Partito Comunista Internazionale

Il Programma Comunista 1953/11

La montagna elettorale ha partorito il topo

Passati i fumi elettorali, possono piangere i piccoli partiti: i grandi, tutti i grandi, tripudiano. La democrazia cristiana non ha avuto la famosa maggioranza assoluta, ma, coi satelliti, ha la maggioranza alla Camera e al Senato; le sinistre tripudiano per aver vinto la « storica battaglia » (per costoro, l’Iliade è veramente una guerra di topi e di rane) contro la legge truffa anche se questa vittoria è stata ottenuta coi voti congiunti loro e dei monarchici e missini; le destre hanno incassato nuovi voti. Ognuno, in verità, può cantare vittoria, tanto è seria in partenza e in arrivo la battaglia dei voti. Il fatto è, comunque, che tutta la carta straccia ha servito soltanto a lasciare le cose come stavano, aggravando se mai gli aspetti negativi della situazione.

Come previsto, nulla è cambiato al vertice: il governo è e rimane della democrazia cristiana, grande elettrice dell’America. Né illuda il fatto che la maggioranza di « centro » è piccola: ci penserà qualcosa di più serio della consultazione elettorale a schierare intorno a lei, in Parlamento e fuori, gli uomini e i gruppetti necessari per mantenere la « stabilità » del regime.

Né importerà per questo che vadano al governo i tre e sempre più grotteschi partiti minori; basterà che votino, come voteranno, per la politica atlantica. E nemmeno occorreranno patti con la destra monarchica; basterà l’azione corrosiva esercitata su queste formazioni rabberciate alla meglio per staccarne cospicue clientele parlamentari (o non è avvenuto lo stesso al gollismo in Francia?).

Come previsto, le formazioni minori, i valletti della Corona, sono rimaste schiacciate. È un fenomeno non nazionale ma internazionale, che rende ancor più ridicole le pretese di autonomia dei singoli e dei gruppi dalle grandi concentrazioni così politiche come economiche: sono queste che esercitano il massimo potere di attrazione, che sviluppano il più alto magnetismo. È lo stesso fenomeno di concentrazione che si riscontra in economia o nei rapporti fra Stati.

Quanto a socialisti e comunisti, possono oggi salutare quella «legge truffa » che hanno tanto combattuto: è essa che ha portato loro nuovi voti e ha dato impulso alle piccole « liste di disturbo ». A loro volta, missini e monarchici si sono affermati come « riserve »: non sono e non possono essere più di più. Ma fra tonaca e orbace la repubblica è sempre più nera: è questa la « vittoria popolare »?

Ma lasciamo i partiti parlamentari alle loro gioie e alle loro tristezze, e i candidati al tripudio o al lutto dei voti ottenuti o perduti. Il parlamento di domani sarà quello di ieri non soltanto perché lo schieramento governativo è sempre il più forte: lo sarà, come era nella legislatura defunta, perché tutti i partiti non inseguono che gli stessi programmi e sono divisi soltanto da motivi contingenti. De Gasperi e Togliatti hanno commentato nello stesso modo i risultati: tutti e due sognano la « stabilità politica e sociale », tutti due rivendicano alle proprie forze la difesa della democrazia, della legge, della patria, tutti due promettono o agitano riforme. Tanto pallidi sono i confini tra i « programmi » dei partiti, che gli elettori potevano tranquillamente votare per l’uno o per l’altro dei Grandi nella sicurezza di votare per la stessa cosa. Ne dubitate? Il grande programma dei « vincitori del 7 giugno » consiste nel rivendicare un posticino al governo De Gasperi. Essi, gli spregiatori degli apparentamenti elettorali, si struggono dal desiderio dell’apparentamento governativo – che non avranno.

Ancora una volta, staliniani e socialisti hanno mostrato di essere i più validi sostenitori del regime portando alle orge elettorali il massimo contributo di fervore, martellando la testa dei proletari con il maglio del cretinismo parlamentare. Anche il voto raccolto da loro è un elemento di stabilità del regime. È fra il milione e passa di schede bianche e fra gli astenuti che va cercata la voce del proletariato rivoluzionario: gli altri, i voti validi, sono i voti della conservazione.

È l’Italia che aiuta l’America

Il numero di febbraio-marzo (uscito però con notevole ritardo) di Notizie economiche, che è un periodico della catena controllata dal P.C.I., pubblica un non sensazionale grafico dal quale risulta che, contrariamente a quanto sostiene la propaganda governativa, l’Italia oltre che beneficiaria degli aiuti U.S.A. figura come preda di guerra delle truppe di occupazione e dei governi di America e Inghilterra. In altre parole, l’Italia, nonostante la inferiorità economica, ha dato più che ricevuto dagli Stati Uniti. Nulla di nuovo, dunque, sotto la dominazione dell’imperialismo. L’ammissione fatta dalla Direzione del P.C.I., tramite il comitato redazionale di Notizie economiche, si presta benissimo alla riprova di quanto noi abbiamo sostenuto, fin da quando gli eserciti anglo-americani ancora si attardavano al di qua della «Linea Gotica», circa l’operato politico dei partiti richiamantesi truffaldinamente alle tradizioni rivoluzionarie. Ma prima facciamo parlare le cifre.

Non sono nostre, l’abbiamo detto, le cifre. Nemmeno sono di Notizie economiche, che avverte, per provare falsa ogni eventuale accusa di tendenziosità, di averle ricavate dal Messaggero e da 24 Ore, giornali legati al Governo e agli ambienti affaristici, nell’autunno 1951. Da tali dati risulta che gli «aiuti» dati dagli U.S.A. all’Italia fino al giugno 1952, e cioè 333 miliardi di lire per aiuti durante la guerra, 507 miliardi in conto U.N.R.R.A. e A.U.S.A., 715 miliardi in conto E.R.P. e M.S.A., il tutto per un totale di 1.555 miliardi di lire, sono meno di un quarto del valore economico sottratto all’Italia dal governo degli Stati Uniti. Questi si sono presi qualcosa come 6.560 miliardi di lire. La distinta dei prelevamenti effettuati dal conquistatore americano si presenta così: per am-lire, cioè carta moneta stampata dal Governo Militare alleato, pagate ai soldati americani durante la guerra miliardi 860, per requisizioni fatte dai Comandi militari americani miliardi 2000, per rinuncia di crediti verso la Germania fatta dal Governo italiano a favore di quello americano miliardi 2.700, per risarcimenti pagati dall’Italia a cittadini stranieri (in prevalenza americani) per danni di guerra miliardi 1000. Fatte le non difficili detrazioni, Notizie economiche concludeva che l’Italia ha dato agli Stati Uniti 5.005 miliardi di lire. Tutta la catena giornalistica controllata dalla Direzione del P.C.I. ha rilanciato, con in testa l’Unità e l’Avanti, il grafico e la didascalia. Gli altoparlanti elettorali, essendo la televisione ancora in fase sperimentale, hanno fatto piovere le cifre, le somme e le sottrazioni sulle migliaia di ascoltatori accalcati nelle piazze di tutta Italia. Capovolgendo la servile propaganda dei partiti governativi, i tromboni dei partiti social-stalinisti hanno creduto di confondere i loro concorrenti alle poltrone ministeriali, ma, ciò facendo, si ferivano con le loro stesse armi.

Non contestiamo affatto quanto riporta Notizie economiche, anzi se questo periodico si accorgesse, dopo attento esame dei dati in suo possesso, di avere sbagliato i conti, per cui il valore delle ricchezze arraffate dagli Stati Uniti andrebbe aumentato, noi non troveremmo proprio niente da obiettare. Anzi, ce ne rallegreremmo, poiché ogni documentazione, ogni prova, del carattere e delle finalità imperialistiche della guerra americana costituisce essa stessa una prova del tradimento e dell’opportunismo dei partiti comunista e socialista, che degli Stati Maggiori anglo-americani, per non parlare di quello russo, furono in Italia la quinta colonna e i servitori politici. Comodo e facile per il P.C.I. è accusare il Governo De Gasperi di servilismo verso l’America. L’accusa non ha bisogno nemmeno di essere provata, tanto è evidente lo stato di soggezione del Governo di Roma alla super-centrale imperialistica di Washington, tanto è tangibile il regime semi-coloniale imposto all’Italia. Ma i comunisti e i socialisti hanno cessato, e non certo per loro determinazione, di fare parte del governo satellite italiano «solo» nella primavera del 1947. Orbene, a quell’epoca tutto quanto ora il P.C.I. imputa agli Stati Uniti di avere rapinato in Italia, era già stato prelevato. Le am-lire? Le vedemmo, mentre Togliatti faceva parte del Governo monarchico, all’indomani dello sbarco anglo-americano a Salerno. Con quelle comprammo il pane nero e la polvere di piselli. Le requisizioni dei Comandi militari americani? Ce ne accorgemmo mentre Nenni era ancora Ministro degli affari esteri nel Gabinetto De Gasperi, quando trovammo nelle fabbriche, salvate (così dicono) dai partigiani, le autorità militari dell’A.M.G.O.T., e le mense e i circoli degli ufficiali alleati e delle loro ganze installate nei migliori edifici della penisola, mentre noi si viveva nelle grotte. Lo stesso vale per le altre voci del bottino americano.

Illustrissimi mariuoli della Direzione del P.C.I., mentre l’America rubava a man salva in Italia, e lo stesso faceva la Russia annettendosi le proprietà italiane nell’Europa Orientale, voi teneste il sacco, fungeste da «palo», ricevendo in cambio le poltrone ministeriali, che non avete neppure saputo conservare! Ora osate gridare «al ladro». Che fortuna per voi che i vostri giudici siano uomini in istato di ubriachezza, cioè gli elettori votanti!…

Fotografie di famiglia

Celebrandosi al Quirinale l’anniversario della proclamazione della repubblica, tutti i giornali hanno riprodotto la fotografia che presenta in gruppo il Presidente, luminare della economia borghese, il nunzin apostolico, rappresentante dell’alto clero cattolico, e l’ambasciatore russo Kostilev: i volti sono sereni, la discussione amichevole.

Sono fotografie di circostanza, si sa; eppure, il gruppetto ha il suo significato. Non può essere che amichevole il dialogo fra i rappresentanti ufficiali della classe dominante, della sua religione, della falsificazione del socialismo – i due ultimi, necessari sostegni della prima.

Teniamo da conto la patetica fotografia di famiglia: è una sintesi del mondo contro il quale lottiamo perché è unito, nonostante le apparenze, contro gli interessi e le finalità ultime del proletariato.

Il morto giace e il vivo si dà pace

È ormai quasi certo che, nel giro delle prossime settimane e forse giorni i due eserciti combattenti in Corea firmeranno l’armistizio, e vane saranno le proteste dei nazionalisti sud-coreani e degli “asiatisti” nord-americani.

Sarà così finita, come sempre finiscono – da una parte e dall’altra – una ennesima guerra di “liberazione”. Quasi tre anni di guerra, milioni di morti e di feriti, distruzioni immani, si concludono lasciando le cose al punto di prima… salvo i morti, i feriti, i senza casa, e salvo gli utili che nella spaventosa carneficina hanno fatto industriali, commercianti e Partiti politici dell’imperialismo di tutti i Paesi. I morti non possono più chiedersi perché mai sono morti; i vivi che hanno combattuto o sofferto possono alla domanda facilmente rispondere: “Abbiamo combattuto e sofferto per rimettere e mantenere in moto la macchina dell’economia capitalistica mondiale, per ravvivare la psicologia partigianesca delle crociate ideologiche, per non liberare nessuno e schiavizzare i più”.

La partita non era fra sud e nord Corea: era fra America e Russia, e si risolve in un contratto esclusivamente fra loro. Non interessi nazionali, non esigenze locali, stavano alle origini della guerra; non staranno neppure alla base della “pace” e l’altalena dei rapporti fra i due Grandi che decide del destino dei piccoli, i quali contano tanto meno quanto più si dà loro a credere di contar qualcosa. D’altra parte, l’occasione di fare a cannonate non si esaurisce certo sul 38° parallelo; il mondo ne è pieno, e non attende che la decisione dei Grandi per fornirne una.

L’indegna e cinica vicenda si sarà conclusa: e i vivi, almeno per ora, dimenticheranno. Ma al fondo del grande serbatoio in cui la storia accumula le ragioni della rivolta e della riscossa proletaria, nulla si perde, nulla si dimentica. Morti e vivi, entrambi illusi, saranno vendicati.

Dio e mammona simboli delle democrazie popolari

Non siamo abituati a giudicare un regime economico e sociale dalle sue soprastrutture; ma, completata in modo esauriente – come abbiamo fatto – l’analisi dell’economia russa e dei paesi satelliti, l’analisi della soprastruttura ci fornisce un’utile e significativa conferma… di che cosa? del suo carattere capitalista.

Si è tenuto in Bulgaria il terzo concilio della Chiesa Ortodossa bulgara, e oratori e cronisti hanno tenuto a sottolineare il fatto che esso ha segnato il completamento «dell’organizzazione canonica della Chiesa ortodossa» dopo una interruzione di cinque secoli, e l’elezione – Deo gratias! – del nuovo patriarca. Il direttore degli affari ecclesiastici Kiucikov (giacché, nelle democrazie popolari investite dal soffio del «socialismo» staliniano, esistono «affari ecclesiastici»!) ha portato ai congressisti il saluto dei fratelli delle Chiese ortodosse di tutti i Paesi oltre cortina, ha salutato l’avvenuta separazione fra Stato e Chiesa, ha esaltato il contributo dell’organizzazione ecclesiastica ortodossa alla guerra di liberazione, e, soprattutto, alla difesa «dei sacri interessi della Patria, della nostra cara madre Bulgaria», ne ha esaltato le «migliori tradizioni, che il promotore del nostro Stato popolare Georghi Dimitrov avrebbe così profondamente apprezzato». (A questo proposito, leggiamo dallo stesso discorso che Dimitrov ha riconosciuto prima di morire i «meriti storici» della Chiesa ortodossa «per aver conservato i sentimenti nazionali e la coscienza del popolo bulgaro attraverso secoli delle prove più dure… la Chiesa bulgara è stata custode e difensore dello spirito nazionale dei bulgari», Dimitrov, ex segretario dell’Internazionale stalinizzata!).

Constatazione consolante: il «comunismo» bulgaro ha realizzato quello che in cinque secoli era parso impossibile, la «sistemazione canonica» della Chiesa nazionale; il «comunismo» bulgaro riconosce nella Chiesa nazionale la depositaria dei valori tradizionali del popolo; il «comunismo» bulgaro non solo non lavora a distruggere le ultime vestigia di oppio religioso fra il popolo, ma lavora a praticargli iniezioni ringiovanitici. E poi, in Italia, hanno la faccia di combattere (o fingere di combattere) il governo nero!

In Cecoslovacchia, come già in Polonia, in Ungheria, Romania e Bulgaria, è stata decretata una riforma monetaria il cui succo consiste nell’ancorare la moneta nazionale all’oro e al rublo secondo i canoni classici dell’economia borghese. I particolari della riforma non interessano: interessa constatare che la moneta, in regime di democrazia popolare, non solo non accenna a scomparire, ma segue nelle sue vicende le buone norme di qualunque moneta capitalistica: non è, come qualcuno vorrebbe raccontarci, un puro strumento contabile, ma l’unità misura di un sistema di scambi mercantili e, attraverso la sua manipolazione, lo Stato realizza le stesse, stessissime finalità di qualunque Stato al di qua della cortina. Economia mercantile, economia monetaria: l’oro unità di misura si appaia allegramente al crocefisso delle diverse Chiese nazionali. Dio e Mammona: bandiere del capitalismo, bandiere delle democrazie popolari.

La grande parata

Si dice che l’Inghilterra imperiale è in avanzato processo di decadimento, ed è vero dal punto di vista dei suoi rapporti di forza con gli altri e più giovani centri mondiali dell’imperialismo. Ma la sua vitalità è garantita da un compito di conservazione sociale e politica nel quale nessun grande Paese capitalista la uguaglia, e che tutti, concordemente, le riconoscono.

È questa funzione (che non è solo formalmente di rappresentanza) che dà senso e contenuto alla assurda e apparentemente vuota arlecchinata della recente incoronazione. Di là dal ridicolo e dall’uggioso, questo spiegamento di fasto di ricchezze e di memorie, questo rito greve di una simbologia grottesca e di paludamenti secolari, questa grande parata dei «signori del mondo» che stampa, radio e televisione si sono incaricate di rendere accessibile alle popolazioni di mezzo mondo, aveva e, finché durerà il regime borghese, continuerà ad avere una funzione, e quindi una consistenza, reale.

È l’esibizione della stabilità del regime, la teatrale rappresentazione del senso di sicurezza e di… coscienza tranquilla della classe dominante, la patetica messa in scena di un proletariato industriale che già fu all’avanguardia delle battaglie di classe e che ora plaude ai reggitori, il gioco di circo concesso come companatico all’austerità mondiale, la «fiaba» girata sulle scene della dura realtà di un mondo di lacrime e di sangue, lo spettacolo offerto a poco prezzo agli sfruttati della solidarietà che lega gli sfruttatori di tutti i meridiani e i paralleli della terra: è un po’ tutto questo, un gigantesco film di propaganda proiettato in una cornice storica ed ultracivile che né Washington né Mosca saprebbero allestire, e destinato a ribadire nei crani di milioni e milioni di uomini la convinzione che sia questo il «migliore dei mondi possibili», un’età dell’oro cui nulla toglie il periodico ritorno al ferro e al fuoco.

La parata è, in primo luogo, per i popoli dell’Impero, così invitati ad ammirare e adorare la potenza non simbolica dell’oro; ma si rivolge a tutti i dominanti del mondo, ai quali vuol lanciare l’estremo monito della sottomissione, dell’ubbidienza, del timore reverenziale.

Mercanti d’alto e basso rango stanno ora contando gli utili commerciali della grande parata; cronisti e tecnici dell’imbonitura calcolano all’ingrosso il valore dei gioielli, degli ori e delle sete che hanno circolato per Londra in berlina. Ma l’utile sociale e politico nessuna macchina elettronica potrà valutarlo, fino al giorno che il colpo di mazza della rivoluzione mondiale potrà dimostrare come, altissimo nelle fasi di declino, questo valore è zero quando la splendida canaglia si ridesta.

All’ora X, i potentati della terra non porteranno a spasso né se stessi né i simboli del loro potere: li nasconderanno – ed invano cercheranno di nascondersi – nella più profonda delle proprie cantine.

Confessioni postume

« La qualifica di legge truffa era uno slogan gratuito. Non c’è legge elettorale alla quale non si possa applicare, volendo, questa qualifica, e la cosiddetta proporzionale pure per prima ».

(Corriere della Sera, 11-6-53).

L’imperialismo si scava la fossa

Le guerre imperialistiche hanno la loro causa nelle contraddizioni insanabili provocate dalla spartizione del mondo. Ma ogni nuova spartizione non fa che accrescere le contraddizioni imperialistiche in progressione geometrica. Così la seconda guerra: apparentemente essa ha risolto gli scottanti problemi che i governi capitalistici avevano ereditato dalla Conferenza della Pace, dai trattati di Versailles, del Trianon, e via dicendo. Ma le soluzioni apportate dagli Stati vincitori, firmatari degli accordi di Teheran, del Cairo, di Yalta e Potsdam dovevano, in sostanza, conferire una diversa impostazione di croniche controversie, rincrudendo le piaghe (Germania, Austria, Balcania, Trieste, ecc.) e, fatto di gigantesca portata storica, accendere altri focolai di violente convulsioni in parti del mondo che da secoli, se non da millenni, dormivano immobili. L’Asia, l’Africa, l’America del Sud, i puntelli su cui l’imperialismo bianco ha fondato le proprie fortune, sono scosse da tremendi terremoti sociali e politici, tali da far tremare le centrali imperialistiche.

Il fenomeno, grandioso più per la potenzialità che per l’attualità del suo sviluppo, più per le prevedibili conseguenze del non lontano futuro che del presente, trova la sua massima espressione specialmente in Asia.

Le concessioni, a volte vere e proprie abdicazioni, che l’imperialismo della vecchia Europa ha dovuto forzosamente fare, e cioè il riconoscimento della indipendenza statale dell’India, del Pakistan, della Birmania, della Cina, della Indonesia, delle Filippine, di Ceylon, non dovevano, è vero, recidere i legami di dipendenza delle vecchie colonie e possedimenti camuffati dalle potenze metropolitane: Inghilterra e Olanda. Ma inevitabilmente le nascenti borghesie indigene, che le stesse Potenze dominanti hanno dovuto tenere a battesimo, lavorano e lottano accanitamente per accompagnare alla indipendenza politico-statale, l’emancipazione dalla soggezione economica straniera. Tale lotta, a differenza di quella intrapresa, ad esempio, dalla borghesia italiana dell’epoca risorgimentale, si fonda su retoriche aspirazioni e inani velleità. Esistono infatti, nel territorio dei recenti Stati asiatici le premesse reali, costituite da vasti, ricchissimi giacimenti o produzioni di materie prime, indispensabili alla moderna grande industria capitalistica.

Un esempio eloquente è fornito dalla Repubblica di Indonesia. Costituita dalle grandi isole di Giava, Sumatra, Borneo (esclusi i territori soggetti all’Inghilterra), Celebes, Molucche ed altre minori, il giovane Stato, indipendente solo dal dicembre del 1949, si estende, tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, per complessivi 1.491.564 chilometri quadrati, su cui vive una popolazione di 80 milioni. Le sue ricchezze in materie prime sono enormi. Prima della guerra, essa produceva il 40 per cento del caucciù mondiale, il 31 per cento di copra, il 29 per cento di cacao, il 50 per cento di tabacco, il 25 per cento di zucchero, il 19 per cento di tè, il 10 per cento di caffè, il 92 per cento di pepe, il 91 per cento della china, il 77 per cento di kapok, l’8 per cento di bauxite (da cui si estrae l’alluminio), il 33 per cento di fibre di stoppa; il 25 per cento di agave, il 25 per cento di olio di palma, il 19 per cento di olii vari prodotti nel mondo (« Il Tempo », 24-5-53). Fra i minerali prevalgono lo stagno (circa il 20 per cento della produzione mondiale), il petrolio (7.440.000 tonn. nel 1951), il carbone (865.200 tonn. nel 1951), ma si estraggono pure l’oro, l’argento, il manganese. Il patrimonio forestale indonesiano è immenso: vi si trovano il teak (che copre un terzo circa della superficie forestale di Giava) alberi da tinta, da resina, da costruzione (ebano, sandalo), palme, bambù. Estensione del territorio, popolazione numerosa in cui è rinserrata una potenziale forza di lavoro immensa, e disposizione di masse enormi di materie prime, costituiscono le premesse di una impressionante eruzione di industrialismo.

Liberando queste forze produttive, che inevitabilmente e finché dura il regime infernale dell’imperialismo tendono a forme di produzione capitalistiche, l’imperialismo euro-americano ha innescato una spaventosa bomba dirompente nel suo seno. Le esportazioni di materie prime dalla Indonesia alimentano le industrie e il commercio dei principali paesi capitalistici del mondo, non esclusi gli Stati Uniti, i quali stanno sgretolando spietatamente le posizioni di predominio degli Olandesi in questa importante parte del mondo. Gli ex padroni hanno ormai rinunciato a qualsiasi proposito di rivincita, e si limitano a lottare duramente per conservare i loro investimenti, minacciati da vicino dal nazionalismo indigeno e dalla feroce concorrenza dei pirati di Wall Street. Già la lotta tra Stati Uniti e Olanda, lotta sorda e silenziosa che si svolge sul terreno bancario e commerciale, costituisce un focolaio di guerra. Ma il vero terremoto è ancora da venire. Esso si verificherà allorché la nascente industria indonesiana, oggi ancora alla fase intrauterina, si lancerà sulla china della produzione di massa. La conseguente creazione del mercato interno che dovrà essere di ampie dimensioni sia per la disposizione di prodotti che per il numero della popolazione, avrà tremende ripercussioni sul commercio mondiale dei grandi paesi capitalistici. Questi riescono a impadronirsi delle materie prime dei paesi asiatici, in quanto le popolazioni locali sono tenute escluse dal consumo, vivendo in terribili condizioni di miseria, o addirittura allo stato selvaggio. Nella misura in cui i nuovi Stati asiatici si avvieranno sul cammino dell’industrializzazione capitalistica, verrà a ridursi necessariamente la massa di materie prime comprate e rivendute sotto forma di prodotti industriali dall’imperialismo bianco, che dovrà attraversare pertanto tremende tempeste commerciali, sconvolgimenti industriali, crisi, caos sociale.

L’imperialismo sarebbe salvo se riuscisse a bloccare la pazzesca proliferazione della produzione. Ma dopo di aver invaso l’Europa, sommersa l’America del Nord, cancellato il vuoto precapitalista del continente russo, l’eruzione del mercantilismo capitalista si avventa su quanto ancora rimaneva intaccato: l’Asia. Ogni esplosione massiccia di industrialismo ha provocato terribili perturbazioni nell’equilibrio dell’imperialismo: la tracotante ascesa industriale della Germania ebbe il suo epilogo nella prima guerra mondiale, il passaggio dell’area russa al capitalismo provocò profondi sconvolgimenti nel mercato internazionale che dovevano sfociare nella seconda guerra mondiale. Ma nemmeno oggi il delirante mondo dell’imperialismo riesce a stabilizzarsi. Lo svincolamento dei paesi asiatici dalla soggezione all’Occidente e il loro irresistibile ed inarrestabile avviarsi verso la costruzione di potenti centrali industriali sono non più un argomento di propaganda ma un fatto storico reale, che avvelena i rapporti tra i vincitori della seconda guerra mondiale, gettando le premesse di ben gigantesche convulsioni.

La tesi marxista del capitalismo becchino di se stesso non potrebbe avere conferma migliore. I poteri statali che vanno crescendo in Asia si fanno le ossa in un compito che rimane di costruzione del capitalismo anche in casi, come quello della Cina. Ciononostante, essi costituiscono altrettanti epicentri di paurosi terremoti sociali che indeboliscono le fondamenta dei colossi imperialistici di Occidente, la cui caduta è unica condizione del trionfo della futura rivoluzione comunista mondiale. Perciò, pur riconoscendo la natura e i compiti capitalistici delle rivoluzioni nazionali di Cina, India, Indonesia, Malesia, ecc., noi vediamo nella loro lotta un fattore storico positivo.

Il socialismo poterà nella foresta della grande industria aeronautica

Abbiamo ripetutamente sottolineato, in polemica con quelli che pongono l’artificiosa antitesi «socialismo o barbarie», che se da qualcosa deve difendersi la classe proletaria – e con essa il genere umano – è proprio dalla supercivilità capitalistica, dalla febbre della produzione per la produzione determinata dalla caccia al profitto, rispetto alla quale il paventato «ritorno alla barbarie», se pur fosse possibile, sarebbe, caso mai, un ritorno a condizioni di vita meno bestiali; ed abbiamo anche ripetutamente affermato che il proletariato vittorioso taglierà senza misericordia i rami della produzione industriale moderna che sono le pupille dei cacciatori di profitto mentre non rispondono a nessun effettivo bisogno sociale; e lo farà tanto più – volgendo nel contempo il progresso tecnico ereditato dal capitalismo (e svincolato dagli inciampi della sua anarchia) allo sviluppo dei beni socialmente utili – in quanto avrà come obiettivo dominante la riduzione al minimo del tempo e della «pena» di lavoro. I difensori del capitalismo – siano forze di destra o di sinistra – collimano perciò appunto nel difendere la «civiltà» capitalistica. E, di grazia, che cosa più meravigliosamente civile dell’aviazione, militare o civile, ad elica o a reazione, pilotata o radiocomandati?

Recentemente il Tempo riportava un articolo del gen. Valle, lo stesso, se non erriamo, che comandò non sappiamo che stormo di idrovolanti, che, agli ordini di Italo Balbo, compì la spettacolosa parata propagandistica che il fascismo denominò «Crociera atlantica». Crepuscolare il titolo: «L’aviazione italiana: una luce che si spegne»; addirittura accorato il contenuto. Prendendo lo spunto dalla catastrofe aerea avvenuta recentemente in Sardegna che costò la vita a decine di persone, l’ex generale fascista lamentava che mentre tutti gli Stati incrementano la produzione di aerei civili, e la Danimarca sperimenta l’esercizio di una linea aerea artica che collegherà Copenaghen a San Francisco in 36 ore, e l’Inghilterra allestisce con precedenza assoluta i suoi Comet, Vickers e Bristol, preparandosi (beata lei!) ad effettuare in primavera la Londra-Tokyo in 24 ore, l’industria aeronautica italiana è costretta a costruire «poche parti di ricambio per apparecchi americani». Seguivano commoventi canti funebri alla decaduta industria italiana che nel triennio 38-40, secondo il gen. Valle, esportava materiale aeronautico per circa 6 miliardi di lire anteguerra, in 36 Nazioni compresa la stessa Inghilterra, la cui esportazione ha raggiunto nel 1952 i 90 miliardi. Terminava naturalmente coll’invocazione allo Stato di elaborare un programma di politica aeronautica suscettibile di riportare l’ala italiana ai prischi splendori, ammonendo che «estraniarsi (dalla concorrenza internazionale) significa accettare supinamente il rango di un qualsiasi paese coloniale». Tale la posizione del generale fascista, fatta propria dal Tempo. Ebbene, due giorni dopo, l’Unità (17-2-53) pubblicava un articolo intitolato «Acciaio!», scritto per denunciare la politica siderurgica del governo De Gasperi alla quale (si è mai visto?) rimproverava di ostacolare deliberatamente lo sviluppo della produzione dell’acciaio. È noto che secondo i redattori dell’Unità, la crisi economica del capitalismo deriva, fra l’altro, da scarsità di acciaio…

L’Unità si rammaricava che proprio da un generale fascista il governo avesse dovuto sorbirsi delle critiche riguardo alla politica aeronautica, ma non per questo respingeva le accuse, anzi, rincarava la dose rivendicando patriotticamente lo sganciamento dell’Italia dal Piano Schuman e l’impostazione su basi nazionali della siderurgia italiana, condizione indispensabile della ricostruzione dell’aviazione civile, delle ferrovie, ecc. Insomma, il Tempo e l’Unità, nemiche in campo elettorale e politico, si trovavano in perfetto accordo nel biasimare il governo per la mancata riattivazione della costruzione di aerei italiani. Ecco dove porta la difesa del comune «patrimonio civile».

A noi invece non importa proprio che l’aviazione italiana sia «una luce che si spegne», anzi ci auguriamo la rivoluzione proletaria la spenga del tutto, tranne i pochi casi in cui l’aereo rappresenti uno strumento di lavoro scientifico e un mezzo di pronto soccorso – non solo in Italia – ma in tutte le parti del mondo. Né intendiamo alludere all’aviazione militare che, per lo sperpero colossale di lavoro umano e per l’esclusivo carattere di arma di distruzione, ogni operaio capisce immediatamente essere incompatibile con la produzione e la convivenza sociale del socialismo. Con la stessa precisione dei nostri avversari, ci riferiamo all’aviazione civile, adibita cioè al trasporto di persone e merci. Secondo i difensori dichiarati del capitalismo e del militarismo, come il gen. Valle, solo l’aviazione militare svolgerebbe una funzione improduttiva, che non si potrebbe appaiare invece all’aviazione civile. Ma ciò è vero solo in regime capitalistico, dato che i trasporti aerei fruttano larghi profitti alle compagnie concessionarie delle linee, ed alimentano il vasto ramo della produzione aeronautica, intimamente legata ai settori siderurgico, meccanico, elettrico, radiotecnico, ecc. In un paese fortemente industrializzato, come l’Inghilterra o l’America, l’industria aeronautica è sviluppata ormai al punto che rappresenta un organo vitale della produzione nazionale la cui paralisi avrebbe conseguenze catastrofiche su tutta l’economia nazionale. Ma appunto per questo il potere operaio che si prefiggerà di distruggere la società capitalista, dovrà potare il più bel fiore della civiltà, appunto l’industria aviatoria. Solo chi si preoccupa di mantenere in vita il capitalismo, sotto il pretesto di conservare gli «stupefacenti ritrovati della Civiltà», può pensare diversamente. Proprio per questo non possiamo andare d’accordo con l’Unità; se lo facessimo andremmo d’accordo anche col Tempo e col gen. Valle, cioè con le esigenze del capitalismo.

La mutilazione spietata non toccherà, in regime di dittatura del proletariato, solo l’industria aeronautica, ma tutti i rami della produzione che il capitalismo ha potenziato e mostruosamente esagerato sotto l’assillo della difesa di classe, per la perpetuazione della sua economia. Contrariamente a quanto sostengono stalinisti e soci, la trasformazione sociale operata dal potere proletario non si limiterà alla sostituzione del proprietario privato dei mezzi di produzione con lo Stato-padrone. Insieme coi padroni e i loro aguzzini, i proletari hanno il bisogno insopprimibile di liberarsi dalla schiavitù del lavoro, riducendo sempre più le ore di lavoro. La statizzazione delle aziende che lascia in piedi il sistema del salariato, con i turni di otto ore, il lavoro notturno, le multe, il cottimo (come avviene in Russia) è solo la parodia del socialismo. Ciò che la classe operaia si attende dal progresso tecnico non sono i records di velocità automobilistici o ferroviari o aeronautici, né gli altri orpelli della civilizzazione come la fuoriserie, la telescrivente, i transatlantici di lusso. L’obiettivo primo della rivoluzione proletaria è: lavorare dieci volte di meno. Da questa grandiosa conquista rivoluzionaria, resa possibile dalla meccanizzazione dei processi produttivi, scaturiranno tutte le altre realizzazioni che i comunisti attendono dalla rivoluzione: la sconfitta della miseria, dell’ignoranza, delle ipocrisie morali, soprattutto della dominazione di classe e del potere dello Stato.

Ma lavorare di meno che nel capitalismo, senza abbassare il tenore di vita materiale, anzi elevandolo ad altezze sconosciute nel capitalismo, significherà, all’inizio, comprimere il volume della produzione globale. Bisognerà potare abbondantemente la foresta produttiva ereditata dal capitalismo. Come? Evidentemente, sopprimendo i rami produttivi che non rispondono ad una utilità sociale. Prendiamo il caso dell’aviazione. Se si calcola la quantità di forza di lavoro che si consuma dall’inizio del ciclo produttivo, e cioè dalla estrazione del minerale di ferro, alla sua trasformazione in ghisa e in acciaio, e alle eguali operazioni produttive su altri metalli e leghe speciali, e si seguono tutti i processi collaterali effettuati nelle fonderie, nelle officine meccaniche, elettrotecniche, chimiche, giù, giù, fino al lavoro dei tappezzieri e dei decoratori si arriva a capire quale imponente massa di lavoro umano si consuma senza utilità sociale nella industria aeronautica, militare o civile che sia. Depennando settori produttivi di tal genere (e in esso entra l’industria automobilistica che nel socialismo potrà essere ristretta nei limiti della produzione di mezzi di trasporto collettivi, non individuali, e altri rami produttivi che sarebbe lungo enumerare) lo Stato operaio potrà spostare masse di mezzi di produzione e di forza di lavoro in settori socialmente utili della produzione, sicché la accresciuta produttività sociale permetterà di abbassare drasticamente la giornata di lavoro individuale. Significherà questo modo di vivere, senza il brivido stupido delle velocità ultrasoniche ed impiegando magari 16 giorni invece di 36 ore per coprire il percorso Copenaghen-San Francisco, ritornare all’epoca dell’uomo di Neanderthal, dell’uomo scimmia? C’è la luna da scoprire? Per farlo, non occorreranno le sterminate flotte aeree dell’imperialismo: gli audaci astronauti avranno il loro laboratorio, se proprio desidereranno cimentarsi. Vedi caso, lo potranno fare anche a dispetto della Civiltà dei Comet e dei super bombardieri atomici B-36 o, l’Unità ci perdoni, dei Mig-15 di marca russa…

L’aviazione così come si è supersviluppata in regime capitalista non rappresenta né un mezzo per alleviare la fatica umana né, tanto meno, un mezzo di produzione indispensabile. Nonostante le vanterie, il ponte aereo stabilito dagli americani tra Berlino e la Germania Occidentale, in occasione del blocco russo dell’ex capitale tedesca, svolse solo funzioni propagandistiche. È provato che l’unico prodotto che gli aerei trasportano con utilità è la bomba, specialmente quella atomica. Secondo i calcoli degli strateghi americani 400 bombe atomiche sarebbero sufficienti, se lanciate contemporaneamente sulle città americane, a distruggere in un sol giorno undici milioni di persone. Questa è la Civiltà che borghesi e cripto-borghesi sotto veste stalinista o di «Socialisme ou Barbarie» vorrebbero far salvare agli operai. Se vogliono la Civiltà, allora meritano l’atomizzazione.

Pur di liberarsi dal sanguinoso regime dell’imperialismo e dalla schiavitù negriera del lavoro salariato, gli operai, che, fortunatamente per la specie umana, sono immuni da corruzioni esistenzialiste, celebreranno con gioia la distruzione dello sperpero improduttivo e del lusso pazzesco e inutile. Vorranno produrre per vivere, non già, come li costringe il capitalismo, vivere per produrre.

Piccola filosofia della guerra

Lo Stato francese ha «scoperto» che da almeno sette anni, mentre il suolo dell’Indocina s’inzuppava del sangue di soldati metropolitani e indigeni, una ristretta cerchia di uomini d’affari lucrava su un’attivissimo commercio valutario che, giocando sulla differenza fra cambio ufficiale e corso reale della rupia vietnamita, tesseva una rete di speculazioni non soltanto al di qua della zona di operazione, ma anche col «nemico», il quale poteva così rifornirsi a buon prezzo di armi e derrate.

Lo «scandalo» è stato pietosamente coperto, giacché è chiaro che un’attività così altamente patriottica non poteva svolgersi per così lungo lasso di tempo senza la complicità di alti papaveri e la diretta partecipazione di personalità di tutto il mondo ufficiale francese, e si è svalutata la rupia per far ricadere precipitosamente sui piccoli le spese dei lauti banchetti dei grandi. Si può mettere una mano sul fuoco che l’affare passerà in prescrizione secondo il buon costume delle successive repubbliche borghesi di Gallia e di tutto il mondo capitalista, illuminato e cristiano; e i morti seppelliranno i morti.

Ma l’episodio, di cui poco interessa conoscere i particolari, è, fra i mille che si potrebbero citare, illuminante. Grande è il patriottismo della classe dirigente borghese, e, poiché patria è sinonimo dei suoi interessi specifici, l’ardore bellicista e sciovinista è in lei tanto più forte quanto più lauti sono gli affari combinati sotto l’insegna della bandiera nazionale. La stessa classe dominante che grida al costo vertiginoso della guerra indocinese la ha prolungata per realizzarci sopra i più allegri, meno rischiosi e più comodi profitti, e, chiuso l’episodio quando ormai l’utile era troppo astronomico per essere circoscritto a poche sfere, ne aprirà un altro non meno lucrativo e non meno protetto dalla complicità dello Stato «organo superiore alle classi».

Due guerre mondiali hanno fra l’altro provato come industriali di paesi nemici si scambiassero cannoni e proiettili, e come all’ombra del patriottismo la speculazione fiorisse in modo che i buoni tempi di pace non conoscevano. Ci stupiremo dunque dello «scandalo» indocinese? Non è lo scandalo: è la normalità; e chi specula in valute non è meno «onorato» di chi produce «onestamente» ordigni di distruzione o di chi, sempre onestamente, colloca presso il consumatore… di leva la stoffa che presso i civili non trova più sbocco.

La guerra (e il patriottismo) è, per il capitale, un affare presente e avvenire: frutta perché distrugge, e frutterà perché si deve ricostruire.

Gracidamento della prassi

Gracidamento della prassi

Ennesima pattuglia innovatrice

L’ultimo Filo dal titolo «Batracomiomachia», si è riferito alla rivista francese «Socialisme ou Barbarie» (nn. da 1 a 11 da marzo-aprile 1950 a novembre-dicembre 1952) e al suo gruppetto. Tale scuoletta, a quanto pare costituita sul tipo del cenacolo di pochi elementi nel seno del quale si permette e si sollecita da ciascuno il suo «apport» la sua «contribution» a un continuo «libre débat», di cui quindi mai si saprà il punto d’arrivo, in sostanza si definisce colla sostituzione «borghesia-burocrazia», affermata forma moderna del capitalismo. La scuoletta si dice «marxista», ma afferma che occorre mettere in piedi la nuova teoria della «società di classe» in cui il proletariato è sfruttato e dominato dalla «burocrazia», società che si colloca tra quella del capitalismo «privato» e quella socialista, e che Marx non aveva preveduta.

Non ci siamo solo prefissi di mostrare che questo non è un miglioramento, ma abbiamo sostenuto che una simile posizione vale negazione del marxismo in tutte le sue parti integranti: economia, storia delle lotte di classe, teoria materialista della società umana.

Di più abbiamo ancora mostrato che una tale contestazione del marxismo non è davvero più potente di quelle classiche già in piedi, ma ricalca orme di posizioni antimarxiste note, e difesa di concezioni premarxiste, ossia già apparse prima del marxismo, ed oggi sostenute da quanti non sono arrivati per interesse di classe, o per impotenza, ai risultati marxisti.

Abbiamo infine adottato l’immagine che mette in parallelo la differenza tra una tale posizione e quella nostra rivoluzionaria, con quella tra la Batracomiomachia e l’Iliade, se nella prima il supposto autore Omero esprime una lotta parodistica tra il regno dei Topi e quello delle Rane in cui tutta la «teoria della prassi» è ridotta alla banalità: topo mi vedo, e posto mi scelgo nella lotta con quelli che topi sono, e contro le rane, o viceversa – e nella seconda narra dell’epica lotta tra le forze che rappresentavano due storiche forme della vita sociale umana separate da migliaia di chilometri di spazio e da millenni di tempo, come l’asiatica e la mediterranea.

Anche per i Greci e i Troiani, evidentemente, come dalla citazione che rileggemmo a quegli imprudenti millantatori di ortodossia, «non si possono giudicare tali epoche di sovversione sociale dalla coscienza che esse si formano di sé stesse», e quindi il nostro confronto è calzante anche se non crediamo col cieco cantore che la coscienza dei lottatori si riduceva a quella delle corna fatte da Paride a Menelao.

Batracomiomachia dunque, perché lotta i cui eserciti protagonisti sono artificiali e non reali, i cui fini non assurgono nemmeno all’altezza di una crociata per un cornuto, in cui le schiere non sono «dichiarate dalle contraddizioni della vita materiale e del conflitto esistente tra le forze produttive sociali ed i rapporti di produzione» ma cercate in una vuota analisi della statistica sociale, statica, immobile, metafisica; non riferita al grande trapasso mondiale da capitalismo a socialismo, in un freddo censimento di redditi e in una inchiesta da detectives privati su appropriazioni indebite, che del marxismo che pretendono correggere non hanno assimilata la prima sillaba.

Per poco rilievo che abbia quel gruppetto, il fatto, a periodica ripetizione storica, di questi conati di aggiornamento, ha grande importanza, e merita ulteriori chiarificazioni.

IERI

Due opposte visioni

Se riteniamo di gran peso per la formazione del partito rivoluzionario il continuo impiego del materiale di esperienza di passate lotte, sostenute nella forma di conflitti di «tendenza» e che hanno condotto a «scissioni» nel movimento, è perché in condizioni e luoghi diversi sotto diverse forme si sono reiterate volte verificate le stesse «aggressioni» al corpo integrale della dottrina rivoluzionaria, e la lunga contesa ha avuto lo stesso sbocco. Appunto seguendo un metodo storico e non scolastico, ne facciamo il bilancio in base al preciso richiamo di fatti acquisiti e sicuri, che permettono di fondarsi sui punti di arrivo di detti cicli, fornendo riprove nettamente sperimentali della giusta impostazione del marxismo originale, cristallizzato dalla storia nella sola epoca in cui la sua delineazione poteva e doveva avvenire.

Il primo dei due sistemi di vedere la società moderna risente indubbiamente della potenza di quello rivoluzionario ed eversore di tutti i tradizionali pregiudizi, ma ne copia solo certe forme, costituendone una parodia appunto, e servendo in ultima analisi solo di terreno di appoggio alle forze controrivoluzionarie. Esso sembra fare un passo oltre la corrente sociologica dell’illuminismo borghese stabilitasi appena rovinata, almeno teoricamente, la dottrina della società divisa in ordini (alla francese états, stati, ma non nel senso della parola Stato, che indica l’organismo politico di potere di un paese, e che per chiarire scriviamo in italiano con la iniziale maiuscola). La teoria dei borghesi liberali e democratici distrusse quella «forma di produzione» che erano gli ordini, impenetrabili tra loro quasi quanto le caste delle società antiche, per quasi esclusivo commercio di generazione e riproduzione. Disse: non vi saranno più nobili e plebei, ma soltanto cittadini, tutti uguali davanti alla legge, quale che sia la famiglia o la dimora ove hanno vista la luce. La prima delle due concezioni sociali cui alludiamo giunse ad una embrionale critica di questa società di eguali e negò che fosse costituita di un unico tipo di componente; la suddivise in due sezioni secondo la considerazione del fattore economico. Andando poco oltre alla millenaria distinzione tra ricco e povero «ci rubò» la parola classe, riducendola ad una finca di registro – laddove in Marx ha più potenza che la fisica generazione di energia dalla rottura nucleare della materia – e spartì l’omogeneo gruppo sociale tra lavoratori e padroni, vagamente intendendo che gli interessi dei primi erano in opposizione a quelli dei secondi.

Se è vero che gli ideologi «classici» della borghesia e della sua rivoluzione tentarono in un primo tempo di ributtare questa divisione demarcatrice tracciata in seno ai cittadini ed al popolo, non meno vero è che presto da ogni lato si riconobbe il fatto, ed il problema, facendolo oggetto di mille proposte, di cui non è certo il caso di ricordare una volta ancora la noiosa assonanza, siano esse di riformisti, di cristiansociali, di mazziniani, ecc. e poi di fascisti.

Chi dunque si limita a questo: riconoscere che nella moderna società industriale esistono le classi, e lottano tra loro in difesa dei loro interessi, non esce ormai dal campo borghese; e Marx protestò di non avere scoperto le classi né la lotta di classe.

La seconda e ben diversa veduta cui abbiamo alluso e a cui ci ricolleghiamo è quella che vede sì il divario degli interessi anche quotidiano e locale e l’antagonismo tra classe e classe, ma come espressione di un fatto più profondo e determinante, che si estende a gran parte del mondo odierno e si svolge in una vicenda di decenni e secoli: la lotta tra un nuovo modo di produzione ben definibile, quello socialista, reso ormai possibile dallo sviluppo delle forze produttive, e quello attuale capitalista difeso dalle presenti forme della produzione, della proprietà, dello Stato.

Lo scopo che la classe deve raggiungere sta «prima» della classe, prima della sua coscienza e della sua volontà, se si pensano erroneamente estese a qualunque e a tutti i membri della classe. Esso si pone perché oggi la materiale produzione dispone di risorse tecniche e scientifiche tali da potersi svolgere in rapporti ben diversi da quelli attuali, e quindi gli stessi vanno infranti. Per questo l’azione della classe è indispensabile, e nemmeno di tutta o della maggioranza della classe. Ma la conoscenza, la coscienza o la cultura non sono indispensabili, ed è non solo illusione ma tradimento «sondarle» nella classe quale oggi è: verranno dopo l’azione, anzi dopo la vittoria.

Proletari contro borghesi è formula per descrivere marxisticamente la società attuale, non formula marxista della rivoluzione. La formula giusta è comunismo contro capitalismo. Ma sono uomini che lottano tra loro! E chi lo nega? Nell’infinito intreccio storico la forma che muore e quella che nasce determinano lo schierarsi dei loro agenti e seguaci, in conflitto tra loro, ma in diversissimi gradi edotti del corso del trapasso. Non per aver fatto un corso di filosofia della storia, ma per aver assunto uno schieramento organizzativo e politico, si potrà parlare di comunisti contro capitalisti, ove tuttavia per capitalisti intendessimo non i possessori del capitale ma i fautori e difensori del sistema capitalistico.

Lassalle risorto

La stranissima teoria che descrive una società di classe in cui da un lato vi sono i lavoratori salariati e dall’altra una burocrazia, o alta burocrazia, e il solo spartimento di redditi sta nel fatto che il plusvalore sottratto agli operai si converte in alti stipendi di funzionari statali, non solo è andata del tutto fuori dai binari rispetto al succedersi delle forme di produzione, ma anche e più indietro della visione «economistica» che si limita a distinguere nel corpo sociale gli interessi immediati dei lavoratori. Lavoratore è infatti chi ha come entrata puro salario a tempo e in denaro, borghese chi trae la sua entrata dall’attribuirsi masse di prodotti del lavoro (sia sotto forma di profitto che di interesse che di rendita). Descrittivamente almeno, i due gruppi si definiscono da ben diversi rapporti rispetto ai fattori della produzione, quale oggi è: terra, officine, merci prodotte, numerario ecc., da un lato, forza di lavoro dall’altro. Ma anche questa fredda e sterile formula cade nel definire la burocrazia. Il funzionario è pagato, poco o molto, a tempo, con uno stipendio mensile o annuo in denaro. O l’operaio della Dynamo o il commissario alla elettrificazione della U.R.S.S. vanno in galera se si appropriano del cuscinetto di un motore, o se vogliono comprare in bottega senza pagare. Ed allora che razza di società di classe?

La solidarietà tra questa cerchia fermata allo stipendio ignoto di X rubli, ossia tagliando con un arbitrario piano orizzontale la spassosa «piramide dei redditi», cavallo di battaglia di tutti i polemisti antimarxisti, non può condurre ad una solidarietà di interessi nel tenere lo Stato ed il potere se non attraverso il nascere di una società per ordini, di una nuova aristocrazia della cadrega. Si esclude forse dal proletariato il guardiano dell’officina pagato a mese sol perché non aggiunge nulla alla materia dei manufatti che escono? O il povero travet contabile che guadagna meno del capo montatore, ecc.? Mostrammo che il quantum di retribuzione non è un criterio di classe.

Non si è dunque solo al di sotto del marxismo ed in una bassa visione socialitaria, ma da borghesi moderni. Si ricade addirittura in una società preborghese, con una rete di famiglie elette annidata attorno al potere.

Non potrebbe la storia prendere una tale tournure? No, secondo noi, e per tutte le ragioni per cui siamo marxisti. Ma se taluno avanza tale possibilità e la prova col tipo sociale russo o altro, se ciò per momentanea ammissione riesce, è Marx con tutti i nostri testi che per sempre va a terra!

Siete voi dunque rinato o reincarnato, coraggioso e prestante Ferdinando Lassalle, agitatore di forza ma teorico da poco anche nel copiare, dopo che nel tragico 30 agosto 1864 vi tolse alla vostra lotta un colpo di pistola lasciatovi tirare in duello da «un pseudo principe avventuriero polacco» cui avevate sedotta la giovane fidanzata? Marx, dipinto come pieno di livore e crudele, fu talmente addolorato dalla notizia che la sua polemica ne rimase congelata. L’equilibrato Engels cercò di confortarlo:
«Ciò non poteva accadere che a Lassalle, col bizzarro miscuglio di frivolezza e di sentimentalismo, di giudaismo e di cavalleria, che gli era assolutamente proprio!».

Poco prima, il 28 febbraio del 1863, Marx scriveva ad Engels il suo avviso su un lavoro inviatogli da Lassalle: «Rede über den Arbeiterstand» ossia «Discorso sullo Stato operaio», e meglio diremmo sull’ordine operaio. E Marx:
«Come tu sai, non si tratta che di una cattiva volgarizzazione del «Manifesto» e di altre dottrine più volte da noi due predicate, a tal punto che esse sono divenute in qualche modo luogo comune, il bravuomo chiama, per esempio, Stato (Stand, ordine) la classe operaia (Arbeiterklasse)!».

In Italia questi titoli ci suonano nelle orecchie: Ordine nuovo, Stato operaio.

In altra lettera del 12 giugno 1863 abbiamo la critica di altri scritti di Lassalle.
«Egli commuove quando fa sapere al tribunale le scoperte che ha attinte nella più profonda scienza e nella verità, durante veglie tremende, ossia:
che al medioevo prevaleva ovunque la proprietà fondiaria;
che nei tempi moderni è al contrario il capitale;
che all’ora attuale è invece il principio dell’ordine operaio, il lavoro, o il principio morale del lavoro.»

«Ma il giorno stesso che Lassalle faceva conoscere questa sua scoperta ai lavoratori, il consigliere superiore di Stato Engel la esponeva all’Accademia di musica ad un ben più colto pubblico. Tutti e due si congratularono reciprocamente e per iscritto di essere pervenuti nello stesso tempo agli stessi risultati scientifici. Lo «Stato operaio» e il «principio morale» sono bene, in effetti, conquiste la cui paternità tocca a Lassalle e al consigliere di Stato».

La «scoperta» della burocrazia classe, che Marx, tanto diffidente, non aveva saputo sospettare (!) si riconduce a questo schema. Non essendoci più borghesi, i lavoratori russi formano uno Stato, un ordine, sfruttato ed oppresso dall’opposto ordine degli alti funzionari. Il «principio morale» è violato in quanto i lauti emolumenti dei burocrati si ricavano «tosando» i salari di fabbrica. Ecco tutto. E naturalmente dopo aver scoperto questo nuovo tipo storico di società, bisogna scoprire le nuove leggi della rivoluzione.

Noi che consideriamo i lavoratori una classe, come Marx, cerchiamo gli scopi e i termini storici precisi della società nuova che uscirà dalla loro rivoluzione, e li conosciamo in tanto che ci è dato conoscere i dati materiali delle modernissime forze produttive. Ma una «rivoluzione di ordine» è un’altra cosa. Il suo metodo e il suo fine nessuno li sa, è affare «interno dell’ordine» il quale li andrà scoprendo o fissando secondo la sua «autonomia di coscienza e di volontà». Un’autonomia che non è altro che la sorellina truccata della democrazia costituzionale dei borghesi e del «principio morale» di Lassalle. Che tuttavia nel 1950 e rotti vediamo con sussiego scoprire!

Tutto in frantumi

Ô chiaro che non metterebbe conto di inseguire questi farfalloni, se essi non si accompagnassero alla pretesa di essere l’ultimo sviluppo e moderna espressione del marxismo, anzi di essere quella presentazione del marxismo da cui dovrebbe partire la ripresa contro le degenerazioni indotte nel movimento mondiale dal predominio anche oltre frontiera della moscovita burocrazia di Stato e di partito. Più grave ancora è quando cose del genere, ed anche con maggiore confusione di termini e di tesi, sono avanzate da pretesi coerenti seguaci e continuatori delle opposizioni di sinistra che trent’anni fa presero a combattere contro i primi sintomi dell’opportunismo stalinistico.

Bisogna dunque ribattere che quelle strane posizioni (introdotte piano piano col metodo di Lassalle: copiare pagine e pagine dei testi marxisti e meglio parafrasarle malamente, poi darsi l’aria di aggiungere una complementare «scoperta» che le completa e rettifica) se per poco fossero ammesse, condurrebbero direttamente ad abolire e mettere nel nulla tutti i capitoli del marxismo.

Sembra una piccolezza dire: siamo usciti dall’era capitalistica in cui la contesa era tra grossi industriali ed operai; oggi la contesa è tra managers ossia organizzatori, dirigenti della produzione, e dipendenti manuali o intellettuali. Sia questo schema avanzato da chi apologizza una società diretta da tecnici, da un trust di cervelli, al posto di ignoranti plutocrati, sia affermato – più insidiosamente ancora – da quelli che vorrebbero farsi antesignani di una rivoluzionaria rettifica del tiro da parte della classe lavoratrice – o ex classe! – per battere non più i privati borghesi ma questo nuovo apparato mostruoso «dirigenziale», siamo andati del tutto fuori binario. Da moto di trapasso da una all’altra forma generale di produzione, come dottrina, come organizzazione, come combattimento unitario, internazionale, a ciclo unico di più e più generazioni, scendiamo ad una accidentale e locale rivolta di «sfruttati» sciocco termine di difesa del «principio morale», che si volge pari pari alla difesa contro il padrone, alla difesa dell’esecutore contro il dirigente, questa nuova forma che ha voluto rivestire il millenario Genio del Male!

Crediamo di aver mostrato nella puntata decorsa il lato economico della questione. Tutto risulta chiaro, adattato a perfezione nella terminologia e nella metodologia marxista, e pienamente previsto nel tracciato dorsale delle rivoluzioni storiche, se si vaglia la società russa di oggi alla luce del trapasso tra modi di produzione, esaminando i rapporti in cui stanno gli uomini che lavorano coi loro prodotti e col consumo di essi. Poiché siamo in piena palingenesi che attua il modo di produzione capitalista al posto di quello feudale e asiatico e di piccola produzione, e vediamo le isole di consumo locale fondersi a ritmo imponente nel mercato interno e mondiale, il lavoro in masse attuarsi la prima volta, la tecnica pianificata raggiungersi nella decima parte del tempo che è stato necessario ai capitalismi dell’ottocento, per il diverso potenziale delle nuove forme produttive disponibili tecnicamente e scientificamente, in una parola gli sparpagliati mezzi di produzione divenire capitale, è chiaro che se organismi burocratici vi sono, come vi sono, sono agenti del modo capitalista di produzione, unico ovunque e sempre.

Abbiamo a lungo e specie nel Dialogato con Stalin sviluppata questa che non è un’opinione quanto una constatazione. Quel che importa è che se invece di potere capitalista si tratta di nuovo potere, di una nuova pretesa classe come la burocrazia, senza che si sia avuto l’avvento di una forma economica, allora bisogna abbandonare la teoria che le epoche di sovversione sociale seguono ad un nuovo sviluppo delle forze produttive, e farle dipendere dallo sviluppo degli appetiti di un gruppo della società fortuitamente diverso, che intende per suo «autonomo» impulso sostituirsi al precedente. Ed in fondo è questa la costruzione premarxista e antimarxista del corso storico.

Qui il rinnegamento della dialettica storica marxista. Naturalmente poi il solito qui pro quo economico, che si trasmette da Proudhon a Lassalle a DÅhring a Sorel a Gramsci: il socialismo è la conquista al lavoratore del margine di profitto aziendale. Il socialismo, battiamo sempre, è la conquista ai lavoratori associati non in aziende ma nella società tutta internazionale, di tutto il prodotto, non quindi del plusvalore, che banalmente si dice vada ai padroni, ma invece è prelievo sociale che il capitalismo introdusse utilmente. Conquista quindi di tutto il valore, dopo di che sarà distrutto il valore, come conquistando tutto il potere sarà distrutto il potere.

Solo conquistando alla collettività tutto il prodotto sarà possibile utilizzare la aumentata produttività schiacciando il tempo di lavoro a un minimo, che di poco sarà superiore al tempo di lavoro dato per la società – oggi sopralavoro, per dover percorrere il trapasso operaio ad azienda, azienda a società, che resta lo stesso senza la persona del padrone. Senza di questo risultato parlare di coscienza e di cultura proletaria è fumisteria.

La piramide dei redditi non è una piramide ma una cuspide, finisce appuntita, pochissimi essendo i superstipendiati. Se anche i burocrati fossero un quinto dei proletari, cosa assurda, il «volume della punta» è minimo. Anche se la media volumetrica della cima della cuspide fosse il doppio del salario dei quattro quinti (il che vorrebbe dire un massimo quindici o venti volte il salario) il sopralavoro «sfruttato» (dato che proprio quegli impiegati fossero tutti adibiti a grattare ombelichi) non sarebbe che un dieci o quindici per cento di tutto il prodotto, e uccisa la burocrazia il tenore di vita salirebbe di quantità impercettibili, o il tempo di lavoro diminuirebbe di una sola ora. Proprio tanto difficile a intendere? La rivoluzione non si fa certo per «l’ultima ora di Senior» ma si fa per tutta la giornata, che vuol dire tutta la vita, cosa che i fessi chiamano libertà. Il proletariato che farà la rivoluzione per tagliare la cuspide della piramide sarà veramente il più incosciente pensabile.

In Russia l’accumulazione di capitale sociale, dovendo farsi in dieci anni contro cento dell’Occidente, non poteva non farsi con alti tempi di lavoro ed alto plusvalore; nessuna economia di transizione poteva a tanto sfuggire, e se invece di quella sola da feudalesimo a capitalismo si fosse potuto dare ingresso a quella di transizione dal capitalismo al socialismo, lo sforzo sarebbe stato ancora più smisurato. Non era possibile fronteggiarlo senza che il proletariato di Occidente prendesse in pugno il capitale superaccumulato almeno in Europa nella ostinata a non morire fase aziendale-mercantile; e questo si sa e dice in tutte lettere dal 1917.

Passino questi pretesi autori originali dell’ultima pagina del marxismo a leggere la prima, che di troppo li sovrasta. Rompano la penna pettegola e presuntuosa e chiudano il becco da saccentelli.

OGGI

Partito e classe

Fatta giustizia di economia, storia e materialismo dialettico marxista non restava che gettarsi con uguale stile sulle questioni di azione, come organizzazione e come tattica. Qui veramente i pareri non sono uniformi e i gruppi si sciolgono e si riuniscono, si rimpastano ogni tanto, separati si fanno inchini, si consultano e scrivono sugli stessi giornali e riviste: alla fine è il reingresso della signora libertà, che messa fuori a pedate dalla storia e dalla società, rientra ancora più petulante nella «classe» e nel «partito» che del resto sono nella concezione di tutti questi signori scomparsi. Se la classe è degradata ad ordine, il partito lo è ad una consulta araldica o ad un seggio del popolo. Costoro assumono di descrivere il prossimo millennio e non si accorgono di vivere in quello delle tavole rotonde e delle corti dei miracoli.

Che percorrano la via storica a rinculoni è provato dal fatto che se divergono sulla data di morte del «partito» (che loro fa orrore in quanto vi sono, a loro dire, i Capi e i Dirigenti) tutti concordano nella tesi che il partito diventa progressivamente meno necessario alla classe. In sostanza sono gente che, grattata, rivela l’idealismo, il moralismo, l’individualismo e la santità della persona, e tutto ciò che hanno capito della faccenda russa è che una disonesta banda di assetati di dominio e di lusso ha fatto sgambetto al proletariato, col mezzo di insinuargli che aveva bisogno di questi due sinistri attrezzi: un governo ed un partito politico, per giunta centralizzati, e che hanno soffocato l’autonomia, chiodo supremo di chiunque è cresciuto nella crassa mentalità borghese superstite sotto gli atteggiamenti vuoti da refrattario… esistenziale.

Perché la tesi esatta è proprio l’opposta: sempre più la classe operaia, nel suo lungo corso storico verso la rivoluzione, ha bisogno del suo partito politico! Successivamente muoiono le prime forme di associazione, mutualista, cooperativa; sindacale (dopo la rivoluzione), aziendale, statale (soviet o simile che nasce dopo la rivoluzione e in quanto vi è la dittatura di classe): il partito in tutto questo corso si potenzia sempre più ed in un certo senso non sparisce mai, anche dopo la sparizione delle classi, poiché diviene l’organo di studio e organizzazione della lotta tra la specie umana e le condizioni naturali. Invece per costoro il partito deve perire; solo che alcuni trovano necessario sviluppare la loro consultina a partito che surroghi quelli caduti nell’opportunismo, altri (patapum!) hanno già sentenziato:
«la nozione di partito rivoluzionario si collega ad un’epoca trascorsa della storia proletaria».

Il maestro Sartre ha introdotto in letteratura un certo vocabolo della lingua gallica; ci sia consentito di dire, in francese esistenzialista: quelle putainade!

Dal «Manifesto» a «Che fare?»

In ogni caso quelli che timidamente parlano di partito da costruire (sempre atto di coscienza! di volontà! di concorrenza ai Fondatori che nulla hanno fondato e nulla sfondato!) gli assegnano, rispetto alla classe, non un compito di direzione, ma ohibò, di semplice orientazione!

Ricordate il buon Engels con gli anarchici del 1872?
«Allorché sottoposi questi argomenti ai più furiosi anti-autoritari, essi non seppero rispondermi che questo: ah, ciò è vero, ma qui non si tratta di una autorità che noi diamo ai delegati, bensì di un incarico! Questi signori credono di aver cambiato le cose quando ne hanno cambiato il nome. Ecco come questi profondi pensatori si beffano del mondo».
Che il nostro Federico avesse sospettato prima di morire che nel 1953, forti delle esperienze di ottanta anni di storia, a Parigi avrebbero scoperto che non si tratta di direzione, bensì di orientazione? Se incarico è forse più imperativo di delegazione, la nuova ricetta è ancora più insulsa. Il capitano invece di dire al pilota: rotta 135 gradi! si limiterà ad urlargli: la prua a sud-est! E gli aggiornatori avranno provato alla storia l’urgenza del loro apparire.

Non certo per la prima volta commentiamo il passo del «Manifesto» che dice: i comunisti non si distinguono da tutti gli altri partiti operai che perché in ogni episodio della lotta pongono innanzi l’avvenire del movimento generale: e ciò pure avendo, alla data del 1848, proclamato doversi contrapporre al fantasma del comunismo il «Manifesto del partito». Nel 1848 ogni partito è di per sé stesso rivoluzionario, in quanto anticostituzionale (oggi dopo un secolo osano chiamarsi comunisti i partiti più sbracatamente costituzionali!) e lo Stato borghese vietava un partito che si definisse non per una opinione ma per una divisione sociale: avrebbe permesso il partito comunista stimando che il comunismo fosse puramente un credo, mai il partito operaio. Da allora stiamo spiegando che il comunismo non è un credo, ma il partito comunista è la storica manifestazione della dottrina propria di una classe ed è l’organizzazione politica di aderenti che possono provenire da qualunque classe. Dà fastidio, lo sappiamo, ai demagoghi che corteggiano stupidamente l’operaio e l’operaismo per fondarvi sopra il loro successo coll’aria borghese di non voler dirigere ma servire (il loro posto è il Rotary club dei capitani d’industria!) ma soprattutto dà fastidio supremo alla controrivoluzione.

Perfino la semplice lega sindacale era allora anticostituzionale, ed era atto rivoluzionario quello con cui la Lega dei Comunisti o la Prima Internazionale mandavano contributi a fondi di sciopero economico. Marx amava sempre ricordare che la rivoluzione giacobina vietò, come tentativo di rifare le corporazioni, i primi sindacati operai. Lettera del 30 gennaio 1865 a Engels:
«sia detto di passaggio: la legge prussiana contro le coalizioni e così tutte le leggi continentali della stessa specie, hanno la loro origine nel decreto dell’Assemblea costituente del 14 giugno 1791 con cui i borghesi di Francia punivano severamente – per esempio, privazione dei diritti civili per un anno – tutto quanto somigli da lontano a ciò, anche ogni specie di associazione di operai, col pretesto che sarebbe un ristabilimento delle corporazioni (sciolte colla costituzione del 1789) e cosa contraria alla libertà costituzionale e ai diritti dell’uomo».

Quindi è la formula antica, per chiara ragione storica, di organizzazione operaia, quella che affascia tutti i partiti operai nell’unico movimento politico e perfino vi fa aderire insieme sindacati e circoli politici. Nella fase dal 1871 ad oggi, di moderna politica borghese, la formula laburista diviene all’opposto sempre più conservatrice e controrivoluzionaria. Mentre la formula del partito politico proletario, inteso come organo della rivoluzione e non dell’elezionismo, prevale sempre più nella corrente radicale dei marxisti e viene robustamente difesa contro il sindacalismo apolitico del primo decennio del secolo, è nelle discussioni del partito russo che viene messa a fuoco la funzione del partito. In tutta la letteratura troviamo la questione discussa come funzione della «socialdemocrazia» a causa dell’infausto nome dato al partito tedesco, sempre per influsso lassallista: leggeremo sempre partito. Marx: lettera 16 nov. 1864:
«Ma che razza di titolo: il Socialdemocratico! Perché non chiamarlo apertamente: Il Proletario?».
Lettera 18 nov.:
«Il Socialdemocratico! Cattivo titolo. Ma è meglio non sciupare subito i titoli migliori in possibili scacchi».

Malcapitato Lenin

Una vera tormenta si scatena sugli «errori commessi da Lenin» in «Che fare?» ad opera di un certo, se ben ricordiamo il cognome, Chacal. Ma il senso del celebre libretto di Lenin va oltre le questioni di allora del particolare movimento russo, ove il partito marxista era sovraccaricato del compito di sostenere prima la lotta antizarista e poi quella antiborghese. Quel testo ricalca e richiama i cardini fondamentali del marxismo, e se è tutto un errore, tale è tutta la costruzione di Marx. E Lenin sostiene la sua tesi riportandosi cento volte ai testi fondamentali. Nel congresso di unificazione del 1901, come altra volta ricordammo, Lenin aveva poco parlato sul programma; solo insorse quando si propose l’emendamento: crescono il malcontento, la solidarietà, il numero e la coscienza dei proletari.
«Sarebbe, egli disse da maestro, un peggioramento. Darebbe l’idea che lo sviluppo della coscienza è un fatto spontaneo. Ma al di fuori dell’influenza del partito, non vi è attività cosciente dei lavoratori».
Lenin avrebbe rimangiato questo? Come e dove? Ô lui che sottolinea il termine coscienza. Ed infatti l’attività è dei lavoratori, la coscienza solo del loro partito. L’attività, la prassi, è diretta e spontanea, la coscienza è riflessa, ritardata, anticipata solo nel partito, e solo quando vi è questo e questo opera la classe cessa di essere un freddo episodio da censimento e diviene forza operante nell’«epoca di sovversione», e rovescia su un mondo nemico un’azione, che possiede un fine conosciuto e voluto. Conosciuto e voluto non da individui, siano gregari o capi, soldati o generali, ma dalla impersonale collettività del partito, che copre paesi lontani, e generazioni in catena, e non è quindi patrimonio chiuso in una testa: ma nei testi sì, altra migliore tecnica non avendosi per passare al vaglio più rigido e il soldato e il generale soprattutto; mentre banalità senza fine è il contrasto immanente tra dirigente ed esecutore, ultima blague insipida d’Oltralpe.

La destra del partito russo vuole che il membro del partito venga da un gruppo operaio di professione o di fabbrica federato nel partito: i sindacati furono chiamati dai russi associazioni professionali. In senso polemico Lenin forgia la storica frase che soprattutto il partito è un’organizzazione di rivoluzionari professionali. Ad essi non si chiede: siete operaio? In quale professione? Meccanico, stagnaio, legnaiuolo? Essi possono essere così bene operai di fabbrica come studenti o magari figli di nobili; risponderanno: rivoluzionario, ecco la mia professione. Solo il cretinismo stalinista poteva dare a tale frase il senso di rivoluzionario di mestiere, di stipendiato dal partito. Tale inutile formula avrebbe lasciato il problema allo stesso punto: assumiamo impiegati dell’apparato tra gli operai, o anche fuori? Ma di ben altro si trattava.

Naturalmente questa tesi vale quest’altra: la dottrina e la coscienza del fine rivoluzionario non si vanno a cercare con una inchiesta nei proletari di fatto. Essa equivale la frase del «Manifesto» che nei momenti di rivoluzione dei disertori cambiano classe, e si affiancano agli insorti; equivale quanto Marx scrisse mille volte (Appunti su Bakunin):
«il proletariato, nel periodo della lotta per l’abbattimento della vecchia società, agisce ancora sulle basi della vecchia società, e perciò dà al suo movimento forme che più o meno le corrispondono…».

Non sono quindi opinioni personali di Marx, Lenin e putacaso nostre le tesi organiche e continue di Che fare? Abbiamo mostrato che con Lenin, leone non ancora morto, ben si poteva nel partito discutere e enunciare dissenso, ma questo punto cruciale non è permesso spostarlo, senza andare al di là dalla barricata.

Facciamo dunque a pezzi la spontaneità e l’autonomia della coscienza di classe con le parole formidabili di lui.

La coscienza a mare

«Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere la coscienza comunista. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi dimostra che la classe operaia, colle sue proprie forze solamente, è in grado di elaborare una coscienza soltanto tradunionista, vale a dire la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge. La dottrina del socialismo è sorta da teorie economiche e storiche che furono elaborate da rappresentanti colti delle classi possidenti».
Giovanilmente crudo, ma quanto anche oggi utile a frustar via fessi!

«(Citato da Kautsky) Parecchi dei nostri critici revisionisti immaginano che Marx abbia affermato che lo sviluppo economico e la lotta di classe non soltanto creano le condizioni della lotta socialista, ma generano anche direttamente la coscienza della sua necessità… Ô falso… Socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all’altra e non uno dall’altra… la coscienza è qualche cosa di importato nella lotta di classe dall’esterno e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente (urwüchsig)».
La lunga citazione è robusta e chiara; si intende che, ad esempio, lasci un gramsciano perplesso: ci vuole lunga preparazione dialettica per intendere come l’illusione della «autonomia spontanea di coscienza» sia del tutto controrivoluzionaria.

«Perché, domanderà il lettore, il movimento spontaneo, il movimento che segue la linea del minimo sforzo, conduce al predominio della ideologia borghese? Per questa semplice ragione, che per le sue origini l’ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, che essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione» (vedi sopra reciso, assonante passo in Marx).

«La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni (piglia e porta a casa). Il campo dal quale è soltanto possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi. Perciò alla domanda: che fare per dare agli operai delle cognizioni politiche? non ci si può limitare a rispondere: andare tra gli operai. I comunisti devono andare tra tutte le classi della popolazione, inviare in tutte le direzioni i loro distaccamenti».
Amaro farmaco, ma quanto necessario al peggiore filisteismo, quello dei «seduttori del proletariato»!

Non occorre altro per dimostrare il concatenamento inesorabile delle posizioni storiche marxiste. Non è permesso «scegliere» ove aderire e ove non aderire a dilettanti da boulevard, che è meglio volgano altrove i loro passi e ci facciano la grazia di lasciarci tutti dalla parte dei nostri intrecciati ed inveterati errori, passeggiando essi per i viali suggestivi della Verità assoluta, che volentieri loro regaliamo con altri artistici feticci, i soli di cui siano all’altezza.

Che Lenin a sua volta ricalcasse Marx lo si può vedere, oltre che dai passi di lui e di Engels su cui si poggia in molte pagine, da una lettera ancora, e che riguarda la fondazione della Prima Internazionale a Londra, 25 febbraio 1865:
«Si aggiunge la seguente circostanza: gli operai sembrano mirare a escludere ogni uomo di lettere, il che è tuttavia assurdo perché ne abbisognano nella stampa, ma è scusabile visti i tradimenti degli uomini di lettere. D’altra parte questi sospettano di ogni movimento operaio che non cammina nel loro solco».
20 novembre 1866:
«Al fine di fare una manifestazione contro i signori francesi – che volevano escludere tutti, all’infuori dei lavoratori manuali, prima dalla Internazionale, poi almeno dal diritto di essere eletti delegati al congresso – ieri gli Inglesi mi hanno proposto per la presidenza del Consiglio Centrale. Dichiarai che non avrei in alcun modo potuto accettare, e da mia parte proposi Odger, che venne rieletto, sebbene alcuni malgrado il mio rifiuto votassero il mio nome; Dupont del resto mi ha fornito la chiave della manovra di Tolain e Friburg. Essi vogliono nel 1869 presentarsi come candidati operai al Corpo Legislativo francese, fondandosi sul principio che solo degli operai possono rappresentare gli operai. Questi signori avevano dunque un estremo interesse a far proclamare un tale principio dal Congresso».

Dal 1866 già Marx, checché pretendiate, aveva saputo tutto sospettare. Ed anche che la lingua batte dove il dente duole. Davvero credete che siano storielle nuove ed inedite, le vostre baggianate 1953?

Linea diritta e sicura

Negli apporti della Sinistra italiana dal 1920 sul tema «Partito e classe» vi è già esauriente risposta ai «coscientisti» e «laburisti» che dopo aver stabilito che essi nulla sanno scorgere di preciso nel «postcapitalismo» se ne vogliono rifare per illuminarsi da una specie di inchiesta Gallup nel seno dei lavoratori di fabbrica, che hanno la sensazione della sottrazione di plusvalore! Il che non toglie che a questa onnipotente coscienza mettono il solo limite di giungere a rivendicare l’abbattimento della borghesia, ma non la realizzazione della società socialista.

Mettendo insieme tutte queste frasi in libertà si può solo concludere che la borghesia essendo stata, come essi dicono, in Russia rovesciata, quel proletariato non potrà mai più essere cosciente di nulla, ed il progetto di rivoluzione antiburocratica non saprà dove puiser, da Parigi, i suoi connotati.

Il nostro teorema è esatto. Non solo nel partito soltanto è la coscienza del futuro corso e la volontà di giungere a finalità determinate, e di agire volontariamente per essa «nella data epoca storica»; e quindi insurrezione, governo, dittatura, e piano economico della classe, sono compiti del partito – bene altrove essendo le risorse tante volte da noi indicate contro la degenerazione, che in uno sbiadimento del partito e dei suoi rigidi contorni – ma deve enunciarsi il teorema: la classe è tale, in quanto ha il partito.

Ancora una frase, una sola, di Marx, che il 18 febbraio 1865 scrive a Liebknecht deplorando la eredità di Lassalle che si era illuso di un intervento del feudale governo di Bismarck contro la borghesia e per il socialismo:
«La classe operaia è rivoluzionaria, o non è nulla».

No, una frase ancora, per l’eroicismo fuori tempo di quelli che al tempo giusto sarebbero flosci di impotenza: stavolta la parola ad Engels, nell’11 giugno 1866, quando la auspicata disfatta della Prussia sembrava svanire:
«Se si lascia passare questa occasione senza utilizzarla, e la gente si rassegna a questo, non abbiamo che a imballare tranquillamente i nostri progetti rivoluzionari e a gettarci di nuovo sull’alta teoria».

La vertigine dell’acciaio

Il mondo abbonda di acciaio. La Commissione Economica per l’Europa (E.C.E.) ha pubblicato recentemente un rapporto in cui si rilevava che nel Continente, nell’anno 1952, la produzione di acciaio ha subito un notevole aumento, toccando un record sensazionale. La situazione nei vari paesi, espressa in migliaia di tonnellate metriche, è la seguente:

Paese Anno 1951 (milioni di tonn.) Anno 1952 (milioni di tonn.)
Gran Bretagna15.88916.681
Germania Ovest13.50615.806
Francia9.83510.867
Belgio5.0915.098
Italia3.0073.467
Lussemburgo3.0023.007
Saar2.6032.823
Svezia1.5251.689
Totale Europa Occidentale 195259.438
U.R.S.S.31.40034.500
Cecoslovacchia3.3123.557
Polonia2.7923.183
Germania Est1.5521.893
Ungheria1.2341.396
Romania646698
Totale Europa Orientale 195245.227
Stati Uniti85.51195.437

Mancano i dati relativi agli altri paesi produttori minori di acciaio. Nell’anno 1951, la produzione di acciaio negli altri continenti si aggirava in Giappone sulle 6.504 tonn., in Canada sulle 3.240, in Australia sulle 1.440 tonn.

Secondo recenti dichiarazioni governative l’Inghilterra aumenterà nell’anno in corso di 3.000.000 di tonnellate la produzione nazionale di acciaio. Uguale febbre produttiva accusano le restanti siderurgie, specialmente i due mostri Stati Uniti e Russia, massimi produttori mondiali, impegnati in un gigantesco duello di cui i minori produttori risentono i contraccolpi. Duello fu anche quello fra Davide e il Gigante Golia. Però gli strateghi del Cremlino, benché diano a vedere di pensare a tutt’altro, sanno bene che nella feroce storia dell’imperialismo la scaltrezza e l’abilità (politica) valgono ben poco. Perciò mentre lasciano che i partiti comunisti si balocchino con le elezioni e le petizioni per la pace lavorano freneticamente, cioè fanno faticare il proletariato, in vista dell’indefinito aumento della produzione russa, così inferiore rispetto non solo a quella americana, ma altresì al montante globale della produzione degli Stati della Comunità carbo-siderurgica (Piano Schuman) e cioè di Germania Ovest, Francia, Belgio, Italia, Lussemburgo, Olanda (circa 38 milioni e mezzo di tonnellate). Presi isolatamente, gli Stati tradizionalmente dominanti dell’Europa Occidentale sono tutti inferiori, sul piano siderurgico, al colosso russo, sorto sull’arena della competizione internazionale appena da un venticinquennio. Il consorzio carbo-siderurgico della C.E.C.A. costituisce un tentativo, forse l’ultimo, di conservare alla «vecchia» Europa, uscita sfiancata da due guerre mondiali, la supremazia continentale, ma insanabili contrasti, specie quello che oppone Francia a Germania ne pregiudicano fortemente la riuscita. Ciò spiega benissimo il gioco della diplomazia russa che, adoperando i partiti comunisti come punte del più esasperato nazionalismo, lavora pertinacemente a conservare le divisioni in zone di influenza provocata dalla seconda guerra. È chiaro però che Mosca è soltanto la profittatrice, non già la causa determinante, delle rivalità nazionalistiche degli Stati dell’Europa Occidentale, che sono strettamente connesse allo sviluppo delle loro industrie.

Eloquente il caso della Germania, pomo della discordia internazionale. Benché uscita sconfitta dalla guerra, essa si quota al secondo posto (dopo l’Inghilterra) nella scala dei produttori di acciaio europeo-occidentali, solo in forza della spartizione del suo territorio nazionale, sancita a Potsdam dalle Potenze vittoriose. Se lo Stato tedesco potesse accentrare in sé il controllo delle due Germanie e della Saar, che praticamente risulta annessa alla Francia, passerebbe istantaneamente al primo posto con più di 20 milioni e mezzo di tonnellate. È chiaro che la divisione della Germania serve non soltanto alla Russia, che in caso di riunificazione perderebbe il controllo delle acciaierie dell’Est, ma soprattutto alla Francia, cui preme di arraffare l’acciaio e il carbone della Saar, e all’Inghilterra che si figura esattamente come la ricostituita Germania lotterebbe coi denti e con le zanne per rifarsi della perdita dei mercati dell’Europa Orientale, e solo lo potrebbe accaparrandosi i mercati dell’Asia. Una Germania divisa serve a tutti, anche agli Stati Uniti che difficilmente potrebbero tenere sotto tutela un pangermanesimo risorto. Esempio chiarissimo di come la classe sfruttatrice internazionale viene a sua volta dominata dalle esigenze imprescindibili del modo di produzione che pure essa stessa difende con implacabile fermezza.

Dall’alto della mostruosa piramide dei 95 milioni e passa di tonnellate, gli Stati Uniti sovrastano sulla siderurgia mondiale. In tempo di guerra la produzione americana, a detta dei tecnici, potrebbe superare facilmente la quota di 100 milioni, anzi non è escluso che l’agognato traguardo sia raggiunto in tempo di pace. I più recenti dati dimostrano che la siderurgia statunitense, lungi dal ritenersi soddisfatta delle mète attuali, aumenta senza posa il volume dei suoi prodotti. Chi non riesce a comprendere come la produzione capitalista dell’Occidente determina ed influenza profondamente il preteso socialismo russo, ad onta della cortina di ferro ed altre bazzecole, può convincersene osservando come Washington costringe Mosca a copiare fedelmente, fin nei minimi particolari e ad onta della pretesa novità del capitalismo statale, il modo di produzione che è proprio del capitalismo. L’elefantiasi produttiva, antistorica e reazionaria in quanto gonfia pazzescamente il flusso vorticoso di merci cui non corrisponde un consumo utile, caratterizza il capitalismo arrivato all’estremo grado della sua putrefazione. Preso alla gola dall’assalto delle forze produttive, da esso stesso evocate in lungo percorso storico e che raggiungono oggi indici di produttività tremendamente alti, il capitalismo amministra parassitariamente l’enorme patrimonio che il proletariato ancora non riesce a strappargli. Assistiamo perciò al violentamento sistematico delle tendenze della produzione che viene deviata permanentemente sul terreno minato del consumo per il consumo, del consumo comechessia, anche se, come è il caso dell’acciaio, esso si risolve in un assurdo, gigantesco sperpero di forza lavoro e delle stesse esistenze fisiche di masse enormi di uomini coinvolti spietatamente nelle catastrofiche crisi dell’imperialismo. L’intero pianeta fiammeggia delle vampe delle acciaierie, ma la produzione, lungi dal rallentare, cresce giorno per giorno. Cresce necessariamente il volume dell’industria meccanica, e non solo di essa, condizionando ormai l’acciaio l’intero apparato industriale moderno. Così si acutizza patologicamente la concorrenza internazionale e i riflessi visibili si colgono nella idrofobia dei governi ossessionati dai dissesti finanziari, dalle paralisi commerciali, dall’inflazione. Ma l’acciaio deve aumentare, ma le acciaierie debbono vomitare con infernale crescendo torrenti di lingotti. Basta dare uno sguardo alle cifre. Una benché minima diminuzione nel montante della produzione è considerata quasi una sciagura sociale. E ciò non solo a Londra, Parigi, Washington, sedi di non sospetto capitalismo, ma a Mosca, a Praga e persino a Pechino, vale a dire nelle capitali del preteso mondo del socialismo trionfante. Si sbraita da chi ha interesse a farlo che in queste parti del mondo il proletariato si sarebbe liberato dalla dominazione del capitalismo. In effetti, il centro imperialistico di Washington per il fatto che costringe Mosca a tenergli affannosamente dietro nella folle corsa al primato industriale contribuisce potentemente ad imprimere all’economia russa i modi e le forme del capitalismo.

Più acciaio! – grida il governo americano. – Più acciaio! – fa eco il Cremlino, guatando bramosamente i vasti pascoli del mercato mondiale che invidia al potente avversario, gli oceani e i cieli che riserva nell’avaro desiderio alle «proprie» flotte di là da venire. Ci ingolferemo nella squallida polemica se stia meglio l’operaio americano o quello russo? Triste è la sorte di ambo i proletariati, se sono costretti a produrre ciò che non serve a migliorare le loro condizioni di produttori, prima che di consumatori.

Vita del Partito

– Nella quindicina precedente le elezioni, e soprattutto con l’intento di far conoscere la nostra stampa, i giovani compagni della sezione di Milano hanno proceduto ad una larga distribuzione e affissione del giornale nelle zone prevalentemente proletarie, e si propongono di ripetere periodicamente il riuscito lancio.

– La Federazione romagnola terrà il 14, a Forlì, la periodica riunione generale con esame dell’attività ed elaborazione di programmi di attività avvenire, specie per quanto riguarda la diffusione della stampa. Analoga riunione, con discussione politica, terrà il 26 la sezione di Milano, e si prevede in luglio per la Liguria.

– Il bilancio della diffusione de « Il Dialogato con Stalin » è nettamente soddisfacente, L’uscita del nuovo opuscolo « Sul filo del tempo » offrirà ai compagni una nuova opportunità non solo di approfondimento dei problemi teorici e di discussione interna, ma anche di allargamento del raggio della propaganda.

Nostri lutti

I compagni Riccardo e Ovidio Atti hanno avuto l’immenso dolore di perdere, dopo lunga e penosissima malattia, la loro cara mamma. Il gruppo di Trebbo di Reno e tutto il Partito, che serbano vivo il ricordo del sacrificio di Fausto Atti sul fronte della battaglia rivoluzionaria di classe durante la seconda guerra imperialista, si stringono con affetto intorno ai giovani compagni così duramente provati.