La grande parata
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Si dice che l’Inghilterra imperiale è in avanzato processo di decadimento, ed è vero dal punto di vista dei suoi rapporti di forza con gli altri e più giovani centri mondiali dell’imperialismo. Ma la sua vitalità è garantita da un compito di conservazione sociale e politica nel quale nessun grande Paese capitalista la uguaglia, e che tutti, concordemente, le riconoscono.
È questa funzione (che non è solo formalmente di rappresentanza) che dà senso e contenuto alla assurda e apparentemente vuota arlecchinata della recente incoronazione. Di là dal ridicolo e dall’uggioso, questo spiegamento di fasto di ricchezze e di memorie, questo rito greve di una simbologia grottesca e di paludamenti secolari, questa grande parata dei «signori del mondo» che stampa, radio e televisione si sono incaricate di rendere accessibile alle popolazioni di mezzo mondo, aveva e, finché durerà il regime borghese, continuerà ad avere una funzione, e quindi una consistenza, reale.
È l’esibizione della stabilità del regime, la teatrale rappresentazione del senso di sicurezza e di… coscienza tranquilla della classe dominante, la patetica messa in scena di un proletariato industriale che già fu all’avanguardia delle battaglie di classe e che ora plaude ai reggitori, il gioco di circo concesso come companatico all’austerità mondiale, la «fiaba» girata sulle scene della dura realtà di un mondo di lacrime e di sangue, lo spettacolo offerto a poco prezzo agli sfruttati della solidarietà che lega gli sfruttatori di tutti i meridiani e i paralleli della terra: è un po’ tutto questo, un gigantesco film di propaganda proiettato in una cornice storica ed ultracivile che né Washington né Mosca saprebbero allestire, e destinato a ribadire nei crani di milioni e milioni di uomini la convinzione che sia questo il «migliore dei mondi possibili», un’età dell’oro cui nulla toglie il periodico ritorno al ferro e al fuoco.
La parata è, in primo luogo, per i popoli dell’Impero, così invitati ad ammirare e adorare la potenza non simbolica dell’oro; ma si rivolge a tutti i dominanti del mondo, ai quali vuol lanciare l’estremo monito della sottomissione, dell’ubbidienza, del timore reverenziale.
Mercanti d’alto e basso rango stanno ora contando gli utili commerciali della grande parata; cronisti e tecnici dell’imbonitura calcolano all’ingrosso il valore dei gioielli, degli ori e delle sete che hanno circolato per Londra in berlina. Ma l’utile sociale e politico nessuna macchina elettronica potrà valutarlo, fino al giorno che il colpo di mazza della rivoluzione mondiale potrà dimostrare come, altissimo nelle fasi di declino, questo valore è zero quando la splendida canaglia si ridesta.
All’ora X, i potentati della terra non porteranno a spasso né se stessi né i simboli del loro potere: li nasconderanno – ed invano cercheranno di nascondersi – nella più profonda delle proprie cantine.