Partito Comunista Internazionale

Siderurgia e regime capitalista

Categorie: CGIL, Italy, Nationalization, Steel production, Technology, Unemployment

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Aumento della produttività è la stessa cosa che diminuzione del tempo di lavoro socialmente necessario per produrre una determinata merce. Perché il capitalismo tende irresistibilmente, mobilitando la coercizione e la persuasione, il terrorismo di fabbrica e la propaganda, a spingere al massimo gli indici di produttività? Perché meno tempo di lavoro risulta condensato in una merce, mettiamo un profilato di acciaio, meno forza di lavoro deve erogarsi da parte della mano d’opera salariata. E dato che la forza di lavoro è una merce che l’operaio vende «a tempo», il capitalista imprenditore pagherà, accrescendo la produttività del lavoro, meno salari. Ma la diminuzione nella spesa dei salari non viene effettuata in base all’unità lavorativa: in altre parole, non viene praticata sulla busta-paga dell’operaio singolo o del complesso degli operai occupati, i quali possono non solo riuscire a conservarsi inalterato il salario, ma anche in certi casi, a migliorarlo. Lasciamo agli autori la falsa tesi che il salario operaio discenda storicamente, per cui la Rivoluzione antiborghese dovrebbe attendere, per erompere, che il salario scendesse a quota zero!…

La realtà prova invece che il capitalismo tende a risparmiare sulla «massa» della spesa di salari. Succede in pratica questo: l’introduzione di macchinario nuovo a più alto coefficiente di produttività, permette di ridurre la mano d’opera occupata nell’impresa, mettiamo, da 4000 unità lavorative a 2500. Il salario dei 2500 scampati al licenziamento risulterà invariato, e se gli operai sapranno lottare, potrà anche migliorare fino ad un certo punto. Ma gli altri 1500 operai saranno gettati sul lastrico: saranno altrettanti salari che l’impresa non dovrà corrispondere, pur riuscendo a disporre di un volume di produzione maggiore.

Chi, volendo spiegare agli operai il fenomeno degli sconvolgimenti sociali che il Piano Sinigaglia sta provocando, non pone questa premessa, agisce da volgare imbroglione o da inetto.

Negli articoli apparsi precedentemente su questo foglio, abbiamo dimostrato, oltre a spiegare il fenomeno, come i rimedi proposti dalla C.G.I.L. siano pure misure demagogiche, o espressioni genuine del più reazionario e forcaiolo aziendismo. La C.G.I.L., e il P.C.I. che la manovra, non solo riconoscono le esigenze di rinnovamento degli impianti, ma rimproverano alla Finsider di effettuare scarsi investimenti, si lamentano della parziale inattività degli impianti esistenti, sbraitano che non lavorano a pieno regime. Gli organismi di fabbrica vengono mobilitati per obiettivi produttivistici, procurano di redigere inventari degli impianti non utilizzati al completo della loro capacità, propongono progetti di razionalizzazione della produzione, invocano con ardente fraseologia nazionalistica nuovi forni, laminatoi più potenti, acciaierie più automatizzate. Ma – e qui casca l’asino del nazionalismo industriale della C.G.I.L. – si lanciano fulmini contro la smobilitazione dei vecchi impianti, che in qualche caso coincide con la chiusura di intere fabbriche (vedi alla Magona d’Italia, a Piombino). I conseguenti ragionatori della C.G.I.L. vogliono il progresso tecnico della industria nazionale, e così facendo collaborano con il capitalismo: ma, per tenersi buoni gli operai che il progresso tecnico getta sul lastrico, fingono di opporsi ai licenziamenti. Chi, in regime capitalista, rivendica il «progresso» dell’industria, non può che fingere di volere il vantaggio degli operai.

Consapevoli, però, dell’assurdo di volere due cose diametralmente opposte: l’aumento della produttività nell’industria siderurgica e il mantenimento della piena occupazione della mano d’opera, la C.G.I.L. e il P.C.I. chiedono a gran voce la nazionalizzazione dell’industria siderurgica e meccanica. Abbiamo mostrato, negli articoli precedenti, che, in base al progetto di legge socialcomunista, la siderurgia nazionalizzata non sfuggirebbe di un pelo alle mani della impersonale classe capitalistica e nemmeno degli ex azionisti, cui il progetto riconosce il diritto di cambiare le proprie azioni in obbligazioni fruttifere dell’interesse annuo del 5 per cento. Ma la nazionalizzazione dovrebbe assicurare i mezzi finanziari dello Stato per pagare il plus di mano d’opera che il processo di ammodernamento degli impianti scaraventa nel triste esercito della disoccupazione. Ecco il toccasana demagogico della C.G.I.L.

Gli operai dell’industria siderurgica che ci leggono, specie quelli che vivono sotto l’incubo del licenziamento, sono portati ad aggrapparsi alla tavola di salvezza delle sovvenzioni statali che la C.G.I.L., in cerca di facile popolarità, strepitosamente sbandiera. Ma pensano gli operai siderurgici a talune categorie di loro fratelli di classe che vivono in spaventose condizioni di vita? Milioni di proletari, e intendiamo alludere ai braccianti agricoli, vivono da decenni e decenni in un regime di semi-disoccupazione, che, quando si interrompe per i lavori stagionali, nemmeno toglie la fame. I braccianti, specie nel Sud, debbono sgobbare dodici ore al giorno per un salario che a volte scende al di sotto delle 300 lire, e arriva persino alle 200. La nazionalizzazione dell’industria siderurgica che i partiti social-stalinisti inseriscono nel loro programma elettorale insieme alla nazionalizzazione della Montecatini e della industria elettrica non è escluso che possa normalizzare situazioni disperate esistenti in talune di esse. Sotto l’ombrello riparatore dello Stato, che già in gran parte le ripara, ingrassate da iniezioni di pubblico denaro, insomma prese sotto protezione dallo Stato finanziatore, imprenditore, spedizioniere, esportatore, non è escluso che tali industrie possano attingere nuovo vigore, come è accaduto del resto in Inghilterra, dove l’industria del carbone sarebbe perita senza l’intervento nazionalizzatore dello Stato.

Esonerando le esportazioni dagli oneri delle tasse e delle imposte, rimborsandole delle spese di esportazione, praticando i doppi prezzi, lo Stato potrebbe in una certa misura favorire il commercio estero della meccanica, della chimica e di altri rami del settore nazionalizzato della produzione. Ma l’aumento delle spese nel bilancio statale (non esclusi gli interessi da pagare agli ex azionisti espropriati) provocherebbe un corrispondente inasprimento della fiscalità, un aumento del volume delle imposte e delle tasse, che ricadrebbe sulle masse lavoratrici, sui braccianti agricoli, sulle masse del medio ceto. Risultato: ulteriore impoverimento del mercato interno e abbassamento del potere di acquisto dei consumatori che, secondo la C.G.I.L., la nazionalizzazione delle industrie lodate dovrebbe mettere in grado di raddoppiare gli acquisti di genere di consumo.

Non si comprende invero perché la Confindustria, organo sindacale del capitalismo, rigetterebbe il piano di nazionalizzazione della C.G.I.L., se questo veramente avesse l’effetto, una volta attuato, di aumentare la produzione, abbassare i costi, allargare il mercato interno ed incrementare le esportazioni delle industrie italiane. La risposta da parte del social-stalinismo è quanto mai fessa: La Confindustria difende gli interessi della proprietà privata, dei Consigli di Amministrazione dei «gruppi monopolistici» popolati dagli uomini di fiducia dei Crespi, dei Valletta, dei Piaggio o dagli stessi capitalisti. In realtà, la Confindustria e il Governo difendono gli interessi generali del capitalismo; non solo, quelli privati, ma quelli dell’affarismo anonimo ed impersonale che pirateggia indisturbato negli organismi economici dello Stato, nei consigli di Amministrazione delle industrie nazionalizzate, nelle supreme sfere dirigenti delle grandi organizzazioni statali e parastatali (Consorzi agrari, Assicurazioni, lavori pubblici, bonifiche, ecc.). Del resto è provato che in Italia il settore economico statale domina, attraverso decine di Istituti (I.R.I., E.N.I., I.N.A.-case, A.R.A.R., Cassa del Mezzogiorno, ecc.) sul settore privato. In realtà, il rifiuto di nazionalizzare le imprese si origina nella classe sfruttatrice dal fatto che la produzione e la distribuzione italiana vivono già comodamente nelle braccia paterne dello Stato protezionista, mentre il sistema misto (né tutto statale né tutto privato) permette all’astuta borghesia italiana di destreggiarsi con abilità nelle congiunture diverse.

Il danno maggiore procurato alla classe operaia italiana dalla demagogia confederale e dalla politica dei partiti pseudo-proletari, si deve ravvisare nella deleteria opera di disgregazione e di divisione corporative. L’aziendismo esclusivista praticato dalle varie organizzazioni di mestiere della C.G.I.L. (come della C.S.I.L. o della U.I.L.) fa sì che ogni lega o organizzazione abbia rivendicazioni aziendali da porre: la F.I.O.M. si batte per i siderurgici, la F.I.O.T. per i tessili, la F.I.L.I.A. per gli addetti alle industrie alimentari, lo S.F.I. per ferrovieri. Ciascuna si batte per la propria azienda, per i propri licenziati. Nessuno si cura di mostrare agli operai che gli interessi dell’azienda sono opposti agli interessi della classe lavoratrice. Nel nostro caso, la C.G.I.L. chiede una sovvenzione di 100 miliardi di lire allo Stato per evitare i licenziamenti delle aziende Finsider; gli operai ossessionati dallo spettro della fame si schierano compatti dietro tale richiesta. Ma se fosse valido il principio che ogni categoria, ogni azienda deve lottare con le unghie e gli artigli per i propri particolari interessi, allora i braccianti avrebbero il diritto di pretendere che i 100 miliardi richiesti dai siderurgici fossero destinati dal governo poniamo ad aumentare i salari agricoli. La sirena opportunista che fa? Imbastisce un progetto di sovvenzioni statali per i braccianti agricoli accanto a quello dei chimici, dei tessili, dei mugnai, ecc. Ma le finanze dello Stato sono forse inesauribili? E poi, è forse il denaro che crea i beni? Succede perciò che il governo, assecondando la politica disfattista dell’opportunismo, interviene di volta in volta nei vari settori, qui sanando una crisi di super-produzione, là erogando sussidi e via dicendo. Le categorie di lavoro ora ottengono ciò che chiedono, ora ricevono l’impressione di essere state esaudite; le aziende si risollevano, ricadono in crisi, ottengono le medicature statali, si risollevano, cadono di nuovo, ecc.; le confederazioni sindacali hanno così sempre un successo o un mezzo successo da vantare… gli anni passano, e il capitalismo dura. La classe operaia rimane classe operaia, cioè classe salariata, sfruttata, venditrice di forza di lavoro.

«Che fareste voi? Che fareste ad esempio per l’industria siderurgica se foste al potere?» obiettano gli avversari e gli scettici. Per rispondere classisticamente al quesito, facciamo tutto l’opposto degli aziendisti dell’opportunismo, risaliamo cioè all’indivisibile interesse di classe del proletariato, non dei siderurgici, dei tessili, dei meccanici e delle loro aziende presi isolatamente, ma di tutta la classe operaia considerata in opposizione a tutto l’insieme della produzione capitalista.

Siamo partiti dall’esposizione del meccanismo della produttività e delle conseguenze sociali dell’aumento della produttività, in regime di produzione capitalista. Esaminiamo ora quale conseguenza l’aumento della produttività, ottenuto con l’installazione di nuovo macchinario, la automatizzazione dei processi di lavoro, ecc., eserciterà in regime socialista. La questione si pone così, e non altrimenti, per chi non è un ciarlatano.