Fasti e nefasti del bilancio statale
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La parola magica del ministero Pella (e dei precedenti) è: difesa della lira, bilancio in equilibrio. Sembrerebbe, dunque, che la politica economica italiana sia impostata su una severa battaglia contro quella che i nostri nonni chiamavano la «finanza allegra». La verità è che questa politica, se tende ad equilibrare il bilancio, lo fa bensì aumentando le entrate, non certo diminuendo le più allegre spese.
Tempo fa abbiamo letto su un notissimo giornale d’informazione che l’«esperimento» del super-elettrotreno Milano-Napoli, famoso per il suo allestimento da Mille e una notte ed ora mandato in pensione per… scarso rendimento, è costato alle ferrovie – e quindi allo Stato – una perdita secca di cinque miliardi, valutata dai meno ottimisti addirittura a dieci (il disavanzo dell’esercizio ferroviario è salito a 72 miliardi). Se questa non è finanza allegra, davvero non si sa in che cosa consista, sotto il bel cielo italico, la tristezza.
Ma sfogliate le pagine del Bilancio 1 luglio 1953 – 30 giugno 1954, e vedrete che le spese «allegre» non sono un’eccezione; sono la regola. Facciamo qualche cifra, riportandola dalla Settimana Incom n. 39.
Un ministro italiano percepisce, fra stipendio, annessi e connessi, 2 milioni e 203 mila lire l’anno; un sottosegretario (e si sa che il numero dei sottosegretari è, Pella imperante, ancora aumentato) un milione 978 mila lire; le spese «riservate» della presidenza del Consiglio ammontano a 560 milioni, quelle per le automobili a 22 milioni, quelle per gli spostamenti del presidente, dei vice-presidenti e dei sottosegretari a 5 milioni; la Camera dei deputati costa annualmente 2,9 miliardi, il Senato 1,8, il rimborso per il permanente ferroviario e gli altri viaggi gratuiti degli onorevoli 200 milioni.
Al cinematografo, che, come tutti sanno, vive francescanamente, lo Stato eroga ogni anno sussidi per 5,2 miliardi; per illustrare al popolo l’attività del governo (evidentemente, se non gliela si illustrasse, di questa attività il «popolo» non si accorgerebbe), spende 200 milioni; per studiare (studiare, si badi bene: anche pensare costa) la riforma della burocrazia, 6 milioni; per fare «propaganda di italianità nelle zone di confine», 860 milioni; per la polizia, 61 miliardi (fra i quali 200 milioni per «spese confidenziali per la prevenzione e repressione dei delitti») e 54 miliardi per i carabinieri, da confrontarsi con 155 miliardi spesi per l’istruzione pubblica, elementare, media e universitaria. E potremmo continuare di quest’allegrissimo passo.
Quanto alle entrate, non c’è che dire, il Governo le ha aumentate: la pressione fiscale raggiunge quasi il 30% del reddito nazionale, e formano le sue colonne le imposte indirette sugli affari (596 miliardi l’anno), le imposte indirette sui consumi e i proventi delle dogane (384 miliardi: dal solo zucchero, 54 miliardi), e le entrate dei monopoli (280 miliardi, di cui 259 dai soli tabacchi), per non parlare di voci diverse come il lotto (27 miliardi), mentre le imposte dirette forniscono allo Stato appena 267 miliardi (dobbiamo aggiungere che gli aumenti nel bilancio in corso rispetto al precedente riguardano per 156 miliardi le imposte indirette e per soli 31 miliardi le dirette).
Un’ultima noterella: in fatto di spese, il secondo in graduatoria è il dicastero della Difesa, con 488 miliardi contro i 229 della Pubblica Istruzione.
Sono queste, fra le tante, alcune delle delizie del bilancio ortodosso, un bilancio veramente di classe.