Il capitalismo russo si occidentalizza
Categorie: NEP, Stalinism, USSR
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La Russia, questo paese delle meraviglie che avanza verso il comunismo, è teatro delle clamorose imprese di una classe sociale, che fino a quando gli stalinisti non avevano massacrato i connotati del marxismo, era considerata il nemico mortale del comunismo: i commercianti. Tempo fa l’Unità, riportando notizie della stampa russa, annunciava l’apertura di 22.000 nuovi negozi e spacci mobili. Questi ultimi, le botteghe su ruote, il commercio ambulante, vengono posti dalla necessità di aprire al commercio zone impervie come le plaghe situate al di sopra del Circolo Polare! Ora pervengono altre notizie sull’argomento. L’Unità (24-10-53) annuncia che 40 mila nuovi negozi saranno aperti nei prossimi tre anni in URSS.
Il decreto che mira ad espandere il commercio nell’ambito del mercato nazionale, è stato adottato dal Comitato centrale del P.C.U.S. Questi, fedeli al ventennale compito di storcimento ideologico, credeva suo obbligo giustificare il nuovo passo avanti del mercantilismo accompagnando il decreto con una dichiarazione in cui sosteneva tra l’altro che il commercio «in regime socialista è, e sarà per lungo tempo, il principale metodo di distribuzione degli articoli di consumo fra i membri della società socialista, il principale metodo per soddisfare le crescenti esigenze personali dei lavoratori». Vediamo qui che il socialismo e il commercio sono considerati dal Comitato centrale moscovita, per usare il gesuitico linguaggio staliniano, come realtà concomitanti e coesistenti, anzi inscindibili. La smentita a tale enorme menzogna viene dagli stessi testi pubblicati dagli stessi mistificatori.
Nella «Storia del P.C. dell’U.R.S.S.» compilato nel 1938 da una società di cervelli che andava dal defunto Stalin allo scomunicato Beria, si legge a pagina 288 dell’edizione italiana l’interpretazione ufficiale dei deliberati del X Congresso del P.C. russo tenuto a Mosca nel marzo del 1921. Il Congresso segnò una tappa importante della rivoluzione bolscevica, in quanto adottò la decisione di abbandonare il sistema dei prelevamenti forzosi dei prodotti agricoli, e approvò l’istituzione della imposta in natura. Il complesso di provvedimenti economici fu denominato appunto con la espressione «nuova politica economica» (NEP). La sostanza della NEP fu questa: lo Stato operaio rinunciava ad operare con la forza armata lo scambio dei prodotti industriali con prodotti agricoli, che fino ad allora si era ottenuto imponendo ai contadini di versare obbligatoriamente il raccolto agli organi statali; limitava però i prelevamenti delle derrate e delle colture tecniche ad una piccola quota che fu considerata appunto come una «imposta in natura».
Ora che dice in argomento la «Storia» scritta dalle mani di Stalin e accoliti? Testualmente alla pagina sopra riportata, commenta così le decisioni del X Congresso: «Pagata l’imposta in natura, tutto il resto restava a piena disposizione dei contadini, cui era lasciata la libertà di vendere le eccedenze. La libertà di commercio — indicava Lenin nella sua relazione — provocherà inizialmente una certa ripresa del capitalismo nel paese. Occorrerà ammettere il commercio privato e autorizzare i padroni privati ad aprire delle piccole aziende. Ma ciò non deve farci paura».
Lenin concepiva la NEP come una necessaria ritirata, resa obbligatoria dalla inesistenza di una grande industria in Russia e dal ritardo della rivoluzione in Occidente. Una ritirata strategica che mirava a conservare le forze politiche per la controffensiva sociale. Sappiamo che essa non si poté sferrare per la mancata congiunzione dell’area industriale d’Occidente al campo rivoluzionario socialista, per cui anche le posizioni politiche detenute dal proletariato rivoluzionario (Stato dei soviets, Internazionale Comunista) dovevano snaturarsi e perire. Gli stalinisti però, e una specie del trotzkismo con essi, pretendono che a mezzo dell’industria di Stato e del sistema cooperativistico dei colcos il socialismo è divenuto una realtà in Russia.
Un socialismo davvero imprevisto ove il commercio si sviluppa e si espande continuamente! «La libertà di commercio provocherà inizialmente una certa ripresa del capitalismo nel paese» diceva Lenin al X Congresso, dando una fondamentale lezione di marxismo e di strategia rivoluzionaria. Con ciò egli ammetteva che la costruzione del socialismo procede in senso inverso alla marcia del commercio, del mercantilismo, dello scambio dei prodotti. Ora non avviene in Russia, sotto il governo spregiudicato e cinico dei malenkoviani, che il commercio si espande e invade tutto l’immenso territorio russo, fino a involgere popoli che ancora erano fuori del mercantilismo? La Pravda non annuncia gongolante l’apertura di nuovi negozi? La notizia può entusiasmare i tifosi della Russia perché giunge proprio insieme alle timide ammissioni della stampa filo-americana che denuncia preoccupata una contrazione delle vendite negli Stati Uniti. Ma per il fatto che il capitalismo considera una sventura più orribile della lebbra la diminuzione del volume delle vendite, in cui vede la crisi del sistema, non è con ciò provato che al contrario il capitalismo respira e prospera nell’espansione del commercio? E perché l’aumento del volume del commercio dovrebbe considerarsi in Occidente una prova della buona salute del capitalismo, e in U.R.S.S. e satelliti la dimostrazione dell’avanzare del socialismo? La risposta degli stalinisti è quanto mai ipocrita e goffa. Si tratterebbe in Russia di un commercio controllato e diretto dallo Stato, inquadrato nei piani quinquennali dello Stato. La verità è invece che, come hanno dimostrato i recenti provvedimenti presi riguardo ai colcos, il Governo di Mosca non si discosta dal dirigismo economico che è la pratica quotidiana di tutti i governi capitalisti, in testa ai quali sta, anche sotto questo riguardo, il governo americano.
I recenti provvedimenti, da noi esaminati nel penultimo numero, in quanto mettevano nelle mani delle cooperative agricole (colcos) maggiori quantità di derrate destinate al mercato libero hanno necessariamente limitato gli interventi dello Stato nel commercio dei prodotti agricoli, cioè hanno favorito l’ulteriore allargamento del commercio privato. Dunque a 32 anni dal varo della NEP, la libertà di commercio in cui Lenin citato dallo stesso Stalin vedeva le ragioni di una ripresa del capitalismo, non appare affatto contrastata e compressa dal Governo di Mosca, ma al contrario viene trasformata in idolo intoccabile. Il C.C., il Governo, la stampa di partito russa non si ritengono soddisfatti delle dimensioni attuali del mercato, lavorano ad allargare la rete commerciale, annunciano l’apertura di nuovi negozi, di nuovi spacci fissi e mobili. Ciò prova come la NEP che fu considerata da Lenin una misura transitoria da estirpare con l’aiuto delle rivoluzioni socialiste in Occidente, una forzata concessione al capitale interno russo da ritirare spietatamente al crollo del capitalismo enormemente più sviluppato in Occidente, doveva essere adoperata dallo stalinismo trionfante come permanente e insostituibile base di partenza della politica economica di cui gli ultimi provvedimenti presi per l’agricoltura e il commercio costituiscono a distanza di decenni, il necessario organico sbocco.
Il gioco ferreo delle forze economiche si ride degli infingimenti della propaganda: presto o tardi appare alla luce del sole. Ciò che si mostra irresistibilmente nella struttura economico-produttiva russa è l’innegabile carattere capitalista. Il Governo Malenkov, e se Stalin non fosse morto dovrebbe fare oggi la stessa politica, deve, dopo duri decenni di sfruttamento intensivo della classe operaia e dei contadini sacrificati sull’altare dell’industria pesante, costruita a costo di dure privazioni della popolazione che fu chiamata persino a versare fiumi di sangue nel massacro imperialista, deve attenuare la fame di articoli di consumo. Lo deve perché al di là della cortina di ferro, la formidabile potenza degli Stati Uniti minaccia continuamente di sfruttare il malcontento popolare ai propri fini di politica estera. Lo può, perché il livello raggiunto dall’industria pesante rappresenta una garanzia, mentre la contingenza internazionale consente un rallentamento della produzione di armamenti. Ma la svolta che impegna duramente lo sforzo produttivo avviene nel quadro di provvedimenti che dichiarano apertamente la loro natura capitalista.
La decisione di aprire nel triennio 1954-56 quarantamila nuovi negozi, oltre undicimila nuovi ristoranti, caffè e sale da tè (con i relativi annessi di ordine galante?), cinquecento otto mercati colcosiani cittadini, destinati a smistare le merci provenienti dalle campagne, provano che la produzione dei generi di consumo sarà incrementata, se non interverranno complicazioni. Ma dimostrano pure che il ceto mercantile segnerà un impressionante incremento: commercianti, speculatori, mediatori troveranno nel regime di Malenkov il paese della cuccagna. E non si dica che la costituzione russa vieti di rubare. I governi si giudicano da quello che fanno. Orbene il Governo Malenkov, concedendo ai contadini di versare meno prodotti agli ammassi statali e di vendere le maggiorate eccedenze al mercato libero ha con ciò favorito la speculazione privata. Che i nuovi spacci in programma serviranno agli affari del commercio privato è provato dal fatto che, come riporta l’Unità citata, «larga parte del decreto del C.C. è dedicata alle campagne, dove saranno aperti dal 1954 al 1956, 23 mila negozi al dettaglio, oltre a 1700 dedicati alla vendita dei materiali da costruzione e degli approvvigionamenti agricoli, e 500 negozi di mobili automontati destinati a servire le popolazioni dei piccoli comuni». Ciò significa appunto che l’incremento della rete commerciale si accompagnerà con l’aumento del volume dei prodotti agricoli che le cooperative e le aziende agricole individuali verranno a possedere in proprietà privata, cioè in quanto merci destinate al mercato. Cioè, se la contingenza internazionale non consiglierà Mosca di aumentare la produzione dei cannoni nei prossimi tre anni il commercio privato in Russia segnerà un grande sviluppo. Naturalmente a danno del mercato statale. Regresso, quindi, anche del capitalismo di Stato.
La conclusione più importante che si ricava dai recenti provvedimenti economici del Governo di Mosca, è che il capitalismo russo si «occidentalizza». Troppa gente evidentemente sviata, ha sostenuto e sostiene ancora che il capitalismo russo si differenzi qualitativamente dal capitalismo occidentale. A prova, si produce di solito l’argomento trito e ritrito del «capitalismo di Stato», che altri chiama idealisticamente «economia accentrata nell’ambito dello Stato». In realtà le attribuzioni del Governo russo in materia economica non vanno oltre le ovvie misure dirigistiche che sono comuni, in diversa maniera e portata, a tutti i governi borghesi entro le quali l’affarismo e l’accumulazione, attinenti all’operare della iniziativa privata, felicemente prosperano.