solamente con la esigenza del progresso, ma anche con i bisogni più elementari della esistenza umana». Il Manifesto terminava chiamando le masse a lottare contro la guerra e a chiedere la pace. La rivendicazione della pace non si accordava con la posizione di Lenin che, su trenta delegati, ottenne sette voti, ma Lenin firmò il Manifesto perché in esso era accettata la definizione del carattere imperialistico della guerra, negato dai socialisti nazionalisti dell’Europa, dagli interventisti alla Cachin e Mussolini, dai fautori della collaborazione ministeriale con la borghesia. Nell’aprile del 1916 i partiti di Zimmerwald si riunirono per la seconda volta a Kienthal. La sinistra zimmerwaldiana capeggiata da Lenin e Zinoviev ribadì la tesi della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile rivoluzionaria, cui faceva capo tutta la possente trattazione dell’ «Imperialismo», apparso fin nella primavera del 1915. Dieci mesi dopo le masse insorte di Pietroburgo abbattevano l’ Impero dello Zar, l’alleato-servo delle potenze occidentali…
Durante tutto questo periodo, dunque, mentre le polizie degli stati belligeranti davano la caccia ai socialisti contrari alla guerra, distribuendo fucilate e secoli di galera, mentre i bolscevichi in Russia incitavano gli operai e i contadini in divisa a rivolgere le armi contro i loro generali, incuranti di provocare la disfatta militare del «proprio» governo, l’alpino o guardia di finanza che fosse Palmiro Togliatti serviva fedelmente la patria, ligio al giuramento prestato… Chiaro che non si vuole attribuire a Togliatti l’importanza che mai ha avuto nel movimento operaio, ma è altrettanto chiaro che la Direzione del P.C.I., esaltando lo stato di servizio militare del suo Migliore, con ciò stesso esalta la guerra imperialista del 1915-18. Come nella agnizione finale delle vecchie commedie, il personaggio Togliatti, ritenuto pericoloso sovversivo e rivoluzionario, si rivela per un buon patriota, per un soldato ligio agli ordini dei superiori. Il riconoscimento, nelle astute mani dei registi della farsa, avviene a gradi. Non è escluso quindi che alle prossime elezioni le rivelazioni biografiche di Togliatti si estenderanno alla adolescenza, sicché vedremo affisso sui muri d’Italia la fotografia di Palmiruccio nell’atto di ricevere la Prima Comunione. Chi è un buon patriota è quasi sempre anche un ottimo chierichetto. Stia attento De Gasperi…
I reggicoda dello stalinismo
I trotzkisti, essendo comunque sia elettoralisti e dovendo perciò necessariamente intervenire nella gazzarra schedaiola in corso, hanno scelto la loro barricata: « votate P.C.I. ». Non rinunciano, beninteso, « alla critica », ma l’appoggiano: sono una specie di opposizione costituzionale dello stalinismo.
E, per non perdere la faccia, distribuiscono consigli al partito prescelto: niente illusioni parlamentaristiche (come chiedere a un borghese di non voler essere borghese, a un cattolico di non credere in Dio), sfruttamento della campagna elettorale per una « vasta campagna dei principii comunisti e socialisti » (ci pensate in che buone mani il trotzkismo affida la propaganda… marxista?), realizzazione di un fronte di classe (come se il P.C.I., e bisogna dargliene atto, nascondesse la propria costituzionale volontà di collaborazione fra le classi!). Su questi consigli, via delle Botteghe Oscure farà omeriche risate: e incasserà i voti. E, ammesso che la voce dei trotzkisti abbia un’eco qualunque, si rallegrerà di aver ricondotto all’ovile della scheda un gruppo di proletari schifati dallo stalinismo.
Ma, un momento: i geniali strateghi della IV Internazionale hanno trovato una scappatoia: votare per il P.C.I., d’accordo, ma « dando la preferenza agli operai di base e negandola ai burocrati delle federazioni e della direzione ». Sfidiamo Diogene a scoprir col lanternino, nelle schede staliniane, lo « operaio di base », o a trovare una garanzia di spirito « classista » nella semplice qualifica sociale di un candidato che ha assorbito fino in fondo l’ideologia bastarda del Cremlino.
Il trotzkismo ha un modo davvero stupefacente di « criticare » il P.C.I. perché « lasci da parte ogni opportunismo »: si fa esso stesso maestro di opportunismo! Ma che cosa non può suggerire la passione della tattica?
Pruriti britannici
Churchill, che a Fulton propugnò. la crociata antirussa della guerra fredda, lancia ora la parola d’ordine del tentativo di accordo. Revirement? improvviso ardor di pace? No: ieri come oggi, l’ambizione britannica (di cui Churchill non e che l’espressione) di giocare un ruolo proprio fra i due Grandi e di imprimere al corso di avvenimenti che sfuggono alla sua presa un qualunque indirizzo: insomma, di essere ancora potenza mondiale, pari almeno a quelle di Occidente ed Oriente.
Fu l’ambizione sbagliata della II guerra mondiale, quando lo stesso Churchill volava dal Cairo a Teheran, da Mosca e da Washington a Yalta proponendo la soluzione inglese del conflitto, solo per constatare che Roosevelt e Stalin giocavano una partita a due, spesso neppure consultandolo, sempre mandando a picco le sue proposte. Fu, ancora, agli inizi della guerra fredda, l’ambizione di dettare ai due massimi contendenti una strategia che ubbidiva a tutt’altri interessi. E’, oggi che tira aria di distensione, di aggiudicarsi un compito proprio, e quindi una congrua parte nella spartizione della torta.
Ci si stupirà che gli americani ne ridano o se ne stizziscano? Se andranno al tavolo verde coi russi, lo faranno in nome dei propri interessi di potenza mondiale e a marcio dispetto degli interessi delle «grandi potenze» decadute a potenze medie o piccine; insomma, per « fregare » i cugini, non certo per nutrirli.
E a Churchill potranno lasciare il titolo di « grande statista » e i diritti d’autore sulla storia romanzata delle sue ambizioni fallite.
La gragnola dei licenziamenti
La direzione dell’Ansaldo-S. Giorgio, di Sestri Ponente, ha proclamato la sua intenzione di licenziare 38 lavoratori e di declassarne altri 150. Un manifestino della C.I. protesta perché la direzione ha voluto arrivare a questi estremi
“ignorando ogni iniziativa di collaborazione da parte dei lavoratori”
e denuncia l’avvenuto licenziamento, in cinque anni, di 33.367 lavoratori, e diverse migliaia di sospensioni o riduzioni d’orario in provincia di Genova.
La verità è che, se gli industriali agiscono con la spregiudicatezza ben nota, non è perché ignorino, ma anzi proprio perché conoscono la “volontà di collaborazione” che i sindacalisti opportunisti hanno insegnato agli operai a dimostrare. Dal momento che gli organi di “difesa dei lavoratori”, invece di lottare contro la direzione, si sbracciano a collaborare, perché la direzione dovrebbe avere degli scrupoli? A nemico che fugge ponti d’oro: il ponte del licenziamento!
Tutti gli ossi fanno brodo
A Casale, in un cementificio, giunge una macchina con a bordo alcune persone che chiedono di parlare alle maestranze. Sono e si dichiarano monarchici purosangue e domandano le firme necessarie per presentare i loro candidati alle elezioni.
Rifiuto completo degli operai. Ma ecco il bello. Si precipitano i magnati della locale Camera del Lavoro ed ingiungono agli operai di aderire alla richiesta dei monarchici perché altre liste possano contrapporsi alla D.C. e l’indebolimento di questa permetta al P.C.I. di trionfare!
Coraggio, dunque, cementieri di Casale: visto che nella costituzione repubblicana, che lo stalinismo ha tanto a cuore, c’è un articolo 7 a puntellare la Chiesa, perché un articolo del credo stalinista non dovrebbe aiutare un piccolo re? Tutti gli ossi fanno brodo quando si tratta di raccogliere voti, senza contare che, in fatto di assistenza a monarchi, il Togliatti del 1944 la sa lunga.
(I compagni casalesi che ci segnalano questo episodio non se ne facciano però tanta meraviglia: è una parola d’ordine generale, e ne sanno qualcosa soprattutto i proletari del Mezzogiorno: venga Lauro, purché se ne vada De Gasperi).
La batracomiomachia
La batracomiomachia
Per farci ridare il «La»
Nel Filo a questo precedente, per collegare lo scadimento delle funzioni individuali nella storia sia quanto alle attività mentali che quanto a quelle economiche, riportavamo il passo di Engels che definisce l’avvento della quarta ed ultima fase del capitalismo mediante la scomparsa dei borghesi che, affidando allo Stato gli organismi di produzione e di scambio, si rivelano «una classe superflua» le cui funzioni sociali sono «disimpegnate da impiegati all’uopo mantenuti».
Engels ribadisce questo fatto in passi diversi e suggestivi che si ricollegano a quelli non meno espressivi di Marx circa la impersonalità del capitale e il carattere di puro, vuoto figurante del capitalista.
È ovvio che tali passi siano citati per stabilire che dove si sia arrivati al controllo e alla gestione statale di aziende produttive, e anche dove tutta l’industria sia statizzata, non per questo può parlarsi di socialismo.
Questo è però lungi dall’essere tutto. Necessita in più trarre da quelle citazioni due cose: in primo luogo che casi di statizzazione capitalistica erano già realizzati e noti quando la dottrina marxista si formò, e quindi per Marx ed Engels non erano fatti nuovi nella storia; in secondo luogo che essi non solo previdero il diffondersi sistematico di tali forme come sbocco immancabile della concentrazione del capitale, ma anche che fondarono tale previsione sulla definizione marxista del capitale contrapposta a quella borghese. Esso è fin dal suo apparire una forma e una forza sociale della produzione e non una nuova storica forma della proprietà privata, personale.
Proprio quindi se alle statizzazioni non fossimo giunti, e se lo Stato moderno si fosse mostrato capace di restare estraneo all’economia, non solo sarebbe caduta una previsione del marxismo, ma la teoria anti-marxista della produzione capitalista avrebbe messo al tappeto la nostra.
In altri termini: fin dalla sua prima apparizione, non è carattere essenziale e discriminante del capitale produttivo la sua intestazione a possessori singoli privati.
Le caratteristiche essenziali sono altre, tante volte da noi ricordate, e su cui con pazienza ritorneremo.
Optiamo per gli ignoranti
Per l’evidenza di queste cose siamo condotti a stupirci che quei testi siano noti in dettaglio (dato che sono riportate le stesse citazioni) a taluni capi intellettuali di gruppettini e movimenti il cui torto non è di avere effettivi limitati, ma di pretendere che con effettivi limitati si possano gestire bacini di carenaggio per teorie che hanno navigato secoli di storia, convogliando milioni di seguaci.
Se una tale posizione fosse logica, evidentemente cadrebbe tutta la tesi marxista che un nuovo programma storico non può fare la sua apparizione nella testa di un autore singolo, o peggio in un cenacoletto da «boutique» di tipo esistenzialista.
L’esempio di cui ci occupiamo è quello della rivista «Socialisme ou barbarie» e del suo compilatore Chaulieu, che non ci pare proprio il più fesso e asino tra gli amarxisti. Un vero peccato.
Chi raddobberà i raddobbatori? Qui si tratta soltanto di sgombrare il campo dalle loro pecette, senza riuscire a spremere una lacrima su taluni loro ammiratori e cooperatori che ne scimmiottano le pretese; per quanto penoso sia che altra volta, a torto o a ragione, abbiano vantato ortodossia di scuola. La gran nave taglia meglio che mai le tempeste dell’oceano, e se doveva essere da questi tipi tenuta a galla, sarebbe ormai colata a picco.
Per spersonalizzare e slocalizzare parliamo di qui innanzi di raddobbatori e pecettisti (in dialetto romanesco pecetta è la toppa con cui si tura il buco, poniamo di un pneumatico sgonfiato, per lo più con quel successo che i veneti commentano col famoso «pezo el tacon dal buso»).
Il tentativo di provare che le falle esistono appare chiaro dalle frasi come questa: «tanto l’evoluzione del capitalismo che lo sviluppo del movimento operaio medesimo hanno fatto sorgere nuovi problemi, fattori impreveduti ed imprevedibili, compiti prima insospettati, sotto il peso dei quali il movimento operaio ha piegato, per arrivare alla sua attuale scomparsa».
In bacino dunque, per una operazioncella come: «prendere coscienza di quei compiti, rispondere a quei problemi». A Roma direbbero: hai detto un prospero!
Dopo un certo ricordo del «Manifesto dei comunisti» cui si riconosce vagamente il merito di avere affermato alcune prime intuizioni rivoluzionarie, e scoperta quella lotta di classe, che Marx teneva a non avere scoperta lui, si gira e rigira per venire a concludere che la teoria di oggi deve essere ben altra cosa da quella del 1848. Che non si voglia intendere che vi sono solo da aggiungere alcuni capitoli, o anche tagliare alcuni rami secchi per innestarne dei nuovi, ma che si tratti di sostituire l’intero tronco, è chiaro dalla puerile impostazione dei titoletti di un documento iniziale che scimmiottano quelli classici: borghesia e burocrazia – burocrazia e proletariato – proletariato e rivoluzione, al posto dei famosi: borghesi e proletari – proletari e comunisti. Ma che ammettendo questa tesi centrale: exit borghesia, ingredit burocrazia, non si fa una sostituzione di una parte ma del tutto, che non si ricuce la carena di legno ma si ostenta di impostare al suo posto quella di acciaio, lo mostreremo tra breve.
Questi carenatori varano in effetti barchette di carta.
Protagonista nuovo
Poiché in sostanza se volete sapere che cosa era per Marx e i suoi seguaci nel 1848 o nel 1914 «imprevedibile ed insospettabile» lo deduciamo subito da altra frase centrale: «All’ingrosso si può dire che la differenza profonda tra la situazione attuale e quella del 1848 è data dall’apparizione della burocrazia in quanto strato sociale tendente a dare il cambio alla borghesia tradizionale nel periodo di declino del capitalismo». Questo personaggio, definito nuovo per le scene della storia, non è un generico, ma un primo attore. Infatti lo si presenta come strato (couche) sociale, ma presto lo si eleva a classe: come altrimenti la situazione sociale russa, a borghesia sparita, si definirebbe come economia e struttura di classe? Una classe è il proletariato, e l’altra? La burocrazia: questo è chiaro.
La definizione della burocrazia come classe sociale è un tale nonsenso che se per un momento la si ammette, tutta la teoria quale era al tempo del «Manifesto», e fino a Lenin (e per fortuna oggi ancora) va in frantumi, e nessuna parte e capitolo ne rimane superstite. Questo sarebbe ancora poco: sarebbe soltanto sorta, a lato di tante, una nuova demolizione del marxismo: se ne romperanno dentature! Ma il fatto è che l’errore insito in questa dottrina sta tutto in tesi non solo anti-marxiste bensì pre-marxiste, che il marxismo non ha solo sospettate e prevedute, ma che ha ripetutamente denunziate come già rancide al suo tempo, e stritolate con classici «passage à tabac» (italice: santantonii, che sono quelli che fanno in questura agli arrestati malcapitati).
Ci accingeremo dunque a provare che chi voglia fare il seguace del raddobbismo e pecettismo da rive gauche può accomodarsi, ma deve dichiarare di aver fatto a pezzi pagina per pagina sia Il Capitale che Stato e Rivoluzione.
Perché non si saprebbe meglio definire l’esatto contrario della posizione della sinistra marxista internazionale prima e dopo Lenin se non con le parole: «Il programma della rivoluzione proletaria non può restare quello che era prima dell’esperienza della rivoluzione russa e delle trasformazioni che si sono avute dopo la Seconda Guerra Mondiale in tutti i paesi della zona di influenza russa». Accade appena questo: che si mettono a rifare il programma della rivoluzione proletaria proprio quelli che dimostrano a chiare note di non aver mai appreso quale esso era, è, e sarà.
Il nostro movimento mira al polo contrario, e crediamo aver dato a questo lavoro un contributo non indifferente: «Il programma della rivoluzione proletaria deve restare quello che era prima della rivoluzione russa e della Prima Guerra Mondiale e della corruzione della Seconda Internazionale». Marx ritrovò nella Comune del 1871 il programma del «Manifesto» del 1848; Lenin nell’Ottobre 1917 e nella situazione successiva alla Prima Guerra Mondiale questo stesso programma. Il fatto importante è che tale programma non si vede in nulla attuato in Russia, e ciò è ben chiaro, ma non per le ragioni che ne danno i raddobbisti. In quanto sarebbe altrettanto non attuato se vincessero i loro postulati: democrazia e controllo proletario e riduzione dei godimenti della classe burocratica. Altro essi non sanno domandare.
IERI
Classe che nasce vecchia
Basterebbe una sola considerazione a porre la scoperta di questo nuovo pianeta nel sistema solare delle classi sociali storiche – la burocrazia-classe – pietosamente fuori di ogni minima comprensione della dialettica materialista, ricacciandola nei metafisici limbi di pensamenti affatto borghesi. La parodia incautamente tentata del «Manifesto» 1848 manca di ogni spiegazione, giustificazione e «apologia» di questa classe nuova, originale, che surroga le antiche. Se siamo stati testimoni, come si pretende, del suo avvento, siamo stati testimoni del formarsi e del vincere di una classe «inutile», e appena essa è apparsa l’abbiamo ritenuta meritevole solo di male parole. Quale diversa presentazione da quella che il «Manifesto» fa della rivoluzione borghese, della borghese conquista del mondo! Un errore, dunque, una distrazione, un aborto della storia? Questo è marxismo; o sporco idealismo di borghesia decadente!?
E perché questo aborto con la faccia orrida di vecchia decrepita, anziché gettarlo nel barattolo di alcool, fa tanta paura che impone di cambiare tutto «il programma della rivoluzione», e di rimettere a scuola di pallidi cerusici la «levatrice della storia»?
Questa ipotesi che l’apparato del potere di classe – altro in lingua marxista la burocrazia non è, lo Stato non è – tenga il potere non per la difesa di uno dei modi di produzione di classe ma lo tenga per sé, per il comodo suo, per cavarne i soldi per il cinema o per il bordello, altro non è che la più bassa edizione della più banale obiezione al socialismo proletario: portate pure al sommo della società forze nuove, non farete che ricominciare da capo, poiché chiunque governa e dirige non lo fa che per i propri affari. E ogni filisteo saprà dirvi: contro questo la sola ricetta è una ricetta morale, che governati e governanti siano onesti, è una ricetta liberale (il controllo, ohibò!…) per cui l’eletto a dirigere sia il servitore degli elettori come ad esempio nella vecchia Inghilterra, nella giovane America! E con questo stile insegnerete a Carlo Marx qualcosa che lui, poverino, non era riuscito a sospettare? Ma andate a fare piuttosto il mestiere di rivelare la verità ai mariti cornuti, che è più serio.
In una strana e sciatta polemica con Trotzky, cui danno torto in tutto quel che disse di giusto, e viceversa, colgono un suo cattivo movimento letterario nella frase che segue quella giusta (la certezza che la burocrazia non ha alcun avvenire storico): se lo scacco della rivoluzione permettesse alla burocrazia di installarsi stabilmente al potere alla scala mondiale, «sarebbe un regime di declino, significante un’eclisse della civilizzazione». Il proletariato e il marxismo rivoluzionario starebbero dunque lì pronti a far baratto del loro programma di classe, se si prova che il progresso si muta in declino, e che una civiltà comune a tutte le classi e superiore alle lotte delle classi minaccia di oscurarsi? Progresso, e luce della civiltà storica: altro non serve per cascare in pieno in quello che Marx ed Engels mille volte frustano come ideologia del socialismo borghese e piccolo borghese.
I raddobbisti vorranno superare il poco nostro marxismo: si godano questa confessione preziosa: per evitare che al capitalismo succedano regimi di declino e che la civilizzazione attuale (per noi tenebrosa al massimo) abbia ad eclissarsi noi non batteremo un tasto della macchina da scrivere o della linotype, e non accenderemo uno solo di quei tali prosperi: purché il regime borghese si tolga di mezzo, lasciamolo pur andare a letto al buio.
Ma per mostrare come la pretesa del raddobbo sia invece tentativo – certo inane – di smantellatura pezzo a pezzo, ci vuole un minimo di ordine: vediamo un poco la faccenda del corso economico, poi quella del potere politico.
Atrofia dialettica
La polemica parte dal voler contraddire Trotzky sulla tesi che in Russia vi fosse tuttora, dopo la vittoria della burocrazia, uno Stato operaio. Trotzky avrebbe detto (in verità i giudizi critici di Trotzky andrebbero esaminati in ordine logico assai migliore) che l’economia era socialista nella produzione in forza della statizzazione della industria, ma non socialista nella sola distribuzione (o meglio ripartizione) dei redditi (o meglio dei prodotti). Ma nel confutare questa posizione con l’ovvio argomento che ognuna delle forme storiche di produzione presenta anche inseparabilmente caratteri suoi propri della distribuzione, si fa una folle confusione dei termini e dei concetti di base della economia marxista.
Noi dissentiamo da Trotzky nella definizione e nel riconoscimento dei vari stadi che ha traversato lo sviluppo sociale russo dal febbraio 1917, e riteniamo che egli ha avuto un costante «ritardo di fase» nell’accusare gli abbandoni delle varie posizioni rivoluzionarie: prima nel campo tattico, poi in quello politico, infine in quello economico. Oggi Trotzky – come pare abbia affermato la sua compagna Sedova – non parlerebbe più né di manovra né di potere né di economia proletaria per la Russia; questo è sicuro.
Ma la indiscutibile superiorità di Trotzky su questi suoi dispregiatori che in fatto di marxismo gli stanno alla suola, è che egli colloca lo sviluppo nella successione degli accadimenti storici e capisce che le relazioni tra strategia di manovra e politica economica si riconoscono tenendo conto del movimento di tutti i fattori sociali interni ed esterni, e sa distinguere tra le diversissime vie di vittoria, di arresto e di sconfitta delle rivoluzioni in gioco; anche quando adatta male al problema la soluzione del caso.
Questi suoi critici non vedono nulla storicamente e dialetticamente, e quando provano a raccontare la successione internazionale dei fatti lo fanno colla marcia dei gamberi, vedono tutto in modo disperatamente statico, statistico, e solo perché applicano parole e frasi lette in Marx, credono di trovare soluzioni nuove e felici. In verità essi non si sollevano da una sciocca «analisi» secondo la quale se mi date di un paese una fotografia dall’aereo io vi spiegherò quale è nell’inizio la posizione dei rapporti di produzione e di distribuzione e dopo potrò dare il verdetto sul «colore» del «regime».
A questa impotenza dialettica è impossibile capire che vi sono istanti in cui economia e politica, ad esempio, produzione e ripartizione, e perfino interessi della classe dominata e di quella dominante, ci appaiono con marcia perfettamente rovesciata, come la storia delle rivoluzioni e controrivoluzioni aveva insegnato a Marx prima del 1848 e come un riesame dei posteriori eventi conferma talmente, che non un chiodo nelle lamiere dello scafo va piantato in un buco diverso.
I rapporti di produzione
Questo primario concetto marxista non è stato affatto digerito, sebbene si faccia ricorso a formulazioni classiche. Anzi è stato capovolto. Lo scopo che si vuole raggiungere è il legare i rapporti di produzione a quelli di distribuzione, e questo è giusto e noi lo abbiamo fatto correttamente a proposito dei caratteri mercantili dell’economia russa che dimostrano il suo carattere capitalistico, date essendo le condizioni storiche e politiche generali odierne. Ma al tempo, ad esempio, della introduzione della N.E.P., la conclusione poteva essere diversa.
Ma il fatto grave sta che nel ridefinire i rapporti di produzione viene talmente deformato il criterio marxista, da cadere in pieno in un idealismo anti-determinista crassamente borghese. Partendo infatti dal punto giusto si approda a questa razza di tesi, più volte ripetuta: «Sappiamo (!) che ogni rapporto di produzione è, in primo luogo e immediatamente (?), organizzazione delle forze produttive in vista del risultato produttivo».
In questo enunciato di una dozzina di parole messe tutte fuori del loro posto si ravvisano tutti i modi di pensare borghesi in economia e filosofia.
Il punto di arrivo cui tende tutta la tortuosa esposizione: la coscienza e la volontà, si è insinuato sotto mentite spoglie nel deforme punto di partenza.
Badate bene: il teorema vuole definire ciò che hanno in comune tutti i rapporti di produzione della storia, anche i più remoti.
La formula verte dunque sulle tesi idealiste e volontariste: in principio era la coscienza, in principio era la volontà. Poiché qualcuno organizzava, questo qualcuno disponeva la produzione e la economia secondo il suo piano, ossia la sua volontà. E poiché detto qualcuno aveva in chiara vista il risultato, in lui era già la scienza e la coscienza delle leggi economiche.
Ma chi è questo qualcuno? Chi rispondesse: l’uomo medio, sarebbe un corretto e leale anti-marxista liberale. Chi affermasse: l’uomo di eccezione, sarebbe un decente idealista di una delle tante scuole. Chi: l’inviato da Dio, sarebbe un rivelazionista conseguente. Ma il qualcuno dei raddobbisti ve lo diciamo subito: è la classe dominante(in Russia dunque la burocrazia, sovrana delle leggi economiche e dei risultati produttivi). Qui tutta la trama.
Si pretende di essere marxisti perché si introduce la classe anche quando non è classe (e forse solo allora). Si è letto Marx e compulsato a fondo, lo si cita forse più di noi, e proprio quando dimostra il contrario della «organizzazione in vista di un risultato produttivo». Sarebbe stato meglio non leggerlo: vi è anche un modo di leggere i libri che è simile a quello con cui lo scassinatore sfoglia i pacchi di biglietti da mille. Un compagno delle ore antelucane spesso si diverte a ricordare i nomi di tanti che, conoscitori a fondo di Marx e della sua opera, sono i peggiori nemici del marxismo.
Ripetiamo che la formula è generale per tutti i rapporti di produzione storici. Quasi che il maharajah indiano il cui peso è coperto in oro da tributi, quasi che il signore feudale vissuto decenni nelle crociate, avessero mai organizzati brandelli di produzione. Ma quando la pensiamo applicata al capitalismo vediamo la ricaduta, come nella filosofia, nella scienza economica borghese: la caccia al risultato produttivo. La spinta irresistibile a produrre senza limite e senza ragione, quindi senza coscienza di risultati e senza organizzazione, diventa, invece che la manifestazione contraddittoria e instabile che vi dimostra il determinismo economico, una cosciente e voluta ricerca di risultati da parte della classe dominante, la quale «costruisce» ad hoc il rapporto «materiale e personale». Siamo arrivati al punto voluto: tutto è un rapporto tra due persone: padrone ed operaio. Ed allora in generale si definiscono tutte le classi storiche in questo modo fossile: un gruppo di persone che sanno e vogliono e dirigono e un altro gruppo di persone che subiscono ed eseguono passivamente. Sicché la lotta tra le classi e soprattutto tra le forze che derivano dal vecchio e dal nuovo modo di produzione si rimpicciolisce pettegolamente ad una serie di aspetti di uno stesso conflitto eterno: tra il dirigente e l’esecutore! Ecco l’altra formula chiave dello sbilenco sistema.
Se poi la formula prima trattata dovesse definire il modo di produzione socialista, solo allora si potrebbe dire: organizzazione delle forze produttive in vista del risultato. Ma non si dovrebbe aggiungere produttivo, che puzza di affarismo e di economismo capitalista lontano un miglio, bensì: risultato di consumo, di uso. Questo sarà tra molto tempo in una società senza classi, e quando sarà risolto il filisteo problema di evitare che il dirigente freghi l’esecutore; ma fino a che vi sono classi, la cosciente realizzazione del risultato è impossibile, a singoli, e a classi. Solo al partito! Come rinfacciano a Lenin di aver proclamato.
Fuori dal seminato
Si vuol provare che la proprietà nazionalizzata e statale non è socialismo; e ciò è giusto, ma la via che si segue è errata. Si dice che i rapporti di produzione sono un paio di maniche e le forme della proprietà un altro. Invece in Marx sono due maniche dello stesso paio. Sia l’azienda di un privato borghese o dello Stato, la forma di proprietà è la stessa, basta che si capisca di pensare non alla fabbrica o alle macchine ma al rapporto del lavoratore salariato al prodotto. La forma borghese di proprietà è quella quando al lavoratore è tolto ogni diritto di appropriazione sul prodotto dell’azienda. Naturalmente tolto è anche sugli strumenti di produzione, ma ciò è un derivato del fatto materiale che si lavora associati: sarebbe bello che (sia pure per decisione dell’autonomo consiglio di fabbrica) ogni operaio portasse via una pietra dal muro o una ruota dalla macchina…
Eppure si parte dalla più perfetta delle enunciazioni di Marx, scritta di certo un giorno che i maledetti antraci che gli fecero poi invocare la morte non lo straziavano, e uno di meno degli atroci sigari era stato fumato, quella della introduzione del 1859 alla Critica dell’economia politica. La riporteremo mettendo le parole non citate dal testo tra parentesi.
«Nella produzione sociale della loro vita gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà (rapporti questi di produzione i quali corrispondono ad un grado determinato dell’evoluzione delle forze produttive materiali). La struttura economica della società è costituita dall’insieme di questi rapporti di produzione, che formano la base reale su cui si eleva la superstruttura giuridica e politica (cui corrispondono determinate forme della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo della vita sociale, politica e spirituale in generale. Non è la coscienza degli uomini che modifica il loro essere, ma per converso è il loro essere sociale che determina la loro coscienza). Ad un certo punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in conflitto con i rapporti di produzione esistenti, ovvero, ciò che non è che l’espressione giuridica dello stesso fatto, con i rapporti di proprietà, nel cui ambito si erano mossi fino ad allora. (Tali rapporti sociali che fin qui furono forme evolutive delle forze di produzione, si trasformano in loro catene. Allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Trasformandosi le basi economiche della società, presto o tardi, si rivoluziona tutta la mostruosa superstruttura sociale. Esaminando tali rivoluzioni) bisogna sempre distinguere fra la rivoluzione materiale nelle condizioni della produzione economica (constatabile con precisione scientifica) e le forme giuridiche, politiche (religiose, artistiche o filosofiche), in breve ideologiche (in cui gli uomini divengono consapevoli del conflitto e in esso combattono. Così come non si giudica un individuo secondo ciò che egli pensa di essere, non si possono giudicare tali epoche di sovversione sociale dalla coscienza che esse si formano di sé stesse, ma si deve dichiarare la formazione di detta coscienza dalle contraddizioni della vita materiale e dal conflitto esistente tra le forze produttive sociali e i rapporti di produzione)».
La lezione di questo testo è chiara. Non lo stiamo dicendo noi, lo dicono quelli che lo hanno mutilato di tutti i passi tra parentesi. Chiara! Dopo aver letto una volta quel testo in possesso di tutte le facoltà fisiologiche, di leggeri si può appiccare fuoco alla biblioteca e strapparsi dalla materia cerebrale la circonvoluzione dell’alfabeto. Ma non è lecito ometterne brani a caso (peggio: non a caso, ma sempre che si tratta di mettere avanti la condizione materiale e in coda la coscienza, rinviata a molto dopo ogni rivoluzione, e che invece è il punto di approdo di tutto lo zibaldone, pietosamente indietro di un secolo a questo abbagliante fascio di luce). Se poi si fa innanzi chi vuole, gonfio della compulsazione di quanto pubblicato dal 1859, cambiare qualche parola, allora non resta che la notoria girandola di calci nella sottostruttura della coscienza.
Capisaldi terminologici
Rileggiamo con calma. Produzione sociale della vita. Rapporto che esce assolutamente dalla persona e dal suo bilancio di dare e avere, in cui i pretesi aggiornamenti sono disperatamente condannati ad aggirarsi. Produzione per le associazioni umane dei loro alimenti e riproduzione biologica della specie, dei produttori di domani. Tutto mai pianificato da testa, o teste, ma determinato dallo stato delle forze produttive materiali. Anche gli uomini sono una forza produttiva, che si evolve, ma non può rompere le condizioni determinate dalle tecniche possibilità: zappa o aratro, remo o vela, slitta o ruota, fauna, flora, geologia del terreno. Queste sono le condizioni materiali, non i soldi nel portafoglio. La «coscienza» di questi svolti si può dichiarare nelle leggende di Giasone che corre a fendere il seno a Teti, di Encelao che prigioniero sommuove l’Etna, di Talo, che inventa la ruota e il tornio ed è ucciso dal maestro Dedalo, inferocito di avere inventato l’aeroplano e non la carretta… Dietro le chiacchiere di Socialisme ou Barbarie non si può dichiarare che la coscienza di zero.
Rapporti di produzione sono la stessa cosa che rapporti o forme di proprietà, solo che prima si esprimono in termini economici, dopo in termini giuridici. Inutile tentare di farne cose diverse, e allo scopo tacere i passi che stabiliscono come il diritto derivi dal rapporto economico.
Nello schiavismo il rapporto di produzione è che il prodotto del lavoro dello schiavo è a disposizione del padrone, senza corrispettivo oltre i minimi generi di consumo, e che lo schiavo non può allontanarsi o produrre per altri o per sé stesso. Rapporto di proprietà è quello sulla persona e la vita dello schiavo, ed esprime la stessa cosa, in diritto.
Forze produttive sono gli utensili, le macchine, i veicoli di ogni genere, le materie prime e le derrate che la natura offre, e beninteso la classe lavoratrice in ogni tempo. Modo di produzione (Produktionsweise) o forma di produzione è uno dei grandi tipi storici di relazioni produttive: risorse tecniche e forme di proprietà. Alla coltivazione della terra si adattano successivamente sia il primitivo comunismo che lo schiavismo, la servitù, il salariato. Alla produzione dei manufatti risultano mano mano inadeguati il comunismo primitivo, lo schiavismo, il libero artigianato, ed infine vi risulta ad un certo stadio il salariato stesso.
Il capitalismo è uno dei grandi modi di produzione storici, ed una delle forme di proprietà più importanti. Questa ben definita forma con le sue caratteristiche non consente evasioni traverso le pretese sostituzioni: capitalismo privato-capitalismo di Stato o borghesia-burocrazia.
Ma vi è un altro equivoco. Forme della proprietà sono i rapporti di diritto. Questi si spiegano colla loro determinazione dal fatto economico, ma altro è spiegare essi, altro è procedere a capire ideologia religiosa, filosofica e via.
Il rapporto di proprietà è un rapporto materiale. Lo Stato che funziona secondo la sancita norma giuridica è un materiale meccanismo ben più palpabile che un sistema filosofico. Se lo schiavo fugge gli agenti dello Stato lo catturano. Se il salariato prende un oggetto prodotto, o anche se l’industriale o il dirigente lo sequestra in fabbrica vengono i gendarmi ad arrestarlo o liberarlo. Le forme di proprietà sono materiali agenti economici e non fattori che agiscono solo «mistificando»! Io ad esempio sono con la coscienza bene al di là della mistificazione mercantilistica, ma quanto consumo lo compro con assoluta obbedienza spontanea alla legge del valore. Proprio così: in questa gente non vi è un concetto fuori del suo luogo.
Metafisica dello sfruttamento
Non lasciamo ancora il tema economico. Tutta la concezione delle lotte di classe è ridotta ad una ininterrotta battaglia contro un nemico unico: lo sfruttamento. Il mostro è sempre lui, le vittime in rivolta cambiano: schiavi, servi, salariati e via. Qui siamo in piena Philosophie de la misère alla Proudhon. Roba sepolta nel 1847, altro che insospettabile nel 1848.
Si tratta di leggere e non capire che significa il brano: «gli stessi rapporti sociali che prima furono forme evolutive delle forze di produzione, si trasformano in catene». Ora lo sfruttamento del salariato, il sopralavoro, il plusvalore, solo oggi, a capitalismo avanzato, sono catene. Quando il capitalismo nacque erano forme evolutive utili delle forze di produzione. Liberté, égalité, fraternité, erano una mistificazione (come ricordano i nostri del tutto «en passant») va benissimo; e lo sono ancora come essi ipocritamente li riapplicano all’interno della classe proletaria, dimenticando di darci la ricetta cosciente, per quando, finalmente, non sarà più né classe né proletaria. Ma non era una mistificazione il fatto che lo stesso oggetto, poniamo la forbice, fatta dai salariati e non dal libero artigiano, permetteva al «povero» di avere una forbice invece di nessuna in casa, o quattro al posto di una. L’artigiano espropriato ferocemente, dato che appunto perché vittima incosciente delle tradizionali forme resiste contro il soggettivo interesse, guadagnerà in tenore di vita diventando salariato.
L’artigiano non prestava, almeno direttamente, sopralavoro. Ma il far prestare masse di sopralavoro ai salariati associati nelle nuove aziende e fabbriche era la sola via per accumulare capitale fin da allora sociale ed evolvere verso l’attuale dotazione di attrezzaggio. Che ci fosse lo sfruttamento è obiezione extra-marxista e scioccamente morale.
L’errore economico di base è quello di tutto ridurre alla contesa per il plusvalore, che si confonde con la ineluttabile fame di sopralavoro del capitale. Al suo sorgere il modo di produzione borghese rende possibile un maggior accantonamento sociale con minore lavoro dei viventi: non è dunque per essere fatti fessi ma per deterministica materiale influenza della moderna e futura più fervida forza produttiva, che i proletari danno mano a rompere le catene della servitù della gleba e della piccola produzione. Mano mano la legge della caccia al sopralavoro che vieta al capitale la «organizzazione in vista di uno scopo» conduce la nuova forma ad essere sfavorevole. Non vi è dunque un assoluto valore etico, ma un trapasso quantitativo di rendimento sociale. Naturalmente questi, che pecettano Marx scendendo sotto Lassalle, vedono nella lotta tra due storici modi di produzione la sola contesa operaio-padrone ovvero operaio-burocrazia, e la circoscrivono nel limite del margine di profitto che oggi è basso ad alto saggio del plusvalore per effetti meccanici.
Ed allora, accecati nel campo della ripartizione dei redditi e leggendo al rovescio le frasi che citano dall’altro formidabile testo della critica al programma di Gotha sulla spartizione della miseria, non vedono come in principio sia proponibile la tesi: la spesa per la burocrazia d’azienda e di Stato è una delle tante frazioni in cui si ripartisce il profitto: al fine di un veloce passaggio dall’economia parcellare semiasiatica ad un mercato nazionale e ad una fiorente industria, la somma sfruttata dalla presente burocrazia russa, in quanto consumo in sé e per sé, potrebbe essere il minore di tutti i guai, nel complesso cammino mondiale verso il miglioramento marxista delle «condizioni del vivente lavoro». La discussione che conducono con le cifre di Trotzky e degli apologeti stalinisti in cui consiste la loro precisa superiore analisi, dimostra solo che hanno un lungo cammino da percorrere prima di arrivare al livello a cui era la scienza economica, quando se ne formò la nuova costruzione propria del proletariato moderno. Litigano sulla riduzione di pochi centesimi, fanno la cresta sulla spesa come la serva al mercatino, non vedono il mondo che si tratta di conquistare.
OGGI
Stato e rivoluzione
Dopo aver visto come la mania di migliorare e di aggiornare, e lo snob infelice di temere sempre di essere di qualche cosa indietro agli ultimissimi apporti della scienza conformista, hanno condotto a denegare paragrafo per paragrafo tutti i nostri testi economici, vediamo qualcosa del corso politico.
Che cosa è per noi lo Stato? È un apparato fatto di uomini con dati incarichi, e soprattutto uomini armati, il quale non è assolutamente necessario per ogni umana comunità (e qui, Lenin diceva, hanno ragione gli anarchici), dato che vi furono e vi saranno (la giusta ragione è in Engels) società senza Stato.
Ma non può non esservi Stato fino a quando vi saranno società divise in classi in lotta tra loro. Fin qui potrebbe venire anche l’anarchico.
Più esattamente lo Stato di una data epoca è una forma di proprietà che corrisponde a dati rapporti economici, che con essi apparve, e che tende poi a conservarli e li difende con la forza anche quando sono diventati «catene per le nuove forze produttive» capaci di far progredire il generale benessere.
Lo Stato, insieme di corpi armati e non armati, ossia sistema di burocrazie (polizia, milizia, magistratura, amministrazione, clero perfino) non è dunque sempre il male assoluto. Dopo la rivoluzione antifeudale lo Stato francese con la sua falange di funzionari, il suo esercito permanente, la sua guardia nazionale, i suoi gendarmi, ecc. ha la funzione di lottare contro la reazione. Diciamo che esso esprime la lotta dei nuovi capitalisti contro gli antichi aristocratici signori terrieri. Non è tutto. Lo Stato è spiegato dalla presenza di quelle due classi, ed è un attrezzo rompitore di catene e non serratore di catene, per il momento. Ma diremo più esattamente che esso esprime la lotta tra un futuro modo di produzione (il capitalista) ed uno passato e deteriore (il feudalesimo), lotta storica ed universale. Al di fuori della partizione della popolazione di Francia, un tale Stato in un tale momento storico esprime la pressione di tutte le classi borghesi e proletarie in lotta, e si può dire che oltre ad una rete mondiale di interessi rappresenta il potenziale di qualcosa di ancora più ampio: la irresistibile forza generativa di materiali forze produttive future.
A questa stregua dobbiamo giudicare le forme e le lotte di un tale apparato, e l’intreccio impressionante ne è dato nei tre classici testi di Marx.
Non con un andamento continuo ma con un processo assai complesso un tale apparato muta le sue funzioni «antiformiste» in funzioni «conformiste» e si leva contro di lui una classe ed una forza che mira ad abbatterlo.
Lo Stato è dunque quell’apparato che si poggia su una classe che difende e rivendica un dato modo di produzione e che dopo il successo rivoluzionario resiste al ritorno delle antiche forze, e modi.
Chiaro quindi che ogni rivoluzione sociale a cavallo tra due grandi tipi della forma di produzione, ed in ispecie la veniente rivoluzione del proletariato, deve fare a pezzi il vecchio Stato, disperdere le sue gerarchie e il suo personale. Ma chiaro anche – e qui gli anarchici non intendono, e arricciano il naso i gruppi più o meno anarcoidi – che per tutto il tempo in cui il vecchio modo produttivo ha forze e difensori non solo entro il territorio ma altresì fuori, occorrono in nuova forma e Stato, e corpi di uomini armati, e burocrazia.
Una tendenza anarcoide si svela in queste curiose parole: «il potere delle masse armate non è già più uno Stato nel senso abituale del termine»! Qui, al di sopra del marxismo, liberalismo e libertarismo di una maniera romantica si danno la mano.
Estinzione della burocrazia
La necessaria per Marx e Lenin formazione del nuovo Stato rivoluzionario: la dittatura del proletariato, è in ragione del fatto che mentre la conquista del potere politico coi mezzi rivoluzionari è un salto brusco, non lo sono, e si diluiscono nel tempo: la piena sostituzione del nuovo al vecchio modo di produzione, la corrispondente scomparsa locale della classe che precedentemente aveva il potere e rispecchiava il vecchio modo di produzione, l’influenza delle forze estere che difendono quello stesso modo di produzione e contrastano il nuovo, e più di tutto i residui di influenze sovrastrutturali di tutti i tipi dominanti la ideologia e psicologia sociale. Quindi lo Stato non si abolisce, ma se ne fonda uno nuovo rovesciando l’antico. Con quel lungo processo, la cui lunghezza dipende dal grado di sviluppo interno delle forze sociali e dai rapporti internazionali di forza delle classi, lo Stato si estingue. Tutto ben noto e a cui i raddobbatori simulano di non apportare ritocchi.
Essi stessi citano Engels in passi ben chiari, quanto al provare che tale corso non è mutato se la concentrazione ha raggiunto lo stadio dell’industrialismo statale. «I mezzi di produzione divenendo proprietà dello Stato non perdono il carattere di capitale. Lo Stato è il capitalista collettivo ideale».
Ecco il punto cruciale. Se i mezzi di produzione da proprietà sparpagliata e individuale del lavoratore autonomo divengono capitale, lo faccia un privato finanziato o lo Stato, è processo al modo di produzione capitalistico. Se da capitale divengono mezzi della produzione sociale, ossia sono impiegati senza forma salariale della produzione e senza forma mercantile della distribuzione, allora è passaggio dal modo capitalistico a quello socialistico. Questo secondo trapasso non può, è chiaro, essere fatto né da privati, né dallo Stato politico della classe borghese; può essere fatto solo dal nuovo Stato rivoluzionario, dalla dittatura del proletariato.
Qui sta la soluzione vanamente cercata nella «piramide dei redditi» e nello scandalo della sproporzione degli stipendi in Russia – sproporzione contro cui si potrà sulle tracce gloriose della Comune, levare una rivoluzione soltanto socialista, in un tessuto di avanzato capitalismo.
Deve tuttavia riconoscersi che lo Stato operaio, che solo può assolvere quei compiti di trasformazione della forma di produzione, può bene in periodi non solo di evoluzione e sviluppo tecnico interno, ma anche di lotta politica internazionale, essere astretto a gestire forme di capitalismo di Stato a sfondo salariale, mercantile, in altri termini in certi stadi – che quello stalinista di oggi ha da anni e anni superato – restare Stato politico del proletariato e del futuro mondiale modo socialista di produzione, pure occupandosi ancora della preliminare trasformazione «di mezzi di produzione in capitale».
Lo Stato russo, con l’inevitabile burocrazia, è oggi «addetto» soltanto a trasformare mezzi di produzione in capitale, come uno Stato capitalista giovane, ed è divenuto un apparato che non combatte più per il modo di produzione proletario ma è, come tutti gli altri, pronto a difendere quello capitalista.
Volete vedere svanire questa teorizzante burocrazia senza bisogno di rivoluzioni e di guerre? Supponete veramente possibile il passaggio al modo socialista di produzione: imparate che esso presenterà sparizione del mercato e della registrazione dei prezzi, della divisione aziendale e della registrazione dei salari, della divisione professionale del lavoro e della differenza tra città e campagna, e comprenderete che la ribalta di squallidi moccoli che è formata dai funzionari di ogni tipo si spegnerà da sé stessa, declinando l’onore, troppo grande per l’ignavia dei ronds-de-cuir, di dare il nome ad un periodo della storia.
Iliade e batracomiomachia
Ecco «l’altra soluzione», tutta fatta da secoli, che vale a chiarire i problemi dei raddobbatori e i loro pretesi dati ignoti al marxismo.
A queste armi critiche poderose essi sostituiscono la statistica pettegola dei redditi, cercano, ma non sanno, le quote del reddito e del plusvalore, e soprattutto non sanno indicare come qualitativamente variano: in su o in giù, verificando il progresso di diffusione del capitalismo, che essi barattano colla solita palinodia: cresciuta estorsione, diminuito tenore di vita, e altre balle.
La soluzione sta nel classificare, assenti i borghesi russi, distrutto lo schema: due classi (almeno), e lo Stato per una sola di esse (e fatto quindi a pezzi il testo di Marx sulla Comune e quello di Lenin sullo Stato), i cittadini sovietici tra «operai» e «burocrati». Ma se il rapporto di produzione fosse quello operaio-Stato sarebbe rapporto unico, e non vi sarebbe differenza né lotta di classe. Tale selezione arbitraria e irreale è la peggiore parodia del marxismo. Vale la sostituzione dell’urto di due forme storiche che descrive miticamente l’Iliade, con una lotta di specie tra topi e rane che Omero stesso avrebbe umoristicamente cantata nella Batracomiomachia.
Nell’Iliade due civiltà antiche si scontrano terribilmente e determinano la storia di successivi secoli. Da una parte la immobile, agraria, satrapica società asiatica di eterne monarchie e signorie teocratiche cui sono tributari i popoli ancora nomadi e le tribù ancora comuniste (poverissime, Marx lo prova, di burocrazia: una dozzina di tipi per ogni tribù, incluso l’astrologo. Perché la gente da penna di cui trattiamo neanche sul terreno retorico ha inventato nulla: dovrebbe sapere che tra burocrazia dominante e barbarie non vi è parallelo, ma diretta antitesi!) – dall’altra la navigante, commerciante, industriale rispetto ai tempi, stirpe eolia e jonica, che le sovrastrutture giuridiche e filosofiche, il geniale individualismo, avvicinano alla borghesia romantica del migliore evo moderno europeo. Due mondi e due forme diverse sul serio della umana organizzazione, effetti determinati dalla stessa distanza di sfondo geografico tra la immensità dei deserti e delle terre interne e la frastagliatura capricciosa di penisole ed arcipelaghi, tra il clima glaciale e torbido a un tempo del supercontinente, e quello dolce e temperato dei ridenti lidi mediterranei, si scontrano, quando il carro di Ettore e quello di Achille cozzano terribilmente.
Ma con la statistica del ventisette del mese il quadro si vuota, come allorché, distinguibili tra loro a prima vista, i topolini e le ranocchie si azzuffano, ripetendo a gran voce le invettive degli eroi prima del duello, ricalcando le alterne vicende della decennale guerra dei continenti, e scimmiottando nei nomignoli da burla Troiani e Argivi.
Lo scontro tra il modo capitalista di produzione e quello socialista, sta in queste stesse proporzioni con la tentata descrizione (impotente a citare un solo episodio storico o di cronaca che riempia non diciamo un libro omerico ma un telegramma Reuter) della società russa. È la proporzione tra il grande poema epico, e la piacevole toporanocchiata.
L’inviolabile sovranità popolare
L’inviolabileIl numero di febbraio della rivista cattolica di sinistra « Esprit » pubblica un resoconto dettagliato delle inchieste svolte da quotidiani indipendenti non staliniani della Germania occidentale, dal 1948 in avanti, sull’opinione pubblica in merito alla rimilitarizzazione. Le risposte (se mai fossero necessarie inchieste per immaginario) furono per l’enorme maggioranza negative, in tutti gli strati del cosiddetto popolo.
Ciò non toglie che il riarmo si faccia, e che i « rappresentanti della volontà popolare » votino, differenza più, differenza meno, a suo favore. Nessuna inchiesta del genere è stata fatta in Italia: ciò non toglie che tutti i partiti, nessuno escluso – con la sola differenza di qualche cifra in più o in meno – abbiano invocato e invochino lo esercito nazionale e, come si conviene, il suo riarmo. Anche la pace. tanto invocata dai suoi professionisti. è un argomento a favore della « difesa armata »,
I proletari invitati ad eleggere, una volta di più, i « rappresentanti » dei loro interessi e gli « interpreti » della loro volontà sono invitati a meditarci sopra. sovranità popolare
Glorie del capitalismo: Figli come capitali
Non potremmo essere sicuri, come fermamente lo siamo, della distruzione rivoluzionaria del capitalismo, se uno, uno solo, settore dei suoi ordinamenti sociali risultasse sano, non affetto dalla tabe dissolutrice che irreparabilmente divora il nostro nemico. Ciò ben sanno i laudatori dell’ordine costituito, e perciò si arrovellano a pretendere che nella generale dissoluzione, almeno un baluardo della conservazione si salva: la famiglia, cioè gli ordinamenti giuridici e le tradizioni del costume che presiedono, sotto il capitalismo, alla funzione della riproduzione della specie umana. Fatica sprecata! Ipocrisia ributtante, quando accadono fatti così stridentemente contrari alla natura umana come quello recentemente successo nella Mecca del capitalismo mondiale, nel libero paese degli Stati Uniti.
I giornali ne hanno parlato diffusamente, ma si sono limitati naturalmente a rappresentare l’orrendo misfatto di un uomo che massacra di botte la propria figlioletta fino a provocarne la morte, e ciò solo per schifosi calcoli affaristici, come un caso eccezionale della criminologia. In realtà, la piccola Kathy Tongay, la nuotatrice prodigio, che abbiamo visto prodursi in meravigliose acrobazie subacquee in un film interpretato dalla campionessa di nuoto Esther Williams, è morta assassinata dal proprio padre perché la base della famiglia, sotto la dominazione della borghesia, è la stessa su cui si innalza tutto il mostruoso cavalletto di tortura su cui il capitalismo lega gli uomini: il salario, lo stipendio, la compravendita forzata dell’ energia vitale, della forza di lavoro. Comodo, soprattutto ipocrita, addossare a mister Tongay la responsabilità dello strazio e della morte della figlia. Egli ha ucciso la piccola, sottoponendola ad allenamenti stremanti, appunto come impresario ed allenatore di un «numero» sensazionale, produttore di profitti rilevantissimi. La stampa borghese ha insistito naturalmente nella presentazione del «Padre degenere seviziatore della propria creatura». Ma è chiaro che i rapporti intercorrenti tra la «bimba prodigio» Kathy, nuotatrice di eccezione, e mister Tongay, suo aguzzino e assassino, cessavano di essere quelli naturali tra padre e figlia, degenerando disumanamente in esosi rapporti tra l’imprenditore proprietario di un capitale e lo strumento di produzione. E forse che il modo di produzione capitalista ha di mira il benessere delle forze vive della produzione? La piccola Kathy aveva tratto dalla nascita un patrimonio di agilità e di armonie fisiche che, se fosse vissuta in un diverso regime sociale, avrebbe costituito solo un «capolavoro della Natura»; sotto la dominazione della borghesia, che oramai ha mercantilizzato persino lo sport, doveva trasformarsi in capitale generatore di profitti. Necessariamente doveva avanzare un imprenditore sfruttatore che vi accampasse sopra il proprio diritto. Allora la versione dello sconcio fatto è un’altra: «Mister Tongay ha sperperato il proprio capitale». Che il «capitale» fosse sua figlia è una cosa del tutto fortuita.
La giustizia americana ha incriminato mister Tongay dell’assassinio della piccola Kathy, sua figlia. Le carte dei giudici istruttori sono in regola. Esiste il referto del medico legale: «24 ore prima del decesso, avvenuto improvvisamente, la bimba era stata battuta in maniera estremamente brutale». Esistono le testimonianze del maestro di nuoto della piscina di Treasure Island dove la «nuotatrice prodigio» e il suo fratellino Bubba conducevano i loro quotidiani allenamenti, il quale ha dichiarato che alla vigilia della morte la bambina presentava contusioni sul corpo. A Miami si apprendeva che mister Tongay obbligava i propri figlioletti a reggersi a galla con i polsi e le caviglie legate. Non basta. Quattro anni prima, un altro suo bambino era morto a diciotto mesi e l’autopsia aveva rivelato che la morte era dovuta a emorragia cerebrale provocata da una lesione alla testa. I coniugi Tongay all’epoca si difesero sostenendo che il piccolo era precipitato per le scale, ma alla luce dei metodi stakhanovisti di allenamento applicati alla piccola Kathy. è lecito revocare in dubbio la deposizione dei coniugi-impresari. Se la percossa è un danno fisico, la multa erogata dal sorvegliante del capitalista nella fabbrica, in quanto limita i consumi dell’operaio, è una forma di costrizione e di punizione fisica, è la traduzione in linguaggio capitalista del colpo di sferza dell’aguzzino degli schiavi. Mister Tongay, nella impossibilità di applicare multe alla piccola Kathy, desiderosa di essere bambina e niente affatto «prodigio» la sottoponeva a violente bastonature. Agiva da padre? No, da capitalista, da impresario. La giustizia americana, la più ipocrita e feroce del mondo, condannerà mister Tongay in quanto assassino. Ma se fa così, non si intende che la condanna va estesa ai Ford, ai Morgan, a tutta la classe degli imprenditori? Mister Tongay potrà sempre pretendere di avere il diritto di usare della vita di esseri che in fin dei conti egli e la sua degna consorte hanno messo al mondo. Non così i suoi colleghi commercianti in automobili, frigoriferi, scatolette, anziché in «numeri di varietà».
Il solito imbecille dirà che mister Tongay non è tutto il mondo. Certamente non accade tutti i giorni che un uomo commetta delitti simili a quelli da lui commessi. Ma che dovremo attendere che una epidemia di «casi Tongay» si verificasse per accorgerci della assurdità dei rapporti familiari propri della società borghese? Ognuno di noi, in quanto marito e padre, in quanto moglie e madre, in quanto figlio, sente, sia pure senza sapersi spiegare le cause sociali della crisi, la decadenza della famiglia, l’inconciliabilità delle forme di matrimonio e delle esigenze dell’allevamento dei figli con i rapporti di produzione borghesi. La famiglia è un gruppo di esseri che vive su un salario, o uno stipendio, ecco il matrimonio imposto dal capitalismo! E come si può pretendere che il regime del salario, dello sfruttamento, così violento, così feroce, da cui derivano costumi sociali improntati alla sopraffazione materiale, alla coercizione, alla menzogna e al servilismo abietto, possa essere circoscritto alla fabbrica, cioè al campo della produzione dei beni, e rimanere fuori dalla sfera della riproduzione, del matrimonio, di quella che Marx chiama la «produzione dei produttori»? La verità, l’amara verità, è che gli uomini se producono i beni economici in condizioni indegne persino delle bestie, in eguale ambiente di schiavitù e di coazione svolgono la funzione riproduttiva, la perpetuazione della specie. Allora è chiaro che se di mister Tongay ne esistono fortunatamente pochi, tutti quanti viviamo nello stesso rapporto familiare, senza di cui il delitto di Mister Tongay sarebbe inconcepibile, impossibile.
Tipi di famiglie che non si fondarono sul salariato sono storicamente esistiti. A scorno dei porci borghesi, il matrimonio di tipo borghese non è un dato eterno nella evoluzione storica della specie umana. Un tempo gli uomini non hanno neppure saputo immaginarne l’avvento; vivevano in forme matrimoniali mille volte migliori e più aderenti alla natura umana. Si intende che parliamo della epoca precedente non solo il capitalismo, ma tutto il ciclo immenso della civiltà, cioè della lunga epoca della divisione in classi e della dominazione politica dello Stato. Un esempio ci viene dalla stessa terra di mister Tongay, da una collettività semibarbara che la luminosa civiltà capitalistica del dollaro doveva spietatamente schiacciare: la tribù pellerossa.
Una scrittrice americana Mary Sandoz, insegnante all’Università di Wisconsin che ha vissuto tra gli indiani Sioux e Chevenne, ha descritto in alcuni libri i loro costumi, o meglio quel che rimane dei costumi dei loro padri. Su «Selezione» del luglio 1952 apparve un suo articolo che qui ci interessa citare perché illustra i metodi di allevamento dei bambini seguiti dai pellirosse. Chiamata a vedere un bambino da poco nato, la scrittrice assistette ad un avvenimento che in nessuna clinica pediatrica, nonostante la boria dei nostri scienziati e pedagoghi, vedrete ripetersi.
«Nell’interno scuro di una vecchia tenda fumosa – racconta Mary Sandoz – una donna indiana stava china sul neonato che teneva in grembo. Al rumore che facemmo entrando agitate e curiose, la faccina rosso-bruna della bambina si increspò tutta. La madre strinse delicatamente il nasino tra il pollice e l’indice, e posando sulla bocca la palma della mano, soffocò il grido in silenzio. Quando il bimbo cominciò a contorcersi per respirare, allentò un po’ la stretta, ma soltanto un po’ e al primo accenno d’un altro grido impedì di nuovo il passaggio dell’aria, canterellando a mezza voce una canzone chevenne perché il bambino cresca bello di membra e saldo di corpo e di cuore».
Da bambini sapevamo dello straordinario stoicismo degli Indiani, della loro capacità di affrontare i più atroci supplizi senza emettere un solo grido, e tanto meno versare una lacrima. Ma non sapevamo che erano le madri indiane ad impedire ai loro bimbi, diciamo così, di apprendere a piangere. Né manca una spiegazione materialistica della meravigliosa pedagogia (nonostante la mancanza di filosofi nella tribù) seguita dagli Indiani. Un bimbo spaventato che gridava mentre il nemico si avvicina di notte al villaggio, o i cacciatori attaccano una mandria di bisonti, poteva mettere in pericolo la esistenza fisica della intera tribù. Nella epoca del radar e delle armi telecomandate, il pianto dei bambini viene considerato… una ottima ginnastica respiratoria!
Un altro passaggio dell’articolo della scrittrice americana amica degli indiani ci interessa. Scrive costei: «Sapevo che questo bambino non sarebbe mai stato toccato da una mano punitrice. Lo avrebbero reso capace di far fronte alle accresciute esigenze del suo mondo senza ricorrere a punizioni fisiche. Mi ricordavo la severa disapprovazione sui volti dei Sioux quando nell’impeto della collera mio padre ci picchiava. Questi indiani considerano ancora i bianchi come un popolo brutale che tratta i propri bambini come nemici che conviene blandire, punire o vezzeggiare come fragili balocchi. Essi credono che i bambini trattati a quel modo siano destinati a crescere deboli e immaturi, soggetti a scoppi di ira senza ritegno in seno alla famiglia. Ci fanno notare la crescente indisciplina e violenza dei nostri giovani, così spesso rivolta contro i più anziani di loro, cosa sconosciuta tra gli indiani». Chiaro che se la piccola Katy non fosse soggiaciuta alle sevizie, divenuta adulta, avrebbe trattato il feroce padre come meritava. Come sarà stato allevato dai genitori mister Tongay? Non certamente alla maniera indiana, non certamente da un uomo e da una donna, ma da due schiavi del salario, o dello stipendio o peggio, del profitto.
Un altro brano dell’articolo da cui appare come la civiltà allenta nell’uomo il legame con la natura: «Quando il bambino indiano cominciò a camminare nessuno gli gridava: «No, No!» tirandolo via dal rosso allettante del fuoco. «Bisogna imparare dal morso della fiamma a lasciarla stare». Quando il bimbo indiano ebbe un mese e mezzo già conosceva l’acqua. «Deve andare al fiume prima che si dimentichi il nuoto», mi disse la madre, sicura che quell’abilità fosse concessa dalla nascita ai piccoli di tutte le creature senza distinzioni: al cucciolo, al puledro, al bufaletto, al bambino. Il bambino nuotava già bene prima di saper camminare, perciò non c’era pericolo a lasciarlo giocare sulla sponda del placido fiume».
Katy Tongay è morta perché non nuotava come sarebbe piaciuto al padre, desideroso di pubblicità e di contratti con le case cinematografiche. Mister Tongay pretendeva di insegnarle il nuoto, legandogli polsi e caviglie! Quante cose il capitalismo pretende di insegnare agli uomini, mentre riesce solo a farne dei mostri, man mano che distrugge in essi la loro natura umana, trasformandoli in incoscienti ingranaggi della macchina produttiva.