Partito Comunista Internazionale

La vertigine dell’acciaio

Categorie: Steel production

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Il mondo abbonda di acciaio. La Commissione Economica per l’Europa (E.C.E.) ha pubblicato recentemente un rapporto in cui si rilevava che nel Continente, nell’anno 1952, la produzione di acciaio ha subito un notevole aumento, toccando un record sensazionale. La situazione nei vari paesi, espressa in migliaia di tonnellate metriche, è la seguente:

Paese Anno 1951 (milioni di tonn.) Anno 1952 (milioni di tonn.)
Gran Bretagna15.88916.681
Germania Ovest13.50615.806
Francia9.83510.867
Belgio5.0915.098
Italia3.0073.467
Lussemburgo3.0023.007
Saar2.6032.823
Svezia1.5251.689
Totale Europa Occidentale 195259.438
U.R.S.S.31.40034.500
Cecoslovacchia3.3123.557
Polonia2.7923.183
Germania Est1.5521.893
Ungheria1.2341.396
Romania646698
Totale Europa Orientale 195245.227
Stati Uniti85.51195.437

Mancano i dati relativi agli altri paesi produttori minori di acciaio. Nell’anno 1951, la produzione di acciaio negli altri continenti si aggirava in Giappone sulle 6.504 tonn., in Canada sulle 3.240, in Australia sulle 1.440 tonn.

Secondo recenti dichiarazioni governative l’Inghilterra aumenterà nell’anno in corso di 3.000.000 di tonnellate la produzione nazionale di acciaio. Uguale febbre produttiva accusano le restanti siderurgie, specialmente i due mostri Stati Uniti e Russia, massimi produttori mondiali, impegnati in un gigantesco duello di cui i minori produttori risentono i contraccolpi. Duello fu anche quello fra Davide e il Gigante Golia. Però gli strateghi del Cremlino, benché diano a vedere di pensare a tutt’altro, sanno bene che nella feroce storia dell’imperialismo la scaltrezza e l’abilità (politica) valgono ben poco. Perciò mentre lasciano che i partiti comunisti si balocchino con le elezioni e le petizioni per la pace lavorano freneticamente, cioè fanno faticare il proletariato, in vista dell’indefinito aumento della produzione russa, così inferiore rispetto non solo a quella americana, ma altresì al montante globale della produzione degli Stati della Comunità carbo-siderurgica (Piano Schuman) e cioè di Germania Ovest, Francia, Belgio, Italia, Lussemburgo, Olanda (circa 38 milioni e mezzo di tonnellate). Presi isolatamente, gli Stati tradizionalmente dominanti dell’Europa Occidentale sono tutti inferiori, sul piano siderurgico, al colosso russo, sorto sull’arena della competizione internazionale appena da un venticinquennio. Il consorzio carbo-siderurgico della C.E.C.A. costituisce un tentativo, forse l’ultimo, di conservare alla «vecchia» Europa, uscita sfiancata da due guerre mondiali, la supremazia continentale, ma insanabili contrasti, specie quello che oppone Francia a Germania ne pregiudicano fortemente la riuscita. Ciò spiega benissimo il gioco della diplomazia russa che, adoperando i partiti comunisti come punte del più esasperato nazionalismo, lavora pertinacemente a conservare le divisioni in zone di influenza provocata dalla seconda guerra. È chiaro però che Mosca è soltanto la profittatrice, non già la causa determinante, delle rivalità nazionalistiche degli Stati dell’Europa Occidentale, che sono strettamente connesse allo sviluppo delle loro industrie.

Eloquente il caso della Germania, pomo della discordia internazionale. Benché uscita sconfitta dalla guerra, essa si quota al secondo posto (dopo l’Inghilterra) nella scala dei produttori di acciaio europeo-occidentali, solo in forza della spartizione del suo territorio nazionale, sancita a Potsdam dalle Potenze vittoriose. Se lo Stato tedesco potesse accentrare in sé il controllo delle due Germanie e della Saar, che praticamente risulta annessa alla Francia, passerebbe istantaneamente al primo posto con più di 20 milioni e mezzo di tonnellate. È chiaro che la divisione della Germania serve non soltanto alla Russia, che in caso di riunificazione perderebbe il controllo delle acciaierie dell’Est, ma soprattutto alla Francia, cui preme di arraffare l’acciaio e il carbone della Saar, e all’Inghilterra che si figura esattamente come la ricostituita Germania lotterebbe coi denti e con le zanne per rifarsi della perdita dei mercati dell’Europa Orientale, e solo lo potrebbe accaparrandosi i mercati dell’Asia. Una Germania divisa serve a tutti, anche agli Stati Uniti che difficilmente potrebbero tenere sotto tutela un pangermanesimo risorto. Esempio chiarissimo di come la classe sfruttatrice internazionale viene a sua volta dominata dalle esigenze imprescindibili del modo di produzione che pure essa stessa difende con implacabile fermezza.

Dall’alto della mostruosa piramide dei 95 milioni e passa di tonnellate, gli Stati Uniti sovrastano sulla siderurgia mondiale. In tempo di guerra la produzione americana, a detta dei tecnici, potrebbe superare facilmente la quota di 100 milioni, anzi non è escluso che l’agognato traguardo sia raggiunto in tempo di pace. I più recenti dati dimostrano che la siderurgia statunitense, lungi dal ritenersi soddisfatta delle mète attuali, aumenta senza posa il volume dei suoi prodotti. Chi non riesce a comprendere come la produzione capitalista dell’Occidente determina ed influenza profondamente il preteso socialismo russo, ad onta della cortina di ferro ed altre bazzecole, può convincersene osservando come Washington costringe Mosca a copiare fedelmente, fin nei minimi particolari e ad onta della pretesa novità del capitalismo statale, il modo di produzione che è proprio del capitalismo. L’elefantiasi produttiva, antistorica e reazionaria in quanto gonfia pazzescamente il flusso vorticoso di merci cui non corrisponde un consumo utile, caratterizza il capitalismo arrivato all’estremo grado della sua putrefazione. Preso alla gola dall’assalto delle forze produttive, da esso stesso evocate in lungo percorso storico e che raggiungono oggi indici di produttività tremendamente alti, il capitalismo amministra parassitariamente l’enorme patrimonio che il proletariato ancora non riesce a strappargli. Assistiamo perciò al violentamento sistematico delle tendenze della produzione che viene deviata permanentemente sul terreno minato del consumo per il consumo, del consumo comechessia, anche se, come è il caso dell’acciaio, esso si risolve in un assurdo, gigantesco sperpero di forza lavoro e delle stesse esistenze fisiche di masse enormi di uomini coinvolti spietatamente nelle catastrofiche crisi dell’imperialismo. L’intero pianeta fiammeggia delle vampe delle acciaierie, ma la produzione, lungi dal rallentare, cresce giorno per giorno. Cresce necessariamente il volume dell’industria meccanica, e non solo di essa, condizionando ormai l’acciaio l’intero apparato industriale moderno. Così si acutizza patologicamente la concorrenza internazionale e i riflessi visibili si colgono nella idrofobia dei governi ossessionati dai dissesti finanziari, dalle paralisi commerciali, dall’inflazione. Ma l’acciaio deve aumentare, ma le acciaierie debbono vomitare con infernale crescendo torrenti di lingotti. Basta dare uno sguardo alle cifre. Una benché minima diminuzione nel montante della produzione è considerata quasi una sciagura sociale. E ciò non solo a Londra, Parigi, Washington, sedi di non sospetto capitalismo, ma a Mosca, a Praga e persino a Pechino, vale a dire nelle capitali del preteso mondo del socialismo trionfante. Si sbraita da chi ha interesse a farlo che in queste parti del mondo il proletariato si sarebbe liberato dalla dominazione del capitalismo. In effetti, il centro imperialistico di Washington per il fatto che costringe Mosca a tenergli affannosamente dietro nella folle corsa al primato industriale contribuisce potentemente ad imprimere all’economia russa i modi e le forme del capitalismo.

Più acciaio! – grida il governo americano. – Più acciaio! – fa eco il Cremlino, guatando bramosamente i vasti pascoli del mercato mondiale che invidia al potente avversario, gli oceani e i cieli che riserva nell’avaro desiderio alle «proprie» flotte di là da venire. Ci ingolferemo nella squallida polemica se stia meglio l’operaio americano o quello russo? Triste è la sorte di ambo i proletariati, se sono costretti a produrre ciò che non serve a migliorare le loro condizioni di produttori, prima che di consumatori.