Perchè la borghesia amoreggia col P.C.I.
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L’arresto degli ormai famosi Aristarco e Renzi – i due cinematografi messi dentro su denuncia della Procura militare che ravvisava nel soggetto cinematografico “L’Armata s’agapò” da essi rispettivamente scritto e pubblicato, gli estremi del vilipendio delle Forze Armate – è valso a stringere vieppiù le braccia seduttrici del P.C.I. attorno ai fianchi di Madame Intellighenzia. Un nuovo sciame di scrittori, impresari teatrali, direttori di quotidiani, critici d’arte, avvocati, che attendevano l’occasione propizia per ottenere la pubblicazione reclamistica dei loro nomi sulle pagine dell’Unità e dell’Avanti, è volato festosamente a succhiare il miele democratico e progressivo che, nelle manifestazioni di protesta pro Aristarco-Renzi, è colato abbondantemente dalle bocche dei politicanti social-comunisti. L’accaduto non è privo di importanza, giacché cos’è il ceto intellettuale se non la rappresentanza meglio qualificata della piccola borghesia, dei cosiddetti ceti medi, di tutti gli strati sociali che non vivono del salario?
Il nuovo successo ottenuto dal social-comunismo nel mai interrotto corteggiamento della piccola borghesia italiana, oggi più che mai instabile e morbosamente “civetta”, non ha mancato di suscitare collera e paura nello schieramento politico anti-stalinista, che si sente coniugalmente tradita e ingannata ogni volta che corrono nella massa borghese e piccolo-borghese fremiti di simpatia per gli spavaldi conquistatori della “estrema sinistra bolscevica”. A giornali come Il Tempo, Il Popolo, Il Giornale d’Italia, Il Corriere della Sera, Il Messaggero, Il Mattino le adesioni di larghi strati di intellettuali alla campagna di protesta patrocinata dal P.C.I., hanno dato maledettamente sui nervi. Di qui una eruzione di severi biasimi, di aperti insulti, di minacciosi moniti all’indirizzo degli “utili idioti”. Sarebbero costoro quegli esponenti dei partiti politici e degli ambienti culturali borghesi che si lasciano irretire dalla politica social-comunista, come appunto nel caso della nuova crociata pro Aristarco e Renzi, prestandosi così al gioco dei “nemici di classe della borghesia”, cioè appunto dei dirigenti del P.C.I. Ciò perché coloro che scrivono su questi giornali sono convinti, o sono pagati per sembrarlo, che il social-comunismo miri in Italia e nel mondo alla soppressione della classe borghese!
La verità è che continua, dopo le elezioni del 7 giugno, la fuga di voti elettorali (potenziali e futuri) dallo schieramento democratico atlantico, specialmente a seguito dello spettacolo di ignominiosa impotenza e troppo scoperta demagogia, offerto dai satelliti repubblicani, liberali e saragattiani della Democrazia Cristiana. Ciò fa disperare e inferocire gli aggruppamenti politici nemici del social-stalinismo. Ma di quante e quali pietose castronerie sono pieni gli sfoghi di rabbia del giornalistume governativo! Veramente è difficile stabilire dove, in loro, finisce la mistificazione consapevole e dove incomincia la suggestione, la ridicola auto-intossicazione mentale di chi finisce col credere alle proprie menzogne.
Perché succede che la borghesia e la piccola borghesia non rifuggono dal simpatizzare politicamente con le parole e gli atti del social-comunismo? Ecco il… tremendo problema che riscalda a 3000 gradi i grandi cervelli dei politici e giornalisti del campo democratico atlantico. Ma è davvero un problema? Davvero codesti signori sono impotenti a spiegarsi il fenomeno di un partito che conquista borghesi grossi e piccini sbandirerando il marxismo?
Comunque avvenga, la partecipazione dell’elemento borghese alle feste danzanti dell’Unità, le adesioni alla campagna a favore dei cineasti gettati in gattabuia, le civetterie del Maresciallo Badoglio con il P.C.I., per non parlare dei favori che la cosiddetta “apertura a sinistra”, cioè l’apertura delle porte del Governo al partito nenniano, incontra nel ceto politicante piccolo borghese, tutto insomma il quadro delle manifestazioni di ammirazione e di simpatia di parte borghese per il social-comunismo, viene spiegato, dalla stampa governativa, con l’ipotesi, questa sì idiota, della “diabolica tattica”, della “infernale astuzia”, del “machiavellismo scientifico” dei capi del P.C.I. A costoro riuscirebbe nientemeno che di fare la rivoluzione anti-borghese servendosi dei borghesi stessi, di sedurli con atteggiamenti all’uopo studiati e prefabbricati allo scopo inconfessato di prepararne la più atroce delle morti. Evidentemente, se si beve l’enorme coglionatura che trasferisce alla lotta di classe i metodi usati verso le vittime da criminali alla Landru o alla Christie, necessariamente i capi del P.C.I., che pure non si sollevano di un pollice al di sopra del livello mentale comune dei funzionari, debbono godere del morboso fascino che esercitano sul gregge piccolo borghese egualmente i grandi criminali, le prostitute di lusso, e gli imbroglioni del rango dei miliardari.
No, le torbide fantasie dei cervelli piccolo borghesi non infettano chi ha una giusta concezione del compito del partito rivoluzionario proletario. Gli Ansaldo, gli Spaini, gli Sturzo, i Savarino, tutti coloro che dirigono la stampa governativa non possono che tenere il sacco ai loro degni compari dei giornali social-comunisti, presentando la politica del P.C.I. come una astuzia tattica diretta ad addormentare i sospetti della borghesia e smontare pacificamente lo Stato borghese. La ragione dell’accorrere nel P.C.I. di piccoli e di grossi borghesi (recentemente, don Sturzo accusava un certo settore del padronato industriale della Lombardia di appoggiare l'”apertura a sinistra”, dalla cui attuazione essi attenderebbero abbondanti sovvenzionamenti statali) non sta affatto nei tratti psicologici dei capi del P.C.I. Costoro si servono, in una campagna di arruffianamento della piccola borghesia, del lavoro già compiuto, durante un secolo, dalle forze politiche patriottiche, irredentiste, nazionalistiche; sbandierano temi e parole d’ordine che non hanno faticato per nulla a formulare, avendoli trovati già bell’e fatti ad opera di Mazzini, Cavour, Crispi, Mussolini. Bisogna essere veramente ottusi per non comprendere che il successo del P.C.I. presso i borghesi viene assicurato soltanto dall’essere il P.C.I. il partito più sfacciatamente nazionalista, sciovinista, demagogico e retorico, insomma borghese, che esista in Italia. E chi non sa che la scassata e pidocchiosa, piccola borghesia italiana è usa a nutrire lo stomaco di pane e cipolle e la mente delle tartarinate del nazionalismo sbruffone, che tanta fortuna procacciò a Mussolini e al regime fascista? In questo sta il segreto di Pulcinella della infatuazione “comunista” della borghesia italiana.
Il P.C.I. esercita una irresistibile attrazione sulla borghesia italiana per nessuna ragione oltre quella di essere un partito borghese, interclassista, controrivoluzionario, che si appoggia, non bisogna dimenticarlo, ad uno Stato capitalista potentemente armato, l’U.R.S.S. Il P.C.I. è un figlio naturale della porca borghesia italica che aspira alla legittimazione, magari con benedizione papale. Questo non comprendono, o fingono di non comprendere, gli avversari atlantici dello stalinismo.