L’emancipazione della donna è nell’abolizione della proprietà privata, nel comunismo Pt.2
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Nel numero precedente, prendendo spunto dall’attuale campagna sul diritto d’aborto, abbiamo riproposto, molto brevemente, le soluzioni comuniste nei riguardi della famiglia e della donna e di come i comunisti utilizzano le rivendicazioni che, generate dalle esigenze immediate della vita e dei bisogni del proletariato, possono rientrare nel novero dei diritti «democratici»; netta pertanto è stata la linea di demarcazione tra noi e femminismo radicali e gruppetti, ai quali abbiamo negato ogni «utilità rivoluzionaria» e che, in pratica, non fanno che riproporre – se pure ammantate di radicale verbalismo – soluzioni misere e sbiadite.
A questi «rivoluzionari», e in special modo alle femministe abbiamo gettato sul muso una nostra vecchia citazione: «Quando mezzo secolo fa si fece una inchiesta sul femminismo, misera deviazione piccolo borghese dell’atroce sottomissione della donna nelle società proprietarie, il valido marxista Filippo Turati rispose con queste sole parole: la donna … è uomo. Voleva dire: lo sarà nel comunismo, ma per la vostra società borghese è un animale o un oggetto»; quindi, basandoci sulle tesi del III congresso dell’Internazionale Comunista per la propaganda tra le donne, abbiamo ribadito la netta chiusura del partito nei confronti del femminismo, posizione classica dei marxisti che sempre così si sono comportati in presenza di movimenti antiviolenti e antimilitaristi, antipolitici e antipartitici, anticlericali ecc.
Il femminismo, visione del mondo in cui si fronteggiano sessi l’un contro l’altro armati, appartiene alla matrice piccolo borghese che sogna di ricucire gli strappi di questa società con le chiacchiere, le marce della pace, gli appelli agli uomini di buona volontà e che davanti alla riproposizione di classici postulati del marxismo quali classe, lotta di classe, partito politico di classe, violenza rivoluzionaria, dittatura proletaria, scappa come il diavolo davanti all’acqua santa.
Sono movimenti da sempre espressi dalla piccola borghesia, dagli intellettuali, non appartengono nemmeno a deviazioni opportuniste del movimento operaio quali, ad esempio, l’anarchismo, il sindacalismo rivoluzionario, il riformismo; netta è pertanto la loro appartenenza al campo della controrivoluzione dal quale non possono uscire neppure con tutti gli strepiti di cui sono capaci. Mai sarà dato al femminismo, al pacifismo ecc. la possibilità di scegliere fra la via riformista o la via rivoluzionaria, questa gli è organicamente impedita, non sono ad un bivio in cui è data la possibilità di imboccare o l’una o l’altra strada: viaggiano spediti sui binari della controrivoluzione. Paradossalmente, possiamo affermare che, se esiste la possibilità di un’organizzazione di donne che travasi nel campo della rivoluzione questa non è il femminismo ma … l’UDI (!) la quale, per lo meno, non sguazza nel pantano dei diritti civili e della libertà tout court e, a modo suo, presenta soluzioni sociali.
Ma appena smettiamo di fantasticare e ritorniamo con i piedi ben piantati per terra, UDI e femminismo generano in noi lo stesso identico disgusto per le loro insulse ricette per riportare in vita la moribonda famiglia per ritornare un dì certamente prossimo ad essere fonte di gioia per figli, mogli e mariti. La famiglia borghese mai sarà fonte di gioia: è un ghetto, una «necessità sociale» sostenuta dall’ipocrisia borghese; il comunismo non la erediterà. Non abbiamo per questa istituzione arcaica né proposte né programmi e tutte le chiacchiere sulla revisione del Codice Civile, sulla parità giuridica dei coniugi, sul salario alle casalinghe, ci farebbero ridere se non fossero il riflesso delle condizioni di asservimento e di miseria della donna nell’istituzione familiare, istituzione che il capitalismo stesso costantemente distrugge immettendo sempre più la donna nel processo produttivo. Citiamo da Programma Comunista, 8–9/1960:
«… Il capitalismo ha distrutto il matrimonio monogamico. Anche se tale istituzione formalmente sopravvive, la sua base storica viene mano a mano sgretolandosi. Il lavoro femminile ha dimostrato ormai che tranne gli impedimenti transitori, connessi alla maternità, la donna può sostituire con successo l’uomo in qualsiasi attività produttiva. Un tempo si credeva che solo alla guerra fosse negata. Ma oggi anche questa estrema limitazione è caduta. Proprio come l’uomo, la donna, oltre che produrre beni economici, ha imparato anche a macellare i propri simili. Che si vuole di più?!…».
«Nella famiglia anzi proprio nella famiglia “moderna” nella quale la moglie porta a casa un salario o uno stipendio, si perpetuano tutte le degenerazioni egoistiche della natura umana. La famiglia è il fortilizio entro il quale l’uomo si trincea contro il proprio simile, la giustificazione di tutte le soperchierie, le bassezze, le viltà che l’uomo commette contro il proprio simile. Per la famiglia, l’uomo si trasforma in una belva rapace ma la preda che porta a casa trionfante è stata strappata dalla bocca del proprio simile. E in ciò l’uomo scende al di sotto del livello delle bestie. L’aquila che esce a caccia non porta al nido il cadavere di un aquilotto. Né i cuccioli del lupo mangiano carne di lupo. Ma la legge morale borghese giustifica e premia chi arricchisce la sua famiglia affamando i bambini altrui. La legge morale borghese mi esonera dall’obbligo di contribuire alla nutrizione e all’allevamento dei bambini tuoi: anzi, poiché questi non “mi appartengono”, cioè non fanno parte della “mia” famiglia io posso senza rimorsi affamare i “tuoi” bambini, se ciò mi permette, non dico di sfamare, ma di procurare il superfluo ai “miei”. Tale è la legge morale che regola la famiglia borghese.
Il comunismo rivoluzionario respinge simili infamie. La rivoluzione proletaria pone fine al contrasto tra lavoro domestico e lavoro extra-domestico, tra economia domestica e economia sociale. Lo fa sopprimendo il lavoro domestico, trasformando il LAVORO DOMESTICO IN SERVIZIO PUBBLICO. E con ciò liquidando per sempre la famiglia…».
«… Per sapere come Lenin, e quindi il comunismo rivoluzionario, concepiva la trasformazione del lavoro domestico in servizio pubblico, dobbiamo rileggere il testo del suo articolo sul “Contributo della donna alla edificazione del socialismo” scritto il 28 giugno 1919. Lenin rimprovera al partito bolscevico di non occuparsi abbastanza della questione della emancipazione della donna (rimprovero che potremmo rivolgere a noi stessi). E si preoccupa innanzitutto di chiarire i termini della questione:
«La donna, nonostante tutte le leggi liberatrici, è rimasta una SCHIAVA DELLA CASA, perché oppressa, soffocata, inebetita, umiliata dalla MESCHINA ECONOMIA DOMESTICA, che la incatena alla cucina e ai bambini e ne logora le forze in un lavoro bestialmente meschino, snervante, che inebetisce e opprime. La vera EMANCIPAZIONE DELLA DONNA, il VERO COMUNISMO incomincerà soltanto là dove e quando incomincerà la lotta delle masse (diretta dal proletariato che detiene il potere dello stato) CONTRO LA PICCOLA ECONOMIA DOMESTICA O, MEGLIO, DOVE INCOMINCERÀ LA TRASFORMAZIONE IN MASSA DI QUESTA ECONOMIA NELLA GRANDE ECONOMIA SOCIALISTA».
Il brano che segue è di una potenza eccezionale, perché riassume in poche parole la sostanza della questione:
«Ci occupiamo noi abbastanza, nella pratica, di questa questione, che teoricamente è evidente per ogni comunista? Naturalmente no. Abbiamo sufficiente cura dei GERMI DI COMUNISMO che si hanno in questo campo? Ancora una volta no, no e poi no! I RISTORANTI POPOLARI, I NIDI E I GIARDINI DI INFANZIA: ECCO GLI ESEMPI DI QUESTI GERMI, I MEZZI SEMPLICI, COMUNI, CHE NON HANNO NULLA DI POMPOSO, DI MAGNILOQUENTE, DI SOLENNE, MA CHE SONO REALMENTE IN GRADO DI EMANCIPARE LA DONNA, sono realmente in grado di diminuire ed eliminare – data la funzione che la donna ha nella produzione e nella vita sociale – la sua diseguaglianza con l’uomo. Questi mezzi non sono nuovi: nel capitalismo, però, in primo luogo essi rimangono una rarità, in secondo luogo – e ciò è particolarmente importante – restavano IMPRESE COMMERCIALI con tutti i loro lati peggiori: speculazione, ricerca di guadagno, frode, falsificazione, o “ACROBAZIA DELLA FILANTROPIA BORGHESE”, che a giusta ragione era odiata e disprezzata dai migliori operai».
Quest’ultimo caposaldo è veramente illuminante. La crisi che matura nel seno del capitalismo suggerisce essa stessa (non quindi la solitaria elucubrazione dell’utopista) i mezzi da usare per uscirne, e questi mezzi sono già virtualmente presenti nel capitalismo. Sono i GERMI DEL COMUNISMO che lo stesso capitalismo obbiettivamente crea. Compito del potere rivoluzionario è la rimozione di tutti gli ostacoli che impediscono loro di espandersi. Ma il lavoro domestico (la cucina, la lavatura degli abiti, l’allevamento dei bambini) può trasformarsi in servizio pubblico gestito dagli stessi che se ne giovano alla sola condizione che sia svincolato dal circolo mercantile e monetario. Altrimenti, il ristorante popolare, che abolisce una parte importante del lavoro domestico, cade nella stessa condizione del ristorante borghese, dove è servito bene chi paga di più, mentre l’intruglio è riservato al cliente squattrinato. E ciò è possibile alla sola condizione che tutta la produzione sociale sia strappata alle leggi dello scambio mercantile.
Ma la soppressione del lavoro domestico, liberando completamente la donna, porta di conseguenza a nuove forme matrimoniali, seppellisce per sempre la famiglia. Chi riduce il comunismo a mera espropriazione dei capitalisti e a sostituzione della proprietà privata con la proprietà statale mostra di non aver capito nulla del marxismo. Il comunismo cambia l’intera esistenza sociale degli uomini quale l’hanno foggiata i lunghi secoli della lotta di classe. Cambia non solo le forme entro cui gli uomini producono i beni economici, ma anche le forme matrimoniali entro cui gli uomini si riproducono…».
Chiaro, no? Si tratta di spezzare, come già mostrammo con le citazioni del «Manifesto» e della «Rivoluzione tradita», la limitata ed egoistica ditta familiare, vero e proprio sperpero di forze produttive altrimenti impiegabili, vero e proprio fortilizio a difesa dell’individualismo, dell’egoismo, delle bassezze umane.
Il comunismo sarà vita dell’individuo nella specie per la specie e per dirla con Marx «subentra una associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti».
La ditta individuo, per farla breve, a noi ci schifa mentre il piccolo borghese non può fare a meno di farne una categoria eterna con la sua concezione della storia intesa come una serie di vittorie, una più «avanzata» dell’altra, che progressivamente allargano le catene che impediscono l’Individuo: liberazione dell’uomo dallo schiavismo, liberazione dell’uomo dal servaggio e dal dispotismo, liberazione dell’uomo dallo «sfruttamento»! Qualche catena in più in verità lega la donna che deve poter partorire quando vuole; il rimedio è lapalissiano: aborto.
Il marxista ragiona così: finché non è possibile strappare l’educazione e il sostentamento dei figli alla famiglia per consegnarli alla collettività, il diritto d’aborto è per la donna, sulla quale ricadono in gran parte queste fatiche, un diritto essenziale.
Il piccolo borghese logicamente chiacchiera in tutt’altro modo: la donna del «suo» corpo deve disporre a «suo» piacimento, deve pertanto partorire quando le pare e piace.
Le cose stanno ben altrimenti, e per accorgersene basta dare uno sguardo alle statistiche di un lungo periodo di tempo delle nascite, qualsiasi paese va bene; ci accorgeremmo in tal caso che la natività – aborto o no – è fatto sociale che segue perfettamente lo sviluppo delle forze produttive con i suoi boom e con le sue crisi. Oggi, ad esempio, fare un figlio «costa», è un cattivo investimento, siamo, come si dice, «in troppi»; la donna, «educata» dal processo di produzione capitalistico nel quale è entrata, di figli non può che «desiderarne» in numero limitato: la volontà, come sempre, viene ultima, e gli sforzi del piccolo borghese per innalzarla a motore del mondo ci fanno sorridere. D’altra parte ognuno ha il suo compito ed il piccolo borghese – femminista o no – non può, nonostante i suoi sforzi, che concepire una società in cui, tiranneggiando Lavoro Salariato e Capitale, maschio e femmina fanno «ciò che loro piace».
Lasciamo le illusioni agli illusi e riaffermiamo con le parole di Bebel che la natività, come tutti i fatti sociali, non sarà nemmeno nel comunismo consegnata all’arbitrio dell’individuo, ma regolata dai bisogni collettivi della SPECIE UMANA:
«… Secondo ogni probabilità la questione della densità della popolazione sarà regolata nel modo più semplice non già da una ridicola paura che vengano a mancare i mezzi di sussistenza, ma dal desiderio di benessere degli stessi interessati. Perciò anche qui ha ragione Carlo Marx quando afferma nel “Capitale” che ogni periodo economico dello sviluppo dell’umanità ha la sua legge speciale di popolazione.
Nell’assetto socialistico, nel quale soltanto può essere veramente libera e sulla sua base naturale, l’umanità procederà con coscienza nel suo sviluppo secondo le leggi di natura. In tutte le epoche fino ad oggi in riguardo alla produzione, alla distribuzione e alla popolazione, l’umanità procedette senza conoscere le proprie leggi e quindi senza coscienza; nella nuova società essa andrà avanti con piena conoscenza di queste leggi e regolarmente.
IL SOCIALISMO È LA SCIENZA APPLICATA A TUTTI I RAMI DELL’ATTIVITÀ UMANA CON PIENA COSCIENZA E PERFETTA COGNIZIONE» (da «La donna e il socialismo»).
È evidente che questa differenza di concepire il passato il presente e il futuro corrisponde a modi completamente diversi e antitetici di intendere il proselitismo, la propaganda, l’azione tra le donne. Riandiamo alle «tesi della propaganda tra le donne» del III Congresso dell’I.C.; scandiscono dall’inizio alla fine di «rafforzare il lavoro tra il proletariato femminile e in particolare l’educazione comunista delle grandi masse operaie che bisogna coinvolgere nella lotta per il potere dei soviet», e, nello stesso tempo, ammoniscono i partiti comunisti del «grande pericolo rappresentato nella rivoluzione dalle masse inerti delle casalinghe, delle impiegate, delle contadine non affrancate dalle concezioni borghesi, dalla Chiesa e dai pregiudizi e non collegate da un qualsiasi legame al grande movimento di liberazione comunista. Le masse femminili d’Oriente e d’Occidente non coinvolte in questo movimento costituiscono inevitabilmente un appoggio per la borghesia e un pubblico per la propaganda controrivoluzionaria».
Le tesi propugnano la costituzione, all’interno delle sezioni dei partiti comunisti, di commissioni femminili, commissioni che non fossero in alcun modo organizzazioni separate ma organi di lavoro incaricati di mobilitare ed istruire le operaie in vista della lotta per la conquista del potere, che, pur agendo in tutti i settori in qualsiasi momento sotto la direzione del partito, possedevano la libertà di movimento loro necessaria per applicare i metodi e le forme di lavoro e per creare le istituzioni necessarie per le caratteristiche particolari della donna data la sua specifica condizione nella società e nella famiglia.
Commissioni che dovevano assolvere i seguenti compiti:
- «Educare le grandi masse femminili nello spirito del comunismo e attirarle nelle file del partito.
- Combattere i pregiudizi sulle donne tra le masse del proletariato maschile, rafforzando nello spirito degli operai e delle operaie l’idea della solidarietà degli interessi del proletariato dei due sessi.
- Affermare la volontà dell’operaia, utilizzandola nella guerra civile in tutte le forme e gli aspetti, sollecitare la sua attività facendola partecipare alle azioni di massa, alla lotta contro lo sfruttamento capitalistico nei paesi borghesi (contro il caro vita, la crisi degli alloggi, e la disoccupazione), all’organizzazione dell’economia comunista e dell’esistenza in generale nelle repubbliche sovietiche.
- Porre all’ordine del giorno del partito e delle istituzioni legislative le questioni relative all’uguaglianza della donna e alla sua difesa come madre.
- Lottare sistematicamente contro l’influenza della religione, della tradizione e dei costumi borghesi, al fine di preparare la strada a rapporti più sani e più armoniosi tra i sessi e al risanamento morale e fisico dell’umanità lavoratrice».
Come tante volte riaffermato nel proselitismo, nella propaganda e nell’azione tra le donne i capisaldi che contraddistinguono l’operato dei comunisti rivoluzionari tra il proletariato non sono minimamente scalfiti; classe, lotta di classe, dittatura del proletariato ecco le basi sulle quali si è sempre sviluppata l’azione dei comunisti tra le masse femminili. Azione che sempre si è scontrata con le mille forme della politica interclassista, politica di cui il femminismo è l’aspetto più virulento e mistificatore.
Politica interclassista che ha teatro nelle piazze Navona d’Italia e per contorno musicisti e cantanti che vogliono innalzare chissà dove le coscienze.
Il posto del femminismo è tra la filantropia del buon borghese al quale inavvertitamente sono cadute sotto gli occhi le miserie del proletariato; tale vista gli evoca lo spettro della rivoluzione per cui non può fare a meno, con concretismo e realismo, di metter su qualche iniziativa atta a lenire i bisogni dei miseri. E se lo Stato non è d’accordo e recalcitra un po’ un bell’appello all’opinione pubblica, ai giornalisti, all’intellighenzia e tutto va a posto.
Il proletariato, carne da macello, non viene minimamente interpellato, dopotutto mica è lui, come classe, a subire sulla pelle le manchevolezze del «sistema», come oggi si ama dire!!
Sono le figure fantastiche del cittadino e dell’opinione pubblica le bistrattate!!
Il proletariato: ma chi è costui? Il cerchio si è chiuso; da una parte il riformismo della sinistra parlamentare e dall’altra il verbalismo degli extraparlamentari. Tante chiacchiere che malamente nascondono una stessa identica volontà: ferma risoluzione a non chiamare il proletariato a lottare per le esigenze della sua vita e dei suoi bisogni; la lotta di classe a costoro fa paura e allora ben vengano le false ma popolaresche battaglie tipo referendum, ulteriore presa di giro del proletariato (d’ambo i sessi).
Al proletariato non viene regalato niente, né può demandare ad altri strati e ceti la lotta per le sue esigenze e bisogni; per soddisfarle ha una sola strada da percorrere: lui stesso deve scendere in lotta impugnando le armi della guerra di classe.