Piccola filosofia della guerra
Categorie: Capitalist Wars, Criminal organizations, France, Vietnam
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Lo Stato francese ha «scoperto» che da almeno sette anni, mentre il suolo dell’Indocina s’inzuppava del sangue di soldati metropolitani e indigeni, una ristretta cerchia di uomini d’affari lucrava su un’attivissimo commercio valutario che, giocando sulla differenza fra cambio ufficiale e corso reale della rupia vietnamita, tesseva una rete di speculazioni non soltanto al di qua della zona di operazione, ma anche col «nemico», il quale poteva così rifornirsi a buon prezzo di armi e derrate.
Lo «scandalo» è stato pietosamente coperto, giacché è chiaro che un’attività così altamente patriottica non poteva svolgersi per così lungo lasso di tempo senza la complicità di alti papaveri e la diretta partecipazione di personalità di tutto il mondo ufficiale francese, e si è svalutata la rupia per far ricadere precipitosamente sui piccoli le spese dei lauti banchetti dei grandi. Si può mettere una mano sul fuoco che l’affare passerà in prescrizione secondo il buon costume delle successive repubbliche borghesi di Gallia e di tutto il mondo capitalista, illuminato e cristiano; e i morti seppelliranno i morti.
Ma l’episodio, di cui poco interessa conoscere i particolari, è, fra i mille che si potrebbero citare, illuminante. Grande è il patriottismo della classe dirigente borghese, e, poiché patria è sinonimo dei suoi interessi specifici, l’ardore bellicista e sciovinista è in lei tanto più forte quanto più lauti sono gli affari combinati sotto l’insegna della bandiera nazionale. La stessa classe dominante che grida al costo vertiginoso della guerra indocinese la ha prolungata per realizzarci sopra i più allegri, meno rischiosi e più comodi profitti, e, chiuso l’episodio quando ormai l’utile era troppo astronomico per essere circoscritto a poche sfere, ne aprirà un altro non meno lucrativo e non meno protetto dalla complicità dello Stato «organo superiore alle classi».
Due guerre mondiali hanno fra l’altro provato come industriali di paesi nemici si scambiassero cannoni e proiettili, e come all’ombra del patriottismo la speculazione fiorisse in modo che i buoni tempi di pace non conoscevano. Ci stupiremo dunque dello «scandalo» indocinese? Non è lo scandalo: è la normalità; e chi specula in valute non è meno «onorato» di chi produce «onestamente» ordigni di distruzione o di chi, sempre onestamente, colloca presso il consumatore… di leva la stoffa che presso i civili non trova più sbocco.
La guerra (e il patriottismo) è, per il capitale, un affare presente e avvenire: frutta perché distrugge, e frutterà perché si deve ricostruire.