[RG-10] Imperialismo e lotte coloniali
Categorie: Colonial Question, Imperialism, National Question
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Nei giorni 6 e 7 dicembre ha avuto luogo a Firenze nella sede del partito la nostra riunione interregionale divenuta ormai periodica, e successiva a quella di Trieste dell’agosto. I rappresentanti dei gruppi locali di tutta Italia ed di alcuni dell’estero sono convenuti numerosissimi tanto che la sala ha appena potuto contenere i convenuti, pure non essendo il nostro movimento solito a consentire invitati, più o meno simpatizzanti.
Erano presenti i compagni delle province di Trieste (2), Udine (1), Vicenza (1), Rovigo (1), Forlì (3), Ravenna (2), Bologna (1), Parma (1), Milano (9), Torino (1), Alessandria (1), Genova (2), Carrara (1), Roma (2), Napoli (6), Bari (2), Cosenza (1), Messina (1), oltre ai compagni fiorentini e due compagni francesi.
Nelle due sedute del pomeriggio del 6 e della mattina del 7 il relatore ha trattato il prestabilito tema dando un vasto quadro della sua impostazione, nel pomeriggio del 7 si è svolta altra interessante seduta, dedicata, oltre che all’abituale relazione organizzativa e sul lavoro del partito, svolta dall’esecutivo, ad una vibrata e entusiastica discussione sugli sviluppi della nostra azione, che a solo titolo di ironia chiameremo col diffamato termine di «veramente politici». Da essa è risultato che ad assoluta unanimità, espressa da molti intervenuti nella questione, il nostro movimento ha ributtato le nostalgie (anche se ispirate da generosa impazienza che le onde dell’opportunismo e dello smarrimento di classe siano superate in tempo non lontano) per colpi demagogici e per effetti di notorietà nel campo infido degli ambienti avversari e della stampa delle facce tagliate. Che questa razza di gente taccia di noi è ottima condizione del nostro lavoro e della nostra annosa ripulsa alle oblique vie per cui l’opportunismo avanza, spessissimo in veste di acceso attivismo, sempre col miraggio traditore dell’accorciato successo. L’esperimento del resto è stato fatto da alcuni, perduti per via, ed esso si è avviato tra le due alternative che in quaranta anni di lotta la sinistra comunista ha risolutamente evitate: finire nel ridicolo o finire nel fango. La riunione ebbe l’effetto di dare onorata sepoltura ad ogni impostazione di problemi del genere, e di ribadire il nostro meditato e provato metodo di lavoro, per quanto agli improvveduti possa parere sterile e freddo, e in genere a quelli, non rappresentati tra noi, che al lavoro marxista negano tempo e fatica.
Quanto alla esposizione del relatore essa non è per il momento organizzata in un testo scritto paragonabile al diffuso resoconto apparso su queste colonne per il rapporto di Trieste sui problemi razziali e nazionali, di cui ha costituito il logico svolgimento, per l’epoca successiva alle lotte rivoluzionarie di sistemazione nazionale dell’Europa vera e propria.
Il resoconto sarà preparato e conterrà il vasto materiale di citazioni e riferimenti cui si è fatto ricorso, ma non pubblicato immediatamente nei prossimi Fili del Tempo di questo quindicinale, dedicati ad una serie sulla questione agraria che non solo è bene non sia interrotta, ma che serve di necessario sfondo al problema relativo ai popoli extra-europei.
Esso verrà dato appena sarà possibile pubblicare altro fascicolo di rivista analogo all’ultimo, uscito appunto col titolo: «Sul filo del tempo».
Diamo ora soltanto un riassunto schematico.
L’imperialismo e il mondo non capitalista
Prima tesi impostata dal relatore è quella che ha per controtesi una banale credenza: il capitalismo presenta due tempi: quello della concorrenza e quello del monopolio; del primo soltanto Marx dette la descrizione e la critica deducendone il programma della classe operaia; del secondo la dette Lenin, cambiando il programma. Con una esegesi dell’Imperialismo di Lenin confrontato coi passi del Capitale sul profitto ed interesse e sulle rigorose definizioni del capitale commerciale, industriale, finanziario, e sugli effetti inevitabili del credito, fu dimostrato che Lenin si prefisse appunto di dimostrare che i fenomeni previsti dalla monolitica teoria sorta all’apparire del proletariato come classe (tema della nostra Riunione di Milano) sono stati tutti confermati dalla fase più recente, e che la teoria dell’accumulazione e della concentrazione contiene la diretta completa descrizione preventiva del monopolismo imperialista. Illustrando suggestivi passi di Marx il relatore mostrò che altrettanto deve assolutamente dirsi, ulteriormente, per l’economia diretta ed il capitalismo statale, sbaragliando la teoria cogliona dei «fatti nuovi».
Riferendosi alle discussioni tra marxisti sull’imperialismo (Luxemburg, Lenin, Bucharin, Pannekoek ed altri) fu mostrata la chiave del problema nel fatto che Marx non ha voluto, anche nella teoria della riproduzione semplice ed allargata del Capitale, dire che il processo avviene col gioco illimitato della concorrenza, ma ammettere questo per polemica ipotesi (siamo uomini di parte e non accademici studiosi) per dimostrare che anche se questo fosse verrebbero inevitabilmente le successive crisi e quella finale. Di contro, a noi infatti la economia borghese afferma che lasciando estendere il meccanismo capitalistico e mercantile in tutta la profondità sociale tra i bianchi, e in tutto il mondo dei colorati, saranno risolti i tremendi contrasti della storia e fondata una stabilità sociale.
Altra tesi del rapporto illustrata con copia di citazioni (non prese con il solito metodo di spiluzzicare qua e là, ma con quello da noi instaurato di spiegare interi capitoli organici della dottrina nella loro dialettica connessione) è stata quella che il marxismo disconosce il gioco della concorrenza: questa non spiega né il valore né il plusvalore né le sue partizioni, né il livello dell’interesse della rendita e del profitto, ma spiega solo i secondari scarti dalle grandi medie sociali, che solo la teoria di Marx seppe decifrare e calcolare. Il capitalismo MAI è stato concorrentistico e liberistico, essendo questa solo una finzione dei suoi fautori (cui in pieno smascherato monopolismo non han certo rinunziato), ma è l’insieme dei monopoli sociali e di classe sui prodotti del lavoro, e sulle quote di sopralavoro sociale, dal primo suo apparire.
La descrizione della fase imperialista del capitalismo in Lenin è anch’essa la constatazione del corso storico tracciato dal marxismo all’era capitalista. Ogni modo di produzione, e non solo quello capitalista, al suo inizio, introducendo nuove forme di sopralavoro, rende questo socialmente più efficiente: il capitalista classico, che unisce nella stessa persona il tecnico dirigente, il detentore del denaro da anticipare e il titolare della proprietà di stabilimento e macchinario è proprio del periodo in cui il lavoro dei salariati fa accantonare sopralavoro in forme socialmente più utili e in misura meno onerosa che nella prestazione personale del servo feudale (all’inizio del medio evo anche questa era in equilibrio con la prestazione di difesa del signore cui i servi si accomandavano per ottenere la sicurezza del lavoro agricolo). Con l’inoltrarsi del ciclo il capitale si scinde nella parte industriale e in quella finanziaria, l’opera direttiva si separa dalla persona del capitalista (il quale, dice Marx ad ogni pagina delle fondamentali citazioni che vennero lette, non conta come individuo ma solo come «capitale personificato») e il ruolo di accumulo del sopralavoro sociale da redditizio che era diviene oneroso e contrastante collo sviluppo delle forze produttive. Come nei rapporti di Milano e di Genova, va messo in evidenza che per Marx la libertà non sarà di individuo, ma di specie, e consisterà nell’abolizione del salariato in cui il tempo di lavoro pagato o necessario è quello che si deve tirannicamente prestare pena la fame, e che il comunismo abolirà. Resterà il sopralavoro sociale e resterà la necessità che esso sia dato, per la razionale lotta della specie contro le difficoltà dell’ambiente naturale.
Il penultimo capitolo del Terzo Volume, che precede quello interrotto che si lesse a Milano sulle classi, e che doveva sviluppare la base non personale o individuale del concetto di «classe», ha il preciso titolo: «L’apparenza della concorrenza». Dunque da sempre il capitalismo è monopolio sociale delle forze produttive, ma al suo avvento è un passo avanti nella resa del lavoro umano; con la sua evoluzione diviene antiredditizio e parassitario, e si pongono le condizioni del suo crollo e della rivoluzione sociale.
La tappa, non fase o epoca, imperialista è solo quella in cui il monopolismo e la sopraffazione sociale non possono più venire dissimulati ma si mostrano in piena luce.
Lenin annunziò questa strepitosa «vittoria teorica»; e per non invertirla in un rovescio di azione bisognava puntare sullo smascherato monopolio capitalista per opporgli il dittatoriale monopolio della rivoluzione proletaria, non darsi a vergognoso rinculo nella difesa di liberali tesi, e al melmoso slogan contro i grandi monopoli, che vediamo in Italia ciarlatanare.
Un accenno alla sporca gara di demagogia di burattini elettorali rossi neri e di altre tinte a proposito della questione «attuale» e «locale» delle officine del Pignone, mostrò la esatta verifica delle compulsate dottrine del marxismo. Il solo marxista in questo dibattito è il dott. Costa, presidente degli industriali italiani, le cui tesi sono state dall’asename parlamentarista prese per economia liberista e antistatale. Costa ha detto che i loro utili non scemano ma crescono col crescere i salari ed impiegare più operai: egli sa che il capitale variabile, il lavoro, è la sola fonte del plusvalore; egli sa che introducendo nuovi mezzi tecnici che riducono la maestranza il tasso di profitto scende. Giustamente deride la posizione fabiana della questione: lottiamo contro il licenziamento anche di una unità, come soluzione del problema dell’impiego, e imposta la questione dell’effetto della chiusura parziale o totale di aziende sul decorrere futuro del livello di impiego. Costa denuncia apertamente la impotenza della casta politicante a dirigere l’economia, che non si può non dirigere, la invita a fare fagotto e lasciare l’amministrazione a chi, pure essendo un lupo del plusvalore, almeno sa qualche cosa di tecnica di economia e di organizzazione.
È indiscutibile che la casta parlamentarista di tutti i colori dissesta l’economia anche «nazionale» e «contingente» (di cui noi ci fottiamo) assai più che non lo farebbe una dittatura di uomini dell’alto capitale, specie per il suo disgustoso pluripartitismo e per la subordinazione di ogni mossa al riflesso sulle stupide votazioni delle assemblee o dei comizi.
Due cose vanno dette al dottor Costa: il problema si risolve nel senso di lasciare stare il livello del salario reale, dimezzare le ore di lavoro, e impiegare tutti i disoccupati, disciplinando dal centro la distribuzione nei settori produttivi, e quindi i consumi. Egli dirà che col sistema mercantile questo non sarà mai possibile: ciò è esatto. Ed è per questo che vi sono due sole strade: il monopolio del grande capitale, o la dittatura della classe lavoratrice.
Le grandi lotte nelle Colonie e in Oriente
Il relatore anzitutto, con copia di citazioni del Capitale e con riferimento a tutti i testi di base della dottrina dal Manifesto in poi, mostrò che mai la deduzione della necessaria rivoluzione comunista è stata fondata sull’esame di un paese puramente capitalista (il che non è nemmeno l’Inghilterra) ma sulla veduta d’insieme di tutto il succedersi di storici modi di produzione nell’intero mondo abitato, e soprattutto sui rapporti tra l’industrialismo dei paesi sviluppati ed i più lontani mercati. Compito dell’epoca borghese è portare il mercato generale ai limiti del pianeta: mai gli si è accordato tanto tempo quanto ne occorrerà a portare agli stessi limiti la produzione industriale, e nemmeno quanto ne occorre, nelle sedi metropolitane, a industrializzare l’agricoltura e il resto.
La conclusione che la partecipazione proletaria alle lotte di indipendenza nazionale (inseparabile aspetto della sostituzione del modo borghese ai precedenti, al feudalesimo) trattata nella relazione a Trieste (inquadrata sulla natura insurrezionale della lotta, e sulla contemporanea denigrazione spietata degli ideologismi democratici e patriottici, cui ancora oggi e in occidente si prostra la degenerazione stalinista) si considera cessata dal 1871 per l’Europa centro-occidentale, non toglie che sia oggi in piedi il complesso problema dello appoggio alle lotte rivoluzionarie antifeudali e antimperiali di Oriente. Si intende bene che questo terzo termine, ossia l’imperialismo bianco, va considerato con la più grande attenzione nell’esaminare i «blocchi di classe» con cui ad esempio in Cina hanno lottato contro la monarchia feudale tradizionale, e al tempo stesso contro invasori giapponesi e europei, proletari, contadini, piccoli borghesi e borghesi.
In tutto lo studio della colonizzazione nelle sue forme (primo: sterminio di popoli già civili in America; secondo: sterminio e schiavizzazione di popoli primitivi in Africa; terzo: sfruttamento di nazioni autonome e di antichissima civiltà anche preeuropea in Asia) il marxismo batte sempre spietatamente in breccia le feroci bestiali imprese della borghesia, pure dialetticamente riconoscendone l’effetto nell’avanzata storica verso la rivoluzione sociale.
Oggi va riconosciuto che, mentre la lotta di classe nei paesi pienamente industriali non cessa certo ma si riduce a forme di goffa insufficienza e ritorna su postulati minimali, ferve in tutto il mondo la battaglia dei popoli colorati contro gli invasori e sfruttatori bianchi ed imperialisti.
Indubbiamente il successo di queste spontanee lotte è un elemento favorevole per condurre il capitalismo oramai decrepito alla sua crisi radicale.
Il rapporto svolse un esame degli stadi della rivoluzione cinese con utilizzazione dei dati contenuti nell’opera di Trotsky: Dopo Lenin e con riferimento alla serie di articoli apparsi in Prometeo sulla tattica del Comintern dopo il 1926 del compagno Vercesi, diffondendosi sul dissenso tra la sinistra e Trotsky sull’eccessivo «manovrismo» di questi, ponendo tuttavia in rilievo la sua storica condanna alla politica disfattista di Mosca: prima, entrata dei comunisti cinesi nel Kuomintang e poi troppo tardi quando Chiang-Kai-Chek si legò sfacciatamente agli imperialisti lotta inane contro costui che finì colle repressioni tremende di Canton, Shanghai e Hankeou nel 1927. Trotsky parla di tre rivoluzioni: nel 1911 quella borghese di Sun-Yat-Sen giustamente sostenuta dai lavoratori e contadini, nel 1927 quella proletaria fallita per errori di Mosca; sostiene che la terza deve essere condotta dai soli operai e contadini contro la repubblica borghese e gli imperialisti, e applica le parole della rivoluzione permanente e della dittatura. Tuttavia suggerisce lo slogan della convocazione dell’Assemblea Nazionale, su cui giustamente la sinistra italiana all’estero dissentì.
In sostanza non ha grande rilievo la tesi che se il Cremlino non avesse sbagliato manovra i rivoluzionari cinesi avrebbero vinto. Lo stalinismo oggi risponde che nel lungo successivo ciclo: lotta contro i giapponesi, poi lotta contro i nazionalisti, la rivoluzione ha vinto. In realtà, l’attuale repubblica di Mao è per il suo programma un «blocco di quattro classi» che include la borghesia.
Il risultato storico suggestivo (anche se è brillante la costruzione di Trotsky rafforzata da passi di Lenin: la rivoluzione russa come ponte tra la lotta proletaria occidentale e l’Oriente; la rivoluzione cinese come possibile fatto storico scatenante la rivoluzione mondiale) è nel senso di una grande analogia con gli sviluppi «europei» del secolo precedente, nel senso di una valida applicazione del nostro «schema», ingiuriatissimo, alla storia. In Francia ad esempio il proletariato crescente è costretto a combattere al fianco della borghesia, e nelle «quattro classi», nel 1793, nel 1831, nel 1848, nel 1871: ogni volta segue uno scontro, sempre più tremendo, e la borghesia si getta ferocemente contro i lavoratori con le più feroci repressioni.
La parte finale del rapporto consistente nell’esame delle tesi nazionali e coloniali di Mosca del II e IV congresso, accettate allora dalla sinistra, malgrado (vedi in Prometeo l’articolo Oriente) la repulsa di alcuni occidentali alla formula di sostegno dei movimenti nazional-rivoluzionari, detti in un primo testo democratici-borghesi! Ma la base e la condizione di tutta la strategia di Oriente è la posizione rivoluzionaria nella metropoli, la lotta in tutto il mondo bianco per la dittatura del proletariato. Quindi la nostra adesione alla prospettiva storica di lotta all’imperialismo cui partecipino gli insorti di colore anche per intenti indipendentisti e apparentemente non classisti, nulla ha a che fare con la politica orientale russa dal 1925 in poi. Non è possibile dire che si applica la strategia rivoluzionaria aiutando le insurrezioni, quando in decisive fasi storiche si aderisce ad alleanze con l’imperialismo, prima della Germania alleata al Giappone, poi dell’Inghilterra America e Francia, e secondo i casi si attua l’alt traditore alla lotta in casa contro gli imperialisti. La nostra valutazione della Cina «rossa» è quella di una conquista militare ed imperiale del capitalistico stato russo, che tuttavia ha portato avanti una situazione ricca di sviluppi, in tutto analoga alla invasione napoleonica della Francia borghese nella Germania feudale, contro la quale Marx considera reazionario l’indipendentismo del tempo. Allora la sviluppatissima Inghilterra capitalistica ributtò la invasione, oggi l’ultrimperialista America tenta di farlo almeno per la Corea.
La storia non esclude, anzi presenta come probabile, un patto tra la Cina di Mao e gli imperialisti di occidente, e non esclude nemmeno che a suo tempo la Cina sia tra i big in guerra con la Russia. Per ora viviamo i decenni del compromesso: ogni compromesso è ricatto.
Il materiale trattato è di mole e di portata immensa. Ma come Marx ed Engels giudicavano gli esiti delle guerre di Europa (vedi ogni dettaglio nel rapporto Trieste) tra il 1859 e il 1870, così noi marxisti integrali a buon diritto dobbiamo dire che, se le armate dell’organizzazione delle nazioni unite fossero state nel 1952 rovesciate in mare dalla penisola coreana, avremmo visto con gioia soccombere quelle forze, che corrispondono esattamente all’Alleanza che vinse a Waterloo.
Siamo lontani ancora dall’epoca in cui il problema poderoso della rivoluzione asiatica potrà ridursi ad un gioco dualistico di classe. Chi vorrebbe forzarlo oggi in tali linee, non ha una visione completa e quindi non ha visione rivoluzionaria.