La Confederazione del Lavoro Italiana e l’internazionale sindacale
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Un argomento intorno al quale si è molto equivocato, ed in modo assai poco simpatico, è quello dei rapporti tra la Confederazione Generale del Lavoro italiana e la Internazionale sindacale di Mosca.
Ecco come d’Aragona ha riferito – al … gruppo parlamentare! – della cosa, secondo l’«Avanti!»: «Si è trattato (a Mosca) della costituzione di una Internazionale dei Sindacati la quale svolgesse l’opera sua parallelamente ed in armonia con la Terza Internazionale Comunista. È stata decisa la formazione di un Comitato per raggiungere tale scopo.
«Le condizioni alle quali si giunse stabilivano che dovevano esistere rapporti permanenti, tra i Sindacati e i Partiti Comunisti – si è cioè trasportata nel campo internazionale la situazione di fatto già esistente in Italia». «L’on. d’Aragona accenna alla lettera di Lenin pubblicata dai nostri giornali, in cui si biasima la Confederazione Generale del Lavoro italiana, perché è rimasta coerente all’Internazionale di Amsterdam fino al giorno in cui si fosse tenuto il Congresso fra i dissidenti da quella Internazionale. Ritiene che questa improvvisa sconfessione derivi dal fatto che Lenin destituì i rappresentanti russi che avevano firmato la convenzione.
Serrati dal canto suo aggiunge: «Quanto è accaduto per la convenzione sindacale nei nostri rapporti, è accaduto nei confronti del Partito Socialista francese coi rappresentanti del quale erano stati fissati nove punti per l’accettazione, e poi partiti i francesi sono stati elevati a diciotto, a ventuno, e ventidue».
Ecco un tessuto di cose non vere e di oblique insinuazioni. Cominciamo anzitutto ad osservare quanto sia equivoco il paragone invocato da Serrati della questione francese. Lenin e il Comitato Esecutivo si contentavano di nove condizioni; è stato proprio il Congresso Internazionale che portando a ventuno le diciotto condizioni generali di ammissione contenute nelle tesi presentate, ne ha naturalmente voluta la applicazione anche al Partito francese, col quale nessun impegno aveva preso o poteva prendere il C.E.. Ed è proprio Serrati poi che trova che coi francesi si è troppo indulgenti!
Ricostruiamo ora la questione della costituzione della internazionale sindacale. D’Aragona era andato in Russia come membro della missione italiana; non aveva dalla Confederazione del Lavoro alcun mandato per il Congresso della Terza Internazionale.
Quando il Congresso fu convocato Serrati e d’Aragona chiesero ai rispettivi organismi l’autorizzazione a restare.
Un telegramma di Gennari comunicò che i delegati del Partito erano Serrati, Bombacci e Graziadei, informando che la Confederazione autorizzava d’Aragona a rimanere.
Questi prese parte alle trattative per la costituzione della sezione sindacale dell’Internazionale Comunista, che si conchiusero con l’approvazione di una convenzione datata da Mosca il 15 luglio.
È falso che questa convenzione tollerasse la permanenza degli organismi sindacali nazionali che vi partecipassero nel segretariato giallo di Amsterdam, come è falso che il C.E. ed il Congresso abbiano modificata o sconfessata quella convenzione; e questa allusione si riferisce al solo fatto del cambiamento di un relatore al Congresso sull’argomento dei sindacati russi, fatto che non può avere nulla di anormale per chi conosce gli stessi criteri di disciplina che vigono nel Partito Comunista Russo.
Nella convenzione, come nelle risoluzioni del Congresso, è affermato il criterio che i comunisti non devono seguire la tattica di abbandonare le file dei sindacati attuali, anche se di tendenza contro-rivoluzionaria, ma restarvi per conquistarli.
Ove però un organismo sindacale nazionale sia nelle mani dei comunisti esso deve staccarsi dalla Internazionale gialla di Amsterdam per aderire alla sezione sindacale della III Internazionale.
Per conseguenza la minoranza rivoluzionaria della Confederazione Generale del Lavoro francese deve rimanere, ad esempio, nelle file di tale organismo, benché questo aderisca ad Amsterdam, ma i dirigenti della Confederazione Generale del Lavoro d’Italia che dicono di essere per la III Internazionale devono abbandonare Amsterdam se vogliono aderire a Mosca. Nessuna concessione è stata loro fatta quando si firmò la convenzione. La verità è che i rappresentanti della Confederazione lasciarono intendere e Serrati soprattutto, loro avvocato, dichiarò cento volte su tutti i toni che la Confederazione erasi già distaccata da Amsterdam.
Lo stesso ebbe poi a confutare tale asserzione – insieme a Bombacci – ricordando che la Confederazione Generale del Lavoro nell’occasione del boicottaggio all’Ungheria aveva diramato il comunicato presentandolo come un ordine della propria centrale Internazionale di Amsterdam.
Benché alla convenzione partecipassero rappresentanti riformisti come l’italiano d’Aragona ed anarchici come lo spagnuolo Pestagna, il concetto che la ispira è antitesi a quello vigente in Italia circa i rapporti tra sindacati e Partito che lascia ancora ai primi troppa autonomia. Questa tesi difesa da riformisti e da sindacalisti rivoluzionari è sostituita da quella del controllo del movimento politico comunista sui Sindacati. Qui è dunque un’altra affermazione inesatta di d’Aragona e di Serrati, che cioè in Italia non via sia in materia nulla da cambiare, dato il famoso patto d’alleanza. Tale asserzione a Mosca ha fatto ridere; prima di tutto il partito italiano non è ancora un vero Partito Comunista rivoluzionario, secondariamente esso ha chiesto alla Confederazione impegni troppo limitati, in terzo luogo questa dimostra di fregarsene abbastanza di quegli stessi modestissimi impegni assunti.
Ci riserviamo di pubblicare il testo della convenzione e degli statuti provvisori, ed aggiungiamo qualche cosa circa le decisioni del Congresso sulla questione sindacale.
Nelle tesi sul compito del Partito è detto: «L’Internazionale Comunista ha invitato al suo Congresso ogni sindacato che riconosce i principi della III Internazionale e che è disposto a romperla con la Internazionale gialla. La Internazionale Comunista organizzerà una sezione dei sindacati rossi che si mettono sul terreno del Comunismo. La Inter. Com. si rifiuterà di lavorare con ogni organizzazione operaia anche se non aderente al Partito, se questa è decisa a non condurre una seria lotta rivoluzionaria contro la borghesia».
È dunque chiaro che i comunisti lavorano in ogni sindacato, anche se riformista o anarchico per arrivare alla direzione dei sindacati da parte del Partito.
Ma ciò non può essere invocato per mettere in dubbio un’altra cosa chiarissima: un organismo sindacale nazionale non può aderire contemporaneamente ad Amsterdam e a Mosca.
I riformisti confederali hanno firmata la convenzione di Mosca lasciando intendere che erano usciti da Amsterdam. Quando però hanno visto quale aria tirava nel Congresso Internazionale per loro, e per il loro difensore Serrati, non hanno più voluto dichiarare apertamente la loro adesione alla III Internazionale, tanto che il d’Aragona è rimasto solo per alcuni giorni nel Congresso, finché un incidente che illustreremo e dal quale risultò che egli non faceva parte della delegazione italiana lo indusse ad abbandonare il Congresso medesimo.
La conclusione è che la Confederazione del Lavoro italiana non deve considerarsi aderente alla III Internazionale perché è ancora attaccata al centro contro-rivoluzionario di Amsterdam.
D’altra parte è perfettamente logico che sia così, poiché essa è diretta da elementi che dovranno essere esclusi dal Partito Comunista Italiano.
L’articolo 14 dello statuto della Internazionale Comunista dice:
«I sindacati che stanno sul terreno del comunismo riuniti internazionalmente sotto la direzione dell’Internazionale Comunista formano una sezione dell’Internazionale Comunista. Questi sindacati delegano i loro rappresentanti ai congressi mondiali dell’Internazionale Comunista a mezzo del Partito Comunista dei relativi paesi».
Il nostro compito nei riguardi del lavoro nei sindacati risulta dunque chiarissimo: organizzare la lotta per togliere la Confederazione ai suoi attuali dirigenti, uomini che dovranno essere esclusi dal Partito Comunista, e sostituirli con provati comunisti strettamente disciplinati al Partito, che non si considerino mai come i dirigenti di un organismo autonomo dal loro Partito, che pongano per direttiva dell’azione da imprimere ai sindacati economici le decisioni dei Congressi del Partito politico e degli organi direttivi di questo.
a.b.