Partito Comunista Internazionale

L’imperialismo si scava la fossa

Categorie: Imperialism, Indonesia

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Le guerre imperialistiche hanno la loro causa nelle contraddizioni insanabili provocate dalla spartizione del mondo. Ma ogni nuova spartizione non fa che accrescere le contraddizioni imperialistiche in progressione geometrica. Così la seconda guerra: apparentemente essa ha risolto gli scottanti problemi che i governi capitalistici avevano ereditato dalla Conferenza della Pace, dai trattati di Versailles, del Trianon, e via dicendo. Ma le soluzioni apportate dagli Stati vincitori, firmatari degli accordi di Teheran, del Cairo, di Yalta e Potsdam dovevano, in sostanza, conferire una diversa impostazione di croniche controversie, rincrudendo le piaghe (Germania, Austria, Balcania, Trieste, ecc.) e, fatto di gigantesca portata storica, accendere altri focolai di violente convulsioni in parti del mondo che da secoli, se non da millenni, dormivano immobili. L’Asia, l’Africa, l’America del Sud, i puntelli su cui l’imperialismo bianco ha fondato le proprie fortune, sono scosse da tremendi terremoti sociali e politici, tali da far tremare le centrali imperialistiche.

Il fenomeno, grandioso più per la potenzialità che per l’attualità del suo sviluppo, più per le prevedibili conseguenze del non lontano futuro che del presente, trova la sua massima espressione specialmente in Asia.

Le concessioni, a volte vere e proprie abdicazioni, che l’imperialismo della vecchia Europa ha dovuto forzosamente fare, e cioè il riconoscimento della indipendenza statale dell’India, del Pakistan, della Birmania, della Cina, della Indonesia, delle Filippine, di Ceylon, non dovevano, è vero, recidere i legami di dipendenza delle vecchie colonie e possedimenti camuffati dalle potenze metropolitane: Inghilterra e Olanda. Ma inevitabilmente le nascenti borghesie indigene, che le stesse Potenze dominanti hanno dovuto tenere a battesimo, lavorano e lottano accanitamente per accompagnare alla indipendenza politico-statale, l’emancipazione dalla soggezione economica straniera. Tale lotta, a differenza di quella intrapresa, ad esempio, dalla borghesia italiana dell’epoca risorgimentale, si fonda su retoriche aspirazioni e inani velleità. Esistono infatti, nel territorio dei recenti Stati asiatici le premesse reali, costituite da vasti, ricchissimi giacimenti o produzioni di materie prime, indispensabili alla moderna grande industria capitalistica.

Un esempio eloquente è fornito dalla Repubblica di Indonesia. Costituita dalle grandi isole di Giava, Sumatra, Borneo (esclusi i territori soggetti all’Inghilterra), Celebes, Molucche ed altre minori, il giovane Stato, indipendente solo dal dicembre del 1949, si estende, tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, per complessivi 1.491.564 chilometri quadrati, su cui vive una popolazione di 80 milioni. Le sue ricchezze in materie prime sono enormi. Prima della guerra, essa produceva il 40 per cento del caucciù mondiale, il 31 per cento di copra, il 29 per cento di cacao, il 50 per cento di tabacco, il 25 per cento di zucchero, il 19 per cento di tè, il 10 per cento di caffè, il 92 per cento di pepe, il 91 per cento della china, il 77 per cento di kapok, l’8 per cento di bauxite (da cui si estrae l’alluminio), il 33 per cento di fibre di stoppa; il 25 per cento di agave, il 25 per cento di olio di palma, il 19 per cento di olii vari prodotti nel mondo (« Il Tempo », 24-5-53). Fra i minerali prevalgono lo stagno (circa il 20 per cento della produzione mondiale), il petrolio (7.440.000 tonn. nel 1951), il carbone (865.200 tonn. nel 1951), ma si estraggono pure l’oro, l’argento, il manganese. Il patrimonio forestale indonesiano è immenso: vi si trovano il teak (che copre un terzo circa della superficie forestale di Giava) alberi da tinta, da resina, da costruzione (ebano, sandalo), palme, bambù. Estensione del territorio, popolazione numerosa in cui è rinserrata una potenziale forza di lavoro immensa, e disposizione di masse enormi di materie prime, costituiscono le premesse di una impressionante eruzione di industrialismo.

Liberando queste forze produttive, che inevitabilmente e finché dura il regime infernale dell’imperialismo tendono a forme di produzione capitalistiche, l’imperialismo euro-americano ha innescato una spaventosa bomba dirompente nel suo seno. Le esportazioni di materie prime dalla Indonesia alimentano le industrie e il commercio dei principali paesi capitalistici del mondo, non esclusi gli Stati Uniti, i quali stanno sgretolando spietatamente le posizioni di predominio degli Olandesi in questa importante parte del mondo. Gli ex padroni hanno ormai rinunciato a qualsiasi proposito di rivincita, e si limitano a lottare duramente per conservare i loro investimenti, minacciati da vicino dal nazionalismo indigeno e dalla feroce concorrenza dei pirati di Wall Street. Già la lotta tra Stati Uniti e Olanda, lotta sorda e silenziosa che si svolge sul terreno bancario e commerciale, costituisce un focolaio di guerra. Ma il vero terremoto è ancora da venire. Esso si verificherà allorché la nascente industria indonesiana, oggi ancora alla fase intrauterina, si lancerà sulla china della produzione di massa. La conseguente creazione del mercato interno che dovrà essere di ampie dimensioni sia per la disposizione di prodotti che per il numero della popolazione, avrà tremende ripercussioni sul commercio mondiale dei grandi paesi capitalistici. Questi riescono a impadronirsi delle materie prime dei paesi asiatici, in quanto le popolazioni locali sono tenute escluse dal consumo, vivendo in terribili condizioni di miseria, o addirittura allo stato selvaggio. Nella misura in cui i nuovi Stati asiatici si avvieranno sul cammino dell’industrializzazione capitalistica, verrà a ridursi necessariamente la massa di materie prime comprate e rivendute sotto forma di prodotti industriali dall’imperialismo bianco, che dovrà attraversare pertanto tremende tempeste commerciali, sconvolgimenti industriali, crisi, caos sociale.

L’imperialismo sarebbe salvo se riuscisse a bloccare la pazzesca proliferazione della produzione. Ma dopo di aver invaso l’Europa, sommersa l’America del Nord, cancellato il vuoto precapitalista del continente russo, l’eruzione del mercantilismo capitalista si avventa su quanto ancora rimaneva intaccato: l’Asia. Ogni esplosione massiccia di industrialismo ha provocato terribili perturbazioni nell’equilibrio dell’imperialismo: la tracotante ascesa industriale della Germania ebbe il suo epilogo nella prima guerra mondiale, il passaggio dell’area russa al capitalismo provocò profondi sconvolgimenti nel mercato internazionale che dovevano sfociare nella seconda guerra mondiale. Ma nemmeno oggi il delirante mondo dell’imperialismo riesce a stabilizzarsi. Lo svincolamento dei paesi asiatici dalla soggezione all’Occidente e il loro irresistibile ed inarrestabile avviarsi verso la costruzione di potenti centrali industriali sono non più un argomento di propaganda ma un fatto storico reale, che avvelena i rapporti tra i vincitori della seconda guerra mondiale, gettando le premesse di ben gigantesche convulsioni.

La tesi marxista del capitalismo becchino di se stesso non potrebbe avere conferma migliore. I poteri statali che vanno crescendo in Asia si fanno le ossa in un compito che rimane di costruzione del capitalismo anche in casi, come quello della Cina. Ciononostante, essi costituiscono altrettanti epicentri di paurosi terremoti sociali che indeboliscono le fondamenta dei colossi imperialistici di Occidente, la cui caduta è unica condizione del trionfo della futura rivoluzione comunista mondiale. Perciò, pur riconoscendo la natura e i compiti capitalistici delle rivoluzioni nazionali di Cina, India, Indonesia, Malesia, ecc., noi vediamo nella loro lotta un fattore storico positivo.