Altalena della pace fra Oriente ed Occidente
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L’offensiva internazionale della « pace » ha, sembra, i suoi rounds. Il primo l’ha giocato la Russia; il secondo sta giocandolo l’Occidente, che, dopo di aver « subito » l’iniziativa avversaria, lancia ora, per bocca di Churchill e di Eisenhower, incalzanti e spesso difficili da conciliare proposte di accordo. La pace fa l’altalena fra Oriente e Occidente, un po’ come i misteriosi personaggi che i servizi segreti scoprono, ogni tanto, in viaggio al di là e al di qua della cortina di ferro.
Troppo banale è la spiegazione dell’offensiva di pace occidentale col riconoscimento americano che la supremazia U.S.A. in « armi nuove » va rapidamente declinando. In realtà l’Occidente ha aspettato finora perché aveva tutte le ragioni di aspettare: era Mosca che lo corteggiava, fin dal lancio della teoria della convivenza pacifica, fin dalla conferenza economica, e si sa che il corteggiato ha tutto l’interesse a rendersi prezioso. Oggi l’Occidente può tirare le somme e rispondere sì all’offerta di un giro di valzer. I gazzettieri possono ben fingere che i dirigenti occidentali temano che, dietro le mosse moscovite, si celi una diabolica astuzia: le grandi schermaglie diplomatiche son fatte di ben altro. Dietro il « pacifismo » staliniano c’era una realtà dura: il senso dell’inferiorità, e quindi della dipendenza, economica. Aggressivo, perché strapotente e pletorico, era e rimane l’imperialismo americano; in posizione obiettiva di difesa e, anzi, di aspirazione all’accordo, agli scambi commerciali, all’importazione di capitali e di merci era e rimane l’imperialismo russo, e le recenti svolte di politica economica annunciate dal Cremlino non hanno fatto che sottolineare un’ennesima volta l’urgente bisogno, la fame anzi, di beni e servizi ottenibili soltanto sul mercato internazionale.
D’altro lato, la fine (nonostante le inevitabili sparatorie di retroguardia) della guerra in Corea e il processo di riassestamento dell’economia occidentale pongono a questa il problema, altrettanto obiettivo, della ricerca di mercati e dell’apertura di sfoghi; e non è certo un caso che settori sempre più larghi ed inquieti della borghesia europea mordano il freno e guardino ai mercati europeo-orientali ed asiatici con una cupidigia che le restrizioni della guerra fredda condannano ad essere solo in parte soddisfatta. Da una parte e dall’altra, per difetto o per eccesso, la sottostruttura economica preme verso la « conciliazione », né a questa si oppongono valide ragioni d’incompatibilità ideologica. Ecco perché la pace fa l’altalena fra Oriente ed Occidente, e poco conta la lentezza del processo (lentezza che risponde a ragioni obiettive di riassestamento, e soggettive di riverniciatura politica per salvare la faccia), giacché la direzione è quella.
Non stupisce perciò anche la notizia che, come già esistevano comitati mondiali per la pace di emanazione russa, vadano sorgendo e moltiplicandosi congressi ed organizzazioni pacifiste d’ispirazione occidentale e di coloritura ideologica cristiana (vedi il recente congresso di Pau). Come i grandi mostri statali di Oriente ed Occidente, così le loro filiazioni minori corrono all’amplesso.
Fra mercanti, concorrenza e coesistenza, guerra e pace, sono modi d’essere normali. Dietro le colombe serafiche del pacifismo, c’è l’avvoltoio del mercantilismo: il lupo non è mai così lupo come quando si veste da agnello.