Partito Comunista Internazionale

Il socialismo poterà nella foresta della grande industria aeronautica

Categorie: Industrialization, Party Doctrine, Technology, Transition Period

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Abbiamo ripetutamente sottolineato, in polemica con quelli che pongono l’artificiosa antitesi «socialismo o barbarie», che se da qualcosa deve difendersi la classe proletaria – e con essa il genere umano – è proprio dalla supercivilità capitalistica, dalla febbre della produzione per la produzione determinata dalla caccia al profitto, rispetto alla quale il paventato «ritorno alla barbarie», se pur fosse possibile, sarebbe, caso mai, un ritorno a condizioni di vita meno bestiali; ed abbiamo anche ripetutamente affermato che il proletariato vittorioso taglierà senza misericordia i rami della produzione industriale moderna che sono le pupille dei cacciatori di profitto mentre non rispondono a nessun effettivo bisogno sociale; e lo farà tanto più – volgendo nel contempo il progresso tecnico ereditato dal capitalismo (e svincolato dagli inciampi della sua anarchia) allo sviluppo dei beni socialmente utili – in quanto avrà come obiettivo dominante la riduzione al minimo del tempo e della «pena» di lavoro. I difensori del capitalismo – siano forze di destra o di sinistra – collimano perciò appunto nel difendere la «civiltà» capitalistica. E, di grazia, che cosa più meravigliosamente civile dell’aviazione, militare o civile, ad elica o a reazione, pilotata o radiocomandati?

Recentemente il Tempo riportava un articolo del gen. Valle, lo stesso, se non erriamo, che comandò non sappiamo che stormo di idrovolanti, che, agli ordini di Italo Balbo, compì la spettacolosa parata propagandistica che il fascismo denominò «Crociera atlantica». Crepuscolare il titolo: «L’aviazione italiana: una luce che si spegne»; addirittura accorato il contenuto. Prendendo lo spunto dalla catastrofe aerea avvenuta recentemente in Sardegna che costò la vita a decine di persone, l’ex generale fascista lamentava che mentre tutti gli Stati incrementano la produzione di aerei civili, e la Danimarca sperimenta l’esercizio di una linea aerea artica che collegherà Copenaghen a San Francisco in 36 ore, e l’Inghilterra allestisce con precedenza assoluta i suoi Comet, Vickers e Bristol, preparandosi (beata lei!) ad effettuare in primavera la Londra-Tokyo in 24 ore, l’industria aeronautica italiana è costretta a costruire «poche parti di ricambio per apparecchi americani». Seguivano commoventi canti funebri alla decaduta industria italiana che nel triennio 38-40, secondo il gen. Valle, esportava materiale aeronautico per circa 6 miliardi di lire anteguerra, in 36 Nazioni compresa la stessa Inghilterra, la cui esportazione ha raggiunto nel 1952 i 90 miliardi. Terminava naturalmente coll’invocazione allo Stato di elaborare un programma di politica aeronautica suscettibile di riportare l’ala italiana ai prischi splendori, ammonendo che «estraniarsi (dalla concorrenza internazionale) significa accettare supinamente il rango di un qualsiasi paese coloniale». Tale la posizione del generale fascista, fatta propria dal Tempo. Ebbene, due giorni dopo, l’Unità (17-2-53) pubblicava un articolo intitolato «Acciaio!», scritto per denunciare la politica siderurgica del governo De Gasperi alla quale (si è mai visto?) rimproverava di ostacolare deliberatamente lo sviluppo della produzione dell’acciaio. È noto che secondo i redattori dell’Unità, la crisi economica del capitalismo deriva, fra l’altro, da scarsità di acciaio…

L’Unità si rammaricava che proprio da un generale fascista il governo avesse dovuto sorbirsi delle critiche riguardo alla politica aeronautica, ma non per questo respingeva le accuse, anzi, rincarava la dose rivendicando patriotticamente lo sganciamento dell’Italia dal Piano Schuman e l’impostazione su basi nazionali della siderurgia italiana, condizione indispensabile della ricostruzione dell’aviazione civile, delle ferrovie, ecc. Insomma, il Tempo e l’Unità, nemiche in campo elettorale e politico, si trovavano in perfetto accordo nel biasimare il governo per la mancata riattivazione della costruzione di aerei italiani. Ecco dove porta la difesa del comune «patrimonio civile».

A noi invece non importa proprio che l’aviazione italiana sia «una luce che si spegne», anzi ci auguriamo la rivoluzione proletaria la spenga del tutto, tranne i pochi casi in cui l’aereo rappresenti uno strumento di lavoro scientifico e un mezzo di pronto soccorso – non solo in Italia – ma in tutte le parti del mondo. Né intendiamo alludere all’aviazione militare che, per lo sperpero colossale di lavoro umano e per l’esclusivo carattere di arma di distruzione, ogni operaio capisce immediatamente essere incompatibile con la produzione e la convivenza sociale del socialismo. Con la stessa precisione dei nostri avversari, ci riferiamo all’aviazione civile, adibita cioè al trasporto di persone e merci. Secondo i difensori dichiarati del capitalismo e del militarismo, come il gen. Valle, solo l’aviazione militare svolgerebbe una funzione improduttiva, che non si potrebbe appaiare invece all’aviazione civile. Ma ciò è vero solo in regime capitalistico, dato che i trasporti aerei fruttano larghi profitti alle compagnie concessionarie delle linee, ed alimentano il vasto ramo della produzione aeronautica, intimamente legata ai settori siderurgico, meccanico, elettrico, radiotecnico, ecc. In un paese fortemente industrializzato, come l’Inghilterra o l’America, l’industria aeronautica è sviluppata ormai al punto che rappresenta un organo vitale della produzione nazionale la cui paralisi avrebbe conseguenze catastrofiche su tutta l’economia nazionale. Ma appunto per questo il potere operaio che si prefiggerà di distruggere la società capitalista, dovrà potare il più bel fiore della civiltà, appunto l’industria aviatoria. Solo chi si preoccupa di mantenere in vita il capitalismo, sotto il pretesto di conservare gli «stupefacenti ritrovati della Civiltà», può pensare diversamente. Proprio per questo non possiamo andare d’accordo con l’Unità; se lo facessimo andremmo d’accordo anche col Tempo e col gen. Valle, cioè con le esigenze del capitalismo.

La mutilazione spietata non toccherà, in regime di dittatura del proletariato, solo l’industria aeronautica, ma tutti i rami della produzione che il capitalismo ha potenziato e mostruosamente esagerato sotto l’assillo della difesa di classe, per la perpetuazione della sua economia. Contrariamente a quanto sostengono stalinisti e soci, la trasformazione sociale operata dal potere proletario non si limiterà alla sostituzione del proprietario privato dei mezzi di produzione con lo Stato-padrone. Insieme coi padroni e i loro aguzzini, i proletari hanno il bisogno insopprimibile di liberarsi dalla schiavitù del lavoro, riducendo sempre più le ore di lavoro. La statizzazione delle aziende che lascia in piedi il sistema del salariato, con i turni di otto ore, il lavoro notturno, le multe, il cottimo (come avviene in Russia) è solo la parodia del socialismo. Ciò che la classe operaia si attende dal progresso tecnico non sono i records di velocità automobilistici o ferroviari o aeronautici, né gli altri orpelli della civilizzazione come la fuoriserie, la telescrivente, i transatlantici di lusso. L’obiettivo primo della rivoluzione proletaria è: lavorare dieci volte di meno. Da questa grandiosa conquista rivoluzionaria, resa possibile dalla meccanizzazione dei processi produttivi, scaturiranno tutte le altre realizzazioni che i comunisti attendono dalla rivoluzione: la sconfitta della miseria, dell’ignoranza, delle ipocrisie morali, soprattutto della dominazione di classe e del potere dello Stato.

Ma lavorare di meno che nel capitalismo, senza abbassare il tenore di vita materiale, anzi elevandolo ad altezze sconosciute nel capitalismo, significherà, all’inizio, comprimere il volume della produzione globale. Bisognerà potare abbondantemente la foresta produttiva ereditata dal capitalismo. Come? Evidentemente, sopprimendo i rami produttivi che non rispondono ad una utilità sociale. Prendiamo il caso dell’aviazione. Se si calcola la quantità di forza di lavoro che si consuma dall’inizio del ciclo produttivo, e cioè dalla estrazione del minerale di ferro, alla sua trasformazione in ghisa e in acciaio, e alle eguali operazioni produttive su altri metalli e leghe speciali, e si seguono tutti i processi collaterali effettuati nelle fonderie, nelle officine meccaniche, elettrotecniche, chimiche, giù, giù, fino al lavoro dei tappezzieri e dei decoratori si arriva a capire quale imponente massa di lavoro umano si consuma senza utilità sociale nella industria aeronautica, militare o civile che sia. Depennando settori produttivi di tal genere (e in esso entra l’industria automobilistica che nel socialismo potrà essere ristretta nei limiti della produzione di mezzi di trasporto collettivi, non individuali, e altri rami produttivi che sarebbe lungo enumerare) lo Stato operaio potrà spostare masse di mezzi di produzione e di forza di lavoro in settori socialmente utili della produzione, sicché la accresciuta produttività sociale permetterà di abbassare drasticamente la giornata di lavoro individuale. Significherà questo modo di vivere, senza il brivido stupido delle velocità ultrasoniche ed impiegando magari 16 giorni invece di 36 ore per coprire il percorso Copenaghen-San Francisco, ritornare all’epoca dell’uomo di Neanderthal, dell’uomo scimmia? C’è la luna da scoprire? Per farlo, non occorreranno le sterminate flotte aeree dell’imperialismo: gli audaci astronauti avranno il loro laboratorio, se proprio desidereranno cimentarsi. Vedi caso, lo potranno fare anche a dispetto della Civiltà dei Comet e dei super bombardieri atomici B-36 o, l’Unità ci perdoni, dei Mig-15 di marca russa…

L’aviazione così come si è supersviluppata in regime capitalista non rappresenta né un mezzo per alleviare la fatica umana né, tanto meno, un mezzo di produzione indispensabile. Nonostante le vanterie, il ponte aereo stabilito dagli americani tra Berlino e la Germania Occidentale, in occasione del blocco russo dell’ex capitale tedesca, svolse solo funzioni propagandistiche. È provato che l’unico prodotto che gli aerei trasportano con utilità è la bomba, specialmente quella atomica. Secondo i calcoli degli strateghi americani 400 bombe atomiche sarebbero sufficienti, se lanciate contemporaneamente sulle città americane, a distruggere in un sol giorno undici milioni di persone. Questa è la Civiltà che borghesi e cripto-borghesi sotto veste stalinista o di «Socialisme ou Barbarie» vorrebbero far salvare agli operai. Se vogliono la Civiltà, allora meritano l’atomizzazione.

Pur di liberarsi dal sanguinoso regime dell’imperialismo e dalla schiavitù negriera del lavoro salariato, gli operai, che, fortunatamente per la specie umana, sono immuni da corruzioni esistenzialiste, celebreranno con gioia la distruzione dello sperpero improduttivo e del lusso pazzesco e inutile. Vorranno produrre per vivere, non già, come li costringe il capitalismo, vivere per produrre.