Partito Comunista Internazionale

L’immonda farsa dell’amnistia

Categorie: Antifascism, Democrazia Cristiana, Fascism, Italy, MSI, Opportunism, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano

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Cerchiamo – dopo aver rinserrato nel più recondito ripostiglio del nostro cervello le parole ingiuriose che l’argomento pestifero irresistibilmente richiama – cerchiamo di descrivere quanto è successo nei giorni scorsi a Montecitorio in tema di discussione della legge sull’amnistia.

Quando gli anarchici ci attaccarono violentemente accusandoci di disumanità perché contrari a prendere parte al turpe affare dell’amnistia, obiettammo che lo scopo di tutti i partiti e gruppi parlamentari danzanti attorno al progetto di amnistia non era affatto quello di alleviare il «dolore umano» dei carcerati, ma solo di inscenare un’ennesima rivoltante commedia parlamentare. I fatti ai quali noialtri «asceti dell’utopia» non presteremmo ascolto, stanno lì a confermare la nostra tesi.

Il progetto di amnistia non sarebbe entrato in scena senza la catastrofe democristiana del 7 giugno e la costituzione del Governo Pella, cui lo schieramento democratico atlantico demanda il duro compito di riguadagnare il terreno perduto. Se a Trieste si domanda il pretesto di compiere attraenti acrobazie di politica estera, l’amnistia deve funzionare come espediente di politica interna volto a conquistare simpatie popolari al Governo. Ma ciò che riusciva estremamente facile al defunto governo fascista, all’indomani di ogni parto felice della signora Maria José di Savoia, doveva, e forse non senza soddisfazione del Governo, dare luogo ad una clamorosa battaglia parlamentare. Affare non facile, se nel corso della sconcia baraonda le «truppe» parlamentari dovevano cambiare varie volte il fronte, ora alleandosi ai nemici di sempre contro i nemici del momento, ora facendo comunella con questi, riappacificati contro il nemico dell’ultimissima ora. Non occorreva altro a provare che il parlamentarismo politicante, ponendo la questione dell’amnistia, poneva con ciò la questione della spartizione della torta governativa, strainfischiandosene dei carcerati.

Scottato dalla dura sconfitta, subita ad opera dell’estrema sinistra socialcomunista e dell’estrema destra monarco-missina, e bramoso di imporre la propria politica con un chiassoso battibecco parlamentare, il Governo democristiano, fino in sede di Commissione, si era opposto all’estensione dell’amnistia ai reati politici. La ragione è chiara, se si considera che gli imprigionati per reati politici appartengono ai partiti social-comunisti e fascista, essendo stati arrestati per delitti commessi in veste di brigatisti neri gli uni e di partigiani gli altri. Il primo colpo di scena atto a galvanizzare i tifosi politici per i quali un parlamentarismo senza momenti drammatici è insipido come un matrimonio senza amore, avvenne nello storico giorno 9 del corrente mese. Era in discussione il seguente emendamento alla legge governativa: «Il Presidente della Repubblica è delegato a concedere amnistia: per i reati politici ai sensi dell’art. 8 del Codice penale, e per i reati connessi e comunque riferibili in tutto o in parte alla situazione determinatasi nel paese per gli eventi bellici o per le loro successive ripercussioni, commessi non oltre il 18 giugno 1946». Particolare da ricordare: presentatore ed illustratore dell’emendamento surriportato era il deputato missino Madia. Da notare ancora che a salvaguardare gli interessi dei fascisti sarebbe bastato ottenere l’approvazione della prima parte dell’emendamento che prevede l’amnistia per i reati contemplati dal Codice penale, nei quali rientrano appunto solo quelli commessi dai fascisti (Vedi L’Unità del 10-12). Il fatto che i deputati del M.S.I. abbiano incluso nell’emendamento Madia, fin dalla sua presentazione, la seconda parte riferentesi ai reati commessi dai partigiani social-comunisti, vuol dire che fra M.S.I. da una parte e P.C.I. e P.S.I. dall’altra si era stabilito un tacito accordo.

Proseguiamo. L’alleanza segreta contro il Governo e i democristiani, stipulata nei corridoi montecitoriani tra fascisti e stalin-socialisti, e concretato nello emendamento Madia, diveniva palese in aula. Ma non senza una scema commedia destinata a far fessi i fessi. Fin dalle precedenti sedute, i missini avevano chiesto che l’emendamento fosse votato per divisione, prima la prima parte, poi la seconda. La richiesta era ripetuta in aula. Scopo apparente dei fascisti era di ottenere i voti dei social-comunisti per la prima parte dell’emendamento, procurando così l’amnistia ai camerati rinchiusi nelle galere della Repubblica, e di rifiutare i propri voti necessari all’approvazione della seconda parte dell’emendamento che, riferendosi ai reati dei partigiani, interessava i social-stalinisti. Costoro fingevano di salvarsi all’ultimo momento, denunciando il disegno diabolico dei missini; dichiaravano che acconsentivano a votare anche la prima parte (pro-fascista) dell’emendamento, purché questo fosse votato per intero.

L’allegra commedia alla faccia degli iscritti che pagano le quote al federale littorio o a quello staliniano, e si fanno ammazzare per i loro deputati! Fosse riuscito il tiro birbone missino, avrebbero soccorso i social-stalinisti mille risorse del regolamento. Un voto parlamentare non è irrimediabile come lo scoppio di una bomba. Seppellendo in blocco articolo 1 e relativi emendamenti nella seduta dell’11, i democristiani dovevano provarlo. Ma di ciò più avanti.

Esaurita la farsa dei reciproci sospetti, fascisti stalinisti e socialisti rafforzati dai veliti saragattiani si accordavano acconsentendo a votare per intero l’emendamento Madia che risultava approvato per 175 voti contro 149. Votavano a favore fascisti, stalinisti, socialisti, socialdemocratici e due monarchici. Votavano contro i democristiani. Si astenevano i monarchici favorendo la maggioranza stalinistico-fascista. Il Governo era in minoranza. Fin dall’epoca del patto russo-tedesco del 1939, per cui Mosca impose ai partiti comunisti di appoggiare il fascismo internazionale, non si era verificato in Italia un atto così clamoroso di collusione tra fascisti e stalinisti. La guerra di Liberazione, la pretesa epopea patriottica della Resistenza partigiana, il sangue versato, le furibonde polemiche del dopoguerra, avrebbero dovuto, nell’immaginazione degli ingenui, scavare un abisso incolmabile tra i due schieramenti. Che succedeva invece? Un volgare mercanteggiamento, una compravendita di voti. Roma e Cartagine si sedevano a tavolo a giocare lo zecchinetto. Ecco in campo i depositari degli immarcescibili destini del Littorio! Ecco i leggendari eroi rivoluzionari della guerra di classe! Si cercano nei fetidi corridoi di Montecitorio, si tastano le opinioni, concludono l’affare: tu mi aiuti a trarre dal carcere i miei, io faccio altrettanto con te. La cosiddetta Resistenza finiva nella burla.

La reazione dei democristiani all’improvviso colpo di mano non si faceva attendere. I monarchici che nella seduta del 9 si erano astenuti favorendo gli incestuosi amori tra fascisti e togliattiano-nenniani, nelle successive quarantotto ore si lasciavano divorare dai rimorsi e decidevano di fare penitenza mutando il fronte dell’alleanza: abbandonavano il M.S.I. nelle fraterne braccia dei siamesi PCI-PSI, e si gettavano al collo dei democristiani. In fin dei conti, Lauro i milioni li riceve dal Ministero della Marina mercantile. Nella seduta dell’11 si verificava il colpo di scena, stupefacente solo per i tonti: la coalizione in aula dei democristiani e dei monarchici, spalleggiati da alcuni transfughi socialdemocratici e liberali cancellava semplicemente e puramente l’intero articolo 1 della legge, con i relativi emendamenti. Tutto il lavorio di settimane, gli intrighi di gruppi, i ricatti e le reciproche seduzioni dell’onorevole consesso andavano in fumo. Il matrimonio tra fascisti e stalin-socialisti rimaneva sterile e inutile, visto che l’emendamento Madia passava agli archivi. Urli e strepiti da una parte e dall’altra.

Terzo ed ultimo atto. Nella situazione venutasi a creare, un irrigidimento delle posizioni reciproche avrebbe paralizzato, o almeno ritardato di molto la promulgazione della legge sull’amnistia. Ciò avrebbe potuto determinare conseguenze imprevedibili, se si considera che migliaia di persone attendono spasmodicamente nelle carceri il risultato del lavoro degli onorevoli. Urgeva la costituzione di una nuova maggioranza, la terza nello spazio di quattro giorni. Nel corso di una riunione dei rappresentanti dei gruppi parlamentari nell’ufficio del Presidente Gronchi, democristiani, stalinisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali, monarchici raggiungevano un accordo totale. I social-comunisti ripudiavano l’alleanza con i fascisti, i quali per pura demagogia rifiutavano di associarsi alla nuova maggioranza clerico-monarco-stalinista. L’Unità commentando l’avvenimento attribuiva naturalmente ai social-stalinisti tutto il merito dell’accordo; sull’emendamento Madia e della collusione con i fascisti non spendeva nemmeno una parola, come se non fosse mai avvenuto; anzi stigmatizzava i «legami tra clericali e monarchici» ed accusava i «partitini» di aver saputo solo fare «da reggimoccoli» dinanzi al connubio abominevole. Quasi che ad incontrarsi nell’ufficio di Gronchi con il monarchico Colitto, il democristiano Moro, il socialdemocratico Vigorelli, il repubblicano Macrelli, e a concordare l’intesa non ci fossero stati i social-comunisti Gullo, Pajetta, Pertini, D’Onofrio e Targetti!

L’amnistia Togliatti del 18 giugno 1946 cancellava le pene dei fascisti incarcerati per reati che non fossero la strage, l’omicidio, ecc. Il voto dell’11 dicembre sostituisce all’amnistia, l’indulto. Differenza: l’amnistia fa cessare l’esecuzione della condanna, ed estingue il reato; l’indulto invece non cancella la responsabilità dei colpevoli. Ma tale bizantinismo salvava la faccia del Governo, toglieva il fronte social-stalinista da un’incomoda posizione, facilitava il circospetto lavorio dei monarchici desiderosi di farsi la fama di partito governativo, alimentava il vittimismo nauseante dei fascisti del M.S.I. intenti dal 25 luglio 1943 a trasformare in purissimi eroi gli sgherri scellerati del regime littorio. Con o senza amnistia, tra qualche giorno costoro riavranno la libertà. Che sporco mestiere è quello del politicante parlamentare! L’Unità e l’Avanti quotidianamente ci rintronano la testa con fulminanti maledizioni alle autorità alleate che accusano di tirare fuori dalle carceri i peggiori scannatori del regime nazista: i Kesselring, i Manstein, i Manteuffel. Ma non avviene lo stesso in Italia, e proprio per iniziativa del blocco clerico-monarco-staliniano? Una curiosità che vale più di mille ragionamenti: Dumini, l’assassino di Matteotti, condannato a 30 anni di reclusione, vedrà ridotta, in virtù del nuovo indulto, la sua pena a 2 anni. Ne ha già scontati 6. Signori democratici antifascisti, rimborsate Dumini dei quattro anni che ha in credito verso la vostra Giustizia. Intanto, continuano i mercanteggiamenti per l’amnistia…