Una delle tante riforme agrarie
Categorie: Agrarian Question, India
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Sta avvenendo in India come un po’ dovunque in Oriente quello che è avvenuto e avviene nei vecchi paesi capitalistici ogni volta che si è agitato davanti agli occhi dei contadini secolarmente sfruttati ed affamati il miraggio della « conquista della terra », cioè della loro accessione alla proprietà privata del suolo: la terra è resa disponibile, ma il contadino che aspira a prenderla in proprietà deve, se vuol realizzare il suo « sogno », indebitarsi fino ai capelli verso un usuraio o cedere la terra non ancora integralmente sua a creditori. Queste riforme agrarie hanno per lo più un risultato ben noto ai nostri contadini, soprattutto meridionali: far passare la terra dalle mani del vecchio proprietario assenteista in quelle ben più voraci del borghese prestatore di mezzi di pagamento e di beni capitali.
La riforma indiana fissa un limite alla proprietà terriera, combinando alla possibilità di una famiglia media di lavorarla: le terre eccedenti tale limite saranno cedute a contadini senza terra dietro indennizzo. Quello che succederà si legge in « Relazioni internazionali », non certo sospette di « progressismo »:
« Nell’Uttar Pradesh (le ex-Provincie Unite) l’indennizzo è stato fissato in ragione di 10 volte il canone di affittanza. I contadini che non possiedono questa somma – la quasi totalità – possono invece pagare una cifra pari al canone di affitto per 40 anni, il che però praticamente lascia le cose immutate e rende il trasferimento di proprietà puramente nominale. Altrove, per esempio nel Malabar, il divieto di sfratto all’affittuario è stato condizionato al pagamento anticipato di un’annualità come pegno, ed il ritardato pagamento del canone è considerato giusta causa per lo sfratto. Nella condizione di povertà dei contadini indiani ciò equivale a rendere illusorio il blocco ».