Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.3
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III.
È stato rilevato più volte, che nell’Europa occidentale la rivoluzione deve esser più lenta, perché la borghesia vi è molto più forte che in Russia. Analizziamo l’essenza di questa forza. Consiste essa nel maggior numero d’individui appartenenti a questa classe? Anche le masse proletarie sono relativamente molto più grosse. Consiste nel dominio della borghesia su tutta la vita economica? Indubbiamente questo era un forte elemento di potere; ma questo dominio sfugge, e nell’Europa centrale l’economia è in pieno fallimento. Consiste finalmente nel fatto che la borghesia ha a sua disposizione lo Stato con tutti i suoi mezzi di violenza? Certo essa ha sempre represso le masse con questo mezzo, e perciò la conquista del potere statale era il primo obiettivo del proletariato. Ma nel novembre del 1918 il potere statale in Germania e Austria cadde senza forza dalle mani della borghesia, gli strumenti di violenza erano affatto paralizzati, le masse erano padrone. E tuttavia la borghesia poté ricostruire questo potere statale, e riassoggettare i lavoratori al giogo. Ciò dimostra, che esisteva ancora per la borghesia un’altra segreta sorgente di potere, rimasta intatta, che le permise, quando tutto sembrava perduto, di restaurare il proprio dominio. Siccome le masse proletarie erano ancora affatto dominate dall’ideologia borghese, esse dopo la catastrofe restaurarono con le proprie mani la signoria borghese.
Quest’esperienza tedesca ci mette avanti precisamente il grande problema della rivoluzione nell’Europa occidentale. In questi paesi l’antico sistema borghese di produzione, e la conseguente cultura borghese altamente sviluppata, per molti secoli hanno dato completamente la loro impronta al pensiero e al sentimento delle masse popolari. Per ciò il carattere spirituale, intimo, delle masse popolari è qui affatto diverso che nei paesi orientali, che non conobbero questa signoria della cultura borghese. E da ciò principalmente deriva la differenza tra il corso della rivoluzione in Oriente e in Occidente. In Inghilterra, Francia, Olanda, Italia, Germania, Scandinavia viveva sin dal Medio Evo una potente borghesia a produzione piccolo borghese e capitalistica primitiva; essendo stato frattanto abbattuto il feudalismo, si sviluppò nella campagna un contadiname indipendente altrettanto forte, anch’esso padrone nelle sue piccole aziende. Su questo terreno la vita spirituale borghese si sviluppò fino a diventar solida cultura nazionale, anzitutto negli Stati costieri Francia e Inghilterra, che prima degli altri iniziarono l’evoluzione capitalistica. Nel secolo 19° il capitalismo, sottoponendo al suo potere l’intiera economia e attraendo nel suo girone dell’economia mondiale anche i più remoti centri rurali, ha promosso questa cultura nazionale, l’ha raffinata, e coi suoi mezzi spirituali di propaganda, scuola, stampa, chiesa, l’ha ribadita saldamente nei cervelli, così di quelle masse, che esso proletarizzò e spinse nelle città, come di quelle altre, che lasciò in campagna. Ciò vale non solo per i paesi d’origine del capitalismo, ma anche, sebbene in forme un po’ diverse, per l’America e l’Australia, dove gli gli Europei fondarono nuovi Stati, e per i pesi, fin allora intorpiditi, dell’Europa centrale: Germania, Austria, Italia, dove la nuova evoluzione capitalistica poté saldarsi a una antica, stagnante piccola economia agraria, e a una cultura piccolo borghese. Ben diverso materiale e diverse tradizioni trovò il capitalismo, allorché invase le regioni orientali d’Europa. Qui, in Russia, Polonia, Ungheria, e anche nelle terre a oriente dell’Elba, non vi era una potente classe borghese, che ab antico signoreggiasse la vita spirituale; i primitivi rapporti agricoli, con la rande proprietà, il feudalismo patriarcale e il comunismo di villaggio determinarono la vita spirituale. Quivi pertanto di fronte al comunismo si trovarono le masse primitive, semplici, aperte, impressionabili come cera vergine. Certi socialdemocratici occidentali espressero spesso con derisione la loro meraviglia per il fatto che gli «ignoranti» Russi potessero essere i campioni del nuovo mondo del lavoro. Rispondendo ad essi, un delegato inglese alla Conferenza d’Amsterdam caratterizzò molto giustamente la differenza così: i Russi possono essere stati ignoranti, ma i lavoratori inglesi sono così imbevuti di pregiudizi, da rendere assai più difficile tra loro la propaganda comunista. Questi «pregiudizi» sono soltanto il lato esteriore del modo di pensare borghese, che pervade le masse proletarie d’Inghilterra, di tutta l’Europa occidentale e di America.
L’intiero contenuto di questa mentalità, in contrasto con la concezione proletaria e comunista del mondo, è così multilaterale e complesso, che difficilmente può esser riassunto in pochi periodi. Il suo primo tratto distintivo è l’individualismo, che deriva dalle anteriori forme di lavoro contadinesche e piccolo borghesi, e solo lentamente fa posto al nuovo sentimento collettivista proletario e alla necessaria disciplina volontaria, e nei pesi anglosassoni questo tratto è impresso con la massima forza tanto nella borghesia che nel proletariato. La visuale è circoscritta alla propria sede di lavoro e non s’allarga all’intiera società; prigioniero del principio della divisione del lavoro, l’uomo considera anche la politica, la direzione dell’intiera società, non come interesse proprio di ciascuno, ma come arte particolare di dati specialisti, dei politici. La natura borghese da secoli di commercio materiale e spirituale, mediante la letteratura e l’arte, è stata innestata saldamente nelle masse proletarie, e crea un sentimento di comunanza nazionale – più profondamente radicato nella subcoscienza appunto quando si manifesta sotto forma di indifferenza esteriore o anche di esteriore internazionalismo – che può estrinsecarsi in una solidarietà nazionale di classi, e rende difficile l’internazionalismo di fatto.
La cultura borghese vive nel proletariato anzitutto come tradizione spirituale. Le masse, prigioniere di essa, pensano ideologicamente anzicché realisticamente, il pensiero borghese fu sempre ideologico. Ma questa ideologia, questa tradizione, non è unitaria; riflessi delle innumerevoli lotte di classe dei secoli passati sono stati tramandati a noi sotto forma di sistemi di pensiero politico e religioso, che dividono l’antico mondo borghese, e quindi anche il proletariato che ne è rampollato, in gruppi, chiede, sette, partiti separati da vedute ideologiche. E così, in secondo luogo, il passato borghese permane nel proletariato come tradizione organizzativa, che impedisce la strada all’unità di classe propria dell’ordine nuovo; in queste organizzazioni i proletari formano la retroguardia, il seguito di un’avanguardia borghese.
I condottieri immediati di queste lotte ideologiche son forniti dell’intellettualità. La intellettualità – preti, maestri, letterati, giornalisti, artisti, politici – formano una classe numerosa, che ha per compito quello di nutrire, formare e diffondere la cultura borghese; essi la trasmettono alle masse, e fanno la parte d’intermediarii tra la signoria del capitale e gl’interessi delle masse. Alla loro prevalenza tra le masse è collegata la signoria del capitale. Giacché, per quanto le masse si ribellino spesso contro il capitale e gli organi di esso , lo fanno soltanto sotto la guida di intellettuali, e la stretta consuetudine di rapporti e la disciplina, formatesi in queste lotte comuni, più tardi, quando questi duci passano apertamente dalla parte del capitalismo, diventa il più saldo puntello del sistema. Tale si mostrò l’ideologia cristiana di strati piccolo borghesi decadenti, la quale come espressione della lotta di questi contro il moderno Stato capitalista era diventata forza viva, e più tardi non di rado sistema di governo reazionario e conservatore di gran valore, come per esempio il cattolicismo in Germania dopo il Kulturkampf. Qualche cosa di simile si può dire per la socialdemocrazia, benché questa nei riguardi teoretici abbia dato validissimo contributo a distruggere e scacciare l’antica ideologia tra la classe operaia in sommovimento. Tuttavia essa lasciò permanere la dipendenza spirituale delle masse da capi politici e d’altro genere, ai quali come a specialisti le masse confidarono la direzione di tutti i grandi interessi di classe, invece di curarli da sé. Lo stretto contatto e la disciplina, formatasi nella lotta di classe, spesso aspra, di mezzo secolo, non ha seppellito il capitalismo, giacché significavano il potere dell’organizzazione e della dirigenza sulle masse, che da tal potere nell’agosto 1914 e novembre 1918 furono rese strumento impotente della borghesia, dell’imperialismo e della reazione. La potenza spirituale del passato borghese sul proletariato, in molti paesi d’Europa (per esempio in Germania e in Olanda) significa scissione del proletariato in gruppi ideologicamente sperati, che impediscono l’unità di classe. La socialdemocrazia in origine aveva voluto effettuare questa unità di classe, ma senza riuscirvi, in parte, a causa della sua tattica opportunista, che poneva l’azione puramente politica in luogo della politica di classe; essa non ha fatto che aggiungere un nuovo gruppo agli antichi.