Zucchero sulla bomba atomica
Categorie: Capitalist Wars, France, UK, USA, USSR
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Per non smentire le sue tradizioni guerriere, il capitalismo non può parlare di pace se non in termini di «offensiva»; ed ha ragione, perché dialetticamente la pace borghese non può essere che la copertura di un successivo scontro armato.
Non c’è quindi ironia nel fatto che Churchill abbia battezzato la sua iniziativa di incontro coi russi «La Locarno dell’est», giacché appunto Locarno è il simbolo di una sistemazione pacifica dell’Europa, in cui gli stessi Paesi che dal 1939 al 1945 dovevano scannarsi a vicenda firmarono l’impegno di non attaccarsi mai e si scambiarono mutue garanzie di non-aggressione. Non c’è neppure ironia nella proposta di Eisenhower di spolverare di zucchero la grande torta della bomba atomica, giacché le convenzioni di limitazione degli armamenti, care al periodo ginevrino, sono state la polvere gettata negli occhi dei gonzi per coprire l’accelerata preparazione militare di tutti i Paesi.
Questa volta, d’altronde, gli Stati Uniti non propongono neppure di disarmare, ma solo di mettere in comune gli… scampoli di materiale fissile da destinare a scopi pacifici. Come dire: 3/4 per la guerra, 1/4 per la pace, una percentuale per il mercato delle affettatrici umane, una percentuale per lo sviluppo delle aree depresse o di simili scopi filantropici. Proprio così: un po’ di dolce sopra, per coprire il molto amaro che sta sotto.
L’«offensiva pacifica» americana non si è tuttavia limitata al campo degli armamenti. Tanto Eisenhower quanto Foster Dulles hanno ribadito che gli S.U. si arrogano nel mondo una funzione di guida, non di dominio imperialistico; non dovranno dunque fare la faccia feroce, ma convincere gli amici ed i nemici, usare l’arma della persuasione, non del pugno sul tavolo. Imperialismo? Le tradizioni americane sono… anticoloniali e anti-imperiali. La loro arma è il dollaro, non il bastone; la loro potenza è quella dello strozzino, non del brigante di strada. La «funzione di guida» spetta, in regime capitalista, all’usuraio, che può portare il cilindro e il colletto duro ed è quasi sempre un’onoratissima persona. Non bastone ma carota; non fiele, ma zucchero.
Così a Parigi, Foster Dulles, trovatosi di fronte alle esitazioni di una Francia recalcitrante al riarmo tedesco, ha risposto con durezza, sì, ma durezza zuccherata. Non ha minacciato le sanzioni militari di un qualunque brigante imperialista, o la Gleichschaltung di un qualsiasi predone hitleriano: ha «soltanto» risposto che, se non si farà la C.E.D., l’America si ritirerà sulle sue posizioni strategiche periferiche e non passerà nessun aiuto agli Alleati europei. Convincente, no?, persuasivo: la «funzione di guida» non consente il tintinnar delle sciabole; le basta il tintinnar degli zecchini. Il primo metodo è rischioso ed antipatico; il secondo è di effetto sicuro e passa per conciliante. Il primo minaccia la morte; il secondo fa balenare «soltanto» la paralisi e la fame. Guida, in regime capitalista, chi ha più quattrini, più beni capitali, più spregiudicatezza. Nulla di contraddittorio, dunque, tra le professioni di pacifico anti-imperialismo e la brutalità degli ultimatum: le prime condizionano e integrano la seconda.
Ma, nel momento in cui i due blocchi si tendono la mano e, con la mano, il ramoscello di ulivo, nulla è più parlante del duplice spettacolo che offre Washington minacciando di tagliare i viveri ai suoi… alleati e fratelli in Santa Democrazia, e Mosca inscenando il processo per spionaggio e tradimento a Beria. Grattate sotto il velo di zucchero, e troverete la dura realtà di una permanente psicosi di guerra.